091a M’Arcordo…il maestro Guerri

 

1984-10 il maestro Guerri (73enne) nel suo studio

 Il maestro Guerri è morto, due settimane prima di raggiungere il traguardo dei cent’anni (15 febbraio 2011).

 E come ha ben detto l’amico Giovanni quando mi ha comunicato la notizia con una p.e.:  “Il nostro Maestro si è fermato all’ultimo scalino proprio quando stava per raggiungere il 100° piano; è rimasto col piede alzato e non è riuscito ad appoggiarlo.”

Sono triste e lo ammetto: contrariato. Ce la doveva fare, dovevamo celebrare assieme.

Mi consolo arcondando il suo 99vesimo compleanno, dell’anno scorso, quando assieme ad altri vecchi scolari, sono andato a trovarlo nella sua casa ad Anghiari. 

Non ci sono stati molti preamboli e con la sua voce ferma e sicura:

“Tutti a sedere. Compito in classe! Ecco penna e carta! Oggi si risolverá un problema!”

Differenza: questa volta non aveva il righello sulla cattedra. E noi obbedienti ci siam messi subito al lovoro, e non abbiamo manco copiato. Il maestro ha corretto subito il problema ed ho preso il mio primo 10.

“Caro maestro, ho dovuto aspettare solo 60anni per vedere che esisteva anche il numero 10!”  

A suo tempo, in uno dei miei M’Arcordo… quello dedicato alla scuola elemenare ho scritto del maestro:

https://biturgus.wordpress.com/43c-m%e2%80%99arcordo%e2%80%a6%e2%80%a6la-scuola-elementare-terza-puntata/

<< Qualsiasi cosa facessi, o di buono o di cattivo, ‘l mi’ babbo lo sapeva subito: ‘na bella fregatura.  

Con lui non si diceva più la preghiera. 

Ancora una volta ero uno dei più piccoli ed ero seduto in un banco in prima fila, proprio davanti al maestro, vedeva tutto quello che facevo.  

A sette o otto anni non credo che d’avere ancora sviluppato il senso dell’astratto o l’abilitá di esprimersi figurativamente. Detto questo ecco cosa puó succedere ad un povero cittino innocente. 

Una volta il maestro ci disse una di quelle belle frasi che poi scoprii vengono propinate nelle scuole di tutto il mondo, non importa in quale lingua.  

“L’uomo non vive di solo pane.”  

Non so in quale occasione ce lo disse, non m’arcardo se era il titolo d’un pensierino, in ogni modo mi sembró giusto dire la mia, e mi sentivo soddisfatto di quel mio contributo: 

“É vero, ci vuole anche la mortadella o il prosciutto.” 

Il maestro non era d’accordo, cominció a berciarmi, e tutti gli altri che ridevano. Mi sentivo incompreso ed umiliato. E ’sta volta m’andó bene. 

Infatti ’n’altra volta il maestro era arrabbiatissimo e berciava e prometteva castighi a dei ragazzi degli ultimi banchi, quelli piú grandi e magari ripetenti, che facevano casino. Io me ne stavo zitto e bono nel mio banco ‘n prima fila, quando gli venne la bell’idea di gridare: 

“E non voglio veder muovere neanche un dito!” 

“Ma che male ci sará a muovere ‘n dito.” Pensavo io “Muovere un dito non fa mica rumore e non disturba nessuno.” 

 Mi sembrava strano che un maestro grande e grosso se la potesse prendere per questo gesto silenzioso e mi venne l’idea geniale di dimostraglielo: alzai la mano destra, proprio davanti ai suoi occhi e comincia a muover l’indice su e giù, soddisfatto di provare che non facevo nessun rumore e non disturbavo nessuno. Che strano, il maestro non aveva capito. Balzó dalla sua sedia e mi assalì infuriato, mi prese per il colletto e mi tiró via dal banco e mi trascinó alla porta, mi spinse nel corridoi e mi chiuse la porta dietro gridandomi che sarei stato li in castigo fino alla fine della giornata. Ed io non capivo, ma perché? Non avevo fatto nessun rumore muovendo un dito. Il babbo seppe subito del mio comportamento inrispettoso e ci furono altri berci; ‘l babbo non me menava, anche se prometteva che un giorno l’avrebbe fatto, anche se poi quello che mi faceva più paura era la minaccia che mi avrebbero mandato in seminario. 

Il mio maestro Guerri oggi ha 98 anni ed abita ad Anghiari. É lucidissimo ed bravo nell’uso del computer, in veritá credo che sia stato uno dei primi a farlo. Anche lui leggerá questo mio M’Arcordo, spero. Durante una mia visita gli ho riraccontato la storia del dito, ma lui non se l’arcordava.>> 

La ragione perchè il mi’ babbo sapeva subito tutto era semplice: era amico del maestro, andava a pescare con lui ed era anche lontano parente. Per me non c’era scampo, se facevo il birichino il babbo l’avrebbe saputo subito. A quei tempi il maestro, o qualsiasi altro tipo d’insegnante, aveva sempre ragione, la sua parola o decisioni non venivano mai messe in dubbio. I genitori lo/l’ascoltavano e noi poveri scolari che non avevamo nessuna forma d’appello eravamo certi d’una doppia condanna e punizione.

Dedico il resto di questo M’Arcordo… a quel poco che so del resto della sua vita o meglio alla amicizia che si è sviluppata quando siamo diventati grandi.

Cominciamo dal nome: Turiddo. Questo era il suo vero nome, l’hanno proprio chiamato così, non era il diminutivo di Salvatore. Non credo che anche in tutta la Sicilia ci sia uno che si chiami ufficialmente Turiddo. Suo padre aveva visto “Cavelleria Rusticana” di Mascagni e dato che gli era piaciuta tantissimo, decise di  immortalare l’opera col chiamare il figlio col nome del protagonista. La sua idea ha avuto successo, ha propagato questo nome per cent’anni. Purtroppo il babbo del piccolo Turiddo non lo vide crescere per molto. Fu richiamato alla Grande Guerra, e dato che fu uno dei pochi sopravvisuti della sua compagnia dopo non ricordo grande battaglia, fu rimandato nelle retrovie per un riposo. Gli alti comandi decisero che questi pochi sopravvisuti cosi duramente provati dovevano esser inviati in un settore del fronte che fosse meno attivo. Fu spedito ad Ancona (o forse era un altro porto dell”Adriatico) e con i suoi commilitoni il babbo del maestro s’imbarcò in una nave con destinazione l’Albania o forse il Montenegro? Lungo la rotta un motoscafo veloce lanciasiluri austriaco (immagino simile ai nostri MAS) l’intercettò ed il babbo del maestro destinato ad un fronte piú tranquillo fini in fondo al mare.

Il maestro Guerri era orfano di guerra.

Dopo aver finito la scuola elementare ho saputo di lui solo per sentito dire, storie di quando il mi’ babbo andava a pescare con lui. Non si vedeva mai per il Borgo e se ne stava tranquillo (forse) a casa sua, prima nella villa di Catolino e poi se n’era fatto costruire una, dalle parti del viale Michelamgelo, mi sempra. Poi io sono andato via. Non ricordo quando, ma poi seppi che era artonnato alla sua nativa Anghiari.

Passarono gli anni.

Un giorno, verso la fine degli anni ’70, Giorgio Biagioli, comandante Alitalia che spesso veniva a Boston pilotando un DC10, mi portò non solo la solita attesissima pagnotta de pêne del Borgo, ma anche una lettera del maestro. E quella fu una gran sorpresa, di certo non me l’aspettava.

Dopo pochi frasi di convenevoli mi chiedeva d’aiutarlo a trovare una medicina speciale per curare il suo diabete, non ricordo che tipo, da cui era afflitto da anni. Prendeva una medicina molto cara a base d’ormoni naturali, estratti da vitelli. Poi mi diceva che questi era stati sintetizzati in laboratorio rendendo il farmaco molto piú economico e di consequenza era cessata la produzione dell’altro. Ma ci fu un problema: il maestro scoprì d’avere delle forti reazioni allergiche al nuovo prodotto. Iniziò subito a cercare quello con ormoni naturali un po’ per tutt’Europa, ancora c’erano paesi dove veniva prodotto. Gianni Melandri, anche lui pilota, era riuscito a trovarlo a Londra, poi anche gli inglesi decisero d’offrire solo quello sintetico. Quando il maestro apprese che anche la Svezia, dove lo stesso Giorgio era riuscito a trovarlo, avrebbe cessato la produzione fu preso dal panico. Concludeva chiedendomi di scoprire se esistesse negli Stati Uniti. Si, c’era ancora un’industria farmaceutica che la produceva, e con l’aiuto d’un farmacista amico e senza ricetta nel giro di ventiquattr’ore fui capace di fare un pacchettino con quelle magiche fiale, darlo a Giorgio che trionfalmente lo portò al maestro. Quello fu il giorno che divenni un eroe.

“Fausto, mi hai salvato la vita!” come tante volte mi disse.

E quella fu la prima di tante spedizione.

Durante il mio succesivo viaggio in Italia l’andai a trovare ad Anghiari, mi invitò a pranzo dalla Nella per sdebitarsi del favore ricevuto, e da quel giorno diventammo amici. Io gli davo del “lei” e lo chiamavo “maestro” e lui mi dava del “tu”. Io in fondo ero sempre lo scolaro seduto in prima fila della terza elementare.

Turiddo Guerri pensionato, a parte la sua contina passione per la pesca, passava le sue giornate da Cincinnato lavorando nell’orto e dedicandosi a studi di letteratura e componeva poesie. Mi regalò alcune delle sue raccolte di sonetti.

Un giorno l’amico farmacista mi telefonò annunciandomi che l’ultima industria farmaceuitica del farmaco aveva deciso di cessare la produzione. E moh come facevo a dirlo al maestro? Mi sentivo come se stavo per leggergli la condanna a morte. Quando alla fine travai il coraggio gli telefonai. Nell’apprendere la notizia rimase calmo e mi disse:

“lo sapevo, me l’aspettavo, era solo questione di tempo.”

Ma il maestro non morì, riprovò l’ormone sintetico e scoprì che non era piú allergico. Chissá, forse con gli anni lo avevano cambiato.

Era un appassionato di computer e sin dall’inizio si teneva aggiornato con gli sviluppi d’una tecnologia sempre piú complessa. Si mantenevamo in contatto con p.e. (lui ero un gran promotore del termine “posta elettronica”). Si irritava quando riceveva un mio messaggio indirizzato anche ad altre persone, lui voleva che i suoi fossero personali e non far parte d’un annuncio colletivo.

Negli ultimi anni aveva risolto il problema di leggere nello schermo del computer con l’istallazione d’un collegamento con quello d’un gran televisore gigante. E come diceva con calma ammirando le lettere gigantesche:

“Così non ho problema a leggere.”

 

E ora il maestro non c’è piú, se ne andato prima che lo potessimo salutare. Coerente fino alla fine ha voluto un funerale privatissimo, senza nessuno, senza discorsi o cerimonie. Le partecipazioni sono state appese ad esequie avvenute.

Penso che lui, uomo laico libero pensatore e mazziniano, abbia lasciato quello ch’aveva alla Confraternita della Misercordia d’Anghiari. Spesso mi aveva mi aveva espresso questa sua intenzione, aggiungendo che da secoli i confratelli laici facevano del bene agli ammalati, ai bisognosi e senza mai chieder nulla.

La prossima settimana verrò al Borgo e per il 15 di febbraio conto d’andare con un gruppo d’amici-scolari alla sua tomba per ricordarlo in quella data d’un centenario non compiuto. Non faremo discorsi e non porteremo fiori, il nostro silenzioso raccoglimento sará l’espressione del nostro ricordo ed affettuoso rispetto.

 

Questa è l’ultima p.e. ricevuta dal maestro; non è un testamento ma un pensiero sull’incommensurabile mistero di quello che l’aspetta.

 p e turiddo.guerri@tin.it 

                                          Caro Fausto, ti ringrazio di esserti ricordato del tuo vecchio maestro e della mia foto di altri tempi. Ormai a quasi cento anni non si può che essere sull’orlo del baratro senza fondo dove nessuno ha mai saputo né saprà mai cosa ci può essere. Speriamo almeno il nulla o di diventare un atomo insensibile disperso nella infinità dell’universo.

Un cordiale saluto. TG, 23 giugno 2010

 

Ragazzi, silenzio! …facciamo l’appello:

 Braganti Fausto!         Presente!

Acquisti Giovanni!    Presente!

Monti Bernardo!         Presente!

Luzzi Silvano!               Presente!

 

 

 5 febbraio 2011, Marblehead, MA USA                                                                                        

 ftbraganti@verizon.net 

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

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