65 M’Arcordo…quando ho scoperto l’America.

Il 15 dicembre del 1969 era un lunedi e fu l’inizio d’una settimana memorabile, almeno per me. L’attentato alla banca in Piazza Fontana a Milano era avvenuto pochi giorni prima e non ha niente a che fare con la mia storia, solo per inquadrare il periodo.

Proprio quel giorno mi laureai, finalmente! Quella mattina divenni dottore in Scienze Politiche e Sociale, al Cesare Alfieri, in via Laura a Firenze, dopo aver anche fatto due anni di Farmacia. Il tutto avvenne diciamo sotto voce, e l’accaduto non fu pubblicizzato e l’unica a dimostrare un certo entusiasmo fu mia madre. Ma anche questo durò poco, infatti il giorno seguente partii per Londra, e lei era triste. Figlio unico di madre vedova, non c’è bisogno di aggiungere altro. Niente cena di laurea, dopo otto anni d’universitá non c’era molto da celebrare. Partii in treno, non mi potevo permettere l’aereo. Il sabato 20 ero prenotato in un volo per New York per poi continuare per Boston, quarant’anni oggi. Avrei viaggiato con Nancy ed avrei incontrato la sua famiglia. Diciamo che era un viaggio esplorativo, per saggiare il terreno. Non solo non avevamo ancora deciso di sposarsi, ma io ancora non sapevo cosa avrei voluto fare da grande.

Nancy era americana, prefessoressa di francese, ed era stata la mia studentessa di italiano alla scuola dove insegnavo a Londra, ed a quel tempo non ci fu niente fra di noi. Avevo mantenuto, quasi sempre, la politica di non uscire con le mie studentesse e pensare che ce n’erano tante. Nell’estate del 1969 ritornai al Borgo con l’intenzione di rimanere e di finire la tesi su cui lavoravo da tempo. Lei aveva deciso di continuare a studiare l’italiano andando a Firenze. Le avevo dato dei suggerimenti ed anche il mio numero di telefono. Mi telefonò ed un giorno che andavo a Firenze con mia madre andammo a pranzo assieme. La mi’ mamma la invitò a venire al Borgo per un week-end, le avrebbe fatto i ravioli. Lei venne ed il week-end durò un mese. Tornò a Londra ai primi di settembre ed io la raggiunsi dopo due settimane, rimasi solo per un mese per poi tornare a Firenze per finire e dare la tesi: era l’ora.

Pan American Clipper B707

Ritorniamo a quel sabato mattina, umido e buio. Con un taxi andammo dalle parti di Victoria Station, dove c’era il terminal della Pan American. A quei tempi si poteva ancora fare il check in cittá. Poi con il bus siamo andati ad Heathrow per imbarcarci in un charter organizzato dall’ Overseas Teachers Association. Ero giá stato in aereo, ma questa era la prima volta che salivo in un vero grand’aereo: un Pan Am Clipper (B707). Le hostess ancora portavano un cappello azzurrino a bombetta. Nancy aveva trovato questi biglietti attraverso l’American School di Londra e mi sembra che il prezzo fosse circa 70 pounds.

Fu cosi che cominciò un altro capitolo della mia vita, anche se ancora non ne ero consapevole, per il momento pensavo fosse solo un’avventura. Andavo in America, questo mitico posto al di lá dell’oceano, di cui avevo tanto sentito parlare. In un film della mia infanzia c’erano state delle immagini di Tarzan sorpreso nel vedere tutti quei grattacieli dal finestrino dell’aereo poco prima d’atterrare. M’arcordo anche d’aver visto una foto con i grattacieli di Manhattan in un libro dell’elementari. Mi piaceva quella parola: grattacialo, un palazzo cosi alto che toccava il cielo. Guardavo quell’immagine sognando d’andarci, ma poi mi sembrava cosi lontano, impossibile da raggiungere. La mia idea dell’America, anche se avevamo parenti a New York, era quella che mi era stata propinata da Hollywood, con i films di cowboys, di gangsters, di indiani, della Guerra Civile e da tanti altri. Poi era arrivata la televisione con la sua buona parte di luoghi comuni.

Prima di partire dal Borgo ero andato in biblioteca per cercare qualcosa su Boston. Sapevo solo che era la cittá dove Sacco e Vanzetti erano finiti sulla sedia elettrica. Nell’Enciclopedia Treccani trovai una foto di Trinity Church in Copley Square, l’avrei poi vista per anni dalla finestra del mio ufficio.

Non m’arcardo molto del volo eccetto che era pienissimo, che potevo ascoltare la musica con degli auricolari che ci avevano dato e che per la prima volta vidi una lattina di birra Budwiser.

Al decollo ci avevano annunziato che a New York il tempo non era buono, che giá stava nevicato, e che ci avrebbero aggiornato sugli sviluppi della situazione. Dopo alcune ore venne un annunzio che a causa della tormenta ci saremmo fermati a Bangor, Maine, per fare un rifornimento straordinario di carburante. Saremmo stati in grado di attendere in caso ci fossero dei ritardi per l’atterraggio a Kennedy Airport.

“Bangor? Ma dov’é?” Nancy mi disse che era un posto sperduto in mezzo al Maine, il vasto stato orientale piú a nord, al confine col Canada, lei non sapeva neanche che ci fosse un aeroporto.  

Dopo esseri discesi senza veder nulla, era tutto bianco per la tormenta, siamo atterrati in una pista coperta di neve. Quello fu mio primo contatto con gli Stati Uniti. Mentre l’aereo era fermo mi sono alzato ed ho raggiunto le porta posteriore che era aperta. Ho sentito una gran folata di vento freddo, ma ho potuto guardar fuori mentre i fiocchi di neve mi colpivano il volto. Ho visto una gran foresta d’abati, una foresta d’alberi di Natale imbiancati, era bellissima. Ero in America, ma dov’erano i grattaciali di Manhattan che volevo tanto vedere.

Timbro d'ingresso negli Stati Uniti, 20 dicembre 1969

Ci fu un gran mormorio fra i passeggeri: molti temevano il peggio, che saremmo rimasti incastrati chissá dove e chissá per quanto per il maltempo. Tutti volevano raggiungere la loro destinazione il prima possibile per le feste. Poi andò tutto bene, dopo meno di mezz’ora eravamo di nuovo in volo e dopo circa un’ora e mezzo atterrammo a JFK senza problemi. Penso fossero circa le tre del pomeriggio. Esplicate le procedure d’immigrazione con il timbro d’ingresso e quelle doganali, dopo aver recuperato il bagaglio, ci trovammo sul marciapiede pronti a prendere un taxi per andare a La Guardia Airport. Nevicava appena ed era freddo, molto freddo. Io m’ero equipaggiato con il mio cappottone d’autista d’ambulanze che m’arrivava quasi ai piedi, un paio di stivali di cuoio alti fino alle ginocchia ed in testa avevo una lobbia, il cappello nero a larga tesa con il risvolto di seta arricciato.  

Su quel marciapiede del terminale della Pan American mi mi sentii emozionato. Vidi dei poliziotti con i gran pistoloni che facevano scorrere il traffico, le macchine che passavano mi sembravano tutte grandissime, e per la prima volta vidi delle limousines lunghe senza fine. Io al Borgo avevo una FIAT850 rossa. Quì tutto mi sembrava grande, sproporzionato. Ora ero davvero in America, ma dov’erano i grattaciali di Manhattan?

In taxi raggiungemmo LGA per prendero lo “shuttle” (la navetta) della Eastern Airlines per Boston. Ogni ora c’era un aereo: si saliva senza prenotazione e senza biglietto, una specie di tram dell’aria. Se si riempiva ce n’era subito un altro pronto a partire. Si comprava il biglietto a bordo: infatti c’erano delle hostess che subito dopo il decollo venivano lungo il corridoio spingendo un tavolino a rotelle e vendevano i biglietti. M’arcordo il costo del biglietto: $24. Ancora non potevo immaginare che negli anni a venire avrei preso questi stessi voli della Eastern Airlines decine e decine di volte, anche sulla rotta per Washington. Oggi con tutte le norme di sicurezza che abbiamo accumulate questo tipo di servizio sarebbe impensabile.

Durante questo volo cominciai a sentirmi nervoso. Mentre Nancy era felice ed eccitata di tornare a casa e di rivedere la famiglia, io cominciavo a preoccuparmi per l’imminente incontro. Come mi avrebbero preso? Questa era la domanda che avevo rimandato di farmi. Ora non la poteva piú postporre, li avrei incontrati dopo poco. Nancy mi aveva rassicurato che non ci sarebbero stati problemi. Si, erano ebrei, ma non particolarmente religiosi, questo non sarebbe stato un ostacolo, anche io non ero religioso. A posteriori posso dire che il mio matrimonio, come tanti altri, ebbe alti e bassi, ci furono crisi che sembrarono inrisolvibili, ma il fattore delle religioni non ebbe mai nessun peso sulla nostra relazione.

Atterrammo a Boston verso le sei ed era buio. La mamma e la sorella di Nancy ci aspettavano. Seppi molto tempo dopo che quando la mia futura suocera mi vide per la prima volta, con quel cappottone, la barba lunga ed il gran cappello nero, pensò che fossi un rabbino.

“A rabbi from the old country” per l’esattezza come poi lei stessa mi ha ripetuto tante volte.

In ogni modo la loro accoglienza fu calorosa. Arrivati a casa trovai due delle “Three Girls”. Ba, la nonna di Nancy era la piú giovane ed aveva 90 anni, e Sophie che ne aveva 98. Avrei poi incontrato la terza sorella, Clara di 96. Capire le girls non era facile, parlavano fra di loro una mistura di inglese e tedesco e Sophie aggiungeva del francese. Arrivò poi David, il fratello quasi ventenne  di Nancy, hippie dai capelli lunghi che gli scendevano fino alle spalle. Il babbo di Nancy arrivò per ultimo, ritornava da un’escurzione in montagna. Con lui c’era un signore dai capelli bianchi, ricci e lunghi, un altro hippie, solo che questo aveva certo piú settant’anni. Mr. Haskel, l’avrei conosciuto poi meglio, era un vecchio yankee WASP democratico, super left wing liberal, che odiava Nixon ed era attivissimo contro la guerra in Viet Nam. Forse in gioventú, negli anni trenta, era stato un simpatizzante del partito comunista. Si, c’é stato un partito comunista americano.

E quello fu l’inizio della mia scoperta dell’America, e pensare che ancora non ho finito. Ho cominciato dall’interno d’una famiglia e d’una cosa son sicuro: sono stato fortunato, sono stato accolto a braccia aperte ed é davvero diventata la mia seconda famiglia.

Mona, la mia prima suocera (ne ho anche una seconda, Therese é francese) é ancora viva ed una settimana fa abbiamo celebrato il suo novantaseisimo compleanno.

Quei giorni della fine del ’69 passarono veloci ed abbi modo di visitare un po’ Boston ed il suo vicinato.

Ercole, Piero della Francesca, Isabella Stewart Gardner Museum, Boston

In cima alla lista di cose da vedere c’era l’Ercole di Piero della Francesca. Sapevo che era in un museo a Boston, l’Isabella Stewart Gardner Museum. Dovevo vedere questo pezzettino di Borgo che era arrivato in America molto prima di me.

Avevo anticipato questo incontro con un senso di rabbia: ce l’avevano portato via, ma la responsabilitá non era di chi l’aveva comprato ma piuttosto di chi l’aveva venduto, dopo averlo staccato da un muro d’un palazzo in Via degli Aggiunti. Poi quando lo vidi su quel muro di quel vecchio palazzo veneziano museo, anche questo portato a Boston a pezzi, provai un senso d’orgoglio e ne fui sorpreso. Ero contento che fosse lì. Se fosse armasto al Borgo sarebbe stato eclissato dalla Resurrezione e dalla Madonna della Misericordia. Qui era un “Piero”! ed i visitatori venivano ad ammirarlo, veniveno a vedere ‘na lichina di Borgo. Non sono uno studioso e tanto meno un critico d’arte ma non ho dubbi nel dire che l’Ercole non é una delle sue opere migliori, la testa mi pare un po’ piccola rispetto al corpo, ed il torace, i capezzoli non mi sembrano che siano al posto giusto. Scrissi poi un articolo su questa esperienza che, con l’aiuto di Adriano Canosci, fu pubblicato sul La Nazione.

Poi andai a vedere l’Acquario, che avevano aperto solo da pochi mesi ed infine non potevo perdere al North End: il quartiere italiano di Boston, e questa fu una vera sorpresa. Una delle piú vecchie parti di Boston e degli Stati Uniti dall’inizio del novecento era diventato il quartire degli emigranti italiani di Boston, nella quasi totalitá meridionali, dopo eser stato irlandese e duccesivamente ebreo. Hanover Street era come una Via Maestra, con caffe, ristoranti, alimentari, giornalai magari con l’ultimo numero della Settimana Enigmistica, negozzi di musica dove si poteva ancora comprare un 45giri con la Tarantella Napoletana ecc..

Davanti al Caffe’ dello Sport, Hanover Street, Boston, dicembre 1969

Era tutto italiano, ma tutto sembrava che si fosse fermato nel tempo. Camminando lungo il marciapiede mi dovevo far strada fra gruppetti di persone che parlavano italiano. In una vetrina d’un tabaccaio vidi delle pipe di coccio rosso con il bocchino lungo di canna, tipiche del meridione e le comprai subito, tutte. Dalle nostre parti le ultime pipe di coccio col bocchino di marasca le avevo trovate all’appalto della Motina d’Anghiari nel ’61. Le tenevano in una scatola delle scarpe, sotto il banco, non c’era molta richiesta, e costavano 10 lire.

Anche questa visita al North End di Boston divenne nella prospettiva degli anni a venire una esperienza mitica.

Proprio quella strada, Hanover Street sarebbe diventata la mia nuova Via Maestra, dove avrei passeggiato come fossi per la Via XX Settembre al Borgo, dove avrei imparato a conoscere un po’ tutti.

La vita é strana e come hanno giá detto in tanti prima di me. “Tutto cambia per poi rimanere tutto lo stesso”.

Dopo pochi giorni ritornammo a Londra. Dopo meno di tre mesi mi sarei sposato. Ad agosto mi sarei trasferito in America, ma questa è un’altra storia, lunga, molto lunga.

New York, vista dal New Jersey

 

 

 

 

 

I grattacieli che non vidi quel giorno del dicembre del ’69. questa foto l’ho fatta nel gennaio del ’08, dal New Jersey. 

4 gennaio 2010, Marblehead, MA USA  

(speravo di pubblicare questo M’Arcordo il 20 dicembre, nel 40simo anniversario di quel mio primo volo verso gli Stati Uniti, ma poi con le feste varie diciamo che mi sono on po’ distratto)                                                                               

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus

Una Risposta to “65 M’Arcordo…quando ho scoperto l’America.”

  1. maria Vincenza Guadagni Says:

    Fausto, che bella scoperta l’America!!!
    “Tutto cambia …per poi rimanere tutto lo stesso! ”
    Sono d’accordo, ma ciò che secondo me fa la differenza è lo spirito con il quale prima affronti il cambiamento e poi riscontri le similitudini.
    Ciao rabbino!

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