114a M’Arcordo… una Borghese della Pennsylvania e Ms. Clay, l’inglese dimanticata a Sansepolcro

andando verso Pampanone, in fondo sulla sinistra.
andando verso Pampanone, in fondo sulla sinistra.

Scrivere i M’Arcordo… è stata un’avventura, una bell’avventura. E come ho detto in varie occasioni mi ha permesso di ritrovare vecchi amici ed anche di farne dei nuovi e questa è stata un’esperienza positiva. E l’estate scorsa alla cena nella piazzetta di Santa Marta ho avuto la testimonianza di tanto affetto, grazie Borghesi!

Alcune settimane fa ho ricevuto una p.e. da una signora di Chambersburg, in  Pennsylvania, Cesi Kellinger.

“Ma questa chi è?” mi son chiesto incuriosito.

Lei mi diceva d’aver casualmente scoperto il mio blog e così aveva deciso di scrivermi. La sorpresa è stata ancora piú grande quando dalla su p.e. ho capito che lei Sansepolcro lo conosceva bene anche se quel suo nome non era Borghese.

Ma tutto, o quasi, ha una spiegazione: lei era Cesira Foni, nata nel 1922 nel podere di Pampanone, oltre il castagno sulla sinistra per la via Anconetana che va verso San Giustino.

Estate 1928, trebbiatura nell'aia di Pampanone.
Estate 1928, trebbiatura nell’aia di Pampanone.
1933-10-08 Festa dell’Uva, il carro inghindarlato di Pampanone si avvia per raggiungere gli altri per la sfilata, alla guida Angiolino Foni, il ragazzo accanto a lui è il figlio Giuseppe.
1933-10-08 Festa dell’Uva, il carro inghindarlato di Pampanone si avvia per raggiungere gli altri per la sfilata, alla guida Angiolino Foni, il ragazzo accanto a lui è il figlio Giuseppe.

Ho anche subito capito che questa signora era un persona speciale, curiosa e coraggiosa. Cesi, questa contrazione del suo nome le era già stata data ai tempi dell’università a Firenze, era partita nel 1943, nel bel mezzo della guerra, per andare a studiare tedesco all’università di Monaco.  Ho subito provato una grande affinità per lei, ed anche ammirazione.

Lei mi ha scritto delle interessanti testimonianze della vita a Sansepolcro negli anni trenta, d’una visita di Mussolini (inizio anni ‘30) di cui non avevo mai sentito dire e del passaggio del fronte. I suoi sono i m’arcardo d’una generazione prima della mia.

Cesi non si è fatta intimidire dalle nuove tecnologie e, come a suo tempo il caro Maestro Guerri, usa il computer, la posta elettronica e naviga l’internet.

Remarkable! Simply remarkable!

<< Verso la metà degli anni trenta arrivò la notizia che Mussolini sarebbe passato per Sansepolcro, andando da Roma a Milano, risalendo lung o la Val Tiberina. Il paese fu subito preso da un senso d’euforia e tutti parlavano del grande evento: avremmo visto il duce!!! Alcune ore prima del suo arrivo la via Tiberina davanti a casa nostra era già piena di gente da tutti i due lati della strada. Mi ricordo che ero seduta sul muro che divideva l’orto dalla strada, e da questo ottimo posto guardavo sempre a sinistra fin quando finalmente comparvero le macchine che venivano da Roma. Mussolini era regalmente seduto, era proprio come nella fotografia appesa al muro della classe accanto al crocefisso. La gente, incluso me, gridava entusiasta ed applaudiva. Il mi’ babbo era assente, lo vidi da lontano che da solo saliva verso la vigna, alla base della collina, doveva vedere se c’era qualche cosa da fare li>>

Anche Cesi ha conosciuto Miss Clay, e di certo molto meglio di me:

<<La vidi per la prima volta in una bottega di generi alimentari all’angolo di via XX Settembre e Pier della Francesca. Era un posto speciale dove mia madre mi mandava quando ero ragazzina e comprare qualche ingrediente un po’ particolare. Mi ricordo un bancone lungo, parallelo a via Pier della Francesca, era bellissimo, di legno scuro e lucido, con di dietro delle donne che servivano i clienti. (non capisco che negozio potesse essere, forse dove oggi c’è il Busatti, all’angolo di fronte c’era la mesticheria dei Fabbri) E fu proprio li che un giorno mi ritrovai accanto ad una anziana signora che parlava con un bambino in una lingua sconosciuta. Fu allora che scoprii che c’era gente che comunicava in una maniera differente dalla mia. Non avevo mai sentito una lingua straniera. Lei comprò del the, e quella fu anche la prima volta che sentii quella parola. Dopo quell’incontro casuale l’avrei vista altre volte passeggiare per la Via Maestra, sempre tirandosi dietro due o tre dei ragazzi di casa Cavazza.>>

Questa è la sua descrizione delle truppe tedesche in ritirata che durante quella fatidica estate del ’44 cominciarono ad arrivare a Sansepolcro salendo dal sud:

<< I tedeschi cominciarono ad arrivare sempre piú frequentemente, qualche volta era uno solo sbandato, altre volte in gruppo, a piedi, a cavallo, con i carri e con i camion. Proprio perchè il nostro podere aveva sul davanti un’aia spaziosa ed era vicino alla via, era stato scelto come una fermata obbligatoria. Mentre gli ufficiali si acquartieravano nella Villa Collacchioni vicina a noi (forse si riferisce alla Villa Giovagnoli?) la truppa invadeva la nostra casa e noi si dovava andare a dormire nel fienile. Spesso mentre ero nella mia stanza a studiare sentivo che il mi’ babbo mi chiamava, ed io capivo che i tedeschi erano arrivati. Io scendevo e mi trovavo davanti dei giovanotti con addosso divise sporche e stracciate, affamati, scoraggiati e spesso pieni di rabbia. Tenevano sempre le armi in pugno. Io subito li salutavo in tedesco e bastavano quelle poche parole per sciogliere tutta quella tensione ed iniziare una conversazione piú tranquilla e distesa. Poche parole eran bastate a fare un miracolo. In certi momenti ho peccato di grandezza, ho voluto pensare che io ero stata una specie di Giovanna d’Arco che con poche frasi in tedesco, che oggi a 91 anni ho quasi completamente dimenticato, avevano salvato il Borgo! >>

Poi arrivarono le truppe alleate:

<< Appena le truppe inglesi arrivarono, come tu sai, la vita cominciò a ritornare normale, un giorno alla volta. Mi ricordo d’andare da un insegnante (d’inglese) ad Anghiari una volta alla settimana con la bicicletta di mia madre. Ed ogni volte c’erano le raccomandazioni di stare attenta, le strade erano ancora piene di mine nascoste dai tedeschi. Diverse persone perirono, incluse un ben’amato medico (di certo si riferisce al Dr. Vico, il nostro medico ed amico del mi’ babbo, che saltò in aria con la sua motocicletta). Non ho mai capito come uno potesse essere accorto in tali circostanze.>>

Sempre in quei tempi Cesi cominciò a prendere lezioni d’inglese da Ms. Clay.

<< Ai tempi in cui cominciai a prendere lezioni d’inglese da lei, in quella memorabile estate del 1944, i ragazzi erano cresciuti e vivevano in varie città; regolarmente e con orgoglio lei mi aggiornava dei loro successi.

Mi piaceva salire le scale per andare alla sua stanza, erano molto ampie, penso che da muro a muro sei persone che si tenevano per mano potevano salire e scendere. L’altezza fra uno scalino e l’altro era minima, una diecina di centimetri, ma la profondità era grande: avrei potuto mettere un piede davanti all’altro (ed io ho piedi grandi) e non l’avrei coperta. Quelle scale eran molto differente da casa mia. Da Miss Clay salire era facile e piacevole, come se le scale mi dicessero “la vita è facile”, mentre a casa mia “la vita è difficile”. Poi avrei avuto una simile esperienza quando scoprii la scalinata del Palazzo della Signoria.

Ms. Clay non era un insegnante. Era una governante che aveva insegnato ai bambini a parlare inglese conversando, e lei seguiva questo metodo anche con i suoi studenti. Dal momento che ancora non parlavo la lingua e che mi chiedeva di leggere quando trovavo una parola nuova le chiedevo il significato per poi prendere degli appunti. Parole come grammatica, verbi, nomi, aggettivi, preposizioni, eccezioni non esistevano per lei. Ho passato ore leggendo ad alta voce e cercando di imitare la sua pronuncia. Un giorno mi son trovata davanti ad un difficile problema: il verbo “fare” che può avere due differenti traduzioni in inglese: “to do” & “to make”. Quando ho chiesto a Miss Clay lei mi ha sorpreso con una semplice e chiara risposta, la regola era facile: “to make” aveva a che fare con le cose che si fanno con le mani, per esempio un muratore fa i mattoni, un bambino fa i mangiarini, il calzolaio fa le scarpe e cosi via. Ma se vogliamo indicare cose che si fanno con la mente usiamo il verbo “to do”, come fare del nostro meglio, fare una buona azione, fare il proprio dovere, ecc. Ed io nella mia grande ignoranza accettai la regola.

Non molto tempo dopo sentii dei soldati inglesi che parlavano di “making love” ed io fui scioccata per dir poco. Sapevo che loro sbagliavano, ero sicura che era “to do love”.

Come ti ho già detto ho continuato a scriverle fino agli inizi degli anni ’60. Ogni tanto le inviavo dei soldi con la raccomandazione di comprare del the, perchè temevo vivesse in miseria. Lei non l’ammise mai ma continuò a scrivere fedelmente. E poi un giorno ci fu il silenzio.>>

In un’altra p.e. Cesi mi dice:

<<Fausto, ancora un aneddoto a proposito di Ms. Clay? Tu hai mai parlato con lei? Alla fine conclusi che lei l’italiano non l’aveva mai studiato e le parole che sapeva le aveva approse a casaccio un po’ qui e un po’ là a secondo dei bisogni e la sua pronuncia era stranissima. Mi ricordo un solo esempio, lei avrebbe detto “chesa” in dialetto invece di “casa” e questo mi pareva molto strano (penso che lei parlava sempre in inglese con i signori della casa mentre doveva comunicare in Borghese  con la servitú).

Poi durante la guerra le era stato imposto di presentarsi una volta alla settimana, il sabato, alla caserma dei Carabinieri –ti ricordi?- e doveva dichiarare che non stava complottando contro il governo italiano. Sambrava che questo non le fosse di gran peso, forse si sentiva sicura facendo parte della casa dei Cavazza. Mi domando sei quei rapporti politici esistono ancora. Si, ho visto “Tea with Mussolini” e naturalmente pensai a lei ed alle ore passate assieme.>>

Anni fa lessi il libro “War in Val d’Orcio” di Iris Origo, un’inglese sposata con un nobile fiorentino. Anche lei racconta di quell’estate del ’44 passata in certe loro proprietà in Val d’Orcia. Mi sembra che racconti, ma di questo non son del tutto sicuro avendo letto il libro molto tempo fa, di un suo incontro con Bianca Collacchioni Cavazza e questa le esprime le sue preoccupazioni a proposito della governante inglese. Devo ritrovare quel libro.

Se Miss Clay è morta a Sansepolcro questo dovrebbe esser scritto in Comune, lo devo scoprire. Son curioso.

Ma come ha fatto la Cesi ad arrivare in America?

Semplice, come spesso succede le grandi decisioni della vita sono solo conseguenze di eventi all’apparenza insignificanti. Infatti una sera a Firenze (1945 credo) Cesi decise d’andare all’opera e…

<<Durante una rappresentazione dell’Aida al Teatro Verdi a Firenze (il Teatro Comunale era chiuso a causa dei danni subiti durante un bombardamento) incontrai un americano. Ci siamo sposati ed abbiamo vissuto in Austria per due anni. Sono arrivata a New York il giorno di Thanksgiving 1947. Quando assieme a mio marito uscimmo dall’hotel per fare una passaggiato mi son trovato davanti ad un venditore di caldarroste. Tenendo nelle mani quelle castagne calde, mentre camminavo lungo Broadway mi son sentita a casa, gli Appennini, da dove eran venute le castagne della mia infanzia, dopo tutto non mi parevan lontani…>>

E per concludere riporto un’altra testimonianza di Miss Clay, questa è la nota che Giuliana Achilli ha inviato al M’Arcordo… precedente, forse molti non l’han letta.

<<Miss. Clay! Carissimo Fausto mi hai riportato “fuori dal tempo”! Lo zio Nando, zio di mio babbo, era “fattore” delle proprietà dei Cavazza. Quando, dopo il fatidico “8 settembre del ’43″, mio padre decise di tornare a casa, a Sansepolcro, da Viterbo dove era ricoverato in un ospedale militare, si ritrovò a dover “sfollare” alla “Spinella” con gli zii e con Aldo e Nadia Fiordelli, già sposi. Ovviamente la fatica di portare i “materassi” per gli sfollati fu posta a carico dei più giovani (Aldo e mio padre). Dopo diversi “viaggi” tra il paese e la “Spinella”, mio padre era convinto di aver adempiuto al suo dovere di nipote della zia Anita, moglie di Nando, quando scoprì che l’ultimo “materasso”, che lui aveva portato sulle spalle dal paese alla casa che li avrebbe ospitati era destinato a Miss. Clay! La storia, a me raccontata, fu che mio babbo ritornò a Sansepolcro per portare alla Spinella un ennesimo materasso per mia zia Anita e che, alla fine del salmo, malgrado la fatica, lui ed Aldo dormirono per terra! Secondo mio babbo per colpa di Miss.Clay!>>

PS: questa la p.e. che Cesi mi ha scritto dopo aver visto la cartolina del castagno:  <<Grazie, grazie, Fausto. Prima di tutto vedo che avevo dimenticato il nome della villa, che non è Collacchioni come l’aveno ribattezzata io. Se guardi bene, vedi una bambina nella magnifica fotografia, a destra: sono io! Un po’ più in giù, a sinistra, si vede l’entrata a Pampanone. Ai miei tempi c’era un bel cancello di ferro battuto, tenuto quasi sempre aperto. Quante volte sono andata su e giù per quel marciapiede lungo le mura? Per anni e anni, quattro volte al giorno. Riconoscevo ogni pietra usata nel costruirlo (pietre che credo venissero dalla vicina montagna?) e, da piccola, misuravo attentamente i passi per passare sopra la linea che divideva pietra da pietra, senza toccarla!! E il castagno? Non ricordo un altro albero al Borgo così maestoso. Provvedeva un’ombra densa e quasi un senso di protezione. Più giù, a destra, c’era la caserma di chi? che avena una terrazza al primo piano e uno o due dei giovani vi sedevano spesso a leggere o guardare chi passava. Cesi>>

8 marzo, 2013, Marblehead, MA USA

                        

PS: ringrazio Carla Foni per le foto di Pampanone che con amore costudisce.

                                                 

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

Una Risposta to “114a M’Arcordo… una Borghese della Pennsylvania e Ms. Clay, l’inglese dimanticata a Sansepolcro”

  1. 012 1944-08 Sansepolcro, Porta Romana e la Cesi di Pampanone – il Borgo, ovvero Sansepolcro Says:

    […]  https://biturgus.com/114a-marcordo-una-borghese-della-pennsylvania-e-ms-clay-linglese-dimanticata-a-… […]

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