102 M’Arcordo…quando s’andava a cercare le ammoniti

ovvero io e Carlo Darwin.

Questo M’Arcordo… lo dedico alla Bernarda e all’amico Leonardo Carloni artrovato grazie al magico intervento di Guendalina, e grazie anche a Facebook che gliel’ha permesso.

Leonardo fu quello (come ho arcontato nel mio primissimo M’Arcordo… sulla memoria) che un sabato di settembre del 1968 m’accompagnò col suo Maggiolino Volkswagen alla stazione d’Arezzo. Quella mattina presi il primo di quattro treni che dopo circa 30 ore m’avrebbero scaricato con un gran valigione a Victoria Station a Londra. Quello fu l’inizio d’un viaggio che non è ancora finito.

‘sta volta v’arconto d’altri viaggi, o meglio spedizioni appeniniche alla ricerca di fossili, d’ammoniti per l’esattezza, e tanto siamo su questo argomento parlerò dell’evoluzione naturale. Ma facciamo un passo indietro.

M’arcordo benissimo che fu la cugina Silvana, piú grande di me, che durante una delle nostre visite a Gubbio, forse era il primo Natale dopo la guerra, mi fece vedere un libro dove c’erano delle illustrazioni di quelli che penso fossero dei dinosauri. Mi raccontò che erano animali grandissimi e pericolosi, dei veri draghi mostruosi, che in un tempo molto lontano avevano vagato per la Terra, ma poi eran tutti morti, estinti per fortuna, se no ci avrebbero mangiato. Questa storia mi colpì moltissimo, lei mi ripeteva che questa non era una fiaba, quegli animali c’erano stati per davvero. Anche se mi facevano paura allo stesso tempo li avrei voluti vedere. Ma perchè poi non c’erano piú? Perchè erano spariti? Erano rimaste solo poche ossa fossilizzate come prova della loro esistenza. Non so quale risposta mi fu data, sapevo anche che quando sarei andato allo zoo, mi promettevano sempre che mi avrebbero portato a vedere quello di Roma, non li avrei visti e questo mi dispiaceva.

Scoprii poi che anche lo zio Nello Ciuchi possedeva, nella piccola biblioteca dell’ufficio che aveva giú pel Borgo Novo, un libro meraviglioso con immagini fantasiose piene d’animali preistorici, e c’erano anche quelli che volavano. Quando andavo a trovarlo chiedevo sempre il permesso di sfogliarlo. Poi col crescere trovai altri libri interessanti in quegli scaffali: dei grossi volumi, una specie d’enciclopedia geografica, pieni di foto di gente di nazioni delle piú remote parti del mondo. Scoprii che in certi posti, purtroppo sempre lontani, le donne andava in giro a seno nudo, o addirittura senza niente indosso. Il mio interesse nei dinosauri e pterodattili diminuì enormemente.

Poi vennero i film di fantascienza e la storia era piú o meno sempre la stessa: una di queste bestie preistoriche per qualche strana circostanza veniva risvegliata dopo un sonno di milioni d’anni, immancabilmente poi arrivava sempre in un grande città ed il resto lo sapete. Fra questi mostri Godzilla era il primo in assoluto.

Non m’arcordo quando il babbo mi cominciò a parlare di Carlo (allora era normale tradurre i nomi) Darwin e del suo libro “Sulle Origini delle Specie”, forse avevo 10 o 11 anni. Per questo mio intresse nella paleontologia (di certo non conoscevo questa parola) sperava di incuriosirmi e d’allargare i miei orizzonti. Lo ascoltavo, ma di certo non mi passava minimamente per la testa di leggere quel libro, anche perchè non c’era nessuna illustrazione. Quelli erano i tempi che, a parte i giornalini, leggevo Verne e Salgari e quando nessuno mi vedeva tiravo fuori “Fanny Hill” dal cassetto dove il babbo lo teneva nascosto. Credo che alla fine non avevo bisogno di prenderlo, lo sapevo a memoria.

Anche se a quel tempo non lessi Darwin le sommarie lezioni del babbo sull’evoluzione delle specie, inclusa quella umana, ebbe una grandissima importanza per il resto della mia vita. Si, avevamo tutti un avo lontano lontano in comune con le scimmie e anni dopo (1968) lessi con grandissimo interesse “The Naked Ape” di Desmond Morris, fu una specie di vangelo.

Confesso che anche se ho provato piú d’una volta a leggere “On the Origin of Species” di Darwin prima in italiano e poi in inglese, non son mai riuscito a finirlo. Non sono mai andato oltre la metà. In compenso di lui ho poi letto senza problemi e con grande piacere “The Voyage of the Beagle”.

Crescendo feci una scoperta: forse anche il babbo non ce l’aveva fatta a leggerlo tutto!

Infatti anni dopo, forse ero già al liceo, tirai il libro giú dallo scaffale e scoprii che almeno un terzo delle pagine non erano state ancora tagliate. Forse i piú giovani non sanno che una volta i libri nelle edizioni economiche venivano stampati in 16simi, ovvero un gran foglione che ripiegato 4 volte veniva rilegato (cucito) agli altri, alla fine si dovevano tagliare i margini con un tagliacarta per poi sfogliare le singole pagine.

Andai subito dal babbo con quella che pensavo fosse la prova lampante d’una sua bugia. In questa maniera cercavo di giustificare la mia svogliatezza.

“Allora babbo, vedo che anche tu hai scoperto che Darwin era noioso. Guarda, non l’hai mai letto tutto!” mostrandogli il libro.

Rimase incerto, interdetto. Prese e si mise ad osservare il libro.

“Di certo questo non ho letto, ma son sicuro d’averlo fatto, allora era un altro volume. Durante il passaggio del fronte molti libri sono andati persi, forse anche rubati. Questo sarà uno di quelli che ho ricomprato.”

“Sarà!” Ripetei non molto convinto, anche perchè, dopo un’attenta ispezione, trovai altri libri con le pagine non tagliate: forse il babbo non era perfetto, anche lui diceva le bugie.

Penso che fu al liceo quando leggemmo la poesia della conchiglia fossile dello Zanella. La poesia non mi piaceva ma di conchiglie ne volevo una. Anch’io volevo avere fra le mie mani i resti d’un essere che aveva vissuto centinaia di milioni d’anni prima di me. Il pensiero che c’era un qualcosa in comune mi emozionava. Ma poi pensavo che non sarebbe mai successo, mi sarei dovuto accontetare d’andare ai musei.

Ma le cose cambiarono, alla fine venne Leonardo a darmi una mano, e la mia curiosità fu soddisfatta ed il mio desiderio appagato.

All’inizio lo conoscevo poco. Penso che arrivò al Borgo alla metà degli anni cinquanta, o forse fu solo allora che m’accorsi che c’era anche lui. Il su’ babbo, che era stato un colonnello degli Alpini ed aveva sempre vissuto al nord, quando andò in pensione decise d’artornare nella vecchia casa di famiglia, in fondo al Borgo Novo. Il nonno di Leonardo era stato il mitico Dott. Carloni di cui avevo tanto sentito parlare. Paolo Salvi, che abitava da quelle parti, me lo fece conoscere, ma non ci frequentammo molto. Lui andò al liceo classico a Città di Castello, mentre io armasi al Borgo a fare lo scientifico. Ci artrovammo poi a Firenze, dove lui si era iscritto a Geologia; suonava la chitarra e fu allora che diventammo davvero amici. Eravamo una coppia inseparabile e ci piaceva dire ch’eravamo due clerici vagantes che ogni primavera andavono in giro per l’Italia a varie Feste delle Matricole, ma questo l’ho già arcontato. Il nostro repertorio di canti goliardici era vasto e ci vantavamo che avremmo potuto cantare per una notte intera senza ripetere una canzone. Credo proprio che questa fosse una sbruffunata.

Non m’arcordo esattamente come o quando, ma un giorno Leonardo mi propose d’andare a Monte Nerone, sopra Apecchio, dove avremmo cercato ammoniti. Non m’arcordo chi gliel’aveva detto o dove aveva trovato questa informazione o forse c’era già andato con qualcuno che conosceva il luogo. Non dovevo esser sorpreso: in fondo era uno studente di Geologia. Penso che dopo aver letto questo saprà colmare la mia lacuna.

due ammoniti di Monte Nerone ed un nautilus del Pacifico

Si poteva arrivare in macchina fino alla cima del monte che ha le caratteristiche d’un altopiano. Camminando attraverso i grandi prati verdi raggiungemmo il lato orientale e proprio là, scendendo forse solo un centinaio di metri lungo il costone, mi indicò degli strati geologici dove le pietre erano piene di centinaia, di migliaia di ammoniti incastrate l’una con l’altra. Noi adesso eravamo a piú di mille metri d’altezza lungo gli Appennini ed una volta, centinaia di milioni d’anni prima, addirittura prima dei dinosauri, saremmo stati in fondo ad un oceano primordiale assieme alle ammoniti. Poi eravamo arrivati noi, armati di martelli e scarpelli, e le avremmo liberate dalla pietra che le incastonava. Ancora oggi ripensandoci trovo il tutto emozionante. Le due ammoniti della foto, in compagnia di un nautilus loro discendente, vengono da Monte Nerone e me le son portate dietro per il mondo.

Fra le tante ce n’era una di gran lunga piú grande, gigantesca, forse piú mezzo metro di diametro e Leonardo l’aveva ribattezzata “La Bernarda”. Penso che quella fosse la sua piú agognata preda e piú d’una volta cercammo di liberarla, come si vede nella foto, del suo incastro di milioni d’anni, ma sempre senza successo.

Fausto e Leonardo invano tentano di liberare la Bernarda

Imparai subito con rammarico che per prelevare un’ammonite in buone condizioni come minimo dovevo frantumare una diecina di quelle ch’erano attaccate.

Quella prima spedizione fu seguita da altre, da molte altre, la voce s’era sparsa e tant’altri s’unirono a noi ed anche diverse citte ci vennero dietro. Fu un nostro breve momento di gloria. M’arcordo che una volta per esser freschi e pronti al mattino al duro lavoro di scarpellini andammo la sera prima e montammo la tenda in cima alla montagna. Bellissimo!

Ma non sempre andava come volevamo. Una volta, dopo il lungo inverno un lunedì di Pasqua (1967?) decidemmo ch’era l’ora d’aprire la caccia e Leonardo ed io partimmo per Monte Nerone. Era una bella giornata serena anche se, quando fummo in cima, scoprimmo che faceva freddo. Raggiunto il nostro costone, soddisfatti che la Bernarda fosse ancora là, ci mettemmo a scarpellare. Notammo che giú il fondo la valle dalla parte di Cagli (?) era coperta di nebbia, ma non ci sembrava gran cosa. Poi d’improvviso, come fosse un’onda gigantesca, allora non conoscevo la parola sunami, la nebbia cominciò a salire velocemente lungo il pendio della montagna ed in pochi minuti ci raggiunse avvolgendoci in una fittissima cappa bianca. Non si vedeva un tubo e cominciò a far ancora piú freddo. Decidemmo subito di partire e non ci volle molto a capire che c’eravamo subito persi. Conoscevamo bene la montagna, ma quei vasti prati sulla sommità non avevano quasi nessun punto di riferimento e noi si barcollava nell’incognito e non riuscivamo a trovare la strada e le macchina.. Il panico venne quando ci ritrovammo nello stesso punto vicino ad un cespuglione dove eravamo passati un paio d’ore prima, e faceva era sempre piú freddo. Fu allora che Leonardo, che aveva vissuto anche nelle Alpi, mi disse.

“Ora si smette di cercare la macchina, si verrà a prenderla poi. Ora si prende un direzione, si cammina diritto, sempre diritto e si scende a valle, da qualsiasi parte sia di certo si troverà qualche strada e qualche casa.”

E cosi ci incamminammo nella nebbia sempre piú fitta, il freddo era pungente e cominciai ad aver paura. Fatti forse solo cinquecentro metri incrociammo la strada che raggiungeva la cima, quella dove avevamo lasciato la macchina, ma ora non si sapeva da quale parte sarebbe stata. Senza esitazione e con un gran senso di sollievo, ci incamminammo nella direzione in discesa verso Apecchio, almeno si sapeva che saremmo arrivati li. La nebbia era fittissima e quando dopo poche decine di metri andammo praticamente a sbattere addosso alla Volkswagen di Leonardo urlammo di gioia. Scendere da Monte Nerone lungo quella strada sterrata stretta e tutta curve con quella visibilità inesistente non fu cosa facile, ma piano, anzi pianissimo, e spesso con la porta aperta per vedere il bordo della strada, arrivammo ad Apecchio!

Poi un altro amico, Beppe, ci disse d’un posto altre Viamaggio, oltre la Svolta del Podere mi sembra, dove c’erano dei macigni in mezzo ai campi ch’erano un agglomerato di conchiglie bivalvi fossilizzati, delle specie di grandi vongoloni, dovevano essere le antenati dei clams che ho poi trovato lungo la costa nordatlantica. Le ammoniti erano di gran lunga piú belle ed affascinanti per la loro forma elegante. M’arcordo che una volte, mentre ero a cavallo d’uno di questi roccioni fui attaccato da una nuvola di moschine piccole e pestilenziali.

Fausto e gli incerti del mestiere

Ai tempi che abitavo a Londra feci una spedizione geolocica a Lyme Regis nel Dorset, piccolo porto sulla Manica; da qualche parte avevo letto dei ricchissimi giacimenti fossili lungo la costa rocciosa. E a parte ammirare la scogliera non ci fu molto da fare, c’erano cartelli un po’ d’appertutto che dicevano che era proibito cercare fossili, ci provai lo stesso a tirar fuori un’ammonite e scoprii che la roccia era durissima in confronto a quelle di Monte Nerone. Ci sarebbero voluti scarpelli e martelli da vero geologo.

E quella fu la fine della mia carriera.

Son rimasto un fervido evoluzionista, curioso di tutto quello che riguarda la paleontologia e del lungo viaggio dell’uomo alla conquista della Terra. Non molt’anni fa andai a vedere un’interessante mostra su Darwin al Museum of Natural History di New York. Il museo era pienissimo di visitatori e molti di questi eran genitori con bambini. Era una domenica mattina e questo mi riempì di gioia.

Ma poi c’è anche un fatto che mi rattrista e mi scoraggia: negli Stati Uniti ci sono ancora Stati (nel sud) dove sono state passate delle leggi che proibiscono l’insegnamento della evoluzione naturale a favore del creazionismo (biblico), Mettono in dubbio le scoperte scientifiche fatte negli ultimi duecento anni. No comment.

In fondo vale sempre quello che Giulio Cesare scrisse tanto tempo fa: “fere libenter homines id, quod volunt, credunt.” (gli uomini credono in quello che vogliono credere)

 

23 gennaio 2012, Marblehead, MA USA

Fausto Braganti

ftbraganti@verizon.net

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