125 M’Arcordo… quando s’andava al campeggio.

1959 Campeggio di Don Giacomo

1959 Campeggio di Don Giacomo

Ogni estate Don Giacomo, un giovane prete arrivato al Borgo da Alfero in Romagna organizzava il campeggio, credo sotto gli auspici dell’Azione Cattolica, che aveva la sede nelle sale al primo piano del Palazzo Graziani. Avevo cominciato a frequentarla, soprattutto perché c’era la televisione. Ogni pomeriggio arrivavo puntuale per vedere il programma dei ragazzi.

Non m’arcordo chi mi convinse ad andare al campeggio. Io non c’ero mai stato, non avevo mai dormito sotto una tenda e a diciotto anni decisi ch’era l’ora di colmare la lacuna. Ero uno dei più grandi, e per questo fui subito nominato capo tenda.

Ci accampammo per due settimane in un bel bosco dalle parti dell’Eremo di Sant’Alberigo, in una delle pendici del Fumaiolo, in una localita’ che si chiamava La Cella. A quel tempo non c’era strada carrabile che la raggiungesse. Camminando lungo un sentiero scosceso attraverso un passo proprio vicino all’eremo si raggiungevano Le Balze. M’arcordo che c’era un eremita dalla gran barba che viveva in un cava nel dirupo.

Eravamo in Romagna. Forse una volta quella zona fece parte di quella fettina di Toscana che Mussolini con la riforma delle regioni, volle donare alla Romagna. Voleva che il Tevere “sacro ai destini di Roma” avesse la sua sorgente nella sua terra natia.

Al nostro arrivo scoprimmo che nelle vicinanze c’erano tante tende, un campeggio di ragazze di Forli. La nostra euforia durò ben poco, quello stesso pomeriggio tirarono giù le tende, noi tutti andammo ad aiutarle, e partirono. Sembrava che anche loro fossero tristi d’andarsene. Mi domando se Don Giacomo sapeva di quel campeggio ed aveva scelto i giorni della nostra permanenza in modo che non collimassero con quelli delle ragazze. Probabile. Il giorno dopo arrivarono i boy-scouts di Forli.

Ogni mattina mi alzavo presto, ero il primo, verso le sei e a piedi raggiungevo un casolare distante un paio di chilometri, li prendevo la motocicletta di Don Giacomo e andavo alle Balze per prendere dei bottiglioni di latte fresco. Non m’arcordo quant’erano, ma di certo erano pesanti. Infatti mi lamentai e Don Giacomo mi diede un assistente, questi mi aspettava al casolare al mio ritorno per aiutarmi a portare quei bottiglioni.

Ogni mattina, dopo la colazione col latte fresco che avevo portato, c’era la messa al campo seguita l’alzabandiera con il coro “Fratelli d’Italia” e questo mi piaceva.

Il posto caldo arrivava la sera. Non lontano dal campo c’era un casolare e Don Giacomo aveva ingaggiato le donne di casa per cucinarci paioloni di pasta. Una sera ci fu una bella e appetitosa sorpresa: oltre la pasta una gran frittura di porcini appena raccolti, il bosco ne era pieno.

Ad ogni pasto compariva il bazuca. Era un pesante tubo argentato direi con un diametro di circa 15-20 centimetri e lungo almeno un metro, spingendo da un lato dall’altro sortiva una specie di mortadella, ma non era di Bologna, era surplus dell’esercito americano. Ma come era arrivata fino lassù? Mistero. Non era buona, ma la si mangiava lo stesso.

La mia corvée del latte mi esentava da qualsiasi altra incombenza nei lavori del campo.

Ogni giorno facevamo grandi escursioni, avevamo una guida esperta: Don Giacomo di Alfero, non lontano, conosceva il suo territorio. In una di queste escursione raggiungemmo quello che veniva chiamato Rifugio Mussolini, una specie di casamatta di cemento nascosta nel bosco. Si diceva che fosse un rifugio segreto che Mussolini aveva fatto costruire in caso avesse avuto bisogno di nascondersi, ma di questo non ho mai poi sentito parlare. C’è qualcuno che ne sa di più?

Una volta andammo fino a Pratieghi e il parroco, amico di Don Giacomo, ci offrì una merenda a base di formaggi e salamini. Immaginate una quindicina di ragazzi affamati: che razzia!

Nel nostro girovagare dovevamo stare attenti di non esser presi a cannonate. Nella zona c’erano anche i Lupi di Toscana, quelli di Scandicci, che facevano le manovre estive, quella fu la prima e l’ultima volta che vidi dei carrarmati in azione. Erano degli Sherman.

Come ho detto ero stato nominato capo tenda e nella nostra eravamo in cinque. Ogni sera prima d’andare a dormire c’erano lunghe discussioni su quegli esseri misteriosi che sono le donne. Essendo il più grandi gli altri si aspettavano di imparare molto da me, ed io elargivo le mie conoscenze teoriche, molto teorica, con soddisfazione. Una sera dopo aver parlato per un bel po’ sentimmo una voce che veniva da dietro la tenda:

“Ora basta, è ora di dormire.”

Don Giacomo si era avvicinato alla tenda ed aveva ascoltato tutto quello che raccontavo ai miei attenti compagni più giovani. Mi sentii tanto in imbarazzo! Al mattino temevo di rivederlo ma lui non disse nulla.

Una domenica mattina presto e poco dopo aver finito di far colazione mi vidi comparire davanti mio padre e fui sorpreso, molto sorpreso. Dopo aver lasciato la Vespa alle Balze era venuto a piedi salendo per il passo scosceso. Ma cos’era venuto a fare mio padre?

“É morto il Sor Camillo Benci, e questo pomeriggio ci sará il funerale. Ti sono venuto a prendere, ci tengo che tu sia presente. Domani ti riporterò al campeggio.”

Cosi grazie al povero Sor Camillo mi presi una licenza, Arrivammo a casa per l’ora di pranzo e dopo una settimana di campeggio il mangiare de la mi’ mamma fu un banchetto meraviglioso.

La Via Maestra era normalmente semideserta nel pemeriggio d’una calda domenica d’estate, ma quando scendendo dal duomo (via Matteotti) giunti all’angolo di piazza girammo sulla destra trovammo un grande affollamento di gente che aspettava davanti al portone di casa sua, di rimpettaio alla Farmacia Galardi. Quella era la prova che di amici, di gente che lo conosceva e soprattutto di Fratelli:. il Sor Camillo ne avava tanti. Molti eran venuti da lontano.

Fu così che dopo una settimana in cui ero andato a messa ogni mattina mi ritrovai a un funerale senza preti. Quando ritornai non dissi nulla a Don Giacomo, ma penso che l’abbia saputo lo stesso.

1959 campeggio di Don Giacomo, cosa rara ci sono anch'io che spesso ero il fotografo.

1959 campeggio di Don Giacomo, cosa rara ci sono anch’io che spesso ero il fotografo.

In questa foto ci sono anch’io, al centro con la camicia bianca, cosa rara perché in generale sono io quello che scattava le fotografie, come nella foto precedente. 

Considerazione sulla memoria e le inevitabili distorsioni del tempo.

Con tutti i miei m’arcordo… ho di certo contribuito a resuscitare tanti fantasmi in un mondo ricreato dalla mia memoria. Ma sono veri? Sono stato onesto? Vorrei credere di si, di certo nelle intenzioni lo sono stato. La prima selezione dei ricordi è di natura darwiniana, spesso dimentichiamo molti di quelli che non son belli da ricordare, che ci fanno male, credo che sia naturale.

La parte ben più difficile è la corretta interpretazione, le inevitabili esperienze successive, il bagaglio di tutto quello che è successo dopo, di quello che abbiamo appreso negli anni, funzionano come inevitabili filtri e ci rendono difficile avere la giusta interpretazione degli eventi. Diamo spiegazioni ed interpretazione, con possibili distorsioni, che son lontane da quello che abbiamo pensato al momento dell’accaduto.

È inevitabile, credo. Non siamo più la stessa persona.

Quello che sto per scrivere, la mia esperienza nel campeggio in Maremma ne è il tipico esempio. Racconto fatti e non farò del mio meglio per non lasciarmi andare ad illazioni.  

Dopo il campeggio di Don Giacomo qualcuno mi parlò d’un campo cattolico lungo la costa della Maremma, non lontano da Castiglione della Pescaia. Il prezzo per due settimane era irrisorio, un’occasione da non perdere. Partimmo da Sansepolcro in quattro o cinque e dopo un lungo viaggio in treno, Arezzo-Asciano-Sinalunga-Grosseto (una tratto con una locomotiva a vapore, ma non ricordo quale) e un trasferimento in autobus raggiungemmo il campo lungo la spiaggia del Tirreno all’ombra di pini a ombrello secolari, un luogo meraviglioso. Non c’erano tende ma dei bungalow di legno molto arieggiati, avrei poi pensato ch’erano simili a quelli dei Caraibi. Il mio si chiamava Montecristo.

Il campo era stato creato da un gruppo di cattolici laici che gestiva una casa dello studente a Firenze, credo che fossero molto vicini a La Pira, che poi fu anche sindaco.

La sveglia era alle sette con le note della Marcia Turca di Mozart. Iniziava così una giornata piena di devozione. Radunati nella chiesa, che poi diventava sala riunioni, aperta da ogni lato con vista sulla pineta e sul mare, si cominciava con la messa e dopo aver cantato per un bel po’ c’erano verie lezione di catechismo, che non avevo mai avuto. Le trovavo interessanti, c’erano vari sacerdoti e anche laici che impartivano lezioni. Quello che non piaceva che spesso parlavano in senso negativo delle donne, ancora non conoscevo il termine “misogino”. Ricorrente erano le raccomandazioni, dovevamo stare attenti, accorti: la tentazione della donna, esseri facilmente influenzate dal demonio, ci avrebbe portato al peccato, un solo bacio ci avrebbe traportato alla perdizione, alle fiamme dell’inferno. A quei tempi avevo la ragazza, la mia prima, che mi aspettava. Nei nostri incontri ci limitavano al baciarsi, ma posso dire che in materia eravamo dei maratoneti. Per noi quello che contava non era il numero, ma piuttosto la durata. Quei discorsi che persino un bacio era un peccato non mi piacevano, mi parevano ingiusti.

Si diceva che nessuno di questi laici fosse sposato.

Prima di pranzo si andava a fare il bagno ed anche dopo le lezioni del pomeriggio si ritornava sulla spiaggia dove, a parte noi, non c’era nessuno, eravamo lontani da tutto e da tutti. A sera dopo cena si seguiva il capo che, camminando lentamente in una specie di processione, recitava il rosario. Quello proprio non ci voleva, era cosi noioso con quella voce pretina.

C’erano anche varie attività ricreative, partite di calcio, pallavolo ecc. Io mi misi a far gare di nuoto, diciamo ch’ero bravino. Quella fu l’unica volta che vinsi una medaglia, arrivai terzo alle finali, mi dovetti accontentare di quella di bronzo. Ma che fine avrà fatto?

Dopo pochi giorni dal nostro arrivo ci fu uno, veniva dal Monte Amiata, che d’improvviso annunciò davanti a tutu e con tanta rabbia:

“Io non voglio niente a che fare con questa gente.”

E se ne andò.

Ma cos’era successo? Non ho idea come fece ad allontanarsi dal campo, che forse qualcuno venne a prenderlo?

Diciamo che a quei tempi ero molto innocente. Adesso, son passati tant’anni, dopo tante rivelazioni incresciose è inevitabile che abbia dei sospetti precisi in materia.

Alla fine delle due settimane fui contento di partire, anche se il luogo era bellissimo. Al ritorno a casa il mi’ babbo non mi fece molte domande, ma fu soddisfatto quando gli dissi che non ci sarei mai ritornato. Mio cugino, otto anni più grande di me, mi disse che era sorpreso, sconcertato che mio padre mi avesse permesso d’andarci e non aggiunse altro.

 

16 ottobre 2014, Marblehead, MA USA                                                                                        

 

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:     Biturgus (de rado)

Una Risposta to “125 M’Arcordo… quando s’andava al campeggio.”

  1. Mario Besi Says:

    Caro Fausto

    grazie del ricordo molto preciso del campeggio a La Cella dietro le Balze. Belle le foto dove compaio anche io in basso a sinistra.
    Ci vedo Franco Chimenti, Piero Domini, Piero Poli, Massimo Spillantini, Guido Romagnoli, Leo Lancisi, GiulianoValentini, Franco Bebi , Enzo Ciotti, il mio cognato Luigi Andreini , poi non mi ricordo. Col tuo permesso pubblico le foto sul mio diario di Facebook. Io dormivo con Piero Domini e Massimo Spillantini in una tenda che mi pare chiamavamo “La Cammellona” per le gobbe. Io avevo un sacco a pelo surplus dell’esercito americano comperato a Livorno che avevo dovuto scambiare con Massimo Spillantini perché nel suo non ci stava mentre il mio era lungo quasi due metri. Ricordo che quando venimmo via acquistammo intere forme di Pecorino a 600 lire il chilo (mi pare)

    Perfetto anche il ricordo del villaggio “La Vela” vicino a Castiglione della Pescaia tenuto da Pino Arpioni molto vicino a La Pira. Effettivamente di preghiere se ne dicevano molte. Alla sveglia comunque suonavano anche gli ultimi successi di allora. Di Pino Arpioni mi ricordo che diceva che dovevamo essere uomini sopratutto con la testa e non solo con il “coso”.

    Grazie ancora per avere rinverdito questi ricordi e complimenti per la memoria !!!
    Cari saluti
    Mario Besi

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