30 M’Arcordo… il toro d’Arturo.

A New York, proprio all’inizio di Broadway la lunghissima strada che dopo aver attraversato tutta Manhattan risale verso nord, c’é la statua di un gran toro di bronzo: “The Charging Bull”, che sembra pronto a caricare e ad incornarti, come fosse a Pamplona. Me lo trovai davanti all’improvviso, era bellissimo. Era un pomeriggio piovoso del settembre 1990, ed ero alla fine d’una lunga camminata di quasi 20 miglia e fino allora non sapevo che neanche esistesse. Mi ero fatto a piedi tutta Broadway scendendo giù dal Bronx. Ero tutto bagnato e stanco, così mi ripromisi che sarei ritornato a vederlo con calma, ma poi passarono mesi.

Una domenica piena di sole del maggio ’91, dopo aver fatto foto al ponte di Brooklyn, decisi d’andare verso Battery Park. Allora mi ricordai di quel toro, proprio all’inizio di Broadway.

Da lontano notai che c’era una gran folla intorno al monumento e alcune persone erano sedute sulla schiena. Quando fui più vicino vidi che alcuni erano marinai in divisa e che le belle ragazze a cavallo sventolavano bandiere. Fu allora che dal gruppo sortì una ragazza, bella e in pantaloncini bianchi aderenti. Mi si avvicinó chiedendomi se fossi un fotografo. Aveva notato che avevo due macchine fotografiche al collo e un gran borsa con gli obbiettivi.

“Non sono fotografo. Mi piace molto far fotografie. Per me é solo un hobby.”

toro-darturo1

bull-arturo-girl-1992-06-14Allora notai che fra tutta quella gente c’erano alcuni fotografi indaffarati a scattare. Mi informó che lei era un agente pubblicitario e che stavano facendo foto da poi vendere a giornali e riviste. Il giorno dopo ci sarebbe stata una gran parata, a Ticket-tape Parade, per celebrare le truppe che erano ritornate dall’Iraq alla fine della Prima Guerra del Golfo. Chissá quando torneranno quelle della Seconda? Ma questo non c’entra niente con la mia storia.

“Conosce le scultore … quello che ha fatto il toro?” Pronunció dei suoni inintellegibili che dovevano essere il suo nome.

“No, non lo conosco.”

“Lo vuole conoscere? E qui.”

“Con piacere, mi piacerebbe incontrarlo. Il Toro é un pezzo favoloso!”

“Venga con me.”

Si fece largo fra tutta quella gente. Nel frattempo si stava aggregando un gran numero di curiosi e io la seguì.

“Ecco, le presento …” e di nuovo con la sua pronuncia inglese non capii quale doveva essere il nome dell’artista. Dopo tanti anni d’America mi sorprendo ancora come si possa distorcere la pronuncia d’un nome italiano, da farlo divenire incomprensibile.

arturo-1992-06-13Mi son trovato davanti il volto sorridente e barbuto dello scultore. Siamo rimasti in silenzio, fissandoci reciprocamente negli occhi, forse per pochi secondi, ma mi sembrarono lunghissimi. Lo conoscevo, l’avevo conosciuto bene, non molti avevano baffi neri di tale dimensione, da farmi sentire quasi nudo. Poi lui mi disse in italiano, non era una domanda ma piuttosto un’affermazione

“Tu eri a Firenze, all’universitá, anni 60!”

Allora mi son ricordato di lui, studiava all’Accademia, e spesso ci incontravamo alla mensa di Via San Gallo.

“Oh si, ora mi ricordo! Sei siciliano, ma non mi ricordo come ti chiami. Io son Fausto Braganti, andavo al Cesare Alfieri”

“Ed io son Arturo di Modica.”

Immaginate la sorpresa di quest’incontro, che fu seguito da abbracci e baci! Abbiamo spiegato in inglese all’agente pubblicitario che ci conoscevamo, che eravamo stati all’universitá a Firenze nello stesso periodo. Lei sorpresissima cominció a gridare a tutti di questo fortuito incontro di cui lei era stata l’artefice. Le modelle che cavalcavano il toro cominciarono a sventolar bandiere per noi e lanciarci baci. Uno dei fotografi si mise scattare foto dei due amici ritrovati, mentre un giornalista ci fece tante domende: avrebbe scritto un articolo. Il fotografo mi promise che me l’avrebbe fatte avere; ancora aspetto, invano. Non so se un articolo fu mai scitto, io non l’ho mai visto.

Quando il tutto finì Arturo mi invitó assieme alle ragazze e all’agente per un drink ai “Tre Merli”, un bar-ristorante a quei tempi molto alla moda in West Broadway in SoHo (si scrive così, é il quartiere South of Houston).Tutti sembravano contenti del nostro fortuito incontro e anche il padrone del bar, un genovese di nome Pietro, si unì a noi e ci offrì un drink per celebrare l’evento. Fu proprio lui che rivolgendosi ad una delle modelle, una israeliana dai capelli neri e ricciuti e dalle gambe senza fine:

“Ho sentito che ti sei fatta fare un tatuaggio.” E lei:

“Oh si, lo vuoi vedere?”

“Certo!”

Tutti smisero di parlare, cosa sarebbbe successo? Eravamo tutti incuriositi.

La ragazza si levò in piedi, senza esitazione si tirò su la minigonna e scostando da una parte le micromutandine ci mostrò una serpolina che le scendeva lungo l’inguine, sapeva la direzione giusta.

“Ti piace?” e poi rivolgendosi al resto del gruppo

“Vi piace?”

Tutti erano d’accordo: era un bel tatuaggio, e facemmo un brindisi anche alla serpolina che sapeva dove andare. Poi con la stessa rapiditá con cui aveva sollevato la ganna, se la calò, e non che questa coprisse molto.

   Dopo il drink le ragazze se ne andarono e io rimasi con Arturo, avevamo molto da raccontarci: quasi trent’anni di vita ciascuno, che moltiplicati per due facevano quasi sessanta. Arturo era arrivato a New York alla metá degli anni settanta. Mi sembra di ricordare che si era anche sposato, ma il matrimonio non era durato a lungo

Mi portó poi al suo studio in Crosby Street, non lantano. Lo aveva costruito lui stesso, utilizzando uno spazio vuoto ed abbandonato fra due vecchi edific. Lo studio d’uno scultore che lavora col bronzo col ferro ha l’aspetto della fucina di Vulcano. La spaziosa officina era al piano terra, ed era alta due piani; lungo una parete c’era una scala di ferro che portava al terza piano dove c’era il suo appartamento.  Posso solo aggiungere che Arturo era geniale e non lavorava sul piccolo.

Mi fece vedere la sua collezione d’armi da fuoco, fucili e pistole d’un po’ tutte l’epoche, in particolare aveva molti fucili della Seconda Guerra Mondiale. Aveva scavato nel sottosuolo, sotto lo scantinato, un tunnel e l’aveva rivestito con dei pannelli di suguro: era il suo poligono di tiro privato. Piu d’una volta mi invitò a sparare.

Poi mi raccontò la storia del toro e spero di ricordarmela correttamente. Era stata una sua idea, nessuno glielo aveva commissionato. Dopo tre anni di lavoro ed una spesa di quasi $400.000  Arturo era il padrone of The Charging Bull di bronzo levigatissimo, che pesava 3.200 Kgs.

Ma lui aveva un piano, o almeno credeva d’avere un piano. Nel mezzo d’una notte, pochi giorni prima del Natale 1989, un camion con gru parcheggiò davanti allo Stock Market in Wall Street e depose il toro sul marciapiede. Arturo era sicuro che gli amministratori della Borsa glielo avrebbero comprato: il toro è il simbolo del mercato azionario in crescita. Purtroppo gli amministratori la pensarono differentemente. Non solo non erano interessati a comprare il Toro ma gli diedero un ultimatum: doveva  rimuvore la statua entro 24 ore, e se non l’avesse fatto, l’avrebbero fatto loro per poi gettarla nell’East River, e gli avrebbero mandato anche il conto per la rimozione. Arturo riuscì con l’aiuto credo d’uno degli assessori comunali ad ottenere il permesso di poggiare il suo Toro in un angolo del Bowling Green, un piccolo giardino pubblico triangolare proprio all’inizio di Broadway.

The Charging Bull è ancora li, diventando una delle mete obbligatorie dei turisti.

Son passati 19 anni e per quanto ne sappia nessuno gliela mai pagato.

Va anche detto che Arturo negli anni 80 aveva prodotto e venduto molti dei suoi lavori e aveva fatto soldi. Quando l’ho incontrato i tempi della vacche grasse erano finiti e aveva giá venduto la Ferrari, ma aveva mantenuto il suo spirito creativo.

L’edificio dove è locato “I Tre Merli” era una vecchia rimessa con una gran porta che dá su West Broadway.  Mi hanno raccontato che più d’una volta, daccordo col proprietario, Arturo è entrato dentro il ristorante con la Ferrari. Gli avevano lasciato lo spazio per poterla parcheggiare in mezzo ai tavoli.

Dopo il nostro fortuito incontro andai spesso a travore Arturo, che era il prototipo dell’artista estroso, era una continua esplosione d’idee. Aveva lavoro, ma era ancora alle prese con le spese fatte per il Toro. Aveva anche problemi con la casa, ma non ne ricordo i dettagli. Qell’estate ci vedemmo spesso e assieme frequentavamo i Tre Merli e fu proprio allora che, fra i suoi innumerevoli amici, incontrai una tigrina d’Asmara. Quando arriva il Natale la gente normale compra l’albero, ma a lui piaceva fare le cose in grande, in fondo era lui che aveva creato il toro. Quell’anno decise di organizzare una gran festa: Natale nei Caraibi. Si fece portare un abete alto 5 o 6 metri, che mise nel mezzo dello studio-officina. Poi ordinò un camion carico di sabbia che fece scaricare intorno all’albero e la spiaggia con le sedie a sdraio era pronta per i villeggianti. Gli invitati alla festa dovevano venire con gli occhiali da sole e … con il costume da bagno e la ragazze col bikini. Fu una gran festa, anche se fuori la temperatura era sotto zero.  

Io rimasi a New York fino alla fine del 1996 e d’allora non l’ho piu rivisto. So che fu sfrattato dal suo studio. La scorso gennaio passai per Crosby Street, era tutto chiuso, con alcuni vetri rotti. Ho chiesto di lui dalle parti dei Tre Merli e mi hanno detto che lo vedono in giro. La prossima volta che vado a New York lo cerco sul serio….e vi faccio sapere.

Non credo di esagerare nel dire che dopo la Statua della Libertá, the Charging Bull di Arturo di Modica e’ uno dei monumenti più conosciuti ed è  diventato uno dei simboli di New York. Ogni volta che si passa da quelle parti ci sono turisti che si fan fotografare davanti al toro, e le punte dei corni ed i testicoli son diventate lucidissime per tutta la gente che li tocca.

 arturo-toro-1993-05-10

Fausto Braganti ed Arturo di Modica

Bowling Green, New York

maggio 1993

 

24 novembre 2008, Marblehead, MA USA            

                                                                            

I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete! Fausto Braganti      

ftbraganti@verizon.net

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