025 M’Arcordo…quando s’andava al camposanto (seconda visita)

Anche io venivo premiato come quella cittina a cui veniva promesso che se avesse fatto la buona la nonna l’avrebbe portata al camposanto. Accompagnavo spesso, molto spesso, la mi’ nonna Santina. Era sempre meglio aiutarla a portare i fiori e a prendere l’acqua, piuttosto che fare i compiti. La nonna, vedova da poco, era sempre indaffarata a portar e cambiar fiori al marito, mio nonno, e alla figlia, la zia Maria, morta di tifo a 22 anni, ma poi c’erano anche gli altri da visitare. C’erano spesso dei battibecchi coi becchini che secondo lei non facevano buona guardia ai vasi dei fiori. Dopo guerra si trovavvano in giro grossi bossoli di cannone d’ottone. La nonna li lucidava con il Sidol e diventavano bellissimi, mi sembravano d’oro. Ma c’era un problema: erano d’ottone, e l’ottone valeva: cosi c’era spesso qualcuno che li fregava per poi rivenderli come metallo. Questo successe varie volte e la nonna dava anche colpa ai becchini perché non facevano buona guardia a sui preziosissimi vasi. Io l’aiutavo a cambiar l’acqua ai fiori. Ancora oggi, se per caso lascio dei rametti di basilico o di rosmarino in un bicchiere d’acqua in cucina un po’ troppo a lungo e poi li devo buttar via, quell’acqua ha un odore particolare dolciastro di putrido. Dopo piu di 60 anni mi ricorda quando mia nonna cambiava l’acqua ai fiori al camposanto.

Col babbo al cimitero ci andavo di rado, ma era molto più interssante: lui mi raccontava le storie. Le vecchie lapidi erano piene di  panegirici che elogiavano il defunto/a. Mi faceva notare che erano tutti padri e madri esemplari, indefessi lavoratori, che avevano difeso la patria ed erano da portar come esempio al mondo intero e che si sarebbe sentito la loro mancanza per l’eternitá. Ma poi ‘l babbo spesso aggiungeva quello che non era stato scolpito nella pietra. I suoi m’arcordo erano pieni di pettegolezzi d’un tempo lontano. La storia dell’ingegnere che era statto accoltellato nell’ingresso della sua casa per la Via Maestra mi affascinva e mi faceva un po’ paura.

 Una volta, ma ero un pochino più  grande, incontrai il Sor Licinio e girare con lui fra le tombe era una vera cavalcata di storie e di scandali della fine dell’ottocento, incluso storie incestuose, ma di questo non se ne parla, anche perché  non so se son vere. Fu lui che mi fece notare le lapidi sul muro della chiesa che commemoravano i morti di Mentana e i morti delle guerre patrie.

In fondo alle scale che portavano al cimitero de sotto, dietro la chiesa, sul muro c’era un imponente ritratto in terracotta del baffuto Capitano Valori (?), che aveva fatto tante guerre. Sarebbe stato bello averlo conosciuto, chissá quante storie mi avrebbe racconatato.

Dopo l’inizio della scuola i giorni si accorciavano e la vita si immalincoliva, e se giocava de meno per la via. Ma c’era un po’ di speranza: il sapere che ci sarebbe stata una minivacanza ai primi di novembre ci dava coraggio a sopportare la scuola. Il primo novembre era il giorno di Tutti i Santi , il 2 era il giorno dei Morti, poi si faceva il ponte perch il 4 era la festa della Vittoria; qualche volta ti capitava una domenica all’inizio o alla fine ed allora s’era a cavallo: diventava un vacanza di 5 giorni. La fregatura era quando la domenica cadeva nel mezzo, allori si perdeva un giorno. Una delle prime cose che facevo all’inizio della scuola studiavo il calendario per vedere tutti i giorni di festa. Mi sembra che la sera del  31ottobre, come facevano anche il 30 aprile, i contadini accendevano i fochi nell’aia. Quando il foco era spento con una pala muovevano la bragina ancora incandescente per fare una croce per terra, questa avrebbe scacciato gli spiriti cattivi e le streghe. Halloween, dei popoli anglosassoni, deriva da “All Saints Day Eve” (la vigilia del giorno di tutti i santi) e credo che abbia la stessa origine pagana. In Messico, “El Dia De Los Muertos”,  le famiglie si riuniscono sopra le tombe dei parenti dei defunti ed organizzano cene che durano tutta la notte, spesso fanno cadere le bevande sulla terra, sperando che questa possa penetrare giù fino a raggiungere il morto, così beve anche lui.

Il 2 novembre s’andava tutti al camposanto, con fiori freschi e candele grandi e piccole, c’erano anche quelle che sembravano una corda in un gomitolo, poi sono sparite. C’é qualcune che se n’arcorda? Lentamente si faceva il giro delle tombe di tutti. Si incontravano parenti ed amici che venivano da lontano. Si arrivava a questo giorno dopo tutto un periodo di preparazione. Giá da tempo la nonna Santina andava al Camposanto e lavava le lapidi e molte altre donne facevano come lei.

Al cancello c’era sempre qualche frate che chiedeva l’elemosina e veniva anche un ambulante di candele dalla barba lunghissima, e ‘l babbo diceva:

“Gli ariva al bilico, come al mi’ nonno Barbone, che quando tirava ‘l vento la metteva d’entro la giubba”

Per noi citti era giorno di festa, prima di tutto perché, come ho giá detto, non c’era scuola, poi perché dopo aver seguito i genitori per un po’ s’era liberi d’andare per conto nostro, si incontravano gli amici e si cominciava a fare l’incetta della cera. Si cercavano candele tutte smoccolate e si prendeva quello che si poteva senza farle spengere, e sopratutto senza che i parenti del morto ci vedessero. Poi non so che ci si faceva con questa cera: l’importante era averla. Poi anche questa finiva e s’artornava a scuola. Penso che a ‘sto punto abbiate capito che a me d’andare a scuola ‘n me piaciva per gnente.

Al passagio del fronte avevano seppellito i soldati tedeschi morti fuori le mura del cimitero, dal lato del podere de’ Grillo, quello che poi divenne Miriggi. Poi credo, per intervenne del vescovo Pompeo Ghezzi,  furono riseppelliti entro il cimitero, ma in un angolo lontano dagli altri. Per una coincidenza degli strani sentieri della vita che si incrociano, fra i morti tedeschi c’era un parente, forse un cugino, della mamma del mio amico Paolo Salvi che era di Fiume. Il giorno dei morti credo fosse l’unico ad avere dei fiori ed un lumino. Verso il 1955 arrivarono dei becchini tedeschi, m’arcordo stavano da Orfeo. In poche settimane raccolsero da vari cimiteri tutti i loro caduti e se li riportarono in Germania.

Poi venne fatto il monumento ossario per i caduti slavi, ma non ricordo quando.

 Non è facile smettere di raccontare, all’improvviso riappare un’altra storia e a volte più di una.

Questa non successe al camposanto del Borgo ma a quello di San Giustino. Purtroppo non ho molti dettagli e così ve la dico come me l’han detta!

            All’ inizio degli anni trenta morì a San Giustino un vecchio massone. Mussolini aveva giá abolito tutte le sociatá segrete, e la Massoneria fu la prima e la più grande vittima di questa vera e propria persecuzione. Ben risaputi gli atti di violenza contro i massoni fiorentini. Senza temere le possibili sanzioni un gruppo di Fratelli di Sansepolcro, San Giustino e Cittá di Castello decisero di onorere un Fratello morto facendo un funerale con rituale massonico al cimitero di San Giustino. Prima che la cerimonia fosse finita un commissario di polizia e guardie di pubblica sicurezza intervennero arrestando i colpevoli, quasi tutti anziani ed sicuramente innocui. Furono portati in prigione a Perugia. Fu proprio il vescovo Pompeo Ghezzi, a cui probabilmente gli stessi avevano manifestato la loro ostilitá al suo arrivo al Borgo, intervenne andando a Perugia, perorandone la causa presso le autoritá, ed riuscì ad ottenne la loro scarcerazione. Non so se ci fu un processo o se tutto fu messo a tacere. Forse subito dopo il Concordato non si voleva dir di no alla richiesta d’un vescovo.  Il Sor Camillo, di cui ho parlato prima, fu uno dei protagonisti di questo accaduto. Durante il mio periodo londinese mantenni una corrispondenza con Francesco Franceschini, ed una volta gli chiesi notizie di questa storia. Mi rispose non solo confermandomi tutto, ma mi diede una dettagliata cronologia degli eventi. Con tutti i traslochi di quei tempi la lettera è andata persa, o forse e solo sperduta in mezzo alle tante carte del fondo della casa del Borgo…speriamo.

Nell’estate dell’89 (?) venni al Borgo con la mi’ figliola. Quando artorno cerco, per quanto sia possibile, d’arrivare venendo d’Anghiari. Mi piace girare all’ospedale e trovarmi la valle davanti con la dritta che punta verso il Borgo. Vederlo alla fine di quella linea che taglia i campi mi dá una gran gioia: eccolo la! il Borgo! esiste ancora! Mi ha aspettato ‘n’altra volta! Chi sta al Borgo non ha bisogno di quest’emozione. Avvicinandomi comincio a pensare: chi sará la prima persona che arconosco? Anche quella volta cercavo di immaginare, ma quando arrivai quasi a Porta Fiorentina, lungo il viale Diaz, davanti al Telebar, ebbi una gran sorpresa: la Maria Grazia Caporoli aiutava ‘l su’ babbo Beppe,  con il passo un po’ incerto, a traversare la strada. Certo non pensavo di vederli, loro stavano a Milano. Cosa facevano al Borgo? Fermai la macchina in mezzo alla via e corsi a salutarli. Lui dapprima non mi riconobbe, ma poi s’arcordó: ero il figlio del suo amico Renato. Lui era andato via dal Borgo da tanto, penso all’inizio degli anni trenta e aveva vissuto a Milano per piú di 50 anni. Era un agronomo specializzato nella coltivazione del riso, certo non c’era molto riso dalle nostre parti. Era anche stato anche due anni in Afganistan, prima della guerra. Maria Teresa mi disse che l’aveva portato al Borgo per un po’ di giorni in vacanza. Non li rividi durante la mia permanenza. Poi seppi quello che era successo. Beppe voleva andare al cimitero spesso, e girava fra le tombe ricordando i vecchi amici e parenti che se n’erano andati. Cominciò a dire che era triste all’idea d’essere sepolto a Milano, non conosceva tanta gente ed il cimitero era cosi grande. Verso la fine della vacanza volle andare al cimitero tutti i giorni. Poi arrivò l’ultimo giorno e.. Beppe Caporali morì, morì al Borgo! E ci armase.

Ho poi anche scoperto, grazie alla Franceca e questo non lo sapevo, che a suo zio, il mitico Cirano Testerini che viveva nella Costa Azzurra, alla fine venne al Borgo e fece in modo di morirci, anche lui artornò.

Tutto questo mi fa pensare: cosa farò quando tocca a me?

In realtá io farò ben poco, e meglio dire cosa vorrei che gli altri facciano per me. Il fatto che sono negli Stati Uniti complica le cosa. Una volta pensavo che avrei voluto che mi riportassero al Borgo, ma spedire una bara non solo è molto caro, ma e anche complicato. Così ho cambiato idea: se moio qui armango qui. Dove abito io vanno tutti sotto terra, e questo mi piace. Mia figlia e mia moglie sanno cosa devon fare. Peró c’é anche una speranza che un giorno possa passere parte dell’anno al Borgo. Mia moglie che e’ francese vorrebbe passare del tempo a Parigi, pas mal, e questo complica un po’ la situazione. Se muoio al Borgo voglio un funerale laico e andare sotto terra. E se succedesse a Parigi? Certo c’è un posto in cui ci terrei ad esser sepolto: al cimitero di Père Lachaise, en face du Mur des Fédérés, dove furon fucilati i Comunardi, ma Pascale dice che non sará semplice trovare un posto, così faró il possibile perché non succeda li.

La fregatura del proprio funerale è che, anche se ci siamo, non sappiamo che succede.    

 

2 novembre 2008, Marblehead,

MA USA                                                                                        

I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese.

Mi raccomando, scrivete!

 

Fausto Braganti      

ftbraganti@verizon.net

Una Risposta to “025 M’Arcordo…quando s’andava al camposanto (seconda visita)”

  1. maria grazia barbini Says:

    caro fausto, il 1° novembre, come d’obbligo, sono andata al camposanto di castello dove sono tutti i miei e ho girato per le tombe più antiche per leggere quelle frasi ridondanti e roboanti. Ora leggendo il tuo secondo m’arcordo… era come se rivedessi me da citta che facevo quello che facevi tu e che seguito a fare da grande. Forse il tempo per noi non passa? bacioni grazia
    P.S. eureka, obama ce l’ha fatta!

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