113b M’Arcordo… Dario e Renato, la storia di due pescatori d’acqua dolce, 70 anni dopo.

I commenti e le domande che il precedente 113a M’Arcordo… hanno provacoto sono stati tanti e li ho aggiunti al capitolo. Di certo hanno contribuito ad allargare il panorama e molti hanno detto la loro sul dove sono andate a finire le pietre della Torre di Berta. Ancora dopo settant’anni i fatti dell’estate del ’44, ed anche se la grandissima parte dei protagonisti e testimoni non ci siano piú, si son rivelati di grandissima attualità ed hanno destato l’interesse di molti lettori e non solo a Sansepolcro, ad Anghiari ed in altre località d’Italia, ma addirittura a Chambersburg in Pennsylvania. Fino a pochi giorni fa non sapevo che questo posto esistesse. D’improvviso ho avuto la piacevollisima sorpresa d’una posta elettronica da parte da una Borghese (91 anni) che mi ha inviato interessanti testimonianza di quel periodo, ma questa è un’altra storia, lo spero.

La storia, quella con la “S” maiuscola che ci fanno studiare a scuola, è sempre cosi piena di personaggi dai nomi altisonanti, che sembrano rimbombare nella testa: Napoleone, Cesare, Giovanna d’Arco, Garibaldi, Lenin e cosi via. Sono spesso quelli che poi finiscono nei monumenti dove si poggiano i piccioni inriverenti, in genere solo se se hanno vinto, poi se le cose cambiano cascano dai monumenti. Sia i buoni e sia i cattivi hanno una cosa in comune: sembra che non siano come noi, che abbiano aleggiato in un orbita differente da quella di noi semplici mortali. Ma poi c’è chi li riporta per terra, infatti c’è chi sostiene che Napoleone perse a Waterloo perchè non era in forma, non si poteva concentrare sul da farsi. Quel fatidico giorno ebbe un grave attacco di emorroidi e non seguì gli sviluppi della battaglia da cavallo, ma piuttosto immobile, seduto in una poltrona, e la storia del mondo prese un altro corso. Victor Hugo preferisce biasimare la piaggia che aveva fatto impantanare i cannoni, questo è di certo una ragione piú onorevole.

Nell’agosto del ’44 la Val Tiberina non fu Waterloo e Renato Braganti, il mi’ babbo, non ebbe un attacco di emorroidi, ma piuttosto uno di diarrea. Certo, nel suo piccolo, anche lui cambiò la storia, almeno la sua e di consequenza la mie e poi anche quella di Tanya e fermiamoci quì.

Ci sono milioni e milioni di storie che ogni giorno si sviluppano, che s’intrecciano, che si accavallano e che si condizionano l’una con l’altra ed una cosa è certa: non le potremo mai conoscere.

Per ora me basta d’arcontare di Dario e di Renato che seguendo un percorso parallelo, come se corressero su due binari differenti, si ritrovarono un giorno di quella fatidica estate in una stanza della caserma dei carabinieri di Sansepolcro, ai due differenti lati del tavolo, uno dalla parte degli accusatori ed uno da quella dell’accusato.

Ma come arrivarono a quell’incontro?

Del mi’ babbo Renato, impiegato della Buitoni e fascista, ne abbiamo già parlato abbastanza.

Dopo Caporetto, nel novembre del ’17, Dario Alberti fu richiamato: aveva 18 anni, era uno dei “ragazzi del ‘99”. Andò in marina, ma perchè? Strano, in genere quelli di Sansepolcro non erano considerati per la leva di mare. Alla fine della guerra decise di rimanere e divenne capomacchinista. Credo che fu lui il primo di altri Alberti che seguirone le vie del mare, fino ad uno che è arrivato al grado d’ammiraglio. Si, c’è un ammiraglio Alberti.

Credo che proprio in quegli anni turbolenti del dopo guerra, quando gli echi della rivoluzione bolscevica erano arrivati fin da noi, e la scalata al potere di Mussolini si faceva sempre piú pressante, Dario fece la sua scelta: divenne comunista. Nella nave dove era imbarcato fu trovata la scritta VIVA LENIN dipinta su una parete. Lo accusarono d’esser il colpevole e fu demosso. La sua vita a bordo divenne impossibile e decise di lasciare la Marina. Artornò al Borgo. Sposò la Teresa de Violino, quello ‘n fondo al Piazzone e non quello de là del Tevere ed andarono a Milan, aveva trovato un lavoro alla Bianchi che non durò molto ed i giovani sposi artornarono a casa, a Sansepolcro, dove trovò un lavoro come elettricista alla Buitoni, ed era bravo.

Penso che fu allora che Renato e Dario s’incontrarono. Non rimasero solo colleghi ma divennero amici, cominciarono ad andare a pescare assieme. Questa comune passione si rafforzò con gli anni. Un po’ come se Peppone andasse a pescare con Don Camillo? Non proprio.

Ma di cosa parlavano quando andavano a pescare? Non credo di politica, almeno negli anni che hanno preceduto la guerra.

So che una volta mentre pescavano nella Tignana, in un gorgo non lontano da San Gilio, andesso sotto l’acqua del lago, sentirono una contadina, che lavorava nel campo sopra di loro e non li vedeva, si mise a cantare “Bandiera Rossa.” Il babbo mi raccontò questa storia tant’anni dopo e mi disse che Dario sorrideva con soddisfazione, mentre lui non sapeva che fare, quella donna probabilmente, o meglio quasi di sicuro, era l’Adalgisa, parente de la mi’ mamma.

Anche Dario, come il mi’ babbo, non andò alla guerra; era troppo “vecchio” infatti quelli della classe del ’99 non furono richiamati. Ogni tanto riuscivano a rubare una mezza giornata e se ne andavano a pescare. Le destinazioni preferite erano i gorghi di certi affluenti del Tevere come la Singerna, la Sovara o la Tignana. Proprio ritornando da una spedizione in quest’ultimo, venendo dalla Madonnuccia verso Sansepolcro videro da lontano una gran fiumana di gente che attraversava di corsa la strada all’altezza di San Pietro. Si fermarono e capirono ch’era forse meglio non avvicinarsi. Ma chi erano? Scoprirarono poi che erano i priginieri slavi dei Renicci che dopo l’8 settembre si ritrovarono senza guardie e pensarono bene che era giunta l’ora di tornare a casa.

Con l’armistizio ci furono poche ore di euforia fra quelli che volevano credere che la guerra finita. Ma presto comparvero minacciose colonne tedesche che scendevano verso il sud confermando che il peggio era da venire. I fascisti, che s’erano messi nell’ombra dopo la caduta di Mussolini del 25 luglio risollevarono la testa dopo la creazione della nuova Repubblica di Salò. Ma subito inventarono un soprannome per i nuovi vecchi fascisti: repubblichini e non era un complimento.

Il mi’ babbo rimase in disparte, e non so’ come lo fece, ma si tenne distante dai suoi amici camerati che avevano aderito con zelo al nuovo regime. Forse non aveva dubbi, la guerra era persa ed i fascisti alla fine sarebbero stati travolti assieme ai camerati tedeschi.

Le bande di antifascisti, di disertori e di lenitenti alla leva che, assieme a qualche prigioniero di guerra fuggito, s’eran nascosti ed avevano svernato in montagna s’erano organizzati in vere e proprie formazioni partigiane. Dario non andò in montagna, ma rimase a Sansepolcro organizzando le trame della resistenza urbana. E con un termine altisonante potremmo dire che faceva parte della V Colonna.

La situazione precipitò dopo lo scontro a Villa Santinelli alla fine di marzo del ’44, dove 9 partigiani furono fucilati dai tedeschi. A Sansepocro i fascisti si misero subito alla caccia dei comunisti ed arrestarono Dario con l’accusa d’essere un sovversivo e d’avere in casa un fucile, che poi non fu mai trovato. Subì angherie e torture da parte di concittadini, gente che conosceva, e portato al carcere giudiziario d’Arezzo.

Fu sommariamente processato e condannato a morte.

Qui i fatti non son chiari, ma chi intervenne, a parte la Teresa moglie disperata che corse da tutti implorando aiuto? Il capo d’accusa contro di lui non era stato provato: il fucile nascosto non si trovò. Sembra che Giuseppe Buitoni fu in prima file a perorare la sua causa. Che si fosse poi coinvolto anche il mi’ babbo, quei fascisti in fondo erano ancora i suoi amici? Forse l’avrebbero ascoltato? Non lo so e vorrei proprio sperare di si, ma poi alla fine quello che conta è che Dario fu lasciato andare.

Pochi mesi dopo, ad agosto dopo la fuga dei fascisti e la ritirata dei tedeschi, le parti si sarebbero ribaltate. L’animata conversazione dei partigiani che avevano trascinato il mi’ babbo in caserma e che volevano condannarlo per il suo passato fascista, ma poi non si sa a che cosa, fu miracolosamente interrotta dall’innaspettato arrivo di Dario nella stanza. La sua affermazione che il Braganti non aveva mai fatto mai male a nessuno, anzi quando aveva potuto aveva aiutato (si riferiva forse a se stesso?) sboccò la situazione e la sua autorità s’impose su quei giovani.

Il piú piccolo dei figli di Dario e Teresa, nacque l’anno dopo, il 16 marzo, data facile da ricordare, è anche il mio compleanno, e lo chiamarono Libero. Il nome giusto per celebrare la nuova acquisità, anche se la guerra al nord sarebbe durata ancora piú d’un mese. M’arcordo che il babbo mi portò a vedere questo cittino appena nato, allora gli Alberti stavano in fondo al Borgo Novo.

Mi è stato raccontato che anni dopo camminando per la Via Maestra inaspettatamente Dario si trovò davanti uno di quei fascisti che l’aveva tormentato durante la detenzine. Era ritornato a Sansepolcro. I primo istinto fu quello d’assalirlo e di dargli un cazzotto ed era già era scattato per colpirlo quando vide che c’era il figlio per mano e si fermò, non poteva far quello davanti agli occhi del bambino, e continuò.

Negli anni che seguirono Dario e Renato di certo si videro ogni giorno al lavoro alla Buitoni e quando potevano andarono a pescare, e continuarono a darsi del “lei”.

fine anni '50, Renato e Dario alla Fiera Campionaria di Milano
fine anni ’50, Renato e Dario alla Fiera Campionaria di Milano

Ogni primavera il mi’ babbo andava alla Fiera Campionaria e questa è un’immagine, penso si della fine degli anni cinquanta, dei due a Milano.

Pe r quanto ne sappia Dario rimase attivo nel partito comunista. Il mi’ babbo lo rispettava perchè era stato coerente ed aveva mantenuto le sue convinzioni e per queste aveva anche sofferto, e sopratutto non era un voltagabbana.

Il mi’ babbo invece era caduto nel limbo d’una cinica incertezza, era rimasto politicamente orfano. Ma di questo ne parlerò un’altra volta.

Nel 1959 Dario andò a lavorare allo stablimeto Buitoni di Parigi, e forse era stato proprio quel Giuseppe Buitoni che l’aveva salvato dalla fucilazione che lo volle nel suo stablimeto. Non si dimenticò del suo amico pescatore e gli inviò questa cartolina.

 

la sorpres della pesca
la sorpres della pesca

Molt’anni dopo, per l’esattezza nell’estate del 1990, Libero ed io ci siam ritrovati a New York, per l’esattezza a casa d’un’altra Borghese. Eravomo nel microbalcone dell’appartemento in Second Avenue, sovrastanti un tipico ingorgo serale, quando ci siamo messi a parlare dei nostri genitori … e ci siam commossi:

“Ma l’avrebbero mai pensato che i loro figli un giorno si sarebbero ritrovati a ricordarli li a New York, così lontano dai gorghi della Tignana?”

 

17 gennaio 2013, Marblehead, MA USA

 

ftbraganti@verizon.net

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Skype: Biturgus (de rado)

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