104a M’Arcordo… quando non ho incontrato Anthony Clarke.

Ovvero un M’Arcordo d’appendice. 

Anthony Clarke nella sua libreria a Cape Town

Anthony Clarke? Ma chi era Antony Clarke? Questo era un nome che quando ancora stavo al Borgo non avevo mai sentito dire e tanto meno sapevo la sua storia. Forse non sarei qui a scrivere se gli eventi avessero seguito un altro corso.

Lessi questo nome per la prima volta e con gran sorpresa proprio qui, a Marblehead. Non ricordo quando o chi mi avesse dato il libro “A Tourist in Italy” di H.V.Morton, ma di certo son passati quasi quarant’anni, ma di questo ne parlerò piú avanti.

La prima volta che ritornai al Borgo dopo questa mia piccola scoperta e domandai in giro di questa storia scoprii che molti la conoscevano. Appresi anche che dopo tant’anni Anthony Clark era ritornato al Borgo nel 1965, questa volta diciamo in veste ufficiale ospite dell’aministrazione comunale, e che gli avevano addirittura dedicato una via! Nessuno m’aveva mai detto nulla, neanche il mio amico Paolo Massi che mi teneva sempre così aggiornato sugli eventi del Borgo, sopratutto i pettegolezzi, a quei tempi non c’era Facebook.  Peccato, l’avrei voluto incontrare.

Mi persi anche la visita di Kenneth Clark (questo senza la “e” finale) quando venne a Sansepocro (1980?) per ricevere la cittadinanza onoraria per i suoi studi su Piero della Francesca, ma questa volta fu per solo colpa mia, lo sapevo, la Carla me l’aveva detto e molto in anticipo.

La mia copia del libro di Morton era una prima edizione, pubblicato nel 1964. Non ho mai letto tutto il libro, il suo stile altisonante ed agiografico che spesso reputo superficiale non mi piaceva. In compenso ci trovai riferimenti a luoghi ed eventi sorprendenti che mi interessarono molto, come la sua visita al Borgo. Fu proprio fra quelle pagine che appresi per la prima volta la storia dell’ufficiale d’artiglieria inglese Anthony Clarke e per me fu una gran sorpresa, una bella sorpresa. Mi fu facile anche capire che l’Alberto che aveva incontrato ad Arezzo, era di certo il mio amico Alberto Droandi, amato apprendista balestriere e l’allora direttore dell’Ente del Turismo. Lella figlia d’Alberto mi ha infatti poi confermato che Morton era un amico del su’ babbo e che venne spesso a casa loro quando era bambina.

In varie occasioni ho scoperto riferimenti a Clarke, in molti altri hanno scritto di lui e del suo mancato cannoneggiamento del Borgo, fra questi anche l’amico Attilio Brilli, attento scrittore sensibile alla nostra storia. Nel 1996 ci furono varie lettere sull’argomento scritte al New York Time ed a quel tempo ci fu anche un mio intervento. Tre o quattro anni fa degli amici inglesi, conoscendo i miei interessi, mi mandarono una videocassetta con un bel documentario della BBC su Aldous Huxley e di quel suo avventuroso viaggio al Borgo agli inizi degli anni venti e la sua scoperta delLa Resurrezione. Credo che andò in onda pochi gironi prima di Pasqua. Sempre su quel documentario ci sono anche dettagliati riferimenti al perchè  Clarke decise di non sparare sul Borgo. Mi fece anche piacere rivedere intervistati alcuni amici Borghesi come Mariangela Betti e Luigi Andreini. Articoli, lettere, compaiono regolarmente per rinfrascare la memoria e di certo non voglio aggiungere molto a tutto questo, anche perchè non ho nuove o inedite informazioni da darvi.

Ma perchè non ci stanchiamo di raccontare questa storia? É una di quelle che dà speranza, una di quelle che anche se non fosse vera vorremmo che lo fosse, una di quelle dove un piccolo gesto, compiuto da uno sconosciuto e schivo ufficiale inglese, sensibile all’Arte che è proprietà di tutti, ci fa sperare in un futuro migliore anche nel mezzo dell’insensato turbine della guerra. Questa è una storia che al Borgo nessuno conosceva e sarbbe di certo cadute nell’oblio se non una serie di fortunati incontri non ce l’avessero rivelata. Ma chissà quante altre ce ne sono come questa…

Io voglio arcontare e valutare solo la sequenza delle cause e degli effetti dei fatti che si concatenano in un numero infinito d’anelli. 

 The Best Picture in the World

(ovvero una storia a puntate lunghe e corte, piú o meno in ordine cronologico assieme a noterelle varie ed inevitabili divagazioni che magari non c’entrano proprio niente, ma a queste credo che siate abituati.)

Prima Puntata

Alcuni anni fa, in una delle migliori librerie di Cambridge, vicino a Boston (USA), quasi davanti all’ingrsso principale dell’Universitá di Harvard, trovai in uno dei tavoli meglio esposti, una pila di libri la cui copertina attrasse subito la mia attenzione: la Madonna del Parto. Il titolo era promettente: “The Piero della Francesca Trail” (Itinerario Pierfrancescano). Naturalmento mi son messo subito a sfogliarlo e poi non ho saputo resistere alla tentanzione: lo doveo comprare, e così feci.  L’autore era Sir John Pope-Hennessy, uno dei grandi studiosi della pittura del Rinascimento Italiano, a suo tempo direttore del Victoria and Albert Museum di Londra ed a lungo collaboratore del Metropolitan Museum di New York per poi ritornare a Firenze dove è morto. Il piccolo libro elegante con delle ottime riproduzioni a colori ha solo circa 80 pagina, e la prima parte ripropone il famoso capitolo “The Best Picture” dal libro “Along the Road” di Aldous Huxley. Lo definirei un tascabile di lusso, considerando anche il prezzo.

Huxley naque nel 1894 in una delle grandi famiglie intellettuali inglese ed era nipote di famoso biologo Thomas Henry Huxley, amico e belligerante sostenitore di Darwin e delle sue teorie, nonchè appassionato di Garibaldi e del Risorgimento Italiano. Fu forse questo amore per l’Italia, che si respirava in famiglia, che ebbe una forte influenza su Aldous bambino.
             Nel primo dopoguerra iniziò a viaggiare per l’Europa e l’Italia era la sua destinazione preferita. La sua generazione seguiva ancora la vecchia tradizione bitannica del “Grand Tour”, almeno quelli che se lo potevano permettere. La sua era la generazione sopravvissuta alla Grande Guerra, che magari in trincea aveva riletto i grandi poeti romantici come Byron, Shelley and the Brownings, magari sognando che un giorno non lontano avrebbe liberamente traversato la Manica e dopo le Alpi raggiungere la loro agognata meta: l’Italia “… das Land, wo die Zitronen blühn”  (la terra dove fioriscono i limoni) come Goethe l’aveva descritta piú di cent’anni prima.

Immagino che Huxley fosse stato un assiduo frequentatore della National Gallery di Londra, dove aveva di certo scoperto ed ammirato “Il Battesimo” e “La Nativitá” di Piero della Francesca. Va ricordato, e secondo me importante nel contesto di questa narrazione, che la riscoperta e la rivalutazione di Piero era iniziata verso la metà dell’Ottocento e rimaneva ancora limitata ad un gruppo molto ristretto di studiosi ed intelletuali. Huxley era certo parte di questa elite, e nel suo viaggiare in Italia volle includere i luoghi in cui avrebbe potuto ammirare i lavori di Piero. Di certo aveva letto Austin Henry Layard, viaggiatore ed esploratore che s’era avventurato a Sansepolcro, che gli aveva  indicanto la via con i suoi scritti: sarebbe questa la prova che c’è sempre un libro che ne precede un altro?

Rientrato in Inghilterra, nel 1925 pubblicò “Along the Road”; non voleva essere un saggio ma piuttosto una raccolta di commenti, impressioni ed emozioni del viaggio. Questo fu un libro importante per tutta una generazione di intelletuali anglo-americani fra le due guerre.  Non so se venne mai tradotto in italiano. E forse il suo piú famoso capitolo fu proprio quello dedicato alla Resurrezione, “The Best Picture” come la definisce lui.

            La lettura di questo capitolo spinse molti, sopratutto giovani, a viaggiare in l’Italia, ad osservare ed ammirare con una nuova prospettiva le opere classiche e sopratutto riscoprire quelle meno note, anche quelle piú difficili da raggiungere senza farsi scoraggiare dalle difficoltà del viaggio. Huxley inculcò in loro il coraggio di far la valigia e partire.  Narrò la sua avventura per arrivare al Borgo, venendo da Urbino; descrive uno scomodo e lunghissimo viaggio, 7 ore in autobus (?), sicuramente in quell’occasione esagerò, come scrive anche lo stesso John Pope-Hennessy, che al Borgo c’era stato molte volte. 

Il suo incontro con la Resurrezione fu memorabile, anche se le sue impressioni sul paese non furono all’altezza. Di certo trovò il Duomo buio e tetro, non era stato liberato dalle pesanti sovrastrutture barocche che ancora coprivano le sue semplici ed armoniose linee romaniche. E di questo non disse nulla.  

Questo suo fortunato incontro con Piero lo inspirò a dedicare un capitolo intero del suo libro al Cristo Risorgente: “The Best Picture in the World”.  Lo chiama “Il Miglior Dipinto nel Mondo” per poi subito dopo affermare  per primo, che in fondo è un’espressione un po’ ridicola. Non andrò nei dettagli di questa analisi, si può forse sintetizzare che  ogni esperienza estetica è del tutto soggettiva, che nel suo caso si basa sulla semplicità ed onestà del lavoro e delle emozioni che fa provare . In fondo molti altri ben noti artisti, fa riferimento anche a certi musicisti, sono solo dei ciarlatani che vendono fumo, e son pieni di luoghi comuni. La ragione perchè le masse li ammirano è perchè i loro lavori sono facilmente raggiungibili e superficialmente piacevoli. In fondo c’è in Huxley uno punto di chiara snobberia intellettuale. Si sente parte d’un’elite, se ne vanta e vuol rimare tale.

E forse fu proprio questa snobberia intellettuale che spinse molti altri a seguire l’itinerario pierfrancescano in quegli anni fra le due guerre, si volevano sentir parte di questa casta privilegiata capace d’apprezzare il Bello. Loro non si sarebbero accontati di vagare per le sale degli Uffizi o dei Musei Vaticani. They would take the long way, not always the easy way. Lo stesso Sir John Pope-Hennessy, dopo aver letto “Along the Road”, si avventurò fino a Sansepolcro. Mi domando se anche lui da Arezzo prese il famoso “Appennino”, che Huxley aveva a suo tempo definito un trenino da operetta.

Ogni volta che vengo al Borgo per me ci sono due visite d’obbligo e la prima è quella al Museo. Il rituale è fisso, codificato dalla tradizione. Dopo la dovuta sosta davanti alla Madonna della Misericordia, entro nella gran sala dei Conservatori che mi si apre sulla destra e lì ancora una volta ho la gioia di meravigliarmi, quel Cristo trinfante dagli occhi grandi guarda proprio me, come se mi aspettasse. La prima volta che lo vidi, ero piccolo piccolo quando il babbo mi portò a vederlo, mi intimorì come quando il maestro mi chiedeva: “Hai fatto i compiti?”. Si, anch’io posso essere uno snob: mi piace quando trovo la sala deserta, allora mi avvio verso la panca al centro e mi siedo per dieci, quindici minuti. Sono solo ed allo stesso tempo mi sento vicino a tanti altri che mi hanno preceduto, famosi e non famosi, ma tutti accumunati dall’amore per il sublime.

 Per i curiosi: la seconda visita d’obbligo è in Duomo, dove vado a salutare il Volto Santo. Lui mi fa sorridere, è un’opera al di fuori delle regole e con quello di Lucca sono unici, non trovo termini di paragone.

La Resurrezione ai tempi della visita di Huxley era sempre lì, affrescata allo stesso muro, ma in realtà era come fosse in altro posto, allora era in comune, e di questo me n’arcordo benissimo. Non c’era biglietto d’ingresso, chi voleva poteva firmare in un gran librone. Ci si doveva destrare fra le scivanie degli impiegati e scaffali pieni di carte per raggiungere un posto dove si potesse ammirare il Cristo in tutta la sua gloria trionfante. Di certo era un’esperienza differente.

Con l’aiuto di Cate and Nash, che avevano una fornitissima libreria specializzati in libri antichi qui a Marblehead, verso la metà degli anni ’80, riuscii ad ottenere la mia copia del libro di Huxley, prima edizione. Una differenza mi separò subito dallo scrittore e dai suoi appassionati lettori, io non dovevo andare in Italia per scoprire il Borgo ed il quadro piú bello del mondo, io c’ero nato, ed anche a meno di cento metri dalla Resurrezione, ma questo di certo non mi fa meglio o peggio di nessun altro.

Circa 15 anni fa conobbi un signore americano di New York sull’ottantina John R. Appena seppe che io ero di Sansepolcro mi raccontò che dopo essere stato leggermente ferito il primo giorno dello sbarco in Normandia, e ben sapendo che sarebbe stato ben presto rispedito al fronte, cercò invano d’essere mandato in Italia. Sapeva che le truppe alleate stavano risalendo la penisola e sperava così d’arrivare a Sansepolcro: anche lui aveva letto Huxley. Quando gli raccontai la storia di Clarke si emozionò, non la conosceva. L’iniziativa di John non ebbe successo e finì per combattere nuovamente in Francia e poi in Germania. Nel 1950 ritornò in Europa e sin dalla partenza sapeva che doveva andare a Sansepolco e vedere la Resurrezione: per lui fu un vero pellegrinaggio culturale. Pochi giorni dopo mi telefonò e mi disse che proprio quel nostro incontro aveva fatto nascere in lui un gran desiderio di ritornare ancora una volta a vedere La Resurrezione, “prima che sia troppo tardi”, ed inoltre mi disse che aveva già comprato il biglietto aereo. Mi commosse.

Ci sono quelli che vanno a San Giovanni Rotondo ed altri che devono andare a rivedere La Resurrezione.

 

Seconda puntata

Anthony Clarke, seduto secondo da destra

Nell’estate del ’44, Anthony Clarke, un giovane ufficiale inglese della Royal Horse Artillery, dopo aver combattuto in Nord Africa, aveva partecipato alla battaglia di El Alamain, ed aver risalito la penisola italiana, passò anche per Monte Cassino ma solo a battaglia finita, si ritrovò con la sua batteria piazzata sulle colline dalle parti di Citerna, con tutta la valle assolata davanti a se. Ebbe degli ordini precisi: puntare i cannoni su Sansepolcro ed all’ora stabilita aprire il fuoco e pensare che in quei giorni c’ero anch’io, sotto il fuoco nemico!

Gli inglesi ancora  pensavano ci fosse un gran numero di tedeschi annidati nel paese. Dopo aver letto varie volte il nome Sansepolcro nella sua carta topografica cominciò a domandarsi:

“I know this name. Why do I know the name of such a small town? I do have heard of it, but when? Where?”

Diede ordine di cominciare il canneneggiamento e partirono i primi colpi, mentre lui continuava a scervellarsi su quel macabro nome. Poi d’improvviso s’arcordò: il libro di viaggio di Huxley!

“Yes, this is the town, the town with “The Best Picture in the World”.

Proprio in quel momento un italiano arrivò di corsa alla postazione gesticolando ed indicandogli le montagne di fronte, dall’altra parte della valle; non parlava inglese ma si fece capire: i tedeschi erano là, avevano già lasciato Sansepolcro, non c’era bisogno di bombardare. Il tenente Clarke volle credere a quel giovane e senza chiedere un contrordine al suo comando diede ordine di cessare il fuoco. Per sua fortuna l’informazione ricevuta era corretta, se al contrario le truppe alleate entrando a Sansepolcro si fossero trovate in un’imboscata sotto il fuoco tedesco, sarebbero stati guai seri per lui che non aveva obbedito agli ordini ricevuti. Nessuni gli avrebbe evitato la corte marziale.

Quando Anthony Clarke entrò a Sansepolcro trovò la piazza devastata, la gloriosa

Sansepolcro agosto 1944, macerie della Torre di Berta fatta saltare in aria dai tedeschi.

Torre di Berta che aveva resistito a tante guerre e terremoti era un cumolo di macerie e tutti gli edifici in giro erano gravemente danneggiati. Forse ebbe un momento di panico temendo che anche l’affresco di Piero fosse andata perduto per sempre. Immagino che anche lui già conosceva Il Battesimo e La Natività della National Gallery di Londra. Non so nulla della sua reazione e quali furono le sue emozioni nel vedere gli occhi di quel Cristo Resurretto, cerco solo di immaginarle. Di certo provò un gran sollievo nel vedere che non era stato danneggiato e forse si risentì le parole di Huxley che cosi profondamente l’avevano colpito:

“It stands there before us in entire and actual splendour, the greatest picture in the world”.

Ma nessuno al Borgo seppe di questa storia.

Non conosco i dettagli del resto della guerra di Anthony Clarke, posso solo immaginare che alla fine ritornò in Inghilterra e come tanti altri giovani cercò di ricostruirsi una nuova vita. Di certo non fu facile, penso che inoltre si trovò vittima di pregiudizi per la sua omosessualità, ancora considerata un crimine perseguibile ai termini di legge, ma queste sono solo le mie supposizioni.

Agli inizi degli anni ’50 quando il sole dell’impero britannico lentamente

Clarke's Bookstore, Mr. Clarke sta parlando con una cliente

tramontava dando gli ultimi pallidi raggi, decise di trasferirsi a Cape Town in Sud Africa ed aprire una libreria. Sin dalla sua apertura nel 1955 The Clarke’s Bookstore divenne in breve tempo una vera istituzione, considerato la migliore libreria dell’Africa Subsahariana.

 

 

 

 

La storia continua….

Questo M’Arcordo… non sarebbe stato possibile senza l’aiuto di:

Henrietta Dax, attuale titolare della libreria Clarke di Cape Town, South Africa.

David Fanning (anche lui originario di Cape Town) che mi ha messo in contatto con Henrietta.

Lella Dreandi, figlia di Alberto Droandi.

La famiglia di Ottorino Goretti.

Libero Alberti, amico paziente che sa trovare le risposte alle mie domande.

Rosanna Besi che mi ha permesso d’usare la sua foto delle macerie della Torre di Berta.

 GRAZIE!

 6 marzo 2012, Marblehead, MA USA                                                                        

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

8 Risposte to “104a M’Arcordo… quando non ho incontrato Anthony Clarke.”

  1. giudig Says:

    Grazie per questo interressantissimo post!

  2. Piero Poli Says:

    Carissimo amico Fausto leggendo il tuo ultimo m’arcordo non so perchè mi è venuta in mente la poesia “senza titolo” di Borges che qui trascrivo:
    Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
    Chi è contento che sulla terra esista la musica.
    Chi scopre con piacere un’etimologia.
    Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli scacchi.
    Il ceramista che premedita un colore ed una forma.
    Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
    Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
    Chi accarezza un animale addormentato.
    Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
    Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
    Chi preferisce che abbiano ragionegli altri.
    Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

    alla quale, con tutto il rispetto per il poeta, aggiungo volentieri “chi scrive m’arcordo” e le persone che hanno reso possibile questo. Un caro e fr saluto Piero

  3. monia mariani Says:

    che emozione dear Fausto .. sono rimasta appesa alle tue parole in un filo immaginario che mi ha portato seduta in quella sala, i miei occhi tra quelli dei nostri antenati, nell’autobus con Huxley, e a citerna con Clarke. Incredibile sapere che la bellezza ha salvato il nostro amato borgo. Huxley è inoltre per me un grande scrittore, uno dei miei preferiti e Clarke il mostro eroe. un caro saluto!!

  4. Leonardo Carloni Says:

    Ti ringrazio, Fausto, di aver scritto questa bella memoria. E’ un racconto commovente, che insegna tante cose. Ti saluto affettuosamente.

    Leonardo

  5. Marco Boninsegni Says:

    Di solito leggo poco, ma i tui M’Arcordo sono interessanti e affascinanti, complimenti!!!
    Marco

  6. Giuliana Casi Says:

    ho letto il tuo amarcord ed ho appreso cose che non conoscevo anche se conoscevo l’episodio, per essermi informata quando hanno intitolato la strada che avevo realizzato in occasione dell’urbanizzazione dei nuovi insediamenti urbani. Per esempio non sapevo che l’ordine di sospendere i bombardamenti era avvenuto in seguito ad una dichiarazione di un soldato che affermava che le truppe tedesche si erano allontanate, in realtà pensavo che l’iniziativa fosse stata impulsiva e addirittura che fosse stata punita,notizia questa che è stata pubblicata circa due mesi fa da un quotidiano, non ricordo se “La Repubblica ” o” Il Corriere della sera”,anzi se ritrovo l’articolo te lo invio, perchè è un articolo circostanziato e molto bello. ti rinnovo i complimenti per i tuoi amarcord che denotano un affetto mai sopito per la tua terra d’origine e soprattutto una capacità di sintesi non indifferente nel raccontare i fatti.

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