109g M’Arcordo… la Buitoni ad Hackensack, NJ.

Di quel periodo, dei miei, della Buitoni prima della guerra ed anche prima che io nascessi, ne ebbi una inaspettata testimonianza nel 1990 ed in un luogo molto lontano da Sansepolcro, a River Edge in New Jersey.

A quel tempo lavoravo ancora all’Alitalia a Boston quando all’inizio dell’estate il grande capo, quello con l’ufficio spazioso con due finestre che danno sulla Fifth Avenue a New York, d’improvviso mi convocò. Ed anche se era un amico e ci davamo del tu, quando ricevetti quella telefonata così ufficiale cominciai a preoccuparmi, ma che ho fatto? qualcosa di male? Poi quando l’incontrai cominciò con la fatidica frase, quella che sembra una chiamata alle armi:

“Fausto, la compagnia ha bisogno di te!”

E questa l’avevo sentita prima. Capii subito che era giunta l’ora di fare la valigia. Mi chiese, o meglio lo fece a nome di questa entità astratta di nome “compagnia”, se ero interessato ad andare a dirigire l’ufficio del New Jersey, dall’altra parte dell’Hudson River, per importanza il secondo negli Stati Uniti e considerando la composizione del mercato (agenti di viaggio ed operatori turistici) di certo il piú difficile da gestire. Nel rituale aziandale era una domanda che aveva una sola risposta: quella affermativa, il teoretico rifiuto voleva dire la fine di ogni possibile carriera. Ed io dissi di si, non aveva alternative. Dovere si, ma ero anche contento e soddisfatto.

Il mio nuovo ufficio non sarebbe stato a Newark Airport ma a Rochelle Park, un piccolo paese di cui fino a quel giorno non ne conoscevo l’esistenza ma a solo mezz’ora di macchina da Manhattan.

E pensare che fino a non molto tempo prima ancora speravo d’andare in Africa. Per anni le mie aspirazioni postcoloniali e fuori moda erano state quelle d’esser mandato a dirigere un ufficio Alitalia in un posto come Addis Ababa o Nairobi, anche Abidjan non sarebbe stato male, ma non Lagos, nessuno vuole andare a Lagos e neanche Joannesburg, li c’era ancora apartheid. Ma, si vede che quei famosi bisogni della compagnia non collimavano coi miei.

Steinberg, view 9th avenue

Quando finalmente arrivò il fatidico giorno delle “consegne”, con tutto un protocollo dal complesso rituale, partii dalla sede centrale in Fifth Avenue con il mio grande capo, il suo addetto amministrativo con assistente e l’immancabile gran borsata piena di carte. Anche se vicino a New York, quella era la seconda volta che traversavo il Washington Bridge e la prima l’avevo fatto solo perché avevo sbagliato strada. Come nella classica e mitica copertina del New Yorker, dove Manhattan é il centro del mondo, l’altra parte dell’Hudson River mi pareva fosse quella d’un paese lontano, misterioso ed anche ostile, roba da pionieri. Dopo aver traversato il gran ponte sospeso abbiamo imboccata la route 80, una striscia d’asfalto a otto corsie (4+4) per poi uscire dopo non molto ad Huckensack, e ci siamo sperduti in una zona industriale con capannoni, fabbriche e magazzini da ogni parte. Ero preso da tutti i miei pensieri, dalle preoccupazioni per le nuove resposabiltà nell’andare a dirigere un ufficio “difficile”, il cui manager precedente aveva dato le “dimissioni”. Poi all’improvviso, mentre con lo sguardo distratto continuavo ad osservare quel susseguersi di edifici ognuno piú brutto di quello precedente, nell’alto d’una struttura che dominava tutte quelle circostanti ho visto un marchio che conoscevo da sempre, che mi aveva seguito sin da quando avevo imparato a leggere. Lassú in cima a quel muro a grandissime lettere rosse in parte sbiadite dal tempo ho letto:

Ecco! Anche Giovanni Buitoni aveva traversato il ponte, e l’aveva fatto piú di cinquant’anni prima di me! E pensare che io Giovanni non l’ho mai incontrato, ma ne ho sentito parlare molto e proprio per questo v’arconto la storia, ma solo come l’han detta. E non ho nessuna prova per confermarne la veridicità.

Giovanni (1891-1979) era uno dei cinque fratalli perugini che dopo il 1927 presero il controllo dell’azienda e le diedero una dimenzione internazionale. Lui ai nostri tempi sarebbe stato definito un playboy ma allora era forse solo un aitante rubacuori rampante ed anche con i soldi, e questi contano e come!

Luisa Spagnoli e Francesco Buitoni, il babbo di Giovanni, avevano fondato la Perugina a Perugia all’inizio del secolo. Lei era signora elegante e raffinata, une grande dame de la Belle Epoque, e cosa rara per quei tempi era anche una vera donna d’affari che maturando aveva raggiunto la gloria d’una inresistibile bellezza, una maliarda.

L’incontro dei due non fu fortuito, diciamo ch’eran di casa e anche se fra i due c’era una differenza di circa quindicianni il giovane allievo trovò una maestra ansiosa d’insegnare tutto quello che sapeva. E lui passò a pieni voti e divennero inseparabili e non solo negli affari.

Giovanni si coinvolse nello sviluppo della Perugina e si dice che fu proprio lui che non soddisfatto del nome dato ad un nuovo cioccolatino, con un’intera nocciola al centro, decise di cambiarlo. Aveva giustamente pensato: ma chi avrebbe mai comprato una confezione da regalare all’amorasa per poi dirle:

“Cara, ecco ti ho portato una scatola di Cazzotti.” ?

E lui li ribattezzò “Baci”. Ed ebbe ragione, fu l’inizio d’un gran successo che continua ancora a giorni nostri, frutto dei destini incrociati di quella coppia, di cui si pettegolizzò tanto e che quest’oggi nessuno ricorda. In seguito, e non so come fu, i Buitoni acquisirono gran parte del pacchetto azionario della Perugina.

Ma perché Giovanni Buitoni andò in America se le cose andavano cosi bene? E questa è un’altra storia che m’hanno raccontato.

Giovanni, come quasi tutti in famiglia, era fascista e come tale era diventato podestà di Perugia o forse aveva un altro titolo? Nel 1939 Mussolini in persona venne a Perugia per presiedere all’inagurazione d’un nuovo acquedotto. Il culmine della cerimonia fu quando il duce, con al suo fianco Giovanni, aprì un rubinettone ed un getto d’acqua sgorgò nella fontana. Applausi, esclamazioni di giubilo dei membri delle varie organizazioni fasciste, tripudio della folla e la banda che suonava a tutto fiato. E tutti furon felici e contenti, ma non per molto.

Il giorno dopo il grande evento Giovanni era in ufficio quando una segretaria inruppe in ufficio:

“Urgente, c’è Mussolini al telefono, in persona!”

La conversazione fu breve, anzi brevissima:

“Buitoni! Ho accettato le tue dimissioni!”

Sbattendo giú il telefono e senza che lui avesse il tempo di rispondere.

Le bugie hanno le gambe corte ed ecco cos’era successo: i lavori dell’acquedotto erano andati per le lunghe e quando arrivò il giorno dell’inaugurazione non erano terminati e l’acqua non c’era. Non si poteva fare una brutta figura davanti al duce. Fu fatto venire un autobotte dei pompieri e dopo averla ben nascosta fu collegato un tubo alla condotta della fontana e così avvenne un miracolo: al momento giusto apparva l’acqua zampillante. Ma anche Giovanni aveva qualche nemico, o forse era stata solo invidia, e in poche ore il sotterfugio della cerimonia pagliacciata arrivò al duce, che di certo si incazzò ed anche di brutto.

Giovanni pensò che non bastavano le dimissioni, era giunta l’ora di fare la valigia. I Buitoni avvevano già iniziato l’espansione all’estero ed avevano costruito uno stablimento a Parigi e lui pensò che forse sarebbe stata una buon’idea andare a New York. E come diceva una vecchia canzone degli emigranti “L’America è grande…” Là c’era un gran potenziale.

Di certo lui fu uno di quei rarissimi emigranti che viaggiò in prima classe e che ogni sera si mettva lo smoking per andare a cena.

New York, negozio Perugina nella 5th Avenue

Il negozio Perugina in Fifth Aveenue fu l’inizio. Penso che proprio prima della guerra fosse l’unico negozio di prodotti italiani. Ci fu poi la costruzione dello stablimento in New Jersey ed anche un nuovo tipo di ristorante nella 42nd Street. Una “Spaghetti House” un concetto nuovo, una specie di fast food dove si prendeva un piatto di pasta e via. A suo tempo me ne parlò il cugino Umberto.

Giovanni si era anche sposato con una bella e sofisticata signora, Donna Letizia. Rapidamente i due entrarono nel giro dell’alta società newyorkese, qualla che era di casa al Waldorf Astoria o al St. Regis, lei sempre con hautes coutures di grandi firme e lui sempre in un ippeccabile frack. Ho scoperto molti anni dopo la sua morte che era stato anche membro del prestigioso Circolo del Tiro a Segno, il piú esclusivo dei club italiani, quello fondato a suo tempo sotto il patrocinio di Garibaldi.

Ma poi venne la guerra e non so cosa successe, di certo finì il flusso dei prodotti Perugina, nienti piú Baci per conquistare la gole ed il cuore delle ragazze americane, ma almeno la pasta poteva esser prodotta ad Hackensack senza problemi.

Giovanni ritornò in Italia, a Sansepolcro, nel 1952 al tempo delle grandi celebrazioni per il 125 anniversario della fondazione della Buitoni, ma di questo ne parlerò piú avanti.

Per ora ritorniamo al luglio del 1990.

Pochi giorni dopo il mio arrivo a Rochelle Park in New Jersey, mentre ero nel mio ufficio, mi annunciarono che c’era una telefonata per me:

“C’è un italiano, dice d’essere un amico personale, non ho capito il nome” mi disse la segretaria.

E questo fu il saluto dello sconosciuto:

“Oh, ma che fi da ‘ste parti, so’ Libero! T’ho artrovato!”

“Libero?” avevo subito capito ”Libero! Ma ‘n do’ sei?”

“So’ qui, qui in New Jersey con la Jane”

Era Libero Alberti con la moglie, la Jane (pronuncia iane alla Borghese) Maneri. E così ci incontrammo ed anche assieme alla Gabriella Piomboni facemmo una bella rimpatriata di quattro Borghesi, e per celebrare andammo ad un ristorante cinese a New York.

Anche Guido Maneri, il babbo della Jane, tant’anni prima aveva fatto la valigia e dal Borgo era arrivato fino ad Hakensack in New Jersey. E non era stato il solo, con lui era partito anche un altro Borghese, Ezio Zoppi. I due erano due bravi meccanici della Buitoni a Sansepolcro ed ambedue parlavano l’inglese, cosa rara a quei tempi. Ambedue erano stati presi prigionieri, penso dopo la battaglia di El Alamein e portati negli Stati Uniti, ma non assieme. Avevano passate le lunghe e tediose giornate nel campo studiando ed impararono l’inglese. Finita la guerra tornarono al Borgo, la Buitoni in fase di ricostruzione li aspettava.

Alla metà degli anni cinquanta fu il loro turno di ricevere la chiamata:

“L’azienda ha bisogno di voi!” e furono loro a fare la valigia ed andare ad insegnare a quelli di Hackensack come si fa la pasta. Poi furono seguiti dalle famiglie e fu cosi che la Jane e la Rina arrivarono in New Jersey (loro si che dovrebbero scrivere dei M’Arcordo…!)

In quelle prime settimane nel mio nuovo lavoro mi incontrai spesso con Libero e Jane e furono loro che un giorno mi invitarono ad andare a trovare la Sig.ra Mariettina, la vedova di quell’Ezio degli Zoppi di via San Puccio, arrivato negli USA molt’anni prima. Lei abitava a River Edge, a pochi chilometri di distanza dal mio ufficio, ed era una vera Borghese, ma che coincidenza, davvero il mondo è piccolo. Quel giorno ebbi anche la bella sorpresa di rivedere la figlia Rina, che non vedevo daglia anni sessanta. Una bella inaspettata ardunata de Borghesi in New Jersey.

La signora Mariettina, sempre dolce e gentilissima a suo modo mi adottò e spesso mi invitò a cena preparandomi belle cenette nostrani e racontandomi del Borgo di prima della guerra, del mi’ babbo e sopratutto della mi’ mamma, giovane e bella sposina, loro erano state amiche. Si ricordava di quel famoso matrimonio alle sei di mattina. Mi parlava di tutti e di tutto con tanto affetto e spesso mi commoveva. Nelle sue descrizioni mi pareva d’essere per la Via Maestra negli ‘40 che non conoscevo, e pensare ch’eran passati 50 anni e che eravamo in New Jersey.

Lei era una Lazzarelli ed aveva due sorelle piú grandi, ed aveva imparato a fare la sarta. E questa è la sua storia come me la ricordo, spero che Rina mi corragga e che la possa ampliare.

Nel 1940 allo scoppio della guerra Ezio Zoppi fu fra i primi ad esser richiamato e partì da Sansepolcro per la Libia. Era scapolo e senza fidanzata e come lui ce n’erano tanti altri. Qualcuno, e fu una buon’idea, pensò che sarebbe stato utile per tener alto il morale di questi baldi giovanotti di trovar loro una ragazza corrispondente con cui scambiar lettere. Questo avrebbe allievato la durezza della guerra, anche se per poco. La signora Bellini, moglie del segretario comunale, era molto attiva nelle organizazioni femminili del partito fascista e fu lei che organizzò delle riunioni con delle giovani ragazze nubili senza legami sentimentali convincendole a scrivere a soldati lontani, anche se non li conoscevano. Il loro sarebbe stato un contributo al successo della guerra. Quando venne il momento Mariettina scelse Ezio fra i vari soldati della lista che le venne presentata. Lei lo conosceva solo di vista. E cosi iniziò una fitta corrispondenza che presto prese un tono romantico. Una sera, all’ora di cena, ci fu una visita inaspettata a casa di lei. Ottavio Zoppi, il babbo di Ezio, con il vestito scuro della domenica, venne a chiedere formalmente al babbo di Mariettina la mano della figlia a nome di suo figlio. Sorpresa! Lei non sapeva niente, forse la lettera che la informava di questo non era ancora arrivata? Fu deciso un matrimonio per procura e lui avrebbe avuto una licenza matrimonaniale. Ma venne El Alamein e non ci fu ne’ matrimonio e ne’ licenza. Lui fu fatto prigioniero e dopo un incredibile e periglioso viaggio iniziato ad Alexandria finì in un campo di prigionia nel deserto dell’Arizona (?). E fu difficile anche per lei. Rimasta sola nel giugno del ’44 segui la sorella Gemma e la sua famiglia a Milano. La tragica morte del cognato Armando ai primi di maggio del ’45 fu per tutti i sopravvisuti l’inizio d’un periodo difficile e durissimo. Mi sembra di ricordare che Mariettina trovò un lavoro in una sartoria.

A guerra finita Ezio iniziò il suo lungo viaggio di ritorno ed arrivato a Sansepolcro la prima cosa che fece si mise a cercarla e scoperto che lei era a Milano partì subito. Anche questo fu un viaggio disastroso nell’Italia del primissimo dopo guerra, mi sembra che ci mise tre giorni. Una mattina, mentre lei lavorava in sartoria, Ezio, inaspettao, le comparve davanti e pensare che non sapeva neanche se fosse stato vivo o morto. Sentivo nella voce di Mariettina, quando mi raccontava questa storia, una grande emozione come se nuovamente vivesse quei momenti. Formalmente si strinsero la mano, e lui la invitò ad uscire e benchè non conosco le parole esatte di quello che le disse ricordo il contenuto del suo discorso:

“Mariettina, ci hanno già rubato cinque anni della nostra vita, non abbiamo tempo da perdere, e se i tuoi sentimenti non sono cambiati e se tu vuoi, ci dovremmo sposare subito.”

E così fecero ed io ancora mi commuovo ricordandoli.

PS: la storia della Buitoni e dei suoi protagonisti in America non e’ finita.

26 ottobre 2012, Marblehead, MA USA

 

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype: Biturgus (de rado)

Una Risposta to “109g M’Arcordo… la Buitoni ad Hackensack, NJ.”

  1. giuliana casi Says:

    a proposito di Luisa Spagnoli, ho saputo da poco,attraverso un documentario, che è la fondatrice della omonima casa di moda con sede a Perugia,ma soprattutto che quest’attività nata come maglieria di lusso, ha avuto origine con l’invasione di colonie di conigli d’angora nel parco della villa in cui viveva con Giovanni Buitoni.Come vedi , piove sempre sul bagnato! Qualche anno fa , accompagnando mio marito in questa azienda per una consulenza, ho conosciuto la titolare dell’azienda che è la nipote,ma solo dopo aver visto questo documentario ho notato anche la somiglianza fra nonna e nipote.

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