109d M’Arcordo… il mi’ babbo un po’ mammone e scapolone d’oro, quando lavorava alla Buitoni.

E così verso la fine del 1925 il babbo artornò a casa, alla Fonte Secca, oltre il Piazzone. La grande avventura coloniale in Libia del caporal maggiore Braganti Renato s’era felicemente conclusa. Al suo arrivo alla stazione d’Arezzo trovò la macchina con autista che il Sor Gherardo Buitoni aveva mandato per lui.

fregio del letto del babbo

Per celebrare questo lieto evento i suoi genitori gli fecero trovare un bel regalo: un monumentale letto matrimoniale, assieme ai comodini, al canterano e ad una toilette con il grande specchio ed il tutto decorato con dei fregi intagliati da un giovene e promettente ebanista: Antonio Medici. Il significato del dono era ovvio: loro avevano offerto un gran letto e lui doveva darsi da fare per trovare quanto prima una moglie da mettere sotto le coperte. Ma questo non successe, ed anche se di ragazze ce ne furono diverse, ci dormì da solo per i successivi tredici anni. Non ci sono testimonianze di possibili visite clandestine. A parte il fatto che  quelli erano altri tempi lo dubito conoscendo, anche se solo per sentito dire, com’era rigida la nonna Vittoria.

Il babbo rimase in casa con i suoi mentre lo zio Angelo, il fratello maggiore, era da tempo andato via. Dopo esser tornato dal servizio militare, fatto nel genio ferrovieri a Firenze, lui aveva trovato subito lavoro alla FAC (Ferrovia Appennino Centrale). Fu trasferito spesso in varie stazioni lungo la linea ferroviarie e proprio a Trestina conobbe una maestrina d’una buona e vecchia famiglia di Gubbio e si sposò. Le attezioni della nonna si concentrarono su Renato e di certo sperava che seguisse l’esempio del fratello quanto prima.

Per inciso penso che sia il momento giusto per parlare un po’ della nonna Vittoria (1875-1942), anche per capire il babbo. Penso che quella sua comparsa alla stazione, come ho già raccontato, quando lo fece scendere dal treno il giorno della Marcia su Roma, sia indicativo del suo carattere forte e volitivo. Era una Laurenzi, originaria di Monte Santa Maria Tiberina, quando questo isolato paese era ancora in Toscana, e dove i suoi antenati avevano abitato sin da quando era ancora un marchesato. A scuola non ci dissero mai che in una noticina del Congresso di Vienna del 1815 il feudo marchionale dei Bourbon dal Monte fu spazzato via con un colpo di penna e dato al Granduca di Toscana. Non so cosa combinò il bisnonno Valente (il babbo della nonna), ma sembra che sperperò le ultime fortune della famiglia che aveva delle pretese nobiliari e che vantava d’aver avuto un avo ch’era stato vescovo di Gubbio. Forse il bisnonno anticlericava mangiapreti non andava in giro pubblicizzando questo suo lontano antenato. M’arcordo d’aver visto lo stemma di famiglia (una fronda di lauro) in casa dello zio Beppe, fratello della nonna. Finito tutto, come reduce ferito durante la Terza Guerra d’Indipendenza (1866) ebbe la licenza dell’appalto per sale e tabacchi al Monte. Direi che per quei tempi, assieme alla pensione di reduce, doveva esser sufficente per sostenere la famiglia decorosamente. Ma poi c’è un’altro puntata un po’ confusa. I Laurenzi lasciarono il Monte e si trasferirono al Sasso, lungo la ferrovia, il bisnonno era diventato un casellante del FAC. Penso che la nonna fosse si da bambina umiliata da questa decadenza della famiglia e sperava che con il matrimonio le cose sarebbero andate meglio, ed ebbe ragione, e quando alla fine degli anni venti si trasferirono nel Palazzo delle Laudi a Sansepolcro (oggi palazzo comunale), di certo si sentì rivendicata. La nuova preoccupazione era trovare la moglie giusta per Renato, il figlio piú giovane, magari un’altra maestrina.

1925 Renato Braganti alla Fonte Secca.

Il babbo ritornò alla Buitoni, era l’inizio del 1926 ed aveva 22 anni. Circondato da tanti colleghi, impiegati ed operai che avevano combattuto in trincea ed anche da alcuni che avavano fatto la Marcia su Roma, ora lui si sentiva alla pari o quasi: poteva adesso vantarsi d’essere stato un cacciatore d’Africa, reduce della Campagna di Riconquista della Libia.

Aveva un buon stipendio e se a questo si aggiunge il fatto  che non pagava nè vitto e nè alloggio oserei dire si poteva permettere il lusso di far la parte del signore, anche se non lo era. Ed il fatto che poi era andato a vivere nel Palazzo delle Laudi aggiungeva un certo lustro.

Si vestiva bene andando da uno dei sarti dalla buona reputazione e si fece fare anche lo smoking e questo non lo indossava solo quando andava ai veglione.  Ho ancora un gilè con l’etichetta Rosvindo Guidobaldi.

fine anni 20. in piedi da sinistra: Armando Nucci, Corradino De Rosi, Arnaldo Buitoni, Luigi Monti
seduti: Renato Braganti e Manlio Nucci.

Con qualcuno dei suoi amici che aveva la macchina andava ad Arezzo e qualche volta persino a Firenze a comprare scarpe, camicie e cravatte. Questo rituale è durato fino ai miei tempi. M’arcordo di noisissimi viaggi fatti da ragazzo alla ricerca del perfetto paio di scarpe, eleganti e comode, o della camicia dal taglio perfetto. Cominciò anche a viaggiare per lavoro ed andare a Milano per la Fiera Campionaria era la sua meta preferita: là c’erano tanti negozi di scarpe e di camicie. Insomma credo che s’era convinto d’esser diventato importante, e la Buitoni l’aveva aiutato a trovare questa sicurezza.

Divenne intimo amico di due Buitoni, Arnaldo ed Alberto, suoi coetanei, compagni d’innumerevoli avventure e lo rimase fino alla fine, e come lui erano assidui frequentatori delle Circolo delle Stanze.

Cominciò a leggere e comprar libri. La sua biblioteca si arricchì con le opere di Pitigrilli e Mariani, che con il loro blando erotismo illuminarono la mia adolescenza. Poi ci furono i libri di Paolo Mantegazza, Emile Zola, Anatole France e tanti altri, molti libri che quest’oggi quasi nessuno legge.

Nel 1927 si celebrò il centenario dalla Buitoni, ma fu per l’azienda a la famiglia un anno difficile, direi tragico. Non conoscendo gli elementi d’una storia di certo complessa e forse, anche se li sapessi, non li racconterei per rispetto alla memoria di tante persone care; posso solo dire che ci fu un cambio della guardia e da Perugia arrivò il Sor Marco, uno dei poi famosi cinque fratelli che presero il timone della Buitoni e la fecero divenire una multinazionale. Il solo sopravvissuto dei vecchi Buitoni di Sansepolcro che aveva mantenuto un certo potere fu il Sor Gherardo, e mio nonno Barbino (Luigi Braganti) era il suo fattore e confidente. Suo genero, Serse Bartolomei di San Martino, era proprietario del Palazzo delle Laudi ed ecco il perchè i miei ci andarono ad abitare, e non pagavano neanche l’affitto.

1930, per al via Maestra Renato Braganti a sinistra e Luigi Monti sulla destra, non riconosco le ragazze. Notare la pompa della benzina.

Per qualche ragione a me sconosciuta il babbo non parlava molto di questo periodo e solo vaghi riferimenti occasionali mi permettono di fare delle supposizione e le molte foto di ricostruire la sua vita di scapolone. So che giacava ed a poker perse molti soldi. Una sera si bruciò tutto uno stipendio, per fortuna non aveva una famiglia da mantenere.

Il suo sarto Rosvindo Guidobalti non solo gli cucì lo smoking ed eleganti completi con tanto di gilè ma gli fece anche la mandatoria divisa con la giacca d’orbace.

etichetta della Sartoria di Rosvindo Guidobaldi, circa 1930

1930 circa, da sinistra: Renato Braganti, Manlio Nucci, Luigi Monti e Corradino De Rosi.

Il babbo, conformista e benpensante, attivamente partecipò alla vita del partito fascista e come sua madre, la nonna Vittoria, non aveva dubbi: Mussolini era l’uomo del destino, lui aveva salvato l’Italia dal baratro del Bolscevismo e l’avrebbe diretta e portata a nuova gloria. I successi delle conquiste coloniali rimasero con lui per tutta la vita, anche dopo che le sue convinzioni politiche si erano sostanzialmente incrinate. Infatti ebbe dei ripensamenti su quella ch’era stata la sua esperienza fascista, si sentiva tradito. Solo continuò a credeva che davvero ci fosse stato da parte nostra il dovere di portare la civiltà a popolazioni barbare e selvagge. In casa solo il nonno Barbino rimase silenziosamente antifascista, ma non so cosa succedesse quando i nonni chiudevano la porta di camera. Lui si accontentò, come ho già detto, di sfoggiare il suo gran fiocco nero alla Lavalier.

Il babbo, assieme a tanti della Buitoni era sempre in prima fila, giacca d’orbace, stivaloni neri lucidissimi e l’immancabile cappello con l’aquilone ad ogni evento politico, inclusa la memorabile visita di Starace, segretario del partito. Il suo ritratto in questa composita foto dell’anno XII EF (1933) è quello con l’asterisco sulla sinistra. Credo che le prime quattro file siano le immagini delle Sciarpe Littorio che avevan fatto la Marcia su Roma. Il babbo è il primo sulla sinistra con l’asterisco dei fascisti diciamo di seconda categoria.

I fascisti di Sansepolcro, anno XII EF (1933)

Anche se il babbo ufficialmente era un impiegato ed aveva una sua scrivania in realtà in ufficio ci passava poco tempo. Era in costante movimento fra i vari reparti della stablimento per programmare e supervisionare la produzione e seguirla nelle varie fasi. Era una delle persone chiave nei rapporti fra la direzione e le maestranze.

Una delle innovazioni che il Sor Marco aveva portato era il giro mattutino che lui faceva nei vari reparti, e lui con il suo fare paternalistico non solo voleva essere messo al corrente di tutte le fasi e risultati della produzione e dei vari problemi che immacabilmente sorgevano ogni giorni, ma voleva avere un contatto diretto con gli operai e spesso si fermava a parlare con loro. Il babbo lo accompagnava e lo oggiornava su tutto quello che era rilevante nella gestione della produzione ed inoltre gli presentava casi di operai/ie che abbisognavano d’una parola di conforto ed anche d’un possibile aiuto economico particolare. Fra gli operai era ben risaputo che il Sor Marco ascoltava a quello che gli diceva il Sor Braganti. Una posizione difficile la sua, con il rischio d’esser considerato uno spione leccaculi.

Questa routine durò per quasi trent’anni, fino agli inizi degli anni sessanta.

1937 Il Sor Marco in camicia nera è al centro, il piú alto e senza cappello.

Quello che so della vita sentimentale del babbo deriva dalle storie frammentarie che mi ha poi raccontato mia madre, ma molti anni dopo la morte del babbo. Lui non me ne ha mai parlato. So di due grandi “amori” che si scontrarono contro le ire della nonna Vittoria, che considerava le due ragazze di famiglie troppo modeste e non all’altezza di sposare il suo benamato figlio impiegato. Ed il babbo non ebbe il coraggio di ribellarsi, ben per me, se non sarei qui. Si racconta che una delle ragazze dopo il babbo si fidanzò con un altro e la sera prima del matrimonio gli mandò un bigliettino per mezzo di Arnaldo Buitoni, bastava che il babbo le mandasse una parola d’amore e le non si sarebbe piú sposata, l’avrebbe aspettato. Il babbo, che era quasi astemio, quella sera alle Stanze si ubriacò.

Ebbe anche una complicata relazione con una donna sposata, penso che fosse un’amica di famiglia. Mia cugina Silvana mi ha raccontato d’aver visto, quando era ancora bambina, la nonna Vittoria assistita da sua madre, la zia Tecla,  che scollava col vapore le buste delle lettere che l’amante gli mandava. Il babbo non l’ha mai saputo.

Una grande rivoluzione sociale arrivò agli inizi degli anni trenta con l’avvento della radio, ogni famiglia piccolo borghese ne doveva avere una. Nel 1934 ci fu un programma che ebbe un gran successo: “I Quattro Moschettieri” seguito poi da un altro chiamato “Due anni dopo”. La Buitoni-Perugina ne furono gli sponsor ufficiali. Furono stampate 100 figurine dei vari personaggi che poi venivano inserite nei pacchetti della pasta ed in quelli dei cioccolatini. Il successo fu enorme, senza precedenti. Un album con la raccolta completa dava diritto ad un premio, e presentando piú album i premi divenivano piú appetitosi. Non so a chi venne l’idea: ma perchè non rendere la collezione piú eccitando rendendo una delle figurina piú rara delle altre? E fu così che il mitico Feroce Saladino divenne il piú ricercato.

il ricercatissimo Feroce Saladino

Le figurine erano stampate al Poligrafico di Perugia, anche questo parte del gruppo Buitoni-Perugina, e poi venivano spedite ai due stablimenti. Il babbo era responsabile della distribuzione al reparto confenzioni, dove le figurine venivano inserite a mano nei vari pacchetti della pasta. Non so’ come fu decisa la quota di riduzione del Feroce Saladino per farlo diventar piú raro, ma rimaneva il fatto che il babbo doveva prelevare questo surplus e personalmente bruciarlo. Questa cerimonia aveva un valore quasi rituale, con tanto di testimoni e la redazione d’un rapporto che indicava l’esatta quantità dei Saladini immolati sul rogo. 

Credo che il fenomeno fu d’una tale portata che il governo si innervosì, in particolare il Ministro delle Finanze, e decise di porre fine alla collezione. Ma rimase il gran successo, dalle Alpi alla Sicilia tutti conoscevano il nome Buitoni e Perugina.

Con conquista dell’Abissinia, che ancora non si chiamava Etiopia, e la proclamazione dell’impero (1936), anche il babbo fu travolto da un’andata di trionfale ottimismo che sembrava sarebbe durato per sempre.

Le ombre della guerra erano ancora lontane e lui continuò a dormire da solo nel monumentale letto matrimaniale, in una grande stanza del Palazzo delle Laudi, ma non per molto. Nella primavera del 1937 comparve sulla scena una bella ragazza mora ventiduenne: Luisa Taba.

 

 13 settembre 2012, Marblehead, MA USA

                                                                          

ftbraganti@verizon.net

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Skype:       Biturgus (de rado)

 


[i] Prima ho ricordato “La Piazza” di Arduino Brizzi. Intenzionalmente ho deciso di non rileggere il libro, non volevo che i ricordi d’Arduino divenissero i miei, anche perché non sto raccontando i miei ma piuttosto quello ch’arcordo delle storie del mi’ babbo. Nel libro d’Arduino mi sono limitato a guardare le foto ed infatti ne ho utilizzate alcune. Ma poi non ho resistito ed ho riletto uno di quei capitoletti che sono verso la fine del libro. M’arcordavo che ce n’era uno intitolato gli “Impieghèti”,  non l’avevo mai riletto e sono andato a cercarlo. E non é stata solo una sorpresa ma piuttosto una rivelazione! Ma quello che Arduino descrive è il ritratto perfetto del mi’ babbo! I dettagli puntuali, gli eventi, gli ambienti, le sue amicizie non mi lasciono alcun dubbio, quello li é proprio lui, al 95%. Negli anni trenta i miei stavano nel Palazzo delle Laudi e la finestra della loro cucina dava su Via Buia dove Arduino era nato ed abitava a quei tempi. Lui li conosce bene e so che da adolescente frequentava la nostra casa ed infatti piú d’una volta mi ha ricordato la notte in cui son nato. Inoltre rileggendo quel capitolo ho ritrovato non solo il mi’ babbo, ma anche la mi’ mamma. A suo tempo avevo notato una certa affinità ma adesso non ho piú dubbi: sono proprio loro.

9 Risposte to “109d M’Arcordo… il mi’ babbo un po’ mammone e scapolone d’oro, quando lavorava alla Buitoni.”

  1. donatellazanchi Says:

    CIao Fausto,sono la Donatella Zanchi, ricordi ?( L’estate scorsa sulla torre di Uguccione ad ammirare il Borgo di notte). Grazie per questo bellissimo ricordo-racconto. Io il tuo babbo non l’ho conosciuto ma la tua mamma si ,e non sapevo che aveva vissuto a palazzo delle Laudi. Anch’io ‘n me posso arcordare de gnicosa, nn’è vero ? Un caro saluto. Dona

  2. giovanni Says:

    mi potrei sentire come chi durante un accompagno alla stazione di Arezzo arrivati al Sasso ha stimolato questo m’arcordo che ho il privilegio di aver ascoltato, a grandi linee, dalla viva voce dell’autore e che ora s arricchisce di particolari ma che la mancanza di tempo mi aveva impedito di ascoltare in anteprima…
    Grazie Fausto

  3. Rina Zoppi Maslow Says:

    Caro Fausto, grazie per avere scritto un nuovo M’arcordo. Nella foto del tuo babbo con degli amici della Buitoni vedo che c’era anche il mio zio, Armando Nucci. Era il marito della sorella maggiore di mia mamma che poi mori’ a Milano nel 1944 (mi sembra) fucilato dai Partigiani per essere stato Colonello fascista. Forse la mamma te ne aveva parlato.
    Un articolo molto interessante.
    Saluti cari,
    Rina

    • Fausto Braganti Says:

      si Rina, conosco la tragica fine di Armando sposato con la Gemma, che ho conosciuto bene, amica della mia mamma. Ricordo quando parti per l’Australia. Anche tua mamma mi raccontava di quel triste periodo a Milano, poi per fortuna venne il tuo babbo a prenderla. Armando fu fucilato, credo a Monza, nell’aprile del 1945. Suo fratello Ennio fece in tempo a fuggire e fini nella Legioene Straniera in Algeria, poi sposo’ una francese, credo.

  4. giuliana casi Says:

    che dire Fausto? Vedo che te la cavi anche con i m’arcordo degli altri , oltre che con i tuoi, sono storie che rievocano film in bianco e nero, l’epoca dei telefoni bianchi,gl’intrighi familiari(l’apertura delle lettere con il vapore), altro che violazione della privacy! Comunque erano storie all’ordine del giorno in ogni famiglia. Quello che emerge è la figura di tuo padre,forse idealizzata da te, ma certamente di grande spessore e forse anche un pò introversa; d’altro canto non avrebbe potuto essere diversamente con una mamma così autoritaria. Una foto che mi ha colpito è quella per il corso, con la pompa di benzina e con l’esposizione di calze da donna, sembra quasi un emporio, ma a che altezza era della via Maestra, lo sai?

  5. nilde mercati Says:

    Grazie Fausto per questi ” m’arcordo ” che sono testimonianze preziosissime per noi borghesi. Inviterò mia cugina Luciana , figlia di Armando e Gemma, a leggerlo e a mettersi in contatto con te, lei sicuramente potrà darti altre notizie sullo zio.
    Ciao carissimo, un abbraccio, un bacione e sempre…..a presto!!!!

    • Fausto Braganti Says:

      Ho cercato d’essere il piu’ obbiettivo possibile nel raccontare del mi’ babbo, cercando di non creare un mito, perche’ di certo non lo era. Non credo che lui abbia mai scoperto che quelle lettere venivano aperte. Mia cugina Silvana mi l’ha raccontata molt’anni dopo la sua morte.
      Penso che il negozio, di certo una merceria, era per la via Maestra all’altezza di Via Gherardi, accanto a quello dove oggi ha il negozio l’orolagio “Manone”. Mi scuso ma non ne ricordo il nome. Ricordo che alla fine degli anni quaranta c’era ancora la pompa di benzina. Ce n’era un’altra all’angolo via Maestra Borgo Nuovo (via Piero della Francesca dove allora c’era la bottega di ferramenta Fabbri (oggi c’e’ il Massi). Mi sembra che ce ne fossero altre, ma non ricordo dove, forse una al Caffe delle Stanze?

  6. luciana nucci sgaravizzi Says:

    ciao fausto. il tuo racconto mi ha fatto molta emozione. ricordo bene i tuoi genitori. alcuni pomeriggi quando le signore si riunivano nei vari salotti a turno per la finissima tazza di te’. spero che ti mettetai presto in contatto com me.

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