034 M’Arcordo…a cena col presidente Pertini

          Ho incontrato Sandro Pertini quand’era in carica, nel marzo del 1982; a quel tempo ero responsabile dell’ufficio Alitalia di Washington. Questo era un ufficio di rappresentanza, e non avevamo voli da quello scalo.

Organizzare un volo presidenziale non é una cosa semplice. In particolare la logistica si complica ancora di più quando un’aeromobile (all’Alitalia i velivoli si chiamavano ancora così) di linea, in questo caso un DC10, doveva atterrare in una base militare. Per esempio il diametro della valvola del tubo dell’autobotte delle acque nere che si posiziona sotto l’aereo per raccogliere gli scarichi d’un aereo militare sono differenti da quello d’un aereo civile. Per poter far portar via le cacche e le pipi presidenziali dovetti far venire un’autobotte da un altro aeroporto. Anche la formula del carburante usato é differente. Ma perché? Uno dei tanti irrisolvibili misteri della vita. E così c’erano tanti altri dettagli da non sottovalutare e con cui non vi voglio tediare. Certe volte temo d’essere prolisso.

Da mesi ero stato informato di questo operativo e in tanti avevamo messo in moto tutti gli apparati necessari perché l’operazione andasse in porto senza intoppi. Ma poi alla fine ce n’é sempre qualcuno, é inevitabile. Infatti, proprio tre giorni prima dell’arrivo, un collega dell’amministrazione di New York mi telefonó:

“Dobbiamo risolvere il problema delle diarie dell’equipaggio, dobbiamo pagarli in contanti.”

“In contanti, c’é un doppio equipaggio di condotta e quelli di cabina sono una quindicina!”

“Si lo so, ti devo mandare 20.000 dollari, subito! Devi pagarli all’arrivo. Dammi il numero del tuo conto corrente personale e faccio subito il trasferimento dei fondi.”

“20.000 dollari sul mio conto personale? Ma che scherzi? E poi ci devo pagare le tasse.” Negli Stati Uniti ogni movimento bancario superiore a 9.999 dollari deve essere riportato all’ufficio delle imposte. Il tutto fu risolto con una dichiariazione scritta che avrei allegato alla mia successiva dichiarazione delle tasse.

In un paio d’ore divenni quasi ricco. Non avevo mai avuto cosi tanti soldi nel mio conto! Poi dovevo incassarli, dovevo avere il contante; anche questo non é semplice in un paese dove si paga quasi tutto con assegni o con carte di credito.

Andai alla mia banca e quando chiesi alla cassiera che conoscevo, Iruth una abissina che mi piaceva, quello che volevo, questa mi guardó supersorpresa. Ero soddisfatto di aver trovato proprio lei, vittima d’una buona dose di vanitá, ero contento di sembrare così importante ai suoi occhi:

“Non ce l’ho, mi dispiace, e dove parlare col direttore.”

Poco dopo ero nell’ufficio del direttore. Gli spiegai il perché di questa somma in contanti; lui cercó di convincermi ad emettere degli assegni bancari individuali, che poi, gli feci notare, sarebbero stati difficili da incassare. Alla fine mi disse di ritornare il giorno dopo e che mi avrebbe fatto trovare l’ammontare con tutte le banconote nelle varie taglie necessarie. Chissá, forse in fondo pensava che fosse una manovra mafiosa. Quando sei italiano in America devi vivere con questi luoghi comuni.

            La mattina successiva Valeria, la mia segretaria originaia di Montefiascone, mi portó una specie di sacchetta che aveva fatto per me utilizzando parte d’una vecchia fedra alla quale aveva attaccato dei nastri. Li avrei potuto nascondere i soldi  e legarmelo intorno alla vita, sotto la camicia. Eccomi mentre stringo la mano al Secretary of State generale Haig, e nessuno sa di quei soldi nascosti.

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The Secretary of State Gen. Haig che mi stringe la mano, sono il penultimo della fila, solo perche Giorgio si é allontanato.

 

Come ho detto era un volo speciale, senza scali intermedi, diretto da Fiumicino ad Andrew Air Force Base vicino a Washington, con l’arrivo previsto per le 18:00.  Un aereo in ritardo é un problema, ma lo é anche quando arriva in anticipo, e che anticipo! O avevano fatto male i calcoli, o, come mi dissero al telefono verso mezzogiorno, a causa di venti favorevoli più forti del previsto, l’aereo stava arrivando un’ora prima dello schedulato. Cosa si poteva fare? The Secretary of State doveva essere all’arrivo. Ci furono telefonate frenetiche con l’ambasciata, con lo State Department e con il Pentagono, responsabile dello spazio aereo. Dopo tante decisioni che furono susseguentemente cambiate, si ritornó al piano originale: arrivo alle 18:00. Cosi Pertini, che forse non se accorse, voló in cerchio per più d’un ora sopra la Pennsylvania.

Per me c’era tanto da imparare. Anche se all’universitá avevo studiato attentamente (si fa per dire) il sistema politico americano, non avevo mai saputo fino allora che c’erano due tipi di cerimonie per salutare i capi di stato stranieri in arrivo: uno ufficiale ed uno non ufficiale. Lucubrazioni diplomatiche! Nel primo caso il Presidente degli Stati Uniti in persona deve dare il saluto di benvenuto all’esimio ospite; nell’altro caso va bene anche il Segretario di Stato (ministro degli esteri). Non so chi faccia questa scelta; nel caso di Pertini era un arrivo non ufficiale.

Alle 18:00 in punto ed il sole stava puntualmente tramontando: era 21 marzo, equinozio di primavera, il DC10 Alitalia si fermó, con precisione allineando la porta con il lungo tappeto rosso che due robusti marines avevano velocemente srotolato. C’era una signora responsabile del protocollo, quella con la borsa rossa sulla destra nella foto, che correva da tutte le parti dando ordini. Era stata lei quella che ci aveva messo in fila per dare a seconda il grado d’importanza il saluto di benvenuto. Il Gen. Haig arrivato pochi minuti prima con un elicottero ci aveva passato in rassegna per mettersi poi al primo posto. Ed io ero quasi alla fine.

Si aprì la porta dell’aereo e uscì solo il comandante , posizionandosi sulla piattaforma in cima alla scala per salutare il presidente…. e questo non usciva.. e noi tutti li ad apettare. Forse furono solo pochi minuti, ma sembrarono secoli. Poi alla fine comparve sulla soglia la figura minuta di Pertini, ma fu una brevissima visione, una frazione di secondo, per poi risparire nella penombra della cabina. Tutti che ci guardavamo, che bisbigliavamo, ma che sará successo? Ecco il presidente! Gran respiro di sollievo. Con un gran sorriso scese la scala, seguito dall’Ambascitore Petrignani. Poi ci strinse cordialmente la mano, dopo che l’ambasciatore ci aveva presentato.

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Pertini  mi stringe la mano, sono diventato il terz’ultimo della fila, solo perché Giorgio si é unito a noi.

 

Il mistero della sortita presidenziale mi fu, superconfindenzialmente ed in gran segreto rivelato un paio di giorni dopo, durante un pranzo con alcuni membri dell’equipaggio. Pertini era giá sul corridoio vicino alla porta pronto ad uscire, aspettando che il comandante si posizionasse in cima alla scala. A questo punto pensó bene che forse sarebbe stato prudente far pipì, cosciente delle proprie limitazioni di immagazzinaggio dovute all’etá: così proprio in quello storico momento decise d’andare al gabinetto, e noi giù, tutti in attesa. Compita l’operazione uscì e, sapendo d’essere atteso, si avvió velocemente verso la porta: ecco quando lo intravedemmo per pochissimo tempo. Proprio in quel momento, quando stava per varcare la porta, una hostess lo prese per un braccio e lo ritiró dentro, nella penombra del corridoio, e con una voce piena di panico:

“Signor  Presidente, mi scusi… i calzoni!”

Capì, si guardó e con mossa veloce tiró su la chiusura lampo. La ringrazió, e fu pronto a conquistare gli Stati Uniti, anche se era socialista, con il suo sorriso di vecchio saggio.

Durante la sua permanenza a Washington ci furono incontri, rinfreschi, cene e tanti discorsi pieni di luoghi comuni che nessuno ricorda, prima di proseguire per Chicago per poi finire a New York, da dove sarebbe ripartito per l’Italia.

Ci fu una gran festa all’ambasciata, ancora era quella vecchia, credo costruita alla fine dell’ottocento nello stile d’un palazzo rinascimentale. Quella sera Pertini mi sembró stanco, infatti ad un certo punto si ritiró in un piccolo ufficio accanto alla biblioteca. Fui uno dei pochi a cui fu permesso di rimanere con lui e fu allora che gli chiesi di autografarmi uno dei suoi libri che mi ero portato dietro. Con il libro gli offrii anche una penna a sfera per firmare e lui:

“Oh no, preferisco usare la mia.” E tiro’ fuori dalla tasca interna della giacca una vecchia ed elegante penna stilografica e come se seguisse uno specifico rituale svitò lentamente il cappuccio e poi mi chiese:

“Come si chiama?”

“Vorrei che lo dedicasse a mia madre, Luisa Taba, una sua fedele sostenitrice.”

E cosi nel mio susseguente viaggio glielo portai. Mi sembró contenta, forse anche soddisfatta che io avessi incontrato il presidente. Credo che mia madre abbia sempre votato democristiano, ma questo vecchio presidente socialista le piaceva.

Ci fu anche una cena, anche questa fu un evento definito non ufficiale solo con ospiti italiani, a Villa Firenze, la residenza ufficiale dell’ambasciatore Petrignani ed io non ero stato invitato, ma era stato invitato il mio grande capo che stava a New York. Questi mi telefonó quello stesso pomeriggio dicendomi che non sarebbe potuto venire per la cena. Mi informó anche aveva giá telefonato all’ambasciatore scusandosi e che gli aveva chiesto che io andassi alla cena come rappresentante dell’Alitalia.

Ecco come mi ritovai a cena con Pertini, da supplente. Come era successo all’arrivo, quando ero alla fine del tappeto rosso, ‘sta volta ero quasi alla fine della lunga tavola, al lato opposto, lontano, lontano da Pertini capotavola. A parte i brindisi ed i brevi discorsi di circostanza non sentivo di cosa parlavano. Io ero vicino ad alcuni giornalisti amici miei. Fu proprio uno di questi che poi mi raccontó la storia d’una affermazione che il presidente aveva fatto quella sera, una affermazione che aveva fatto venire i brividi al nostro ambasciatore. Non so perché, ma si erano messi a parlare di Hitler. Ad un certo punto Pertini affermó che aveva molto in comune con lui. Fu allora che l’ambasciatore si geló, come tutti quelli vicino a lui, aspettanto con ansietá la prossima frase.

“Io sono stato un po’ come Hitler. Come lui ho passato tempi duri” si riferiva al suo esilio in Francia negli anni trenta “e come lui ho fatto l’imbianchino per campare, solo che lui pretendeva d’essere un pittore.”

L’amico aggiunse che l’ambasciatore diede un gran sospiro di sollievo.

Essendo ospite del presidente Reagan, gli fu messo a disposizione un areo per il resto del viaggio all’interno degli Stati Uniti. Ed io rimasi per quasi una settimana alle prese con un doppio equipaggio, un DC10 parcheggiato in fondo ad una pista remota di Andrews Air Force Base, sorvegliato a vista dai marines. Ci furono altre storie e complicazioni, ma per ora basta, ne ho giá dette troppe.

 

Nota conclusiva: avevo sperato d’aver conquistato la bella abissina(vanitá, tutto il mondo é vanitá: lei aveva saputo ch’ero una persona importante, pensavo io), ma poi non successe nulla. Ma forse c’era anche un’altra ragione che aveva troncato sul nascere le mie aspettative: buona parte della sua famiglia era stata uccisa con il gas dagli italiani durante la guerra. Questo me lo disse l’unica volta che venne a cena da me. Avevo cercato di conquistarla con un piatto di spaghetti alla carbonara.

“Mio padre non sarebbe molto contento se sapesse che sono venuta a cena da te, sei un italiano.” E così tutto finì prima di incominciare.

 

Postscritto alla nota conclusiva: un’altra buona ragione per dire “Tutta colpa di Mussolini!”

 

 

 

 14 dicembre 2008, Marblehead, MA USA     

 

I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese.

 Mi raccomando, scrivete!

Fausto Braganti

 

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

 

 

2 Risposte to “034 M’Arcordo…a cena col presidente Pertini”

  1. luigi belfiore Says:

    immagino che sia stato una esperienza bellissima non capita a tutti, da quel che hai raccontato si ripropone l’immagine bellissima di quest’uomo semplice e pieno di una grande carica umana tanto da prendersi anche le simpatie di chi ha votato sempre democrazia cristiana come la tua mamma continuo a sostenere al contrario di Alberto che stimo moltissimo anche se lo conosco solamente attraverso fb che le sue qualità umane non vengono dall’essere socialista. Quanto alla bella abissina avrei fatto a meno di dirti quella cosa relativa al suo papà avrei parlato forse soltanto male di Mussolini.

    • Fausto Braganti Says:

      Grazie Luigi per il tuo intervento, rileggere questa mia storia (dopo tre anni da quando la scrissi e dopo trenta dall’evento) mi ha fatto risentere tanto calore umano nei confronti di Pertini. Poi diciamolo pure era una gran fumayore di pipa, come me!
      Quando ho cominciato questo blog (confessione?) mi son promesso d’esser il piu’ onesto e sincero possibile. Quello che mi disse l’abissina mi colpi’ molto, anche se lo sapevo quello che avevamo fatto, quella fu una prova che non mi aspettavo.
      Lo scrivere mi tiene compagnia, forse c’e’ un’illusione di raggiungere un granello d’mmortalita’, sperando sempre di non essere noioso come Sant’Agostino o egocentrico come Rousseau.
      Un saluto da lontano

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