120c M’Arcordo… quando anch’io comincia ad andare alla Buitoni

Nessuno è perfetto, neanche il babbo.

Il mi’ babbo, un semplice impiegato della Buitoni come tanti altri, aveva un gran potere, almeno così pensavano in tanti, ed in fondo ci credeva anche lui e per questo peccava d’orgoglio o meglio di presunzione. Lui lavorava nell’ufficio tecnico che assieme al laboratorio chimico non era locato con gli altri uffici amministrativi e vendite, questo era vicino alla “fabbrica dove si faceva la pasta”. Lui in ufficio ci stava poco, era sempre in giro per lo stabilimento e sempre attento con i vari caporeparto affinché tutto procedesse bene. In fondo non era altro che un sergente maggiore che non ebbe mai il titolo d’ufficiale, ma per me era solo un generale, senza di lui la Buitoni avrebbe chiuso.

Diceva sempre ch’era meglio prevenire i problemi piuttosto che risolverli e nella mia carriera professionale ho sempre cercato di seguire questo principio. Andava al lavoro ogni mattina verso le 4 e 30, lui doveva essere già in trincea prima che il grosso della truppa, il contingente del turno delle 5 era il più numeroso, arrivasse. Era sua la responsabilità che alla fine della giornata le quantità di pasta programmata fosse non solo prodotta ma che fosse della qualità richiesta e su questo lui era davvero un esperto.

Anche dopo la guerra erano continuate i suoi giri quotidiani dei vari reparti dello stabilimento col Sor Marco. Non so quando questi ricevette il titolo di Commendatore ed anche se quasi tutti lo chiamavano con quell’appellativo, il babbo continuò ad usare il vecchio “Sor Marco”. Come sempre ogni mattina verso le otto questi compariva nel suo ufficio ed assieme iniziavano il giro dei vari reparti. Il suo viaggio era breve, la sua abitazione era ancora all’interno dello stabilimento. La mole imponente del padrone, sempre con un completo elegante grigio scuro a tre pezzi, giganteggiava su quella bassa e rotonda del babbo, che indossava un candido camice bianco e ben stirato e sempre con camicia e cravatta. Se un operaio/a aveva un problema personale andava da mio padre per consigli o aiuto, e se lui lo riteneva opportuno ne parlava col Sor Marco. Questi era generoso, anche se a prima vista sembrava altero e distaccato. In fondo forse pensava, lui che non aveva figli, che quella era la sua grande famiglia e se ne sentiva responsabile. Si sapeva che il Sor Marco ascoltava il Sor Braganti.

In quei primi tempi la ricostruzione si concentrò sui settori produttivi, come ho già detto il primo obbiettivo era quello di produrre pasta, il resto sarebbe venuto dopo e fu così che la vecchia portineria che miracolosamente non aveva subito grandi danni rimase invariata.

Buitoni, la vecchia portineria

Buitoni, la vecchia portineria

L’edificio sulla destra era l’abitazione del Sor Marco e della Sora Tina Buitoni, una romagnola sempre sorridente e piena di vita. Alla sua destra si intravede il cancello di ferro d’ingresso e la piccola porta nera nella foto era quella da dove passavano centinaia di operai, dopo aver marcato la tessera, tirando giù una leva, nell’orologio segnatempo. Credo che gli impiegati marcavano il cartellino entrando nell’edificio nella sinistra che non si vede, dietro l’abitazione del Sor Marco. I portieri avevano un piccolo tavolino lungo quel corridoio. L’operazione del marcare la tessera si ripeteva alla fine del turno quando tanti operai ed operaie di nuovo si allineavano per tirare quella leva, Quando sortivano c’era la possibilità che suonasse un campanello ed allora il portiere di turno doveva controllare che la persona indicata da quel suono non avesse rubato qualcosa. Non credo che fosse un’operazione molto accurata o severa. Non credo che ci fosse nessuno così stupido/a da correva il rischio di perdere un tale agognato lavoro per un chilo di spaghetti.

la Sora Tina Buitoni e Renato Braganti

la Sora Tina Buitoni e Renato Braganti

Proprio a quell’ingresso entrando subito dopo la porta sulla destra c’era una finestra che dava in uno stanzino, il centralino telefonico, da lì si comunicava in tutto il mondo.

A quei tempi al Borgo di telefoni ce n’erano pochi. C’era il telefono pubblico e non so da quando ma certo da molto prima della guerra. La cabina telefonica, era proprio lì davanti al Palazzo delle Laudi, dove poi ci sono andate le Guardie Comunali e adesso c’è l’Ufficio Turistico. Era vicinissimo a casa mia in Via della Firenzuola e ci passavo sempre davanti. Il telefonista, mi sembra si chiamasse Bista, era sempre là seduto davanti al centralino. Il posto non mi piaceva, aveva un odore di vecchio, di stantio ed anche il telefonista non mi piaceva, forse mi faceva un po’ paura: era gobbo. Ma come funzionava? A quei tempi non si poteva telefonare direttamente ad un altro telefono. Quando un cliente alzava la cornetta si accendeva una lucina nel pannello del centralino, dove c’era una persona che ti chiedeva con chi volevi parlare. Nella parte superiore della centralina c’erano tanti buchini, ognuno dei quali corrispondeva alla linea d’un altro cliente. Il centralinista inseriva lo spinotto di quello che aveva chiamato nel buchino del cliente desiderato ed ecco il miracolo: contatto fatto! I due potevano conversare ed il centralinista poteva ascoltare, infatti si diceva che fosse un gran spione. In teoria, anche perché non l’ho mai fatto, per telefonare al babbo alla Buitoni avrei dovuto prima parlare con il centralinista del posto pubblico, che mi avrebbe messo in contatto con la Silvia Boschi, centralinista della Buitoni, che poi avrebbe smistato la mia chiamata ed alla fine avrei raggiunto il babbo nel suo ufficio.

Alla Buitoni c’era un centralino e la Silvia era la regina delle comunicazione. Anche lei era sempre seduta davanti a quella specie di pianoforte senza tasti, ma tanti pulsanti, buchini e spinotti dai cavi colorati. Lei m’era simpatica ed era amica de la mi’ mamma, mi piaceva guardarla da quella finestra che dava nel corridoio, ma come si estricava con tutti quei fili senza infrenarsi?

E fu proprio in quegli anni del dopoguerra, direi quando ancora non avevo dieci anni, che anch’io cominciai ad andare regolarmente ad andare alla Buitoni. Molto spesso la domenica mattina, quando il Sor Marco se ne andava in campagna alla sua villa ad Albiano, ero io quello che facevo il giro col mi babbo. Quello era il giorno in cui il babbo non si metteva il camice bianco ed io ero contentissimo di seguirlo, potevo veder il suo ufficio, mi sentivo importante, ero il figlio d’uno ch’aveva anche il telefono nella sua scrivania, e non solo, c’era anche un vecchissimo telefono appeso al muro, uno di quelli col microfono, la cornetta era separata e la manovella: era un telefono

centralino telefonico

centralino telefonico

interno, credo che servisse per parlare con i vari reparti dello stabilimento.  Ma quello che mi piaceva di più in quell’ufficio era una calcolatrice meccanica, sapevo ch’era americana, potevo fare del complicatissime somme solo tirando una manovella. Il mio sogno era quello di portarmela a scuola. Ripensandoci credo che il maestro Guerri non sarebbe stato molto contento. Molti anni dopo, proprio qui a Marblehead, andai ad una fiera di beneficenza in una chiesa e trovai un Comptometer, come quello che mio padre aveva in ufficio. Ma che colpo di fortuna! Non potevo far altro che comprarlo e di certo non costò molto. Questa volta fu mia moglie a non essere contenta: “Ma dove la metti?”

Ed io me la son portata dietro per anni per i miei vari uffici, suscitando la curiosità di tanti, perfino del presidente (Alitalia) Nordio e non era facile vederlo sorridere.

Dopo l’ufficio il babbo mi portava in giro per lo stabilimento, mi piacevano quelle grandi macchine che rigurgitavano fiumi di spaghetti che magicamente si posavano tutti ben allineati su delle stanghe sottili per poi entrare lentamente in un lungo tunnel, il forno, dove ventilava aria calda. Dopo ventiquattro ore sarebbero sortiti dall’altra parte secchi e pronti per essere impaccati. Il tutto mi pareva magico. Lungo il forno c’erano delle porte che permettevano l’ingresso per controllare che il tutto procedesse bene. Tantissimi anni dopo mi fu narrata una storia che una volta trovarono una coppia, che colta da un’improvvisa ondata di passione, s’era nascosta in quei tunnel d’aria calda ed umido. Che calori!

Tutti quelli che incontravamo erano gentili e rispettosi e questo mi confermava il fatto che il babbo era una persona importante ed io me ne sentivo fiero.

Verso la fine degli anni quaranta era arrivato un nuovo responsabile dell’ufficio tecnico. Diciamo che aveva i requisiti giusti per coprire un tale incarico, infatti l’ingegner Longinotti, romano, aveva sposato una Buitoni. Personalmente ne ho un buon ricordo, quando mi ruppi un braccio corse subito all’ospedale col babbo ed pochi giorni dopo mi mandò un gran bustone pieno di francobolli, sapeva che facevo la collezione

005 campo sportivoCredo col babbo la relazione fu più complessa. Lui era giovane ed il babbo fu lento ad accettare cambiamenti, in ogni modo collaborarono per anni e spesso l’ingegnere si univa nel giro mattutino.

A suo tempo e questo era successo prima della guerra un grande spazio fuori Sansepolcro, quello che allora era aperta campagna, era stato livellato ed era stato costruito il Campo Sportivo Buitoni, dove, a parte tante manifestazione ginniche maschili e femminili, si svolgevano i grandi incontri di calcio.

All’ingegner Longinotti stava a cuore la squadra di calcio e credo che fu proprio lui che ingaggiò dei forti giocatori, mi pare venissero da Ostia, come i mitici Meoni, Pazzafini e Catalani, ma ce n’erano altri.

La Buitoni di quei tempi permeava tutta la vita del paese, non solo col lavoro ma anche col tempo libero. La domenica pomeriggio s’andava a vedere la partita al campo sportivo Buitoni facendo il tifo per la squadra bianco-nera Buitoni.

partita di calcio Sansepolcro-Montevarchi 20 novembre 1952

partita di calcio
Sansepolcro-Montevarchi 20 novembre 1952

Ed infatti il 30 novembre 1952 era una domenica (ho controllato) e la partita Sansepolcro-Montevarchi doveva essere importantissima, tutti sugli spalti a berciare a squarciagola. Il mi’ babbo è il primo in basso a destra col cappello naturalmente, alla sua destra la mi’ mamma e poi ci sono anch’io, quello con le colle gambe secche.

 

PS: a suo tempo quando inserii la foto della calcolatrice meccanica in un altro M’Arcordo… scoprii che alla Buitoni ce n’era almeno un’altra, il Prof. Alfredo Milani a quel tempo ad Hong Kong mi scrisse:

<<le calcolatrici americane si chiamavano “Comptometer” e ce l’aveva anche il mi’ babbo all’ufficio trasporti e mi ricordo che quando mi portava a lavorare con lui io che ero picino glie le incastravo sempre, negli ultimi tempi lui era rimasto uno degli ultimi a conoscere il “segreto” di farci le moltiplicazioni e le divisioni e per sfizio si esibiva a gare di comptometer contro calcolatrice Olivetti.>>

comptumeter

comptumeter

Avrei voluto vedere una di quelle gare.

 

Marblehead, 20 maggio 2014

 

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