119 M’Arcordo… quando i balestrieri andarono a Caltagirone

Il 22 luglio del 1962 era domenica, non preoccupatevi troppo di me e delle date. È vero, per una qualche strana ragione nella mia memoria ne ho immagazzinate tante, ma poi in compenso non ricordo i numeri di telefono o i nomi delle persone anche quando poi so chi sono. Ricordavo che quello che vi sto per raccontare successe alla fine di luglio, ho un calendario perpetuo e mi è stato facile ricostruire quella epica settimana, cominciando da una data sicura: il 25 luglio mercoledì festa di San Giacomo, patrono di Caltagirone.

I Balestrieri di Sansepolcro erano stati invitati a partecipare alla gran festa in onore del santo protettore della città siciliana, ma poi a chi sarà venuta quest’idea? Mistero.

Così quella domenica, nel primo pomeriggio balestrieri, sbandieratori e figuranti si ritrovarono alla stazione di Sansepolcro: una ottanta di Borghesi erano pronti a farsi più di mille chilometri per finire nel centro della Sicilia per una settimana. Fino a quel giorno i Balestrieri si erano mossi poco, a parte i viaggi per il Palio a Gubbio. Non so se c’era mai stata una tale spedizione con tanti Borghesi; fu un’epica avventura, almeno per tanti di noi, ed anche se la calura ci fece soffrire, le risate, gli scherzi non mancarono, incluso scontri mortali con pistole ad acqua.

Avevano prenotato per noi un treno speciale, una locomotiva ed un vagone che in poco più d’un ora ci portò da Sansepolcro a Terni. La persona responsabile della logistica era il maestro Petrucci e lui di esperienza ne aveva tanta: ufficiale nella Grande Guerra, aveva poi durante il regime allineato orde di balilla ed avanguardisti. Con noi c’erano anche alcune ragazze e queste erano sotto l’attento occhio d’una signora più anziana, ma non di molto. Il problema più grande era quello di sistemare le balestre ed i bauli con i costumi, nonché bandiere e stendardi. Ancora non avevamo visto l’Armata Brancaleone, altrimenti il paragone sarebbe stato inevitabile.

A Terni il vagone fu staccato ed attaccato ad un treno che andava a Roma. All’arrivo a Rome, dove avremmo sostato per alcune ore, lo avrebbero poi riallacciato ad un treno notturno con destinazione Messina, ci fu una prima crisi. Il maestro Petrucci era responsabile di pagare il “soldo” per la cena alla truppa, 1000lire ai balestrieri e le dame e 500lire agli altri figuranti. Ci fu una aperta protesta da parte degli sbandieratori ed erano solo quattro perché si sentirono discriminati, non volevano esser considerati dei semplici figuranti, loro dovevano essere pagati di più, Poi non m’arcordo come andò a finire. Ci sparpagliammo nei d’intorni della stazione per mangiar qualcosa, la prossima tappa sarebbe stata lunga,

Verso le 21 ci ritrovammo al binario stabilito, il nostro vagone era stato riallacciato ad un treno, all’appello c’erano tutti e quella fu una soddisfazione per il maestro che con la sua imponente mole aveva della difficoltà a muoversi lungo lo stretto corridoio. Le signore non erano più con noi, per loro avevano riservato delle cuccette in un vagone letto.

E così si partì. Allora tutti fumavano e non solo sigarette, Lolo Tricca era sempre col toscano in bocca ed io fui responsabile per la mia parte d’inquinamento con la pipa.

Alle prime luci dell’alba vedemmo l’azzurrissimo mare lungo la costa della Calabria. Fra di noi c’erano alcuni che non avevano mai visto il mare. Traversammo lo stretto, fui colpito da quel turchino brillante, era bellissimo, quello era un’altra cosa, non era il mare di Riccione. Vedemmo diverse barche di pescatori di pescespada con l’arpioniere sulla prua pronto a lanciare la sua lancia.

Allo sbarco a Messina trovammo ad attenderci il maresciallo La Tona con due autobus. Il maresciallo, che da quel momento avrebbe fatto coppia col maestro nel coordinare la truppa, era già in Sicilia da alcuni giorni per finalizzare i dettagli della spedizione. Tutti si contava sull’abilità del maresciallo dei Carabinieri di coordinare i movimenti di nostra sprovveduta compagnia sbarcata in terra straniera: lui dopo tutto era di casa, lui era siciliano.

l'orologio del campanile di Messina

l’orologio del campanile di Messina

Aveva organizzato una visita alla città. Esiste una fotografia a colori del gruppo presa dall’alto con nello sfondo la vista dello stretto. Purtroppo non son riuscito a ritrovarla. Messina, completamente ricostruita dopo il devastante terremoto non mi parve interessante. A mezzogiorno tutti in piazza, con la testa in su davanti al campanile del duomo, ad aspettare lo spettacolo dell’orologio che avrebbe battuto l’ora con un grande spettacolo di angeli, di santi meccanici che entravano ed uscivano accompagnati dal suono delle campane. E noi Borghesi tutti a bocca aperta o quasi. Di certo qualcuno voleva imitare cattedrali del nord Europa.

Partimmo poi per raggiungere la nostra destinazione, Caltagirone, nel cuore della Sicilia. Era caldo, parecchio caldo, e quella era un tempo in cui la parola condizionatore non esisteva, e quello era un vantaggio: non senti la mancanza di quello che non sai che esista.

All’arrivo ci sistemarono in varie camerate d’un convitto, gli studenti erano in vacanza. Anche se sembrava pulito notammo subito i gabinetti maleodoranti, di acqua ce n’era poca. Il maestro ed il maresciallo s’erano appropriati dell’infermeria, dove c’erano due lettini.

Per chi non li ha conosciuti debbo dire che erano personaggi simpaticissimi e sembravano una coppia perfetta per una serie di film comici: Toto e Peppino. Gianni e Pinotto, Franco e Ciccio o meglio di tutti Stanlio e Ollio. Il maestro era più del doppio del maresciallo, a vederli assieme non si poteva evitare il sorriso.

Le dame ed alcuni dei balestrieri, diciamo più importanti, furono sistemati all’Hotel Jolly che a quel tempo credo fosse l’unico albergo.

Il maresciallo diede ad ognuno di noi una tessera speciale che per una settimana ci avrebbe permesso d’usare i trasporti pubblici gratuitamente. Il convitto era un po’ fuori e si prendeva l’autobus per andare in centro. Imparammo subito i punti di riferimento: l’hotel Jolly, la famosa scalinata dalle mattonelle variopinte ed i giardini pubblici che chiamavano “la villa comunale”.

Proprio in quei giorni c’era un gran parlare d’un evento storico a venire, un passo gigantesco nelle comunicazioni: il Telstar. Era stato lanciato da

poche settimane un satellite che avrebbe permesso di collegare direttamente i sistemi televisivi europei con quelli americani. E fu propria a

satellite Telstar

satellite Telstar

Caltagirone, e penso fosse proprio la prima sera del nostro soggiorno, che fui testimone di questo evento eccezionale, vidi in diretta programmi presentati a New York, Londra, Parigi, Roma ecc.… Abbiamo aspettato un po’ d’anni prima

d’avere Skype. Tutto questo era stato possibile grazie alla direzione dell’hotel Jolly che aveva messo un televisore bianco e nero ad una finestra che dava sulla piazza che s’era riempita di curiosi.

Noi Borghesi s’era sempre in giro ed eravamo al centro della curiosità di tanti, i bambini ci seguivano, noi eravamo arrivati dal continente. Noi, che ci incontravamo sempre in giro, sembrava d’essere per la Via Maestra.

Ci fu la visita obbligatoria ad una statua di Don Sturzo. Scoprii per la prima volta che esistono gli arancini e che son buoni, avrei poi dovuto aspettare a lungo ed arrivare a Boston prima di rimangiarli. Bevvi limonate rifrescanti e il “latte di mandorla” che adesso posso comprare anche a Wholefood, globalizzazione!

Tutti culminò con la gran festa di San Giacomo. Il 25 luglio, e noi balestrieri assieme agli sbandieratori, fra loro c’erano Giorgio Biagioli e Rinaldo Dindelli, facemmo un saggio di tiro, era presente il ministro Scelba. Io finì col non tirare, infatti fui immantinente nominato annunciatore e proprio nel palco delle autorità cercai alla meglio di spiegare in cosa consistesse il palio, come funzionava una balestra ed il significato dei vari costumi. Diciamo che diedi un buon saggio di creatività. Infatti quando nel nostro corteo comparvero molti più vessilliferi che balestrieri spiegai che gli extra portavano le bandiere con gli stemmi delle nobili famiglie di Sansepolcro che s’erano estinte. Il pubblico diede un buon segno di consenso, il rispetto è importante.

Ci furono processioni con il sindaco in frac e cilindro che sembrava sul punto di crollare per il caldo, anche se erano a tarda sera. Non mancarono i fuochi d’artificio e spettacoli di luminarie variopinte con centinaia di lumini ad olio accessi lungo la famosa scalinata.

Gli scherzi, i balestrieri avevano un buon numero di burloni, non mancarono. Memorabile quando una sera sul tardi, al rientro in camerata, trovammo il Fabbri già addormentato che russava. Il Medici (il professore) categoricamente affermò che lui non avrebbe dormito con quel trombone. Non so a chi venne l’idea:

“Semplice, portiamolo via!”

E cosi il letto con il Fabbri fu sollevato e pian piano, senza scosse, fu portato fino alla latrina, maleodorante era dir poco, e lui continuò il suo sonno indisturbato in messo agli olezzi, almeno per un po’.

Noi tutti ritornammo in camerata e fra una battuta e l’altra cercammo d’addormentarci. Dopo non molto sentimmo la porta aperta con un gran botto ed con un gran bercio il Fabbri entrò

“Chi è stato?”

Rimase fermo nella penombra, sulla porta, mentre noi tutti zitti si faceva finta di dormire.

“Lo so io chi è stato!”

Aggiunse dirigendosi verso il letto del Medici, coprendolo d’insulti. Lo dovemmo trattenere prima che si scagliasse contro di lui.

Ci furono altri scherzi, ma non credo sia il caso di raccontarli in questa sede.

Borghesi a Caltagirone, luglio 1962

Borghesi a Caltagirone, luglio 1962

Poi arrivò il giorno della partenza e prima d’arrivare a Messina per trovare il nostro vagone speciale che ci aspettava ci fu un’escursione a Taormina.

Partimmo la sera sul tardi per arrivare a Napoli in mattinata. Il caldo era diventato allucinante, di certo sopra i 40 gradi. Scoprimmo che uno degli ambulanti lungo il binario vendeva pistole ad acqua e ci armammo tutti. Nel vagone infuocato dal sole, tenevamo le finestre chiuse per evitare la corrente caldissima come fosse quella un asciugacapelli, ci fu una battaglia a fuoco o meglio ad acqua che durò fino a Rome. Vedemmo signori d’una certa età, quelli che portavano sempre camicia e cravatta, in canottiera che giocavano innaffiandosi come fossero bambini.

Arrivammo al Borgo a sera, la festa era finita.  

Marblehead, 27 aprile 2014

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