111b M’Arcordo… la Buitoni viene saccheggiata e distrutta, il babbo è disoccupato e il passagio del fronte .

la Libia, la quarta sponda
la Libia, la quarta sponda

All’inizio della guerra (giugno 1940) il babbo aveva comprato una gran e dettagliata carta geografica della Libia. Di certo l’aveva ordinata alla CTI, infatti il prestigioso Touring Club Italiano dal nome troppo inglese, era stato ribattezzato Consociazione Turistica Italiana. L’appese al muro e piú o meno ogni giorno, dopo aver letto il giornale ed ascoltato i bollettini di guerra, muoveva delle bandierine tricolori per puntualizzere la gloriosa avvanzata delle nostre truppe. Il babbo era ottimista, non solo non aveva dubbi sulla nostra vittoria finale ma si sentiva particolarmente vicino a quelle truppe che ripercorrevano le stesse piste che lui aveva conosciuto quasi vent’anni prima. Ma le cose poi non andarono come sperava e non so quando, ma lo posso immaginare, scoraggiato e triste un giorno l’arrotolò e la gettò sopra un armadio, così non avrebbe dovuto mettere le bandierine in ritirata. La ritrovai lassú, coperta di polvere, 15 anni dopo durante il trasloco. Ma la fotografia del colonnello Salvatore Castagna dalla testa pelata, quello della canzone “Colonnello non voglio il pane…” mitico difensore di Giarrabub rimase appesa in salotto fino a quando cambiammo casa nel ’57.  Nel 1924-25 il mi’ babbo era stato sotto il comando del giovane capitano Castagna a Misurata Marina.

Il babbo continuò a lavorare una media di 12-14 ore al giorno, sette giorni alla settimana. Solo verso settembre ed ottobre, riusciva a rubare una domenica per andare a caccia e qualche pomeriggio per andava a pescare con Dario Alberti; i due erano amici e per questo non parlavano mai di politica. La mamma si lamentava che non lo vedeva mai, e se poi prendeva un giorno festivo se ne andava a caccia.

Le materie prime necessarie alla produzione cominciarono a scarseggiare, la farina ed il semolino eran diventati sempre piú difficili da trovare. Fu in questi tempi di magra che cominciarono a macinare un po’ di tutto. Olre al granturco usarono fagioli, ceci, piselli ecc. Utilizzando queste farine di tutti tipi inventarono la “vegetina”. Gli operai, sopratutte le operaie, cominciarono a diminuire, sempre piú spesso non c’era niente da fare.

Alla fine del 1942 cambiammo casa, il Sor Serse aveva venduto il Palazzo delle Laudi al PNF, che fu ribattezzato Palazzo del Fascio, ma non per molto. M’ero dimenticato di dire: in casa mia lo chiamvano sempre il Palazzo delle Loggie.  Noi non si andò lontano, forse cento metri, in via della Firenzuola 49, nell’appartamento al secondo piano della casa di Gianni Melandri: niente acqua calda, niente vasca da bagno e licite maleodorante col tappo. Il bagno si faceva in cucina, a turni, il mio era il sabato pomeriggio. L’appartamento era grande e come tanti nella parte vecchia del paese era frutto d’un gran numero di rifacimenti che si era susseguiti nei secoli a seconda delle necessità: muri buttati giú ed altri eretti, nuove porte d’accesso, corridoi e scalini un po’ dappertutto, c’era una soffitta ed un gran terrazzo sul tetto. Avevo paura d’andare in cantina, soffitto a volta e senza finestre, sembrava la segreta d’un castello, c’erano poi due piani che si sprofondavano per una scala stretta stretta nel sottosuolo, ma non ci s’andava mai.

I Melandri abitava al primo piano e Gianluigi e Piero sarebbero poi diventeti i miei primi amici e l’orto che dava su via della Castellina il regno incontrastato e sicuro dei nostri giochi.

In casa c’era la radio, una Phonola gigantesca e non so’ quando il babbo cominciò ad ascoltare radio Londra e fu proprio da questa che apprese dello sbarco degli americani in Sicilia. La guerra, quella vera con le bombe in casa, s’avvicinava, era inevitabile.

Penso che sia l’ora di fare una precisazione. Io della guerra, o meglio come si diceva allora, del passaggio del fronte, me ne ricordo poco, anzi pochissimo. Spesso mi son domandato se i miei ricordi sono per davvero i miei o sono l’eco di quelli degli altri che ho sentito narrare tante volte. Il racconti della guerra ancora fresca nella memoria collettiva venivano spesso ricordati in famiglia e poi c’erano quelli degli altri che sentivo quando s’andava a veglia. Di certo le varianti erano comuni, e non solo s’arcontava quello ch’era successo ma penso ch’era frequete il caso in cui si diceva quello ch’avrebbero voluto che fosse successo. A questo punto é inutile speculare, io ve l’arconto come me n’arcordo.

Diciamo inoltre che i ricordi seguono un’evoluzione darwiniana, regolata da una loro selezione naturale, muoini quelli deboli, non interessanti, vengono soppressi quelli brutti e cattivi o che portano discredito al protagonista, è meglio metterci ‘na pietra sopra. Poi infine ci sono gli altri, i sopravvisuti, quelli che si s’ingigantiscono, s’abbeliscono, diciamo si evolvono, diventano epici assieme al protagonista.

Allora?

Arrivò il 25 luglio (1943) e poi venne anche l’8 settembre.

Il mi’ babbo m’arcontava che la notizia della caduta di Mussolini arrivò a Sansepolcro a sera. Era stato proprio il suo Gran Consiglio a metterlo in minoranza. Era una domenica calda e molta gente era al Teatro Dante quando il segretario comunale Bellini salì sul palcoscenico ed annunciò che il duce aveva perso il potere e che il re aveva dato l’incarico al generale Badoglio. Per una strana coincidenza l’operetta che i Borghesi erano andati a vedere era “Addio Giovinezza”. Ci furono dei timidi applausi ed alcuni ben noti fascisti presenti si alzarono subito e quatti, quatti si allontanarono.

Passarono sei settimane piene d’incertezze ed arrivò l’armistizio, l’8 settembre, e per un breve momento di euforica illusione si voleva credere che la guerra fosse finita. Ma non fu così, al contrario, il peggio doveva ancora venire.

Il babbo andava al lavoro come prima, ma la produzione continuava a diminuire, le provviggioni continuavano a diminuire, c’erano giorni che intere squadre si guardavano in faccia, non c’era niente da fare.

I tempi erano duri, ma come precisava la mamma:

“… ma almeno non s’è mai patito la fame.” 

carta annonaria
carta annonaria

Dall’inizio della guerra era iniziato il razionamento ed erano comparse le carte annonarie, seguite dal mercato nero. Penso che i miei s’eran fatti una buona scorta di pasta ed anche quella glutinata per me. Il nonno fattore era sempre in giro per le campagne e gli Antonelli, i nostri parenti del ricco podere della Pieve Vecchia (oggi l’Oroscopo) di certo non ci facevamo mancare l’essenziale.

In molti hanno già scritto degli eventi di questo periodo, il primo credo che fu il prof. Giovanni Ugolini che nel 1945 pubblicò “É passata la rovina da Sansepolcro”. Poi ci sono i lavori di Arduino Brizzi e quelli d’Andrea Bertozzi ed altri che non conosco.

Io ho ben poco d’aggiungere, mi limiterò a quello che riguarda la mia famiglia.

Verso giugno del 1944 anche i fascisti di Sansepolcro avevano capito che le speranze di vittoria eran pochine: ed il fronte si stava avvicinando. Impaccarono quel che potevano e partirono per il nord. Ci furono quelli che non ritornarono più. La mamma nervosa vedendo quest’esodo chiese al babbo cosa avremmo fatto noi.

“Niente” rispose lui sicuro ”noi s’armane. Io non ho mai fatto del male a nessuno, anzi quando ho potuto ho anche aiutato chi era in pericolo. Nessuno mi fará niente.”

Noi rimanemmo al Borgo almeno per un po’ ed il babbo andò a lavorare sempre di meno, c’era ben poco da fare. Non so se di quei tempi continuò il solito giro col Sor Marco.

Le notizie eran  sempre piú confuse e spesso contradittorie. Il babbo mi avrebbe poi raccontato dei grandi convogli tedeschi e fascisti in ritirata che risalivano verso Verghereto o Viamaggio, dei partigiani alla macchia, dei bombardamenti e della paura che dominava su tutto e su tutti. Fu deciso di andare ad abitare giú pel Borgo Novo, angolo via Sant’Antonio, nella casa della zia Jennie. Quella casa aveva dei gran fondi profoni sotto terra, piú sicuri di quelli di casa nostra durante i bombardamenti.

La cucina di questa casa aveva una finestra che dava sull’Agio Vecchio e fu proprio affacciandosi a quella finestra la mamma si prese una fucilata. E questo M’Arcordo… l’ho gia arcontato.

https://biturgus.com/2010/06/20/78-non-m%E2%80%99arcordo%E2%80%A6-quando-hanno-sparato-a-la-mi%E2%80%99-mamma/

 Era arrivata l’ora di “sfollare”.  Infatti dopo quel colpo di moschetto i miei decisero poi ch’era meglio lasciare il paese ed andare alla Pieve Vecchia. Poi pensarono che anche questa non era un luogo sicuro, era troppo vicina alla Tiberina 3bis. Le disperate truppe tedesche in ritirata potevan certo esser pericolose. Penso ch’eravamo verso la fine di giugno o ai primi di luglio.

Ci furono bombardamenti sempre piú frequenti e le bombe eran sempre seguite da gran botti che terrorizzavano un cittino come me. Fu proprio di questi tempi che il mi’ babbo, come Guido (Benigni, nella “Vita è Bella”, il babbo di Giusué) cominció a dirmi una bugia rassicurante esclamando:

“Fausto, hai sentito che botto! Di sicuro il cacciatore ha preso ‘na lepre.” E a quell’età quello che dice il babbo non si discute, è una verità assoluta. Nel mio piccolo mondo i cacciatori erano i grandi eroi. Giá seguivo le avventure venatorie del babbo e dei suoi amici, e per me i fucili servivano solo per andare a caccia. E con la certezza che avevano preso una lepre mi passava la paura, anzi ero contento.

Un giorno,  mentre camminavo col babbo e suo cugino Gino (Antonelli) lungo un viottolo alla proda d’un campo, fra la Pieve Vecchia e Colaccia, sentimmo il rombo d’un aereo in picchiate e ci gettammo in un fosso. Una bomba lanciata esplose a circa 50 metri da noi. Il botto fu grande e ricordo ancora lo spostamento d’aria che mi mozzò il fiato ed io cominciai a piangere. Il mi babbo cercava di consolarmi raccontandomi del famoso cacciatore, che aveva sicuramente colpito una lepre. Convinto dalle sue parole io lo volevo vedere, magari tenendo la povera lepre per le orecchie. A questo prontamente lui rispose che non potevo perchè lui s’era nascosto, e che sarebbe rimasto così fino a quando non avrebbe presa la seconda lepre, perchè questi animali vanno sempre in coppia. A questo punto rimasi in impaziente attesa del secondo botto, che per fortuna non venne mai!

Il cratere di quella bomba rimese in mezzo al campo per un bel po’ e quando pioveva diventava uno stagno.

Dopo questo pensarono che sarebbe stato più sicuro salire in collina. Don Silvio di Misciano fu generoso ed aprì la parrocchia e la chiesetta a tutti. Don Silvio era un anziano parroco di campagna e si raccontava che proprio in quei giorni, passando per il Piazzone trovò una compagnia di soldati tedeschi che abbattevano i grandi alberi (platani o tigli?) del viale:

“Ma perchè li buttate giù? Ci han messo cent’anni per diventare così grandi e belli. Fanno il fresco d’estate.”

“Alberi malati.” Rispose un ufficiale.

“Voi sete malati, malati ‘n tu’ la testa.” Rispose lui.

“Cosa? Casa dici?” forse non aveva capito, e fu meglio così per Don Silvio che si allontanó sconcertato d’un tale inutile scempio.

Non eravamo stati i soli ad avere l’idea di salire in collina, infatti quando arrivammo a Misciano, sopra il Poggio della Fame, la chiesa era giá piena di gente. M’arcordo che gli uomini accatastavano le panche da un lato della chiesa, mentre le donne allineavono i materassi per terra e i citti correvano da tutte le parti. Io ero picino e sempre attaccato alla gonna de la mi’ mamma. A noi ci misero in soffitta, con il sole di luglio che piombava sul tetto e, come poi avrebbero arcontato i miei, era come stare in un forno.

Un giorno mentre ero seduto sul vasino e la mamma mi invitava a far presto, possó d’improvviso un aereo a bassa quota smitragliando e sentimmo le pallottole che grandinavano sul tetto, proprio sopra la nostra testa. Non esiste documentazione storica se la feci in una simile situazione o forse mi venne la diarrea.

Non so quanto rimanemmo a Misciano, e tante son le storie di questa specie di vacanza ch’ho sentito arcontare. Il tempo era bello e c’era da mangiare. Ed io mi presi un soprannome: Trabriccolo, ed anche se ho la barba bianca, Gastone Trefoloni mi chiama ancora così e mi fa piacere.

Un giorno il babbo, Dante Trefoloni (‘l nonno dell’attuale Dante) e Gherardo Buitoni, che stava alla Grillaia, decisero che sarebbe stato forse prudente vestirsi da donna; temevano d’esser presi in qualche retata tedesca. Questi cercavano uomini da mandar a lavorare in Germania o nelle opere di difesa. Tutti e tre corpulenti e tozzi facevano solo ridere, nessuno li avrebbe mai presi sul serio e se un tedesco li avesse visti sarebbero stati i primi a partire. Peccato che non esista una foto di questo trio.

I tre compagnoni giocavano alla guerra e come fossero generali di stato maggiore ogni mattina si posizionavano in una collinetta, dietro a delle ginestre, e con un potente binocolo del Sor Gherardo osservano la valle e le colline di fronte. Era estate ed il bel tempo permetteva un’ottima visibilitá dei movimenti delle varie truppe e loro prevedevano le varie manovre e contro-manovre.

Una mattina mentre erano al loro solito posto comparve un piccolo aereo da ricognizione alleato che lentamente volavo sopra di loro a gran cerchi. All’improvviso videro un lampo nella collina di fronte, dalle parti di Citerna: un colpo di cannone e pochi secondi dopo un’esplosione proprio sotto di loro, forse a solo cento metri. La “cicogna” li aveva individuati, di certo avevano pensato che fosse un posto d’osservazione tedesco, ed aveva segnalato la loro posizione ad una batteria d’artiglieria, che aveva subito fatto fuoco. I tre capirono la situazione e se la diedero a gambe, sapevano che ci sarebbero state altre cannonate e che  avrebbero corretto il tiro dopo il primo colpo. Fecero in tempo ad esser abbastanza lontani quando la seconda cannonata colpi in pieno i cespugli dove prima s’erano appostati. Smisero di giocare alla guerra.

003 buitoniE fu proprio da Misciano che videro lo stablimento Buitoni saltare in area e la gran colonna di fumo nero salire in cielo. Il Sor Gherardo si mise a piangere, ed anche il mi’ babbo fece lo stesso, uno aveva perso la fabbrica e l’altro il lavoro e tutti l’orgoglio del paese. Poi seppero che prima della distruzione era stato saccheggiato dalla gente del Borgo. I tedeschi avevano invitato la gente a farlo.

Il nonno Barbino, sempre indipendente, viveva la sua vita; minimizzava tutto e non gli interessava diventare uno sfollato e fu uno dei pochi che rimase al Borgo. Si dissi poi che ebbe il campo libero per fare il birbo. Ma un giorno cambió idea, d’improvviso lo videro arrivare a Misciano tutto trafelato, delle bombe gli eran cadute vicino ed il suo vestito scuro ed il cappello era bianchi per la polvere ed i calcinacci che gli eran venuti addosso.

Un giorno arrivó la notizia che non c’erano più tedeschi al Borgo, e non era del tutto vero, ed i miei decisero di tornare a casa. Entrammo da Porta Fiorentina, ed io ero cavalluccio sulle spalle di mio padre. Molte strade erano ostruite dalle macerie ed altre pieno di detriti. M’arcordo d’un cavallo morto dal ventre gonfio. Il tetto della nostra casa aveva un gran buco e la prima notte fummo ospiti dei Trefoloni. La mattina successiva fu quando i tedeschi fecero saltare in aria la Torre di Berta.

Il mio amico Baldino Mariucci di Cittá di Castello mi ha donato questa sua 004Torre di Berta 20080512_002 small-small interpretazione della tragica distruzione della Torre, che da tanti secoli era stato il simbolo di Sansepolcro e nei nostri cuori lo sarà per sempre.

Di nuovo andammo a stare con la zia Jennie, nella casa giù pel Borgo Nuovo. Fu proprio allora che, come raccontava la mamma, che durante un cannoneggiamento cercammo rifugio nello scantinato d’un vecchio palazzo vicino. Questo era ancora più profondo e considerato più sicuro. Fu allora che la mamma, che s’era sdraita per terra sotto un tavolo, scoprì dove i padroni di casa avevano nascosto il formaggio: le forme dure di pecorino era state inchiodate nel sotto del tavolo. Non una cattiv’idea!

Il fronte era passato, e se anche se i tedeschi se n’erano andati, gli alleati ci misero un bel po’ per arrivare a Sansepolcro: tutto il mese d’agosto. La guerra non era ancora finita.

La Buitoni era un cumolo di macerie ed il babbo disoccupato era ancora alle prese con il suo passato fascista.

Era arrivata l’ora di fare i conti?

 

                                                                             

Fausto Braganti      

 

Marblehead, 18 dicembre 2012

 

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

Una Risposta to “111b M’Arcordo… la Buitoni viene saccheggiata e distrutta, il babbo è disoccupato e il passagio del fronte .”

  1. Sergio Nucci Says:

    Buongiorno,sono Sergio Nucci,il figlio di Armando.se volesse contattarmi per informazioni,sarò lieto di aiutarla…un caro saluto
    Indirizzo mail info@nuccident.com

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