109f M’Arcordo… il babbo, la mamma (scalza) e la Buitoni aspettando la guerra.

Il viaggio di nozze cominciò a Roma e, a parte momenti memorabili di cui non parlarono mai, mi raccontarono varie storie, ma solo quando ero piccolo; mi sembra che poi col tempo era quasi tutto andato a finire nel dimenticatoio.

Un pomeriggio a Roma decisero di fare una passeggiata. Tutti e due eleganti sortirono dall’albergo, la mamma col cappelino con la retina arrotolata sopra, cosi non le faceva solletico al naso ed il babbo già grassoccello. Camminando lungo la Via dei Fori Imperiali le scarpe nuove e strette (di certo comprate dal Rosati, perché lui vendeve quelle piú alla moda ed eleganti) cominciarono a farle male, ma lei voleva continuare la passeggiata, quella era la sua prima volta a Roma, e c’era solo una cosa da fare. Si allontanò dietro una siepe e si tolse le scarpe. Poi considerando che le calse erano nuove e care, immagino fossero di seta perchè ancora non c’erano quelle di naylon, e si sarebbe rovinate dopo pochi passi, decise di toglirsi anche quelle e le mise nella borsetta. Ritornò dal babbo un po’ sorpreso, lo prese sotto braccio per continuare la passeggiata scalza e con le scarpe in mano come se fosse tutto normale.

”Tanti quì non ci conosce nessuno!” fu il commento della mamma per rassicurlo.

Penso che questo sia successo ad ognuno di noi. Ovvero, viaggiando in un posto lontano, camminando lungo una strada piena di gente dai visi sconosciuti, all’improvviso ci si trova davanti una persona del volto noto, proprio uno del proprio paese. Ma che sorpresa! Magari é uno di quelli a cui non avevamo mai rivolto la parola e forse non eravamo sicuri neanche del nome. Era uno di quelli che conoscevamo di vista, ed immediatemente ci sorridiamo, ci si va incontro e ci stringiamo forte la mano e ci sentiamo rassicurati come avessimo incontrato un vecchio amico.

Come già potete immaginare la storia della mamma scalza non finì mica lì: infatti solo dopo pochi passi, eran dalle parti del Colosseo, s’imbatterono in un signore che il babbo conosceva di vista, proprio uno di Sansepolcro! Purtroppo non m’arcordo chi fosse. Si sorrisero, si fermarono e si strinsero la mano e farsi i dovuti convenevoli per il fortuito incontro, e la mamma con il cappellino e con le scarpe in mano cercava d’essere la piú disinvolta possibile. Questo signore non conosceva mia madre e non sapeva neanche che il babbo si fosse sposato.

Purtroppo non esistono fotografie né del matrimonio né del viaggio di nozze, e tantomeno la foto che vorrei aver voluto di piú: quella della mamma scalza, tutta elegante col cappellino, magari con la veletta sul volto, sottobraccio al babbo e con le scarpe in mano. Peccato!

Penso che il viaggio di nozze durò quasi due settimane ed il babbo non si fece coglionare. E dopo Roma continuarono per Genova, Torino, Milano, Venezia e Firenze. Aveva prenotato il tutto con la CIT, che strano 60 anni dopo mi son trovato a lavorare con la CIT, ma credo allora fosse ben tutt’altra cosa. Viaggiarono in prima classe ed in ogni stazione trovarono un rappresentante della CIT con tanto di cappello e giacca gallonata che li aspettava e li accompagnava fino all’hotel. Ci fu il l’immancabile giro in gondola e la scalata nel tetto del Duomo di Milano per vedere la Madonnina. La mamma, parlando di quel viaggio, spesso commentava un po’ sconcetata:

“E a Genova ci hanno portato a vedere anche il cimitero!” ed il fatto che fosse stato quello monumentale di Staglieno non la convinceva troppo.

1937 Renato Braganti e Luisa Taba poco dopo il matrimonio, il bambino e’ il nipote Riccardo Braganti

Il viaggio finì e tornarono a casa, o meglio al palazzo, finalmente il babbo non dormì piú solo in quel letto monumentale, ma la prese in collo prima di passere la soglia? Questo non é stato tramandato.

La mi’ mamma non ritornò alla Buitoni. Era impensabile che la moglie del Sor Braganti, impiegato dell’ufficio tecnico, ritornasse a lavorare, loro non ne avevano bisogno, o almeno quella era l’immagine da piccoli borghesi che dovevano proiettare al resto del mondo.

Ma quello non fu il solo cambiamento nella vita de la mi’ mamma. Lei, che aveva sempre abitato in una di quelle vecchie e modeste case strette strette di via San Puccio, appiccicate l’una all’altra che sembrano in tal modo farsi forza per stare in piedi, dalle scale ripide ed anguste, si ritrovò ad entrare attraverso un gran portone e salire per le ampie scale di pietra fino all’appartamento al secondo piano del Palazzo delle Laudi, ma questo nome non veniva mai usato in casa mia, per noi era solo il Palazzo delle Loggie. Poi in cucina aveva il rubinetto d’ottone e bastava girarlo e c’era l’acqua corrente, non c’era piú bisogno della brocca di rame per andare a prender l’acqua all’angolo di via Santa Caterina, accanto al laboratorio dei Crudo (erano dei Boncopagni?) marmisti. Davvero un bel cambiamento.

Quello che scrivo é solo per sentito dire, ho solo memorie indirette, ero troppo piccolo quando abbiamo dovuto traslocare, ma di questo ne parlerò piú avanti.

Ma chi abitava allora, alla fine del 1937, nel Palazzo delle Laudi, quando mia madre arrivò con il baule di legno col corredo? Serse Bartolomei era il proprietario e credo che fosse stato lui a comprarlo dai Marini e con sua moglie, la signora Sofia Buitoni, la figlia del Sor Gherardo occupava l’appartamento al primo piano. Avevano un bambino di nome Massimo e poi a suo tempo ereditai alcuni dei suoi giocattoli ed anche vestitini, che anche se di seconda mano era roba da signori. Poi c’era la madre di lui, la signora Carolina, una donna piccola piccola come la descriveva mia madre e che poi divenne la potrettrice di mia madre.

Come ho già detto mio nonno, allora fattore del Sor Serse e del Sor Gherardo, aveva avuto in concessione per tutta la sua famiglia, quattro persone con l’arrivo della mamma, l’uso di tutto il secondo piano, incluso il gran salone, quello dove oggi si riunisce il Consiglio Comunale. A quei tempi questo era del tutto vuoto, con l’eccezione d’un monumentale tavolo da biliardo dell’ottocento al centro. Naturalmente il nonno non pagava l’affitto. Poi c’erano i casieri, Riccardo e la Cesira. Lui era un faccendiere che s’occupava di tutti piccoli lavori di manotenzione della casa e sopra tutto era sua la responsabilità della caldaia a carbone del riscaldamento, mentre la moglie era cuoca e cameriera allo stesso tempo e stava sempre in cucina con la Sora Carolina.

Sansepolcro, Palazzo delle Laudi, oggi sede del comune.

Al centro del cortile c’era un grand’albero di mognolie e di questo me n’arcordo, e le sue fronde salivano fino al secondo piano, ce rimaso un bel po’ anche dopo guerra. Dal porticato interno del secondo piano si potevan cogliere i gran fiori bianchi e carnosi, almeno così mi é stato arcontato. Ma proprio quei fiori erano un problema: a primavera emanavano un profumo così forte, così intenso che faceva venire il mal di testa.

A quei tempi i loggiati che davano nel cortile interno, primo e secondo piano, erano aperti e non protetti dalle grandi vetrate come oggi. Anche se le stanze erano intercomunicanti, spesso si doveva sortire all’aperto per andare da una parte all’altra della casa e questo era un bell’inconveniente d’inverno quando faceva freddo, con il vento certe volte si doveva spalare le neve.

La Sora Sofia non amava abitare nel palazzo, preferiva la villa di San Martino, oltre Gragnano per la via di Montedoglio, e sopratutto l’appartamento a Firenze. Si diceva che lei odiasse lo scampanio per la prima messa in Duomo, a quei tempi ancora in fase di restauro, ma le campane le suonavano lo stesso. Mi raccontavano anche che con i restauri sparì un piccolo terrazzino sospeso in alto sul muro interno della navata sinistra del Duomo; vi si accedeva direttamente dal palazzo, in tal modo la Sora Carolina poteva andare a messa senza sortir di casa. La nonna Vittoria si sentiva molto onorata quando veniva invitata. Chissà come gongolava a farsi vedere dalla plebe giú in basso, fra le colonne.

Il suono delle campane era davvero un gran problema per tutti, ma non per il babbo. Lui sortiva di casa ogni mattina alle quattro e mezza, era in fabbrica alla Buitoni, prima che gli operai del primo turno delle cinque iniziassero il lavoro, era lui responsabile che le quantità stabilite fossere prodotte nei tempi giusti. Il babbo continuò questa routine fino al 1963, quando poi si trasferì allo stablimento di Roma. Forse ecco il perché ancora oggi io sono un gran mattiniero, ho eraditato da lui un patrimonio genitico che mi fa svegliar presto?

L’altro grande cambiamento per la mamma fu il fatto che ora viveva con la suocera, e questo non fu una cosa facile. Era sempre pronta a comandare e a criticare e la mamma abbozzava.

A proposito della nonna Vittoria in casa si raccontava una storia che era indicativa della sua personalità. Come ho già ho arcontato tante volte il nonno era conosciuto da tutti come “il Barbino” e lui stesso di certo non avrebbe risposto se uno l’avesse chiamato Luigi, con eccezione della nonna. Lei odiava quel soprannome, non era decoroso, roba da contadini; lei voleva esser conosciuta come la moglie del Sor Luigi, fattore della Grillaia e di San Martino nonché mediatore e sensale. Il portone del palazzo era quasi sempre aperto, così spesso capitava, specialmente la domenica mattina, che qualche contadino che cercava il nonno entrasse nel cortile e si mettesse a berciara “Barbino! C’é il Barbino?” La nonna furiosa si affacciava dal loggiato e immancabilmente diceva che non c’era, anche quando il nonno era in casa. Poi dava la sua lezione al villano ricordandogli che suo marito era il Sor Luigi Braganti, e doveva esser chiamato solo con quel nome. In ogni modo una mattina non ebbe il tempo di impartire la sua lezione, prima che potesse aggiungere altro lo sprovveduto incalzò: “Ma c’é alora la Sora Barbina?” Dire che la nonna si infuriò é dir poco e scacciò via lo sprovveduto, che forse non capì perchè si fosse tanto arrabbiata.

E il nonno come reagiva a tutto questo? Semplice. La ignorava e continuava a fare come se nulla fosse. Lui era il Barbino, figlio del Barbone sensale, quello ch’aveva la barba lunga che gli arrivava all’ombelico e che quando era freddo o tirava vento l’abbottonava entro il gilè, e proprio per questo gli avevano appioppato quel soprannome, quando non aveva ancora dieci anni. In parole povere il nonno la ignorava e lui era sempre gentile con al mamma e perchè forse proprio le sue modeste origine la sentiva piú vicino a lui. E quando parlava di lei non c’era occasione che non dicesse “La mi’ Lisina.” Come fosse la su’ figliola e non la nuora.

Quelli furono gli ultimi anni di pace almeno in Italia ed anche di gloria. La recente conquista dell’impero sembrava aver portato al culmine il prestigio del regime. Poi venne l’invasione ed occupazione dell’Albania, e Vittorio Emanuele acquisì un nuovo titolo: re d’Albania e a Roma per celebrare l’evento fu anche eretto un monumento a Scanderbeg, in piazza Albania naturalmente. Mi domando quanti saranno stati a Roma quelli che sapevano chi fosse stato George Kastrioti Skanderbeg.

Sembrava che non ci sarebbero stati limiti, la nostra espansione si srebbe fermata solo dopo aver creato un nuovo Impero Romano.

E non bastava, ci voleva anche un nuovo calendario, quello dell’Era Fascista. Ancora, e ce ne sono tanti in giro, potete vedere che molti monumenti e lapidi di quei giorni ci sono sempre due date, quella normale del calendario gregoriano e poi ce n’è un’altra, quella dell’Era Fascista, sempre con i numeri romani. L’era cominciava il 29 ottobre del 1922 e da quella data si cominciava a contare. E con questo erano nate varie nuove festività civili, degne d’essere commemorate. Cominciamo coll’ 1 feb. Fondazione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (le Camicie Nere, la polizia del partito che faceva concorrenza ai Carabinieri e alla Pubblica Sicurezza. Proprio imitando questa Hitler creò le SA e le SS). 11 feb. la Conciliazione col Vaticano (dopo i Patti Lateranzi del 1929, e con l’avvento di questa fu eliminato il XX set. la Breccia di Porta Pia segretamante ricordato dai Massoni e dai Repubblicani). 23 mar. Costituzione dei Fasci di Combattimento. 21 apr. Natale di Roma, era la maniera per reiterare che le nostre radici erano le stesse della gloriosa Roma (questa per la mi’ mamma era la preferita, era anche il suo compleanno) ed infine la piú importante, il 28 ott. La Marcia su Roma, il punto di riferimento di tutto il regime. Infine nel 1937 si aggiunse al calendario una nuova festività: il 9 maggio, Fondazione dell’Impero. Il tutto fu spazzato via nel 1945 e sopravviso solo la Conciliazione, il Vaticano e la Democrazia Cristiana al potere non avrebbero soppresso questa festa.

E in questo clima celebrativo anche a Sansepolcro ci furono parate ed adanute per celebrare le varie feste e le visite di gerarchi vari, come in questa foto del 1938. Le ragazze della Buitoni, quelle piú belline, sempre in prima fila, ma sceglierle era una delle responsbilità del babbo? La mamma non c’era, lei era sposata e non partecipava a queste manifestazioni. Credo che questa sia l’unica foto del babbo fascista con tanto di cappello con l’aquilone.

1938, Sansepolcro, adunata fascista con le operaie della Buitoni. Si intravede Renato Braganti sulla sinistra

Questo periodo della vita de la mi’ mamma ha uno strano legame con South Hackensack in New Jersey, passato il Washington Bridge, lungo la route 80 che va ad ovest, ma questa ve l’arconto nel prossimo M’Arcordo… per oggi basta, se no vado troppo per le lunghe e ho anche sonno.

 

4 ottobre 2012, Marblehead, MA USA

 

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype: Biturgus (de rado)

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