86d M’Arcordo… “nos habebit humus”

Ovvero della fine della Goliardia e della Feste delle Matricole.

 Fu a Padova, penso fosse durante la festa del ’66, che fui decorato sul campo: ovvero ebbi la mia nomina a Cavaliere del Sovrano e Commendevolissimo Ordine Goliardico di San Salvi, coronavo le mie ambizioni con il titolo piú ambito: con quello ero entrato nell’aristocrazia della goliardia fiorentina. Per fortuite circonstanze quella sera mi ritrovai con Paolo (?) Pontefice Massimo dell’Ordine, anche lui in trasferta, assieme a due ragazze non studentesse e cominciammo ad allontanarci dal centro e ci perdemme lungo stradine strette, sotto portici bui. Non m’arcordo perchè e come fu, ma ad un certo punto Paolo interruppe la sua opera di gran seduttore e mi ordinò di inginocchiarmi davanti a lui e con gesto serio e solenne mi toccò sulle spalle, in quel momento non aveva la spada, e de motu proprio mi nominò cavaliere. Le ragazze sorprese non avevano capito nulla di quello che stava succedendo, forse pensarono che gli studenti toscani erano un po’ matti, ma che doveva essere un evento iportante e ch’era doveroso baciarmi. Ripensandoci forse Paolo volev solo far vedere alla sua donna quant’era importante ed io fui nient’altro che una pedina nella sua opera di conquista. Ci fu poi, ritornati a Firenze, una vera e propria cerimonia d’investitura, sembrava davvero che fosse una cosa seria. 

 
 

il disco della Lenguazza

 

Una delle grandi istituzione dell’universitá patavina era la Polifonica Vitaliano Lenguazza,  la gloriosa e storica banda musicale, conosciuta anche per le sue mitiche stecche. Tutti i musicanti eran vestiti col frack o lo smoking, le ghette e col cilindro o la bombetta in testa.  Compariva regolarmente anche a Firenze ed il suo ingresso in piazza Signoria, per poi dare il concerto sotto i portici degli Uffizi, era trionfale, anche perché la bella ragazza bionda che li precedeva brandendo una gran fallica mazza, anche lei in frack, aveva delle gambe lunghe senza fine tornite dall’aderentissime e quasi trasparenti  calze nere. Anche lei era parte della tradizione. L’ultima volta che sono stato a Padova (1998) trovai un bel volume sulla goliardia patavina, anche con un CD con la musica della Lenguazza, purtrobbo l’ho perduto con l’allagamento della cantina l’anno scorso. So che ancora quelli della Lengheazza, oggi seri e rispettabili professionisti dalle barbe bianche, si riuniscono ancora ed i loro concerti ancora richiamano una gran folla. Grazie a Youtube ho trovato ”Il canto della mosca” in un concerto dato al Prato della Valle da questi decani della Golardia, ve lo dedico:

http://www.youtube.com/watch?v=cDn4Q5VF3CE

Ritorniamo a Firenze, almeno per un po’.

Ottenni altri titoli cavallereschi ed ho dimenticato i nomi d’alcuni. Quello della Vacca Stupefatta (giurisprudenza) vantava la sua fondazione in un casino di via dell’Amorino, pre legge Merlin. C’era anche quello dell’Arca, ovvero un ordine degli studenti stranieri che studiavano a Firenze, sopratutto africani ed il capo, non m’arcordo che titolo avesse, era Jean Syrogianis Camara della Guinea ed anche lui faceva Scienze Politiche. Aveva diversi anni piú di me, e raccontava d’esser stato nella Legione Straniera durante la guerra d’Algeria, ma forse era stato in un reggimento di Tirailleurs Senegalais. Mi sembra che fu proprio lui, ma forse ‘sta storia l’ho giá arcontata, che un giorno (1962-63) comparve alla mensa ed annunciò ad alta voce ch’aveva bisogno di schiavi, giovani, forti, aitanti e sopratutto negri. Si, proprio lui era diventato un negriero: Cleopatra aveva bisogno di schiavi, e lei li avrebbe pagati bene. Ne radunò un bel gruppo e pochi giorni dopo partirono per Roma, per Cinecittá. Quando finalmente vidi Elisabeth Taylor (Cleopatra) che entrava a Roma seduta nel suo seggio dorato invano cercai di ritrovare Jean fra il centinaio di schiavi nubi che tiravano il gran carro trionfale. Anni dopo qualcuno poi mi disse ch’era diventato ambasciatore.  

 
 

1966-11 Joan Camara e Fausto

 

Durante il lungo inverno, le Feste arrivavano a primavera, non c’era molto da fare a parte qualche cena o qualche ballo: in fondo bisognava anche studiare. C’erano però dei luoghi dove spesso ci ritrovavamo, a parte la sede dell’ordine e la mensa c’erano varie osterie in giro per la cittá tradizionalmente freguentate dagli studenti. Ne ricordo una in Via dei Neri, dietro palazzo Vecchio; era quella che sul bancone aveva una bizzarra struttura coniforme, sembrava un albero di Natale di fil di ferro,  decorato con l’ova sodi, che si potevano mangiare. Poi scoprii che simili aggeggi eran molto comuni nelle bettole francesi, ma son tant’anni che non ne vedo. Dev’esser passato di moda mangiare l’ova sodi all’osteria Poi c’era un luogo speciale: la Cantinetta Antinori nel palazzo Antinori in piazza Antinori, naturalmente! Era in fondo al cortile sulla sinistra e si scendevano delle scale, era ancora una nello scantinato per davvero. A dir la veritá era un’osteria con una selezione solo di vini prestigiosi per gli studenti ricchi, sopratutto fiorentini ed anche bombardini. Una volta ci andai con Jean, che mi suggerì d’assaggiare un bicchiere dello spumante “Nature”  prodotto dalla casa. Il mio amico africano mi diede un gran lezione sul méthode champenois, e come si fa a riconoscere un buon champagne da uno scadente. Secondo lui quello che Antinori offriva era ottimo, anche se poi non lo potevano chiamare champagne.

La prima Cantinetta fu una delle tante vittime dell’alluvione, divenne un laghetto. Forse un anno dopo le riaprirono ed era salita al piano terra, sulla destra appena s’entra nel palazzo. Ci sono stato poc’anni fa, é un ristorante elegante.

Nella storia della goliardia fiorentina ad un certo punto ci fu, ma non m’arcordo il perché, l’elezione d’un secondo Commendevolissimo Pontefice Massimo di San Salvi, ch’era una specie d’antipapa. Ma come si chiamava? Lo vedo ancora con la sua faccia pallida, magra e smunta! Non m’arcordo come andò a finire, ma di certo fini in gloria, come il “frate di Certosa” e ci fu una gran cena con tanti brindisi e canti per la ritrovata fratellanza.

Ma c’era qualcosa di ben piú grave nell’aria: ci fu un vero e proprio scisma e da questo nacque la “Res Publica” ovvero un altro ordine che voleva esser sovrano e soppiantare San Salvi: roba da Guelfi e Ghibellini e, dato che la storia si ripete, quelli della Res Publica memori del passato decisero d’indossare un gran mantello rosso col giglio bianco. A suo tempo quello dei Guelfi era stato bianco col giglio rosso ed infatti essendo stati questi gli ultimi a prendere il potere ancor oggi  lo stendardo del comune di Firenze è bianco col giglio rosso, ma questo non c’entra proprio niente con la mia storia. Scusate! Io rimasi con San Salvi, ma come avrei mai potuto tradire? Ero stato decorato sul campo, un tale peccato m’avrebbe sbattuto in fondo all’Inferno nel nono cerchio a far compagnia al conte Ugolino. Ci furono delle vere azioni belliche e partecipai all’attacco ed al saccheggio della sede della Res Publica, ch’era in uno scantinato in Borgo Pinti. Il maestro scismatico (intenzionalmente con “m” minuscola e senza nessun titolo davanti) fu catturato, trascinato in catene a Sant’Apollonia e legato ad una colonna. M’arcordo le faccie sorprese dei passanti che ci videro passare lungo Via degli Alfani tirandoci dietro il meschino incatenato. Ma come andò a finire? Non m’arcordo, forse anche questa crisi si risolse con una gran consiglio, importante come quello di Nicea, seguito da una cena, altri brindisi e gran cantate ed alla fine intonando il Gaudeamus ci sentivamo tutti fratelli, almeno per un po’.           

Era l’inizio del ’67 ed avevo bisogno di soldi, ma questo non era nulla di nuovo. Il bisogno stimola l’immaginazione e da questa nascono l’idee e non sempre sono le migliori. Decisi: avrei curato e pubblicato un’edizione di Ifigònia e l’avrei venduta durante le feste delle matricole in giro per l’Italia. La matematica era semplice: 500 copie a 500 lire avrei fatto 250.000 lire. Feci un calcolo di tutto quello di cui avevo bisogno, carta e fogli per battere le pagine da ciclostilare ed ero sicuro che avrei avuto un guadagno netto di almeno 200.000 lire, ci potevo campare tre mesi. C’era uno del Borgo, una persona importante, molto importante, che m’avrebbe permesso d’usare nel suo ufficio il nuovissimo ciclostile da poco acquisito: niente manovella, era elettrico. Avevo una copia dettilografata dell’opera e pazientemente mi misi al lavoro trascrivendola, non potevo cambiare il testo ma diedi sfogo alla mia creativitá curandone un’edizione ricchissima di note e commenti a rota libera. Battere a macchina gli spessi fogli da ciclostile non era una cosa semplice, non erano permessi errori: la battuta del tasto creava sul foglio una specie di perforazione, da dove succesivamente sarebbe passato l’inchiostro. Non ricordo quante pagine fossero, forse una ventina, e ci misi una settimana per batterle e spesi molto piú del previsto per tutte quei fogli che dovetti buttar via. Mi feci stampare la copertina dal Gennaioli e non volle sser pagato e mi ritrovai in casa con circa 10.000 pagine ciclostilate che dovevo poi rilegare con la copertina gialla. Misi tutti al lavoro, anche la mi’ mamma, che visto il contenuto dell’opera scrollava la testa sconcertata. Conclusione: la mia avventura editoriale non ebbe gran successo e alla fine forse riuscii a venderne forse una cinquantina, forse mi ripagai le spese. Per anni in cantina ci son state pile di Ifigonie in attesa d’esser lette, e pensere che oggi non son riuscito a trovarne neanche una copia ed ero sicuro d’averne portate alcune con me fin qui a Marblehead.

Poi venne il ’68 e fu l’epilogo d’un epoca e come gli antichi romani non si accorsero quando  l’impero volgeva alla fine, neanche noi ci rendemmo conto che le feste di quell’anno erano quelle dell’agonia, gli ultimo rantoli prima della morte. Di questo periodo ne ho parlato nei M’Arcordo…69a,b,c quelli di quando dormivo in cucina ed infine nel primo di questi sulla festa delle matricole, quando ho detto che cominciavo dalla fine. 

 
 

1968-03-19 Elisabetta Carlo Daniela e Fausto davanti al Pedrocchi

 

Anche quell’anno quella di Padova aprì la stagione, il 19 di marzo, e per l’ultima volta al Pedrocchi incontrai i vecchi amici, anche loro eran vicini alla laurea, finalmente. Fra questi ritrovai Carlo, penso fosse di Vicenza, che era diventato Tribuno, massimo titolo della goliardia patavina. Per l’occasione m’ero fatto prestare la marsina rossa da Luigino Chimenti, che di solito sfoggiava per il carnevale al Borgo. Dicevo a tutti ch’ero ‘l marchese e canticchiavo, cercando d’imitare malamente un accento veneto: “…’l 27 d’ogni mese tute le donne la g’ha ‘l marchese e…” e così via.

L’ultima della stagione fu a Firenze, verso la fine d’aprile. Secondo la tradizione ci sarebbe stata una battaglia e questa volta i due gruppi contendenti sarebbero stati i Crociati (studenti dell’Ordine della Vacca Stupefatta) contro i Saraceni (ovvero noi dell’Ordine del Cilindro, scienze politiche). Lo scontro sarebbe stato nell’Arno all’altezza di Ponte Vecchio. I Crociati con le barche avrebbero traversato il fiume cercando di sbarcare dal lato dei cannottieri e noi avremmo cercato d’impedirlo. Le armi da usare: frutta marcia, tanta frutta marcia. Per una settimana ogni sera andammo a raccogliela al mercato di San Lorenzo, le nostre scorte aumentavano ogni giorno e si immarcivano e puzzavano sempre di piú!

L’idea di vestirmi da saraceno non mi piaceva, avevo fatto giá i miei piani: sarei statolo lo scozzese a tre gambe. Procurarmi un kilt non fo difficile, me lo prestò un’amica, era un kilt da donna leggero e svolazzante e non uno di quelli veri, pesanti come una coperta pieghettata. Andai da Leva, in via Martelli, quello che ci vendeva i cappelli goliardici. Il negozio era un po’ anche una mercerie e lo convinsi a prestarmi una di quelle forme per esporre le calze: una gamba di plastica dal ginocchio in giú. Con un sistema di legacci e cinture fui capace di produrre un terzo arto che mi penzolava fra le gambe. Ecco: m’ero mutato in uno scozzese a tre gambe. L’idea era geniale, almeno lo pensavo io, ma non pratica, era difficile camminare, quasi impossibile. Dopo pochi passi il tutto venne giú, mi accontentai di fare lo scozzese a due gambe, ma sempre con il mio immancabile corno. Quella fu un interessante scoperta, si sta bene con la gonna almeno quando il tempo è bello, le gambe son libere e l’aria rinfresca il tutto dal basso e mi sentivo piú libero nei movimenti. I romani ancora una volta ci inseganavano il giusto, avevano capito quello ch’era comodo e noi avremmo dovuto aspettare l’influenza dei barbari freddolosi  per imparare a metter i calzoni. Ancora mi sorprendo quando vedo una donna con i calzoni, specialmente se é una giornata calda.  

 
 

1968-04 Fausto lo scozzese quasi a tre gambe

 

La battaglia sulla riva dell’Arno fu epica, ed il pubblico lungo il parapetto del fiume notò l’anacronistica presenza d’uno scozzese con la tuba che combatteva coi i saraceni. I crociati sbarcarono e s’allearono ai saraceni, avevamo ancora tante casse di frutta marcia e tutt’assieme cominciammo a bombardare gli spettatotori lungo il parapatto. E fu un fuggi fuggi generale.

E quella fu la fine della festa. Non proprio, ci sarebbe d’arcontare la storia della prostituta, ma non perdete niente, non é erotica. Forse ve l’ardico ‘n’altra volta.

Nel primo di questi quattro M’Arcordo ho narrato della cena fatta nell’autunno del ’69, quella da considersi la morte della Goliardia, almeno per me.

Ora ho finito, ora mi sento un po’ triste e malinconico. Dov’è andato a finire l’eco delle nostre risate, delle nostri canzoni? Dovo sono andati a finire tanti fratelli goliardi? Io son quello ch’é andato lontano e li ho persi.

Proprio le parole del “Gaudeamus” mi avrebbero dovuto prepare all’inevitabile sorte, a darmi coraggio, ma non é facile accettarle.

… post molestam senectutem

    nos habebit humus! 

 15 novembre,  2010, Marblehead, MA USA           

            PS: Alcuni mi hanno chiesto cosa fosse il  “Canto della Mosca”  per i curiosi che non si scandalizzano alle parolaccie ho scritto un commento con il testo della canzone                                                                

Fausto Braganti      

 ftbraganti@verizon.net 

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado) 

Una Risposta to “86d M’Arcordo… “nos habebit humus””

  1. biturgus Says:

    Il Canto della Mosca

    Alcuni, dopo aver ascoltato la sublime interpretazione musicale delLa Lenguazza, mi hanno chiesto che cosa fosse “il Canto della Mosca”. Questo era il tipico canto che si intonava alla fine d’una cena di laura.
    Tutti si levavano in piedi e rivolgendosi al neolaureato intonavano quest’inno d’addio, anche se beffardo ed inriverente c’era in fondo un malinconico senso d’addio.

    “Questo ė il canto della mosca,
    canto che tu non sai,
    ma se imparar lo vuoi
    devi cantar così!

    Queste son le nostre grazie,
    questi sono i nostri doni,
    (a questo punto il coro gridava il nome del laureato)
    levati dai coglioni
    tanto in culo, tanti in culo ce l’hai giá!”

    e come disse uno:
    “Ragazzi, la festa é finita”

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