112 Non M’Arcordo… d’Italo Balbo, ma del dott. Tosini, de Fernando e de Nino me n’arcordo, ovvero le bandierine tricolori sulla carta della Libia.

Nino Maneri, bersagliere, fierissimo della "sua" autoblinda

Nino Maneri, bersagliere, fierissimo della “sua” autoblinda

Proprio scrivento il M’Arcordo precedente (111b) ho arcontato del babbo che “andò” in guerra (1940) senza muoversi da Sansepolcro: lui metteva le bandierine tricolori sulla carta geografica della Libia, che forse pensava d’essere un alto ufficiale dello Stato Maggiore?

Ho arpensato ancora una volta a quelli che in Libia c’erano andati per davvero, a quelli che ho avuto la ventura di conoscere. Erano stati loro quelli che facevan muovere le bandierine, e fra questi anche Nino Maneri e Fernando Leonardi che scorrazzavano per il deserto con le lero autoblinde, quando trovavano la benzina. O forse andavano a nafta? Il babbo li abbandonò al loro destino quando le notizie dal fronte cominciarono ad esser brutte. Le bandierine cominciarono ad artornare indietro. Ma lui non smise di far pasta (Buitoni) anche se spesso doveva usare farina di ceci o di fagioli, voglio sperare che forse un po’ di questa arrivò fin nel deserto per sfamarli.

E fra i tanti ho arcordato anche il dott. Enrico Tosini, ferrarese, amico d’Italo Balbo, che, se dovessi scegliere fra i gerarchi fascisti uno che mi è simpatico, sarebbe proprio lui, e non solo perchè era del laureato del Cesare Alfieri di Firenze, ma perchè fu forse l’unico che poteva mandare a quel paese il duce e dirglielo in faccia. Anche Sandro Pertini si era laureato al Cesare Alfieri. I due erano caetanai, mi domando se si son mai incontrati, ma questo non c’entra niente con la storia, scusate.

 

‘sta volta mi servirò in buona parte, anzi in gran parte, dei m’arcordo di Luciano, che una volta fu il mio capo all’Alitalia e che poi divenne ed è rimasto un caro amico. Le nostre vie si separarono tanto tempo fa, ma ora in qualche modo si sono riavvicinate. E proprio l’estate scorsa vagando assieme lungo le tortuose strade delle Corbieres (Pirenei orientali) ci siamo lasciati andare nella scia dei ricordi a riarcontarci per l’ennesima volta le nostre avventure di lavoro ed arcordato tanti amici, colleghi e conoscenti ormai scomparsi e fra questi anche il dott. Enrico Tosini, il babbo di Luciano.

Lo incontrai nel 1979, proprio quì a Marblehead. Era venuto con la moglie a trovare il figlio, allora rappresentante Alitalia a Boston (Luciano era una UP, ed io ancora solo una semplice UC, anche se poi son diventato una UV non ce l’ho mai fatta ad esser UP. Si, questo fa parte d’un linguaggio iniziatico). Dopo pochi convenevoli e dopo aver saputo da dove venivo mi chiese:

“Ho un carissimo amico che è originario di Sansepolcro, abita a Milano. Conosce Beppe Caporali dell’Ente Risi?”

A Milano di Beppe Caporali ce ne poteva esser uno solo che lavorava all’Ente Risi.

 “Certo che lo conosco, è stato a scuola col mi’ babbo ed assieme a lui e la sua  famiglia siamo andati andati in villeggiature tutte le estati dalle parti di Miramare di Rimini, sempre nello stesso hotel. Quando s’andava a Milano era d’obbligo una visita a casa sua, e quanto mi piaceva il salottino afgano, pieno dei cimeli riportati dopo aver passato due anni in Afganistan, negli anni trenta.”

E poi ha continuato soddisfatto della mia risposta:

“Ma allora dovrebbe conoscere il Cacciari, è un amico ferrarese che tempo fa si trasferì a Sansepolcro per lavorare alla Buitoni.”

Ed io:

“Conosco anche lui, è stato un collega del mi’ babbo, abita vicinissimo a casa nostra.”

Ecco nel giro di pochi minuti abbiamo riallacciato legami che non sapevamo esistessero.

Anche Italo Balbo era ferrarese e quando divenne Governatore Generale della Libia nel 1934, invitò il Dott. Enrico Tosini a seguirlo con l’incarico di Direttore del Servizio Zootecnico, lui voleva  accanto a se persone fidate.

Forse a  Mussolini non era piaciuta l’eccessiva popolarità di Balbo, specie dopo le

Tripoli, (XV EF) visita del principe Umberto

Tripoli, (XV EF) visita del principe Umberto

sue epiche transvolate atlantiche, e forse gli aveva dato questa prestigiosa carica, per allantanarlo da Roma.

In questa foto, scattata a Tripoli durante la visita del principe ereditario Umberto di Savoia (ANNO XV EF), si vede il dott. Tosini di profilo in borghese che sta confabulando con Balbo, terzo da sinistra. Stanno forse decidendo che cosa offrire per pranzo ad un ospite così importante? Bistecche di cammello? Quello in borghese con la camicia nera, a sinistra del principe, è Lino Balbo, nipote del governatore. Lino era intimo amico di Enrico, ed era stato proprio lui quello che l’aveva presentato al potente zio.

Durante i mesi precedenti alla nostra entrata in guerra, primavera del 1940, Balbo aveva apertamente dichiarato l’inadeguata preparazione bellica delle nostre truppe e sostenuto la necessità di rimanere neutrali, la guerra sarebbe finita con un’inevitabile sconfitta, ed avrebbe portato alla caduta del regime stesso. Cominciava a dubitare sulle capacità del duce, temeva la sua megolamenia che ci avrebbe portati al disastro. 

Pochi giorni prima del 10 giugno 1940 Balbo fu convocato a Roma, quando in un consiglio segreto di tutti i grandi gerarchi del regime, Mussolini comunicò l’imminente dichiarazione di guerra alla Francia e all’Inghilterra. Rientrato subito a Tripoli con il suo idrovolante, adunò nella sala del Teatro Lirico di Tripoli le autorità ed i notabili della Colonia per informarli della prossima entrata in guerra. L’annuncio fu accolto con applausi entusiasti immediatamente interrotti dal Governatore con una scarica d’insulti tanto pittoreschi quanto inaspettati del tipo:

“Branco di deficenti… incoscenti… imbecilli…cretini…irresponsabili! C’é ben poco da rallegrarsi… l’Italia non é preparata al conflitto. Purtroppo non sono stato ascoltato…faccio ora appello al vostro senso del dovere e dell’onore per riuscire a far fronte con coraggio e dignità ai prossimi tragici eventi che ci aspettano…”

L’elite coloniale se ne torno’ mogia, mogia alle proprie responsabilità.

E’ comprensibile che un simile personaggio non fosse piú nelle grazie del duce al punto da far addirittura pensare che l’imminente sciagura di Tobruq, quando il suo aereo fu erroneamente abbattuto dalla contraerea italiana (28 giugno), fosse stata tramata ai più alti livelli dello Stato. In quell’incidente morì anche il nipote Lino, che era a bordo con lui.

Questo era il m’arcordo del dott. Tosini presente a quella storica adunata premonotrice di tanti dolori e lutti, come ricordatomi dal figlio Luciano. Lui era nato a Tripoli meno d’un anno primo di questi eventi ed era stato proprio Italo Balbo a fargli da compare al battesimo, di certo grazie agli indiscussi meriti fascisti del padre.

E questo è un breve filmato su Balbo:

http://www.youtube.com/watch?v=53QWL-yIofQ

Il dott. Tosini mi raccontò altre storie, ma la piú affascinante è quella di quando le

Tripoli, il Grand Hotel

Tripoli, il Grand Hotel

pulci gli salvarono la vita; il loro intervento fu decisivo, se fossi credente potrei dire divino. Una sera, dopo un lungo e periglioso viaggio in macchina da una località di cui non ricordo il nome finalmente a notte raggiunse l’aeroporto di Tripoli per scoprire che l’aereo per Roma che avrebbe dovuto prendere era partito da tempo. Non ci fu  altro da fare che andare a dormire. Si fece accompagnare al Grand Hotel e gli diedero una camera in una dalle torri sull’angolo del palazzo. Stanchissimo si sdraiò sul letto per poi scoprire ch’era infestato dalle pulci. Furioso scese al ricevimento per farsi assegnare un’altra camera che poi era nella torre nel lato opposto dell’edificio. Esausto, di nuovo si gettò nel letto sperando di dormire, ma non ci riuscì; ‘sta volta fu colpa non delle pulci ma del sibilo delle sirene che annunciavano un imminente borbamento. Dopo pochi minuti il Grand Hotel fu colpito e quella prima torre dove era stato inizialmente alloggiato, dopo una grande deflagazione, era diventata un cumulo di macerie in fiamme: di certo un metodo un po’ eccessivo di disinfestazione dalle pulci. Ma non è finita quì: il giorno dopo apprese che l’aereo per Roma che avrebbe dovuto prendere era stato abbattuto nel Mediterraneo. Come avrebbero detto i vecchi: non era arrivato il suo giorno.

 

 Forse il babbo, movendo le bandierine, pensava anche a quelli ch’eran partiti dal Borgo per andare a combattere nel deserto della Libia, e lui ne conosceva diversi. Avendo lui stesso passato due anni da quelle parti di certo sentiva una forte affinità con loro, piuttosto che con quelli spersi per la stappa, infatti non aveva comprato un carta della Russia,

Fernando col paniere e Nino nell'altalena, prima di partire per la Libia, forse a Pinerolo.

Fernando col paniere e Nino nell’altalena, prima di partire per la Libia, forse a Pinerolo.

Il babbo non piantò la prima bandierina per Fernando (quello col paniere) e per Nino (nell’altalena), questi non andarono lontano da Sansepolcro, furono arruolati nei bersaglieri e spediti a Siena,  Penso che quest’immagine giuliva sia dei tempi spensierati dell’addestramento, erano ancora lontani dal fronte.

Durante la mia recente visita a Sansepolcro (dic. 2012) ho avuto la buona ventura di riincontrare Fernando Leonardi, reduce, ferito e sopravvisuto, 91enne detto Angnari, dalla mente lucidissima e dalla voce vibrante. Mi ha puntualmente arcontato le tappe delle sue avventure di guerra.

Sono andato a trovalo, grazie a sua figlia Alessandra, e mi ha subito riconosciuto e tutto fiero si è messo in capo il suo glorioso cappello piumato.  Ho anche incontrato Rita, la su’ moglie, quella che mi ha subito informato che a suo tempo mi aveva conosciuto bene e che m’aveva cambiato le ludre. Non è da tutti sentirsi dir questo dopo settant’anni.

Fernando fu richiamato il 22 gennaio 1940, aveva 19 anni. Dopo la caserma di Siena, assieme al compaesano Nino Maneri, fu mandato alla scuola di pilotaggio autoblinde di Pinerolo per l’addestramento. Ed era li il giorno della dichiarazione di guerra, il 10 giugno.

Bersagliere Leonardi Fernando!Presente!

Bersagliere Leonardi Fernando!
Presente!

Fernando era nella compagnia comando dell VIII Battaglione Bersaglieri Corazzato, mentre Nino era nella prima. A luglio partirono con una lenta tradotta per raggiungere Capodichino a Napoli e ci rimasero alcuni mesi e fu allora che incontrò un altro di Sansepolcro, Mario Petri. Passaroni mesi senza nessuna azione e a Pasqua del ’41 i due compagnoni decisero di artorare a casa anche se non avevano la licenza. Arrivati alla stazione di Sansepolcro con il trenino trovarono il maresciallo dei carabinieri Podda che li spettava, li fece ripartire col primo treno. Raggiunsero il reggimento a Castelvetrano, in Sicilia, si stavano avvicinando alla Libia.

Nel maggio del 1941 atterrarono a Tripoli e l’VIII Battaglione faceva parte del contingente italiano che s’era unito a quello tedesco dell’Afrikorps comandato da Rommel. Questa era l’offensiva per riconquistare quello ch’era stato perduto  nella prima disastrosa fase della guerra. Balbo aveva avuto ragione, il nostro esercito era impreparato e non aveva sostenuto l’attacco inglese partito dall’Egitto.

Leonardo ha ripercorso per me con gran precisione le varie tappe dell’offensiva da Tripoli a Misurata, mi ha ricordato d’esser passato sotto l’Arco dei Fileni, quello voluto da Balbo, che poi venne fatto abbattere da Gheddafi.  Hanno continuato lungo la costa e dopo Benghazi, Derna hanno raggiunto Tubruq per poi entrare in Egitto ad El Salloum, l’obbiettivo era raggiungere Alessandria ed il canale di Suez. Ci fu poi una gran gara con i tedeschi, chi sarebbe stato il primo a piantare la bandiera a Marsa Matruh?

Locandina del Raduno del 1968

Locandina del Raduno del 1968

Poi l’VIII fu impiegato assieme alla Folgore in varie manovre di accierchiamento con scorribande fra le desolate dune della depressione del Qattara e si avventurarono fino all’oasi di Siwa.

Fernando mi ha ricordato con ammirazione e rimpianto il commilitone Nino Maneri da tempo scoparso, lui era sempre pronto all’attacco, sempre il primo a finire le munizioni.

“Nino era coraggioso ed era il piú bravo a trovare la benzina, e di benzina ce ne voleva tanta per mandare le autoblinde. A lui piaceva scorrazzare da tutte le parti.”

Dopo la battaglia di El Alamein cominciò la ritirata, rifecero all’inverso tutto il percorso lungo la costa della Libia. Ad un certo punto un ufficiale si mise ad inveire contro Nino ordinandogli di muovere la sua autoblinda, che non aveva piú carburante,

“Monti su lei, e la metta in moto.”

E dovettero abbandonarla.

Fu allora che il mi’ babbo smise di mettere le bandierine, arrotolò la carta della Libia e la gettò sopra l’armadio?

Nel dicembre del 1942 Fernando fu ferito durante un bombardamento a soli pochi kilometri prima di arrivare a Tripoli: uno spezzono lo colpì alle natiche. Nino con i resti del corpo di spedizione continuò la ritirata fino ad arrivare in Tunisia, ma non ci furono navi sufficenti per rimpatriare tutti, e fu catturato dagli americani. E qui cominciò un’altra sua grande avventura.  

Fernando fu lasciato in un ospedale che fu preso in pieno da un nuovo bombardamento e questa volta fu sepolto sotto un cumulo di macerie. I primi inglesi che arrivarono videro una mano che sortiva dai detriti e si agitava. E fu così che lo ritrovarono, lo tirarono fuori e lo medicarono. Fu poi imbarcato in una nave e spedito ad Alessandria in Egitto. ‘sta volta finalmente ci arrivò, anche se non proprio da conquistatore e con l’ameba.

E fu proprio nell’ospedale in Alessandria che un altro italiano prigioniero, e gli sembrava di conoscere, gli si avvicinò.

“Ma te chi sei? Te conosco.”

“So’ Fernando Leonardi.”

Quando capì che l’interlocutore rimaneva incerto, agiunse:

“So’ Agneri!” questo era il suo soprannome.

E l’altro fece un gran sorriso e l’abbracciò

“Io so’ Ezelino!” e d’Ezelino (del Telebar) ce ne n’era uno solo.

E fu proprio lui che l’aiutò a trovare le medicine per curarsi.

Rita, Alessandra e FernandoSansepolcro, 6 dic. 2012

Rita, Alessandra e Fernando
Sansepolcro, 6 dic. 2012

Fernando fu internato nel campo 306 di truppe che avevano optato per collaborare e godevano d’una certa autonomia. Lui in particolare s’era messo di nuovo a fare il barbiere ed in poco tempo s’era sparsa la voce di quest’ottimo barbiere italiano che offriva un bel taglio. Molti ufficiali venivano da lui per farsi far belli. Mi ha anche detto che una volta fece i capelli al giovane re Faruk, che era passato da quelle parti.

 Nell’estate del ’44 fu rimpatriato con una nave da Alessandra a Taranto. Ci mise un mese per raggiungere Sansepolcro dove le truppe alleate erano arrivate da poco.

Da sempre il gran sogno di Leonardo era stato quello di tornare a casa e trovare un gran piatto di spaghetti fumanti col sugo nostrale, quello de la domenica, ma la pasta non c’era e Leonardo si dovette accontentare d’un risotto.

Nino artornò molto piú tardi ed il suo viaggio dagli Stati Uniti fu molto piú lungo, e negli anni della prigionia aveva imparato l’inglese e questo avrebbe cambiato la sua vita.

                                                                             

Fausto Braganti      

Marblehead, 2 gennaio 2013

 

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

2 Risposte to “112 Non M’Arcordo… d’Italo Balbo, ma del dott. Tosini, de Fernando e de Nino me n’arcordo, ovvero le bandierine tricolori sulla carta della Libia.”

  1. Fausto Braganti Says:

    Caro Fausto,
    bello questo m’arcordo… non m’arcordo. Questa storia mi riguarda indirettamente: in quell’avanzata verso Alessandria c’era anche mio padre, con la divisione Ariete e ebbe modo di prenderle anche lui a El Alamein. Poi rifece il percorso opposto.
    Anche lui si salvò per una febbre che sospettarono malaria (poi non era) e non prese l’aereo con i suoi colleghi, che avrebbe dovuto portarlo a Roma, e che fu abbattuto sul mediterraneo…. anzi gli aerei, perché erano cinque. E per quella febbricciattola, oggi ci sono anch’io!
    Buona Befana anche a te.
    Saluti Federico

  2. Fausto Braganti Says:

    Ho domandato a Federico se il su’ babbo fo fatto prigioniero, questa la sua risposta:

    No non fu fatto prigioniero, riusci a rientrare successivamente. Le memorie di mio padre sono state pubblicate dal ministero della difesa nel cinquantenario della fine della guerra, ma te lo devo dire: non ho neanche un fascicolino perché mia madre è una di quelle che butta via ogni cosa (“tutte cianfrusaglie”), peggio di Attila.
    Comunque, dopo l’8 settembre, si ritirò nell’allora proprietà di famiglia, a S Gervasio, nei pressi di Pontedera, dove in alcuni mesi organizzò la resistenza e i primi gruppi di partigiani, diventando poi un responsabile locale, fino all’armistizio.
    Così sono uno dei pochi ad avere avuto (mio padre è morto nel 2007) un padre decorato al valor militare dall’alleato tedesco, per la guerra d’Africa, e poi riconosciuto come valoroso dalla resistenza antifascista dopo il ’43. Ma credo che molti si sono trovati in questi doppi ruoli; e del resto la nostra amata Italia, era ed è la patria delle strane cose…. dove le scelte sono per necessità più che per convinzioni ideologiche.
    Comunque, mi faccio un dovere di ritrovare la pubblicazione delle memorie di guerra, se non altro per averle nella mia libreria…
    Un caro saluto e metti pure il mio commento nel blog: per ora non ci tasseranno per questo, spero!
    Federico

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