117b M’Arcordo… WHY DO YOU FIGHT FOR STALIN

ovvero, archeologia d’una cartolina

Ecco, se la mi’ mamma mi portò alla finestra che dava sulla piazza, vidi proprio questo palazzo. Questa probabilmente fu la mia primissima impressione che c’era un mondo fuori di quella stanza del palazzo delle Laudi dove ero nato. Ma questo succese prima che quel tedesco scrisse su quel muro nell’estate del 1944. Allora la piazza si chiamava Vittorio Emanuele II e con l’avvento della Repubblica diventò Piazza Garibaldi.

Questa è “La Piazza” che Arduino Brizzi immortalò nel suo libro di memorie; Arduino era nato in Via Buia girando a quel muro che si intravede sulla destra. Allora la via non sfondava.

Sansepolcro Palazzo della Pretura circa 1965
Sansepolcro Palazzo della Pretura circa 1965

A seguito della publicazione del precedente M’Arcordo… (avete notato che il titolo di questo è cambiato?) ci sono stati vari interventi, testimonianze che mi hanno comprovato che la memoria collettiva esiste sulla fatidica frase scritta su quel muro. Alcuni se la ricordavano differente:

“Don’t fight for Stalin” e che fosse di color blu.

Questa m’è sembrata più diretta. Era un ordine e non una domanda, quindi più logica essendo il messaggio indirizzato a dei soldati. Così l’intenzione del tedesco era chiara, voleva mettere un dubbio nella mente dei soldati alleati, almeno in alcuni di loro: stavano cobbattendo dalla parte sbagliata. Stalin era il vero pericolo e gli anni che seguirono, con la Guerra Fredda, in qualche maniera lo confermarono.

Ho avuto un dubbio anch’io, non ero più sicuro di quello che avevo ricordato, anche se l’avevevo letta ogni giorno, per anni. Temo che non ci sia quasi nessuno che ne abbia una memoria diretta e se c’è non saprei dove trovarlo/a. Poi mi ci sono state altre piccole varianti che mi hanno messo dei dubbi, infatti mi è stato ricordato che la pittura era blu e non bianca. Alla fine Andrea m’ha parlato d’una vecchia cartolina in cui si intravedeva la fatidica frase.

Dopo un paio di giorni me l’ha mandata, in bianco e nero, tipica dei tempi in cui si scrivevano cartoline. Quand’è l’ultima volte che avete scritto una cartolina?

E qui ho iniziato uno scavo archeologico d’un’immagine.

Il mio interessa primario era la scritta che, anche se si poteva intravedere solo con tanta immaginazione, è ancora visibile. Ho cercato invano con Photoshop di evidenziarla ma senza gran successo. Per fortuna ho Tanya, mia figlia fotografa a New York, e le ho subito spedito la cartolina spiegandole che cosa cercavo. Tanya non riusciva neanche a capire dove cercare, ma poi alla fine è riuscita a tirar fuori le lettere della frase, son diventate leggibili. Grazie Tanya e Photoshop.

scritta sul muro del Palazzo Pretorio
scritta sul muro del Palazzo Pretorio

Da sinistra, sopra la colonna nera della ringhiera, si intravede la parte superiore delle lettere “W” maiuscola seguita da “h” e “y” minuscole, poi c’è la prima porta. Fra le due le due porte si legge “…ht for Stalin” poi viene la seconda porta e forse ha portato via il punto interrogativo. Ma c’era? Non si sa, ma direi di si. Vorrei aggiungere che la scritta sembrerebbe esser stata bianca piuttosto che blu. Arduino Brizzi ci dice che la vernice era blu e non posso dubitare sulla sua accuratezza. Quello che Andrea mi ha fatto notare è che gli inglesi diedero ordine ad un soldato polacco di lavar via la scritta. Questi usò una spazzola di acciaio per raschiarla, di certo grattò via la vernice ma erose la pietra levigandola e le diede alle lettere quel tono biancastro. Ecco alla fine ottenne il risultato opposto all’obbiettivo, tolse la vernice e creò un bassorilievo che ancora oggi, come mi ha aggiunto Andrea in determinate condizioni di luce radente è visibile.

Alcune considerazioni sul tedesco pittore. La prima è che era un professionista. Nonostante che il momento non fosse uno ideale per sfoggiare una bella calligrafia si prese la briga di scrivere la “W” maiuscola, le lettere son ben allineate, forse era facile seguendo la linea delle pietre, e ben regolarmente distanziate. Direi che aveva avuto tempo a disposizione e non sembrerebbe l’opera d’un soldato in fuga. Voglio aggiungere che, considerando lo spazio creato dall’apertura della porta, le lettere mancanti son “do you fig…” per formare la parola “fight”. Per qualche ragione me la ricordavo senza quel “do you” ma che ci posso fare, mica me posso arcordare de tutto. Importante avere amici che generosamente mi correggono.

Tanto tempo fa, viaggiado in Germania, mi son fermato in degli ostelli della gioventù che spesso era sistemati in vecchie caserme, ed in Germania di queste ce n’erano tante. Fu allora che notai che c’erano sempre molte scritte dipinte sui muri, sopra le porte, che non capivo, in bellissima grafia con lettere gotiche ricciolute. Nell’esercito tedesco ci dovevan essere degli scrivani addestrati a dipingere sui muri, per dare indicazioni ed anche direttive a quelli che seguivano. Non son sorpreso che forse uno di questi passo’ per Sansepolcro e che gli fu ordinato, forse con lui c’era un ufficiale che parlava inglese, di scrivere quella frase con lettere latine e non gotiche che, anche se graficamente belle, sono spesso inintellegibili. Una delle prime decisioni del nuovo governo tedesco nel dopoguerra fu qualla di abolire l’alfabeto gotico e di scrivere tutto con quello romano. Credo che sian rimasti solo i titoli di qualche giornale.

Dopo questa cavalcata sulla scritta, già analizzata precedentemente nel suo significato politico e contesto storico, voglio parlare un po’ della cartolina.

Mi son posto il problema di datarla e sapevo su cui contare, le vetture parcheggiate erano le prove inconfondibili d’un’epoca. Ho chiesto e subito gli esperti (Claudio, Bernardo, Marco, Piero ed anche altri) che son venuti subito in soccorso, e più o meno han confermato che si tratta della metà degli anni sessanta, ed una Simca, un 1100 d 103, un 1300 o 1500 (erano uguali) e una 500 d ne sono la prova. Quelle due porte furono aperte nello stesso periodo. Si nota ancora sull’estrema destra, dal lato di Via Buia, il muro dell’orto che poi fu poi abbattuto per allargare lo spiazzo.

Quindi vent’anni dopo la scritta era ancora leggibile. Buona vernice, avevo pensato io, ma poi come ho detto prima, ho scoperto che la ragione era differente, quello che vedevo non era vernice ma piuttosto una specie di tatuaggio sul muro.

La piazza fu usata per un certo periodo, direi fino alla fine degli anni cinquanta per il Palio della Balestra. Ho una mia foto, faccio lo sbandieratore, in piazza Torre di Berta del 1960. Mi pareva che si tirasse nella direzione di quell’orto, ma poi Bernaro mi ha detto che lui invece si ricordava che si tirava nella direzione opposta, verso le scale del comune, oggi museo. Ha ragione Bernardo, quella era la direzione del tiro. Per il mio primo Palio di Sant’Egidio (1 settembre 1961) tirai da sotto le loggie del Palazzo delle Laudi, con le spalle al duomo, ed il corniolo era appeso sul muro del Palazzo della Pretura, proprio sopra la scritta e sotto la lapide dell’Epopea Garibaldina.

La dicitura della cartolina dice Palazzo della Pretura, quello che non dice che c’era anche una prigione all’ultimo piano. Uno dei miei primissimi amici, ai tempi della scuola elementare, era Carlo Miraglia ed era il figlio del cancelliere. Andavo spesso da lui, il padre aveva un appartamento nel palazzo, e giocavamo a Monopoli. Mi domando se anche il pretore aveva il suo appartamento nel palazzo.

Credo che per fare la foto fu usato un banco ottico a lastre (uno di quelli che si mette la testa sotto un telo nero e si vede l’immagine ribaltata sul vetro smerigliato) con il treppiede piantato sul terrazzo dell’ingresso dell’allora comune. Le linee verticali del palazzo sono parallele, correzione del parallasse. Di vetture non me intendo ma di macchine fotografiche ne son in po’ di più.

Quando ricevetti la cartolina, un altro tipo di cartolina, quella per la leva, fui chiamato a presentarmi in quel palazzo per la visita medica, 16 marzo 1961, era il mio compleanno, vent’anni esatti. M’arcordo la sala piena di giovani, ne ricordo uno venuto da lontano, Ca’ Raffaello un isola di Toscana nelle Marche, aveva le mutande lunghe come quelle di mio nonno. Lo presero in giro e lo umiliarono, era un motagnino. C’era una gran stufa di terracotta accesa per riscaldarci, ci fu chiesto di spogliarci, e completamente nudi ed in fila seguimmo il tradizionale rito della visita. M’arcordo lo stadiometro, quello strumento per misurare l’altezza. Passai la visita e benchè la repubblica avesse quindici anni, quando tornai a casa ed appresero ch’ero idoneo, mi fu ripetuta ancora una volta la frase di rito.

“Bene, chi non è buono per il re non è buono per la regina. E poi fare il soldato ti farà bene.”

E purtroppo non lo feci, il babbo morì all’improvviso due mesi prima della mia partenza, manco’ un alpino all’appello. M’arcordo ancora il volto triste del marescallo La Tona mentre riempiva le carte per il mio congedo, lui era stato amico del mi’ babbo.

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