019 M’Arcordo……quando s’andava al mare – seconda puntata.

 

            Credo che quelle mie prime vacanze al mare mi abbiano influenzato per il resto della mia vita. Credo che sia stato proprio allora che é nata in me la curiosità di viaggiare, di scoprire nuovi luoghi ed incontrare nuova gente. Anche se la vita da villeggiante, dopo la novità del primo anno, si ripeteva in una prevista e codificata consuetudine, c’erano ogni estate nuove scoperte, anche perché ero io a cambiare…screscevo.

            La vita con tanti altri Borghesi ed amici di famiglia certo dava un senso di protezione, avevamo creato un piccolo Borgo lontano dal Borgo. C’erano le amiche di mia madre: la Bruna, la Gina e l’Irma e con loro c’erano i loro figli e figlie, i miei amici. Erano le stesse persone con cui passavo tanto tempo anche al Borgo. Poi ogni anno si riincontravano gli amici fatti l’anno prima e se ne facevano di nuovi.

            Il mangiare, come ho detto, era come quello delle nostre parti. Però fui sorpreso nello scoprire che c’era gente che mangiava un pane differente dal nostro, ed era cattivissimo, sembrava ciringumme. Imploravo il babbo di portare il nostro pane quando ci veniva a trovare. Se oggi, dopo tant’anni vissuti lontano, mi domandate cosa ti manca di più del Borgo, senza un attimo d’incertezza, risponderei: il pane.

            Quando il Comandante Giorgio Biagioli  veniva con il volo a Boston sapeva cosa doveva portarmi: ‘na pagnotta de pēne! La mattina prestissimo, prima d’avviarsi verso Fiumicino, andava dal fornaio a prender ‘na pagnotta calda, appena sfornata. Arrivava sempre nel primo pomeriggio e subito mi telefonava ed io interrompevo quello che stavo facendo e lo raggiungevo nella camera d’albergo, non lontano dal mio ufficio. E Giorgio non mi portava solo il pane, c’era sempre un bel pezzo di formaggio ed anche una bottiglia di vino ed io cominciavo subito il festino. Poi c’era Piero Chimenti, il figliolo di Bubo e fratello di Felix, che era il caposcalo Alitalia alla Malpensa; anche lui aveva una simile richiesta, ma questa volta toccava a me portare il pane: infatti ogni volta che passavo di li venendo dal Borgo per continuare per Boston o New York, dovevo avere un pagnottone: era come una tangente che dovevo pagare.

“Non puoi fare i crostini neri, se non hai il pane giusto e se non lo porti, non ti faccio partire.” Diceva Piero.

Poi c’era anche una tangente venendo da Boston: aragoste. E lui contracambiava con altre specialitá.

            In varie occasione, incontrandomi con altri italiani all’estero, ho scoperto che l’inevitabile prima domande è: “Da dove vieni?” alla risposta: “Toscana” spesso il commento dell’interlocutore è stato: “Oh, sei uno di quelli che mangia il pane sciocco”.

 A proposito del nostro pane mia moglie americana aggiungeva:  “Certo che il pane del Borgo è sciocco, mettete tanto sale su tutto il resto”.

            Villa Rosa a Riccione era proprio in centro, sotto grandi pini, lungo il gran viale principale che scorreva parallelo al mare e portava fino a Rimini. Spesso mi mettevo davanti al cancello ad osservare la gente, le automobili dalle targhe starne di posti lontani, ma quello che mi affascinava di più erano i filobus che passavano in continuazione. A prima vista erano come delle corriere, ma poi qualcuno mi aveva spiegato che erano elettrici: ecco perché dal tetto si protrudevano due lunghe aste metalliche che scorrevano lungo dei fili elettrici sospesi nell’aria. Correvano silenziosi e non facevano fumo, mi aveva fatto notare il babbo. Non so la ragione, ma un giorno finalmante prendemmo il filobus ed andammo a Rimini. Ero così piccolo che non pagai ed ero felice.

            Una mattina mia madre mi sveglió prestissimo. “Presto, presto, alzati! Andiamo a vedere il sorgere del sole!” e cosi ai primi bagliori dell’alba ci siamo avviati , verso la spiaggia assieme ad altre mamme ed altri bambini semiaddormentati. Tutti i fila seduti sulla sabbia rivolti verso l’orizzonte lontano sul mare  abbiamo atteso, mentre si faceva sempre più giorno. Poi all’improvviso magicamente il più minuscolo pezzetto di sole é conparso ed repentino un raggio di luce si lanciato scintillante sulla superfice dell’acqua fino a noi. Il sole grande rossastro nella leggera foschia del matttino, ha continuato a salire, e la scia scintillante si é intensificata. La mamma poi ha gridato: “Basta, non guardare il sole, t’acieca!” Ancora oggi, ogni anno, il 21 di giugno, vado in un gran roccione che si protrude sull’Atlantico ed aspetto, come in un rito pagano, la forza rigeneratrice del primo raggio d’estate, e penso anche a la mi’ mamma con tant’amore ed un po’ di malinconia.

            Più o meno ogni anno si fece una gita. Ricordo quella a San Marino, forse eravamo  nel 1949, e la piccola repubblica comunista non era ancora stata invasa dalle grandi orde dei turisti. Passeggiammo per le piccole strade e andammo a vedere la chiesa di San Marino. Ho un vago ricordo d’una grotta dove mi hanno detto che il santo dormiva ed aveva un sasso come guanciale. Il giorno di questa gita doveva essere una qualche festa, infatti ad un certo punto ci fu una parata militare, diciamo una paratina. All’improvviso comparve una banda seguita da una compagnia di soldati. In quegli anni, ma questo l’ho saputo dopo, San Marino era una repubblica comunista e circondata quasi completamente dalla Romagna rossa non poteva essere altro. Non faccio analisi politiche, perché non saprei cosa dire, ma ricordo che i soldati di tutte le età indossavono una divisa scura, forse blu, e camminavano a passetti piccoli piccoli. Mi fu poi raccontato e non so da chi, che questo loro passo era dovuto al fatto che la repubblica era cosi piccola che se avessero fatto un passo lungo si sarebbero trovati subito fuori del territorio nazionale. Ma, sarà vero? La divisa era sobria e senza nessuna decorazione, quasi come una tuta da meccanico, mi sembra che il cappello fosse simile a quello d’un ferroviere. Avevano gran fuciloni  in spalla e penso che fossero dei ’91 lunghi. Ritornando a San Marino col mi’ babbo una diecina d’anni dopo mi ritrovai in un posto molto differente. I turisti si erano moltiplicati e con loro il numero delle botteghe dei portaceneri e di francobolli. Le divise dei soldati e delle guardie erano anche cambiate: eleganti, colori sgargianti, bottoni dorati con nappe ed alamari, i cappelli erano tutti inpennacchiati, sembravano pronti ad andare in palcoscenico come comparse nel “La Vedova Allegra”.  Non so se fanno ancora le parate a passettini, certo la repubblica non si allargata. Mia madre mi compró un bandierina triangolare biancoblu con lo stemma con tre torri, era montata su un’asticciola di metallo. Mi piaceva moltissimo, l’avrei messa nella mia bicicletta quando sarei tornato al Borgo. Ma poi la utilizai subito, durante il viaggio di ritorno, scendendo verso Rimini, avevo aperto un po’ il finestrino ed l’avevo inserita nella fessura. Non era più la bandierina di San Marino: era una lancia ed io ero diventato un Lanciere del Bengala che si scagliava in una carica sfrenata contro in nemici infami e cattivi. Sicuramente avremmo vinto.

 

            Un’altra volta siamo andati a Gradara a vedere il castello di Paolo e Francesca, gente che non conoscevo e che, come diceva mia madre avida lettrice dei lacrimosi romanzi di Liala, erano stati giovani e bellissimi e s’erano tanto amati.

 

Ma la storia si era complicata, ci fu un problema tecnico, lei era sposata. Gianciotto, il marito di Francesca, che era anche il fratello di Paolo, era vecchio, brutto, gobbo ed anche cattivo. Questo sorprese i due poverini a picione che facevano all’amore non in corsivo, e cosi fece far loro una brutta fine. Quando mia madre mi raccontava questa storia eliminava molti dettagli, ma in compenso c’erano tanti sospiri.

Dopo Gradara e dopo tanto soffrire negli studi danteschi al liceo, solo Benigni mi ha fatto riscoprire la gioia di rilegger Dante,

Grazie anche all’aiuto del Bignamino.

 

 

 

 

 

 

Ari Scheffer, Paolo e Francesca, 1835 (mica male Francesca)

 

  

Non ricordo molt’altro di quel castello, eccetto una gran stanza buia in fondo alla quale, mi hanno detto, c’era un trabocchetto, ovvero una botola nascosta che si apriva se ci camminavi sopra e il malcapitato ci cadeva d’entro. Era come un pozzo ed chi ci precipitava non trovava l’acqua nel fondo, ma delle punte affilate di lancia. Che brutta fine, che paura! Poi la guida ci raccontó che una volta a carnevale nel castello facevano il ballo angelico, ma non mi diedero molte spiegazione, ma in compenso ci furono risatine mal celate e commenti a mezza voce. Poi non so chi mi disse, sicuramente non mia madre, che questo era un ballo che si faceva tutti gnudi, io mi sarei tanto vergognato. Ma che gente strana e cattiva aveva vissuto in quel castello.

            Altri momenti importanti di quelle estati erano i compleanni, ma non il mio. Ero stato sfortunato: io ero nato a marzo. C’erono quelli che invece lo festeggiavano a luglio. Mi ricordo che quello della Parisina era il 14 luglio e così c’era sempre una gran festa. Due delle sorelli Caporali di Milano, Maria Teresa e Maria Grazia, avevano il compleanno lo stesso giorno e non erano gemelle, ed anche per queste si faceva festa. Una volta il loro babbo Beppe organizzó una gita in barca a vela, andammo fino a Gabicce. Penso che fosse un vecchio bragozzo con la vela triangolare. Al ritorno il mare era diventato un po’ mosso ed io ebbi una gran paura, ma non vomitai come tanti altri.

            Nel ’51 avevo dieci anni e mio padre pagó un bagnino perché mi desse delle lezioni di nuoto. Le lezioni furono due ed il bagnino decise che ero bravo ed avevo già imparato, ed io mi sentivo tutto imbaldanzito.

            Ma ritorniamo all’Adriatico, dove le maree si misurano a centimetri. Ogni anni c’era più gente, le file degli ombrelloni  e le sedie a sdraio aumentavano ed anche le cabine per cambiarsi. In quei primi anni 50 cominciarono ad arrivare anche gli starnieri, sopratutto i tedeschi. Avevano vecchie macchine ed alcuni venivano con le motociclette col sidecar. Molti andavano in tenda. Avevo imparato a riconoscere le targhe. La spiaggia si affollava sempre di più.

            Ed io continuavo a costruir castelli, sempre più grandi.

 

 

 

Miramare 1952-3

 

 

            Dopo un lungo inverno venne la primavera e poi finalmante l’estate, quella del ’54, avevo tredici anni e saremmo andati a Miramare. Come era già successo altre volte non dormii la notte prima della partenza, ero troppo eccitato, ed ancora non sapevo che proprio quell’estate avrei chiuso la mia impresa di costruzioni.

 

(continua)       

 

4 ottobre 2008, Marblehead, MA USA  

                                                                                     

I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete!

Fausto Braganti      

ftbraganti@verizon.net

 

 

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