109a M’Arcordo… il mi’ babbo e quando lavorava alla Buitoni.

1961-08 Renato Braganti che esce dalLa Buitoni

”Era un uomo distinto, serio, educato e molto buono che sapeva farsi rispettare nel lavoro. Lo incontravo spesso, mi salutava sempre, ma io però ero un’operaia, mica un’impiegata…”

questo é il commento che la novantenne Ida Baglioni fece alla figlia Donatella Massetti pochi mesi fa ricordando mio padre, e questo mi ha fatto piacere, mi son sentito fiero e soddisfatto. La signora Baglioni é deceduta improvvisamente lo scorso 19 aprile.

Il babbo non fu un eroe ed aveva i suoi limiti. Fu un fascista della prima ora e penso che lo fu sopratutto per essere come i suoi amici, per conformismo, piú per peer pressure, come si direbbe in inglese, che per convinzione. Fu un giocatore d’azzardo e di soldi ne perse tanti, ma poi riconobbe il suo vizio e smise. Giurò che non sarebbe mai ritornato alle Stanze e le sue scommesse si limitarono ad un caffe giocando a scopa. Fu un mammone ed a quei tempi era forse piú accettabile. Voleva bene alla mamma ma penso che non era insensibile al fascino femminile; ‘le confezioni” del_La Buitoni per lui erano un vero gineceo. Non credo d’avere nessun mezzo fratello in giro, mentre probabilmento ho avuto mezzi zii. In genere i figli son sempre gli ultimi a sapere delle scappatelle dei genitori.

La piú importante lezione di vita che mi diede fu quella d’essere onesto, per lui essere onesto aveva un valore morale profondo non perché non lo essere sarebbe stato un peccato ma piuttosto per il rispetto verso il prossimo. Disprezzava i furbi e quelli che vivevano di espedienti. Ma si vede che la sua carica testosteronica lo giustificava a misurare l’onestà coniugale con un’altra bilancia, e purtroppo ho visto la mamma piangere. Non era perfetto.

Ma basta per ora.

 

In vari M’Arcordo… ho parlato del mi’ babbo ed anche del͜͜_La Buitoni dove ha lavorato per 43 anni, dal 1921 fino al febbraio del 1964. Da tempo avevo pensato di mettere un po’ d’ordine a questi miei ricordi sparpagliati. Voglio raccontare la vita del mi’ babbo che spesso si identifica con quella del_La Buitoni di quegli anni. I due, assieme a Sansepolcro, hanno vissuto in simbiosi per tutto quel tempo ed anch’io mi sono aggiunto per i primi vent’anni della mia vita. Spero di non ripetermi troppo e che la memoria non mi abbia fatto troppi scherzi. Spero inoltre che le storie non siano troppo fasulle ed ancora una volta ripeto la vecchia frase:

“Se m’han detto ‘na bugia, v’arconto ‘na bugia!”

So che sono già stati scritti vari libri sull’argomento Buitoni e di certo non potrei aggiungere nulla di nuovo, e tanto meno fare la storia della famiglia che per molto tempo si é identificata con quella l’azienda. Voglio invece concentrarmi su quelle che sono le mie memorie personali assieme ai ricordi del babbo, alle storie che mi raccontava e come quelle d’altre persone.

Ripeto, La Buitoni era parte integrale non solo della storia ma della vita di tutti i giorni a Sansepolcro, con piú di mille dipendenti praticamente non c’era famiglia che non avesse qualcuno che ci lavorasse. Quando la sirena suonava per annunciare l’iniziato il turno di lavoro non si svegliavano solo gli operai ma si svegliava tutto il paese.

Di Buitoni ce n’erano tanti, mi riferisco agli anni dopo la Grande Guerra e la dinamica dei vari rami della famiglia era complessa, c’era chi aveva potere ed altri che l’avevano perso, chi aveva soldi e chi no. A saperla tutta ci si potrebbe fare una telenovelas di almeno 99 puntate, oppure Bertolucci potrebbe darci un’altra saga cinematografica di 4 ore e mezzo. Proprio in quegli anni un Buitoni si fece

Il castello di Montedoglio, circa nel 1920

restaurare il castello di Montedoglio ed il nonno, visto che le fortune dei Collacchioni erano in declino, si mise a lavorare anche per lui, e divenne l’appaltatore della rena, delle pietre e dei laterizi. Anche il nonno costrui Montedoglio. Questo era il Buitoni che aveva l’Isotta Fraschini che naturalmente non guidava, lui aveva l’autista. Fu ancora lui che con una sua raccomandazione trovò il primo lavoro al babbo, poco piú che adolescente appena diplomato dalle scuole tecniche. Il suo primo impiego non fu proprio al_La Buitoni ma piuttosto per un Buitoni. Il Sor Bindo era un anziano signore, uno zitellone che abitava nella villa di Catolino e odiava tutto quello che era moderno, lui preferiva la carrozza. Lui é immortalato seduto al centro d’una vecchia foto (circa 1910) della Società dei Balestrieri. Nella sua lista di queste orrende novità che detestava c’era la macchina da scrivere. E fu così che il babbo sedicenne, che aveva una bella calligrafia, divenno

Bindo Buitoni balestriere, circa 1910

lo scrivano personale del Sor Bindo. Lo prese a ben volere e lo pagava benissimo.

Quelli del dopoguerra furono anni di fuoco e gli scontri fra le fazioni politiche si fecero sempre piú frequenti e violenti. Il babbo simpatizzò subito per il fascismo, credo che fu, come ho già detto, semplice conformismo politico in linea con i suoi amici piccolo borghesi e proprietari terrieri. Non si unì mai a nessuna spedizione di squadristi ma dimostrò le sue simpatie iscrivendosi subito al partito. Non mi é mai stato raccontato cosa succedeva in famiglia perché il nonno Barbino era antifascista, di tipo repubblicano mazziniano e non si tolse mai il gran fiocco nero alla Lavallier e ne pagò anche le consequenze. La nonna divenne subito fascista e per lei Mussolini era il salvatore della patria contro la minaccia bolscevica. Lo zio Angelo, un po’ piú grande del babbo, era ritornato dal servizio militare socialista ed era andato a lavorare con la FAC (Ferrovia Appennino Centrale), ma con gli anni anche lo zio si adattò ai nuovi tempi e divenne fascista, ma credo mai troppo convinto. Esser fascista gli rendeva la vita piú semplice.

Durante l’estate del ’20 il babbo andò col padre ancora fattore a varie trebbiature, lui era responsabile di pesare e contare i sacchi di frumento e trascrivere nel libromastro. Non so dove questo accadde ma un giorno un contadino che trasportava una lenzuolata piena di pula la fece cadere dall’alto sopra il babbo seppellendolo, e nessuno andò ad aiutarlo. Semi asfissiato con la bocca e le narici piene di pula riuscì a sortir fuori tossendo e con gli occhi irritati. Il nonno in quel momento non c’era ed il babbo si riassettò da solo andando in cucina dove le donne lo aiutarono. Gli uomini nell’aia rimasero impassibili, loro non avevano visto niente, come se nulla fosse accaduto. Il babbo non disse nulla a suo padre, forse temeva consequenze piú gravi.

Quando Corradino, un amico del babbo, apprese la storia diede a mio padre una pistola ed lui cominciò ad andare in giro con la pistola in tasca. L’anno dopo, aveva diciassette anni, ritornò nell’aia di quel podere ancora per la trebbiatura e con la pistola ben in vista alla cintura. Questa volta non ci furono incidenti con la pula.

La tensiene fra le fazioni politiche aumentò e con questa anche la violenza. La mamma mi raccontava che il giorno della cresima d’una delle sue sorelle degli squadristi di Città di Castello inruppero in duomo cantando e violentemente scacciarono tutti fuori dalla chiesa. La mamma che aveva sei o sette anni ebbe una gran paura. Ma perché fecero quello? Non lo so, di certo c’erano ancora nel partito fascista, almeno dalle nostre parti, elementi di forti tendenze antimonarchiche ed anticlericali. Alcuni, e ne ho conosciuti, pochi anni dopo si sentirono traditi da Mussolini per aver firmato i Patti Lateranzi e lasciarono il partito.

A quei tempi i miei ancora abitavano alla Fonte Secca ed il babbo quasi ogni sera si incontrava con gli amici al caffé o andava al cinema di Marchino. Allora l’illuminazione pubblica specialmente fuori le mura era inesistente e quando il babbo ritornava a casa traversava il Piazzone ch’era all’oscuro. Una sera d’improvviso si trova uno davanti e non capiva chi fosse e cosa volesse, era pericoloso?

“Chi va là?” chiese e ci fu nessuna risposta. E già aveva la pistola in mano.

Senti dei rumori strani, un clicchettio che pensò fosse quello d’una pistola che si era inceppata.

“Chi va là? Rispondi se no ti sparo.”

Il babbo aveva già comincito a premere sul grilleto quando senti una voce conosciuta:

“Reneto, t’ho fatto paura eh?”

Il babbo lo riconobbe, era Luca, Luca matto come lo chiamavano, un suo coetaneo e vicino di casa, mentalmente ritardato.

“Ma che fai Luca a quest’ora?”

“Mangio i semi!” gli rispose, era quello il rumore ch’aveva sentito.

Questa per il babbo fu un’esperienza traumatica, per poco avreva ucciso un innocente.

Il giorno dopo andò da Corradino e gli restituì la pistola e da quel giorno in casa, anche se ci son sempre stati fucili da caccia, non ci furono mai pistole.

 

Poi un giorno, sempre nel 1921, un Buitoni disse al nonno:

“Dite a quel vostro ragazzo di venire a lavorare da noi, son certo che ci sarà da fare anche per lui.”

E fu così che il babbo entrò al_La Buitoni.

 

stablimento Buitoni, all’inizio del secolo.

30 maggio 2012, Marblehead, MA USA

 

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype: Biturgus (de rado)

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