027 M’Arcordo……quando s’andava al Fiorentino

‘na volta quando un forestiero arrivando al Borgo chiedeva al primo passante:

“Mi scusi, mi potrebbe dire dov’é Via Luca Pacioli?”

Probabilmente il passente rimaneva incerto, di sicuro sapeva che era un famoso concittadino, ma quale fosse la via ribattezzata in suo onore rimaneva un mistero.

Se il forestiero aggiungeva:

“Cerco l’Albergo Fiorentino.”

Allora il passante provava un senso di sollievo, questo lo sapeva, e dava le indicazioni giuste per trovarlo.

Il Fiorentino, veniva chiamato così, stava in Via del Fiorentino anche se sull’angoro c’era scritto Via Luca Pacioli. Si diceva anche “giù pel Fiorentino” per indicare quel pezzo di via che va dalla Via Maestra alla Piazzetta di Santa Chiara per poi finire al convento dove c’erano l’orfanelle. Non m’arcordo d’aver mai sentito dire “su pel Fiorentino” per indicare quell’altro pezzo di via che va verso Via Santa Caterina.

Non scriveró la storia dell’albergo, lasciamo quest’incarico a chi ne sa fiorentinodi più; io racconteró solo i miei ricordi ed impressioni di come un cittino del Borgo vedeva il Fiorentino. Era l’albergo, l’albergo elegante, dove le persone importanti stavano e dove qualche volta si andava a mangiare, la domenica per pranzo, ma solo qualche volta. Anche se c’é stato nel tempo chi lo ho voluto chiamare hotel, come scritto nella cartolina, forse pensando di dargli più lustro, per i Borghesi é sempre rimasto l’albergo.

Io non c’ero mai stato in un albergo, conoscevo solo le pensioni di Miramare e di Riccione. Sentivo le storie del mi’ babbo che spesso andava a Milano e stava negli alberghi veri, come li avevo visto nei films, dove c’erano le porte girevoli e gli ascensori. Il Fiorentino non aveva la porta girevole o l’ascensore, ma a me sembrava elegantissimo e dove andavano le persone famose. Quando ci s’andava per pranzo mi sentivo importante. Allora per me albergo e ristorante erano sinonimi, credevo che il posto dove si dormiva fosse anche quello dove si mangiava, come a casa propria.

Al Fiorentino si organizzavano anche cene speciale per le grandi occasioni. Quando ‘l mi’ babbo andò  in pensione nel 1964 gli offrirono una gran cena, un discorso ed un orologio d’oro. La  foto accanto, fu probabilmente fatta da Beniamino Uccellini, che non solo era un ottimo gestore, ma un provetto fotografo, aveva la sua camera oscura. L’Ing. reanato-braganti-pensione-smallLonginotti sta leggendo qualche cosa, di certo un qualche elogio per ‘l mi’ babbo, quello seduto sulla destra che sembra molto serio. Non era contento d’andare in pensione. Sulla sinistra si intravede il Dott. Finzi.

Penso che io ci sono andato la prima volta forse quando avevo cinque o sei anni, ed era certo una domenica per pranzo. Entrando dalla porta elegante mi sembrava d’essere in un palazzo, e poi salendo la scala che portava al primo piano ero convinto d’essere in un luogo speciale. Proprio salendo quella scala si cominciava a sentire i deliziosi odori che venivano dalla cucina, erano una promessa. La ringhiera d’ottone era così liscia e levigata; mi piaceva sentirla scorrere nella mia mano. La sala da pranzo al secondo piano mi faceva sentire come andassi a mangiare a casa d’un amico, d’un amico speciale e ricco che aveva una gran casa. Dopo un cordiale saluto venivamo condotti verso il nostro tavalo, sempre apparecchiato impeccabilmente. Il babbo e la mamma salutavano sorridento gli altri ospiti, quasi tutti conoscenti del Borgo. Poi si pranzava e c’era anche il dolce e potevi esser certo che era tutto d’ottima qualitá.

Allora non c’erano pizzerie, tavole calde, enotache, paninoteche e tanto meno ristoranti cinesi. A volte ha cercato di immaginare la faccia del mi’ nonno Taba, morto nel 1945, che uscendo di casa in Via San Puccio si trovava di fronte un ristorante cinese.  C’erano trattorie, osterie e bettole e più o meno tutti offrivano lo stesso tipo di menù, solo che al Fiorentino tutto veniva preparato ed offerto in una maniera molto più raffinata ed elegante. I Borghesi di quei tempi erano dei conservatori incalliti in fatto di cucina. Sapevano che la loro era buona ed non erano interessati ad esperimentarne altre.

Ricordo anche l’Albergo Stella, con l’ingresso proprio sotto l’arco di Porta Fiorentina. Anche li c’era un ristorante, ma era al piano terra. Si mangiava bene, certo costava di meno, ma non era come andare al Fiorentino. Poi verso la metá degli anni ’50 sono venuti altri ristoranti ed alberghi.

Il menù offerto, come ho detto, era quasi sempre lo stesso e non c’erano sorprese, ed era quello che tutti volevamo. Proprio ieri sera ho incontrato qui a Marblehead una signora romana, di passaggio in visita a degli amici, che da ragazzina, agli inizi degli anni sessanta, veniva al Borgo a trovare dei lontani parenti, che erano i gestori proprio dell’Albergo Stella. Che strana coincidenza, proprio mentre io sto scrivendo questo “M’Arcordo”! Mi ha descritto cosa mangiava, senza errori, tutte le possibili portate. Ha cominciato dai crostini neri, passando alla scelta dei primi, ravioli, tortellini… poi ai secondi, gli arrosti… basta… mi viene fame. La maniera di giudicare un ristorante per i miei genitori era semplice: doveva servire del cibo, buono naturalmente, che era come quello che si mangiava a casa la domenica. Per me l’unica ecceziane era il pollo in galantina, la mi’ mamma non la faceva mai.

Poi venne la gran sorpresa, forse era il 1956 o ’57. ‘l mi’ babbo mi annunció che per Natale io e mio cugino Riccardo saremmo andati a darmire al Fiorentino. Gli zii sarebbero venuti da Gubbio con i miei cugini come al solito per le feste, solo che questa volta decisero che invece di accamparci un po’ dappertutto in casa nostra, ci avrebbero mandato all’albergo..all’albergo. Al Fiorentino!! Ero contentessimo. Non avevo mai dormito in quello che credevo fosse un vero albergo. Poi venne la famosa sera ed io e Riccardo andammo al Fiorentino. Non m’arcordo, ma credo ci siamo stati due o tre sere. Fu proprio li che incontrai e poi diventammo amici, Luigi Bertuzzi di Bologna. Lui era venuto con i genitori a passare il Natale dall’omonimo zio e come me era stato spedito in albergo. Siamo ancora amici. Poi quando tornai a scuola dopo le vacanza facevo il vantone raccontando a tutti che io avevo dormito al Fiorentino.

Come ho giá detto durante quegli anni hanno aperti altri locali, alberghi e ristoranti. Siamo stati fortunati, perché penso che siano in molti ad offrire una buona cucina. E forse é stato proprio il Fiorentino con la sua tradizione di qualitá ha indicato agli altri cosa dovevano fare per aver successo. Molte volte, quando durante una conversazione dico che vengo da Sansepolcro, il commento di chi conosce la zona spesso é stato:

“Oh, da voi si mangia bene!’

Poi sono andato via, e stando lontano si corre spesso il rischio di mitizzare luoghi e persone, e forse anch’io son caduto in questa trappola, ma in compenso mi consola della lontananza. Mi sento fortunato perché so che ci posso artornare e riesco, anche se tanto é cambiato, a rivedere e ritrovare quello che voglio, anche se non esiste più. Ecco il potere della memoria quando diventa mito, sperando che non sia illusione.

Durante tutti questi anni di lontananza, quasi ogni volta che son tornato al Borgo, sono andato spesso a pranzo al Fiorentino, ma non era solo per mangiare. Che strano, non c’avevo pensato, ma non ci sono quasi mai andato per cena.  Dopo un lungo viaggio è bello entrare e salire quelle scale. Risentire gli odori della buona cucina, incontrare i gestori che sono amici, quasi non mi sembra d’andare al ristorante ma a pranzo in casa d’amici. É rassicurante: tutto é al suo posto, nulla è cambiato, tutto é come l’ultima volta.   

 Mi piaceva andare anche dal Callisti, Adriano ‘l mi’ zio de latte. Mi 1978-4-21b-adriano-callistisembra che il giorno speciale fosse il mercoledi, ed allora ordinavo centopelli per primo e trippa per secondo.

(la foto con Adriano al centro é del maggio 1978)

 
Una volta venni di corsa in Italia, avevano portato la mi’ mamma all’ospedale. Poi scoprii con sollievo che non era così malata come mi avevano detto.  Non le piaceva il cibo dell’ospedale, così le chiesi se c’era qualche cosa che avrebbe voluto. Non ebbe un attimo di dubbio:

“Oh mi piaciarebbe tanto l’arista con le patate arrosto, ma come quella che fa la Maria.” Ho capito subito che la mamma voleva l’arista del Fiorentino, ed io l’accontentai.

Nell’ottobre dell ’87 restai al Fiorentino quasi una settimana, ma questa é un’altra storia, e ripensandoci credo che questa ‘n ve l’arconto, mica ve dico tutto. Non ho intenzione di trasformare queste storielle in coffessioni.

Nel febbraio del  ’91 arrivai al Borgo in macchina venendo da Sorrento. Ero partito verso le 8:00 ed era una domenica mattina. Fu un strano viaggio: l’autostrada era vuota, non c’era nessuno. Erano i giorni della Guerra del Golfo, la prima. Mi resi conto che gli italiani non sapavano la geografia, sembrava che tutti fossero chiusi in casa temendo uno sbarco o dei missili che gli cadevano in testa. Nessuno sapeva che stavo arrivando, non potevo piombare all’ora di pranzo a casa di parenti od amici; sarai andato al ristorante. Dopo la bretella intorno a Roma cominciai ad immaginare cosa avrei voluto mangiato. Era da tanto che avevo voglia di tortellini in brodo. Si, avrei ordinato i tortellini per primo e poi, speraravo che avessero i piccioni! E cosi la strada deserta scorreva veloce, ma non veloce abbastanza. Poi cominciai a pensare ai ravioli. No, no, niente tortellini, avrei preso i ravioli. Chissá quante volte avró cambiato le mie scelte. Mi consolava sapendo che qualsiasisi cosa avessi ordinato sarebbe stato buono. Al Borgo adesso ci sono vari ristoranti e quasi tutti conservano la nostra tradizione toscana e son tutti più o meno buoni. Ma alla fine di quel viaggio sapevo che c’era solo un posto dove dovevo andare: il Fiorentino. Mi avrebbe forse dato un po’ di malinconia al pensiero di chi se n’era andato, ma la memoria me li avrebbe fatto sentire vicino. Arrivai al Borgo pochi minuti prima dell’una ed avevo fame. Salii le scale velocemente scorrendo la mano sulla ringhiera d’ottone, era ancora li, forse era ancora più liscia e levigata. Provavo una gran gioia, come si sente arrivando a casa dopo un lungo e periglioso viaggio. Apri la porta e …  non vidi nessuno, c’erano solo gli odori invitanti che venivano dalla cucina. Mi avviai verso la sala da pranzo sulla sinistra: era vuota. Vuota, ma come é possibile? Era l’una della domenica, l’ora di pranzo ed al ristorante del Fiorentino non c’era nessuno. Tornai indietro e mi avviai verso la porta della cucina e chiamai, ed in quel momento comparve Alessio.

“Ma che é successo? Qui non c’é nessuno!” esclamai.

“Lo so, non c’é nessuno, ma in compenso c’é la guerra!” disse un po’ sconsolato.

“Ma che c’entra la guerra in l’Iraq, sará lantana 4mila chilometri!”

“Che ti posso dire? Qui non sonno la geografia” concluse Alessio con sarcasmo.

Gli chiesi se mi serviva il pranzo e lui mi invitó a seguirlo in sala e con tono un po’ beffardo mi chiese di scegliere un tavolo. Sapete che dopo tutto non m’arcordo se ordinai i ravioli o i tortellini! Alessio venne a sedersi con me e mangiammo assieme. Alla fine del pranzo chiesi il conto, e mi rispose:

“Ma che scherzi, fa conto che t’avessi invitato a casa mia.”

In quei giorni il mio appartamneto era affitato cosi decisi di rimanere a dormire al Fiorentino. Il giorno dopo andai a trovare i miei cugini, gli Antonelli della Pieve Vecchia, e rimasi a cena. Quando fu il momento di partire, la Graziella mi domandó qualche cosa a proposito del mio appartameto e fu allora che le dissi che l’avevo affittato.

“Affittato? Ma allora dove dormi?” mi chiese.

“Al Fiorentino.” Risposi tranquillamente.

Lei rimase esterrefatta, era come se avessi bestemmiato, e continuava a guardarmi , sembrava che avesse perso la parola. Poi alla fine.

“Al Fiorentino? Non é possibile! Nella storia della famiglia  non c’é mai stato un Braganti che sia andato a dormire all’albergo al Borgo.”

Mi son sentito di cacca. Solo allora capii che avevo commesso un errore terribile, anzi un peccato quasi imperdonabile. Avevo calpestato il principio fondamentale  dell’ospitalitá. Andai subito all’albergo, invaligiai le mie cose e mi trasferii alla Pieve Vecchia. L’incidente diplomatico fu risolto.

Ed ora vi saluto dicendo: Buon Appetito! E la prossima volta che ci andate, mangiate i tortellini o i ravioli alla mia salute. E se preferite qualcos’altro, son sicuro che mi piacerá lo stesso.

Grazie a tutti, ed uno speciale ad Alessia che mi inspirato questa storia. Con orgoglio ed amore avete mantenuto la tradizione, credetemi da lontano s’apprezza di piu’.

 

 

13 novembre 2008, Marblehead, MA USA                                                                                        

 

 I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete! Fausto Braganti      

ftbraganti@verizon.net

 

 

(la foto con Adriano al centro é del maggio 1978)

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