69a M’Arcordo…quando dormivo ’n cucina… e la Nina Desnuda me veniva a trovare.

Questo é il primo M’Arcordo… dedicato al ’68, il mio ultimo anno a Firenze. Quello fu un anno memorabile e penso proprio che ne scriverò degli altri, troppe cose son successe.

Via dei Servi 36

Ai primi di settembre del ’67 avevo ancora due esami da sostenere per finire Scienze Politiche al “Cesare Alfieri” di Via Laura a Firenze. Erano  tutti e due di diritto, poi dovevo scrivere la tesi e infine discuterla.

In teoria avevo un lavoro. Dopo la morte del babbo all’inizio del ’66 avevo continuavo, senza molta convinzione, un’attività da lui iniziata quando era andato in pensione. Aveva creato una piccola azienda di derattizzazione, parola molto nuova per quei tempi e molto più elegante di ammazzaratti. Avendo fra i pochi clienti Buitoni e Perugina c’era abbastanza lavoro da giustificare un operaio, un furgoncino Citroen 4L e un piccolo magazzino dove preparare le esche mortali.

Quello fu il mio primo lavoro, a parte qualche supplenza d’inglese: vendere il veleno per topi, o meglio per i ratti, le sorche. Avevo anche un bigliettino da visita che non mostravo molto spesso.

How many times I have answered: “My first job? Selling rats poison!” Col tempo, quello che una volta consideravo imbarazzante, é diventato un qualcosa di mitico.

E se avessi continuato? Verso il 1990 incontrai a New York un romano che aveva iniziato una simile attivitá di derattizzatore proprio nello stesso periodo. Abitava ai Parioli, aveva una villa in Sardegna e un gran barca a vela. Ritorniamo alla mia storia che sta allungandosi e non ho bisogno di speculare sulle vite non vissute.

Come ho detto non pubblicizzavo questo mio lavoro d’ammazzatopi, però in compenso questo mi permetteva di continuare a fare lo studente, e dato che all’università e a Firenze io ci stavo proprio bene, rimandavo la mia ricerca per una vera carriera. Se finivo c’era il rischio d’artornare al Borgo a fare il mammone e magari andavo a lavorare alla Buitoni. Non voglio offedere nessuno che ha fatto questa scelta, solo che io sentivo un gran bisogno di muovermi. Avevo molte incertezze: non sapevo cosa avrei voluto fare da grande, ma mi era chiaro quello che NON volevo fare.

alla mensa di via San Gallo

Proprio quel primo giorno di  settembre, quando tornai a Firenze per cercare un appartamento o una camera, incontari Loreto (quello piú alto in piedi nella foto, fra la Dorothy ed Armandino, Beppe* é il primo seduto sulla sinistra) alla mensa. Loreto abitava con altri amici in un appartamento in via dei Servi e avevo invano cercato d’aggregarmi.  Era quasi all’angolo di Via degli Alfani, comodissimo per andare in facoltà e  per tutti i posti che frequentavo e così vicino a Piazza Santissima Annunziata, dove a quei tempi si poteva non solo parcheggiare la macchina, ma anche lasciarcela per una settimana e nessuno diceva nulla. E non va dimenticato che Robiglio era a meno di 50 metri.

Era locato al terzo piano, 3 camere da letto, la cucina e il bagno. Dall’altra parte  del pianerottolo c’era un miniappartamento, ma non son sicuro come fosse disposto eccetto che c’erano due camere. Se avete visto il film “Auberge Espagnole”, (forse in italiano “Casa di Matti”?) con Audrie Tatou avrete un’idea del nostro posto.

La camera più grande era quella di Loreto con due letti e con la finestra su Via dei Servi. Le altre davano su un piccolo cortile interno.

Mi piaceva, conoscevo gli occupanti. Speravo che questa volta si fosse liberato un posto anche per me. Purtroppo mi dissero ancora una volta ch’erano al completo. Loreto, sempre  generoso, mi invitò a rimanere in camera con lui. Aveva un altro letto e sarei potuto restare fino a quando avrei trovato il mio posto.

Scommetto che avete giá capito: non trovai mai un altro posto, anche perché non feci manco finta di cercarlo, li ci stavo troppo bene e ci armasi.

Ora vi presento gli inquilini. Conoscevo Loreto dai tempi del Parterre (54 M’Arcordo…), poi lui se andò per un anno in America. Era poi ritornato e aveva ripreso gli studi d’architettura, come Mario; invece Giovanni e Mariano facevano Scienze Politiche come me. Poi vennero Francesco,  matricola ad architettura, e Pompilio, medico appena laureato che mi sembra lavorasse in un ospedale a Fiesole.

Per alcune settimane rimasi tranquillo in camera con Loreto, a parte il fatto che qualche volta russava. Poi questi mi annunziò con un certo imbarazzo che mi doveva sfrattare. Suo cugino Francesco, inscritto al primo anno d’architettura, sarebbe venuto ad abitare con noi agli inizi di novembre e io gli avrei dovuto cedergli il “mio” letto. Per ragioni di famiglia non aveva potuto dirgli di no.

Persi il letto, ma trovai un nuovo amico.

Considerando le varie camere, chi andava e chi veniva, c’era sempre un qualche letto vuoto e io cominciai un breve periodo di emigrazioni da una stanza all’altra, ma non durò molto. Fu convocato un consiglio d’appartamento: cosa fare con Fausto? Fu deciso senza alcuna opposizione di offrirmi la piccola cucina. In un consiglio antecedente era stato decretato fermamente l’interdizione totale all’uso di questa: era proibito cucinare, e persino farsi una tazzina di caffé. C’erano stati dei problemi col cibo avariato in frigorifero e piatti e tazze sporche lasciate ad ammuffirsi nel lavandino. Era diventata un po’ un ripostiglio. La potevo avere, a condizione di ripulirla e dovevo travermi un letto.

Accettai. Andai di corsa al Borgo e con un lettino e un materasso legati sul tetto della mia Fiat 850 rossa ritornai a Firenze. Era un po’ strano dormire in compagnia d’una stufa e un frigorifero spento, ma ero soddisfatto, avevo il mio posto in Via dei Servi 36, ed era l’unica “camera “con lavandino.

Alla fine dell’estate precedente la mia relazione con R. era davvero alla fine e anche se il nostro viaggio in Jugoslavia era stato piacevole e addirittura romantico nelle piccola tenda, avevo capito che questa volta dovevo troncare, troncare per davvero. Ci furono delle ricadute, ma diciamo che per il momento finì, senza gran scenate, solo qualche pianto. Queste sarebbero venute piú tardi, a Londra, ma questa credo che sia una di quelle storie che non v’arconterò. Mica posso dire tutto.

Questa ritrovata libertá mi faceva sentir contento, mi dava un gran senso d’ottimismo. Mi promettevo che sarei cambiato: avrei smesso di fare il timidone imbranato, era un lusso che non mi potevo piú permettere. Avrei trovato un’altra ragazza o forse sarebbe stato meglio trovarne piú di una. Ero stato fedele troppo a lungo e inutilmente. Sentivo che dovevo far baldoria, diciamo ricuperare il tempo perduto.

Nina Desnuda

Ritorniamo alla mia camera, o meglio alla mia cucina. Come ho giá detto nessuno poteva cucinare, non si poteva fare neanche un caffé. Era piccola, ma mi ci trovavo bene. La foto della Nina Desnuda, come si autochiamata lei stessa, fu scattata proprio li. Era stata una sua iniziativa, voleva che la immortalassi nuda, sapeva che avevo la mia camera oscura , che sviluppavo e stampavo e aveva fiducia nella mia discressione.Voglio inoltre precisare che ho avuto il suo permesso di pubblicarla in questo mio articolo, non l’avrei fatto altrimenti. Avevo appeso ai muri dei manifesti bolshevici che Nina m’aveva regalato, infatti se ne intrevede appena un angolo nella foto.

La porta non aveva la serratura e questo poteva esser un problema, anche perchè tutti andavano e venivano e spesso senza bussare. Trovai una saluzione rapida ed economica: quando c’era bisogno di chiudela smontavo la maniglia esterna con un cacciavite. Quando dopo tant’anni ho ritrovato la Nina, durante la prima conversazione telefonica, io a Marblehead e lei a Roma, questa mi disse:

“Ah ah! Ti ricordi quando smontavi la maniglia? Allora capivo che le tue intenzioni erano chiare.” 

Poi ci siamo incontrati varie volte, durante i miei viaggi in Italia, avevamo molto da raccontarci. Non ho smontato nessuna maniglia.

Un’altra particolaritá fu che la camera-cucina diventò anche una farmacia. Popilio, il giovene dottore che stava nell’appartamentino di fronte, riceveva ogni giorno dei campioni di medicine da varie industrie farmaceutiche; in poche settimane abbiamo riempito tutti gli scaffali dei pensili in cucina con tutti i tipi di pillole, pomate e iniezioni. Avevamo una vera farmacia. Fu proprio allora che per la prima volta vidi la famosa “pillala” (nella confezione con una pillola al giorno per un mese). Fu in quei tempi che la distribuzione era iniziata in Italia nel mezzo di tante polemiche.

Non mi rendevo conto di tutta la potenzialitá nell’avere un appartamento. Io potevo aver visite. I miei poveri amici, colleghi fiorentini, che dopo le lezioni dovevan ritornare a casa non avevano questa opportunitá. Si, forse la mamma faceva trovar loro una buona cenetta, mentr’io andavo alla mensa. In compenso pero’ io potevo invitare una ragazza a vedere la mia collezione di manifesti bolshevici e ascoltare canzoni anarchiche della guerra civile spagnola e non offrirle neanche un caffé; magari poi andavamo a mangiare una pasta da Robiglio.

Ma c’erano anche gli eventi inaspettati.  

Un giorno, ricordo che era l’ora di pranzo, e immagino che tutti fossero alla mensa, ritornai all’appartamento con un’amica. Ci conoscevamo da poco e sembrava interessata alle mie attenzioni. Essendo soli, seduti al margine del letto, da cosa nasce cosa e il tutto prometteva bene, molto bene. Ogni mia iniziativa trovava il suo consenso e lei stessa non era timide di prenderne. Poi d’improvviso ci fu un inaspettato irrigidimento e si scostò:

“Di che segno sei?” mi chiese, preoccupata, come se temesse la risposta sbagliata.

“Che segno? Quello dell’oroscopo? Non lo so.” risposi incredulo

“Non lo sai? Ma come non lo sai? Quando sei nato?” con un tono di voce irritato.

“Il 16 marzo.”

“Allora sei un Pesce.” Nessuno me l’aveva detto prima con quel tono di voce. Sembrava che mi volesse castigare per quello che avevo detto, per aver  scelto quel giorno per venire al mondo, e infatti lo fece: mi castigò! E pensare ch’ero del tutto innocente.

“Non possiamo!” Si alzò e rimettendosi quel poco che ero riuscito a togliere fino a quel punto. “Io sono Sagittorio! Non possiamo!”

Ero in una sitazione che mi trovò del tutto impreparato, questo fu un tipico caso di non sapere che “pesce” pigliare. Fino allora non sapevo che un Pesce non potesse andare con un Sagittario, doveva essere una cosa terribile e pericolosissima. E non sapevo cosa dire. Mi impappinai e non riuscii a trovare una risposta convincente che le potesse far cambiare idea, e tutti i miei bollori si sgonfiarono nel nulla. Ero così sorpreso che non riuscivo neanche a essere arrabbiato. E per quel giorno questa fu la fine di quello che era cominciato tanto bene, pieno di promesse.

La fortuna compensa i pazienti. Seguii il consiglio del mio grande eroe, il conte di Monte Cristo, che alla fine di tante pagine d’avventure dice: “Aspetta e spera!”  Dopo alcuni settimane la stessa ragazza decise che era l’ora di correre il rischio mortale di permettere un incontro molto ravvicinato fra un Sagittario e un Pesce.  E quello fu il primo d’altri incontri a venire. Infatti costatando che era stato piacevolissimo per tutti e due segni, che nessuna fulmine era caduto in testa al Pesce  e al Sagittario, si pensò bene che sarebbe stato un vero peccato non ripetere.

 E per oggi basta.

 *Conto d’incotrare Beppe la prossima settimana a Siracusa, per la prima volta dopo 42 anni.

 

9 febbraio 2010, Marblehead

Fausto Braganti

 ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

 

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