120b M’Arcordo… la Buitoni …” da qui in tutto il mondo”, ma il mi’ babbo armase al Borgo

C’era una storia di un marinaio del Borgo, il mi’ babbo mi diceva anche il nome, che un giorno si ritrovò tutto solo a camminare lungo un molo del porto di Shangai, poco prima della guerra. Era triste e sconsolato di ritrovarsi così lontano da casa, pieno di nostalgia. Guardando l’acqua scura notò che fra i vari detriti galleggianti c’era una tavola di legno d’una cassa con la scritta “Buitoni Sansepolcro” e lui si commosse e si mise a piangere. Ed il babbo aggiungeva che nella lettera che scrisse al Sor Marco disse che in quelle lacrime c’era stato anche un senso di gran fierezza, un pezzetto del suo caro paese era arrivato fino in Cina e tutto grazie alla Buitoni.

Questo era il senso che accomunava tanti, oserei dire tutto il paese. Nel tono della voce di chi poteva dire: “Lavoro alla Buitoni!” c’era sempre un tono di soddisfazione, fierezza ed anche orgoglio.

Sotto la guida del Sor Marco, l’entusiasmo, la dedizione ed il duro lavoro di tutte le maestranza, parte integrante d’una grande famiglia, rimisero in funzione in breve tempo lo stabilimento, la guerra sembrava lontana e la pasta, come prometteva il gran cartellone, sarebbe nuovamente andata “da qui … in tutto il mondo”. Era una missione.

Che fosse stata proprio quell’insegna che per prima inculcò in me il desiderio di viaggiare? Volevo vedere dove andava a finire quella pasta. Anche il babbo aspettava d’andare per il mondo.

Questa foto dovrebbe essere circa del 1950. La ciminiera più alta era quella ricostruita e funzionale, quella più bassa era sopravvissuta alla devastazione dell’estate del ’44 e benché non fosse più di nessun uso, il Sor Marco volle che rimanesse in piedi, una fabbrica con due ciminiere era di gran lunga più prestigiosa. Anni dopo fu proprio il mi’ babbo a notare che aveva cominciato a pendere e fu subito abbattuta. M’arcordo gli operai che, cominciando dall’alto, buttavano giù i mattoni. Immagino che il Sor Marco si rattristò.

Parliamo un po’ della Famiglia.

I quegli anni del dopoguerra le redini dell’azienda erano nelle mani dei cinque fratelli del ramo perugino ed erano distribuiti nei posti chiave fra Sansepolcro, Perugia, Roma, Parigi e New York. Il Sor Gherardo e non so come era successo era il solo “Borghese” sopravvissuto alla “tempesta’ del 1927.

Il Sor Marco Buitoni nel 1952, celebra i 25 anni della sua venuta a Sansepolcro.

Il Sor Marco Buitoni nel 1952, celebra i 25 anni della sua venuta a Sansepolcro.

In questa foto del 4 ottobre del 1952, il lavori del monumento a Giovanni Buitoni non sono ancora terminati, il Sor Marco ringrazia i suoi collaboratori nel 25simo anniversario della sua venuta a Sansepolcro. Quello era stato un periodo difficile, l’obbiettivo era salvare il salvabile e c’era riuscito. Nella foto il Sor Marco al centro tiene sottobraccio alla sua sinistra il Sor Gherardo, credo fossero biscugini, con gli occhiali da sole e lo sguardo verso il basso.

In casa fra il babbo ed il nonno si parlava dei Buitoni come se fossero dei distanti parenti che avevano fatto fortuna. Nel caso del Sor Gherardo mi pareva che questa parentela fosse ancora più ravvicinata, diciamo che lui era più casereccio. Il nonno non solo era il fattore delle sue proprietà ma anche un confidente, era il mezzo di comunicazione con la moglie da cui era separato da tanti anni e che sembrava vivere in esilio alla Grillaia.

La Grillaia, dove abitava la Sora Dina, moglie del Sor Gherardo.

La Grillaia, dove abitava la Sora Dina, moglie del Sor Gherardo.

Non ricordo in quale occasione ma m’arcordo d’esser stato presente ad una conversazione dove c’erano il babbo, il nonno, il Sor Marco ed il Sor Gherardo e chissà perché qualcuno fece notare che c’erano dieci anni di differenza fra di loro: il nonno del 1874, il Sor Gherardo del 1884, il Sor Marco del 1894 ed alla fine il babbo del 1904. Di certo non era una coincidenza di alcuna importanza storica ma ad un bambino come me sembrava un fattore eccezionale che accomunava le nostre famiglie. Il Sor Gherardo dava deva del “tu” al mi’ babbo e lo chiamava per nome, come fosse un nipote, e lui gli rispondeva dandogli del “voi” come faceva conversando anche con il suo babbo. Al sor Marco, forse anche per la statura ed il comportamento aristocratico, dava del “lei” e questi reciprocava e lo chiamava sempre Sor Braganti. Cercate di spiegare questo tipo di dinamica ad un americano, come minimo dapprima rimane incredulo e poi sconcertato.

Poco dopo la prima foto di gruppo iniziarono le grandi celebrazioni del 125 anniversario della fondazione dell’azienda e per l’occasione Giovanni, il fratello un po’ prodigo “americano” ritornò in Italia.

Il monumento al fondatore fu finito in tempo per una altra memorabile foto e questa volta tutte le maestranze furono invitate a posare con i proprietari. Ma perché non fecero mai un monumento a Giulia Boninsegni? Perché era una donna? Era stata lei la vera matriarca che aveva avuto l’idea e la volontà d’iniziare la fabbrica della pasta in via della Firenzuola nel 1827.

Foto ricordo con tutte le maestranze della Buitoni, aprile 1953

Foto ricordo con tutte le maestranze della Buitoni, aprile 1953

Ci fu una gran cerimonia ed anche il mi’ babbo ricevette la medaglia d’oro ed il diploma di iscrizione all’Albo d’Oro come tutti quelli che avevano lavorato almeno 25 anni nell’azienda.

Magari a quel tempo un’operaia alle confezioni faceva poco più di 20.000 lire al mese ma in compenso le fu donata una foto. Quelli erano ancora tempi in cui scattare una fotografia era una decisione ponderata e soprattutto programmata, bisognava chiamare il fotografo, eran pochi quelli che avevano una macchina fotografica. I Buitoni questo lo sapevano, oggi si direbbe public relation, ed ogni evento era una buona occasione per immortalare nel tempo un gruppo piccolo o grande di lavoratori. Questi molto spesso incorniciavano la foto ricevuta in dono ed erano tutti orgogliosi d’essere nel gruppo.

Le operaie dopo aver partorito potevano portare il neonato al lavoro e consegnarlo all’attante cure dell’Irma Vandi e di altre donne dell’Asilo Nido. All’ora giusta lasciavano il posto di lavoro per andare ad allattare i piccolini. Un medico veniva regolarmente a controllare lo stato di salute degli infanti e delle mamme. E questo era un servizio voluto dai proprietari e non era mai stato parte di alcuna rivendicazione sindacale. Questo atto di generosità aveva il vantaggio che le operaie non perdevano tempo andando a casa per allattare e contente di questo servizio eran certo più efficienti nel lavoro.

Ci fu un progetto di legge che ebbe un grande impatto nel dopoguerra; questo voleva spronare l’occupazione nel settore dell’edilizia ed allo stesso tempo costruire case per i lavoratori. Il grande promotore di questa iniziativa era stato proprio il nostro conterraneo Amintore Fanfani, allora ministro del lavoro. Lo stato avrebbe offerto i fondi necessari per i lavori ed il mutuo contratto sarebbe stato ripagato nell’arco di 35 anni ad un tasso di interessi molto basso, il tutto gestito dall’INA-casa. Furono in tanti quelli che non avevano mai neanche sognato di possedere una casa che finalmente ne ebbero una.

Nel 1949 o ‘50 fu costituita la Cooperativa delle Case Buitoni. Ancora una volta il Sor Marco intervenne e donò, o forse vendette ad un prezzo nominale, dei campi che l’azienda possedeva lungo Via dei Filosofi che costeggiava il muro perimetrale a nord della stabilimento. Fu un bel regalo, un gran costo in meno nella costruzione di quello che venne chiamato il Villaggio Buitoni. Credo che il gruppo di operai ed impiegati che decisero d’unirsi in cooperativa fosse una sessantina, ed il babbo fu uno di loro. Certo i primi fondi messi a disposizione non erano sufficienti per soddisfare tutti, quindi le abitazione sarebbero state costruite diciamo a puntate.

Ci fu una memorabile riunione per la costituzione della cooperativa e per il sorteggio per allocare gli appartamenti. La prima puntata prevedeva la costruzione di tre case con quattro appartamenti ciascuna. In casa c’era molta trepidazione, i miei volevano andar via da Via della Firenzuola, volevano avere un appartamento nuovo, con il termosifone e con un vero bagno con la toilette con lo sciacquone e anche il bidet, tutti simboli di tempi moderni. Ancora non si sognava la televisione. Una sera il mio babbo uscì per andare alla riunione per il sorteggio. Non andò lontano, infatti i dipendenti Buitoni si ritrovarono in quello che allora era il comune e proprio sotto lo sguardo attento del Cristo Risorgente furono estratti i nomi da quello stesso marchingegno di vetro che veniva usato per la Gran Tombola delle Fiere di Mezza Quaresima.

Il babbo ritornò sconsolato, sconfitto. Non solo non eravamo fra i primi dodici, ma di certo non saremmo stati neanche nel secondo gruppo.

I lavori delle prime tre case iniziarono subito, m’arcordo che andando dal maestro Guerri che allora abitava nella Villa di Catolino vedevo scavare le fondamenta che mi parevano trincee. Ero in quinta elementare, quindi 1951.

La nostra casa sarebbe arrivata nel 1957.

 

 

14 maggio 2014, Marblehead, MA USA

                                                                          

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

 

 

 

 

 

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3 Risposte to “120b M’Arcordo… la Buitoni …” da qui in tutto il mondo”, ma il mi’ babbo armase al Borgo”

  1. giuliana casi Says:

    Fausto, leggendo il commento circa la demolizione della prima ciminiera in modo del tutto artigianale, mi è venuto spontaneo il confronto con la demolizione della seconda ciminiera con il tritolo,che ha provocato un’implosione veloce e quasi istantanea che non mi aspettavo! Un’altra cosa che mi ha colpito e’ la lungimiranza di questa famiglia nella realizzazione del Nido all’interno dell’azienda ,lungimiranza e magnanimità che il signorMarco ha manifestato anche successivamente , quando ha donato 4000 mq di terreno al comune per la costruzione di un asilo nido,, ovviamente con l’obbligo di destinazione ,Asilo che è stato realizzato e che ho avuto l’onore di progettare e realizzare in un lavoro d’equipe con il personale molto gratificante!

    • Fausto Braganti Says:

      I tuoi commenti son sempre accorti ed integrativi delle mie storie. Non sapevo della realizazione del nuovo Nido, e dove fu costruito? Forse la magnanimita’ del Sor Marco, la dimostro’ poi anche con me quando mori il mi’ babbo, era forse dovuta al fatto che non aveva figli? Poi ci sarebbe la storia del suo testamento, ma di questo non ne parlero’ per rispetto alla persona ed anche perche’ poi non son certo di quello che sia vero e di quello che sia fantasia.

  2. giuliana casi Says:

    Il Nido e’ stato costruito fra la chiesa del Sacro Cuore e la via fatti, se ci passi lo riconosci perché ha le pareti in vetrocemento colorato con immagini stilizzate. che ricordano la natura e la famiglia, in passato le avevo pubblicate su fb..

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