035 M’Arcordo…quando arivava ‘l Natale

Ho un ricordo lontano, lontano, uno dei più remoti. Credo fosse il Natale del 1945 o forse era il ‘46. Andammo Gubbio dallo zi’ Angelo, il fratello più grande del mi’ babbo, e dalla zia Tecla e poi c’erano i cugini Silvana e Riccardo, e loro erano grandi, molto più grandi. Silvana faceva giá la maestra in una frazione sperduta fra le montagne.

Con la corriera andammo fino a Castello, li si cambió e ne prendemmo un’altra fino a Gubbio. Il nonno Barbino, che partì un po’ più tardi, montó sulla corriera sbagliata e finì a Perugia. Era la vigilia di Natale e la zia Tecla aveva preparato il gran cenone, il nonno arrivó dopo che la cena era cominciata e ci fu un gran sospiro di sollievo. I figli, rispettosi del padre a cui davano del “voi”, non fecero domande o commenti.

Lo zio Angelo aveva iniziato la sua cariera nelle ferrovie dopo esser tornato da fare il soldato, era stato nel genio ferrovieri. Andó a lavorare nella mitica linea Arezzo-Fossato di Vico, meglio conosciuta come l’ “Appennino”. Fece un po’ di carriera e diventó capostazione. Il suo ultimo incarico fu proprio a Gubbio, e la zia che era una Prosperetti, fu contenta di ritornare a casa dopo tanto girovagare. Con la responsabilitá ed il prestigio della posizione veniva anche l’abitazione, al secondo piano della stazione stessa. Quella di Gubbio era eguale a quella del Borgo e fu buttata giù negli anni 60, credo.

Nell’estate del 1943 ci fu il bombardamento della stazione d’Arezzo e quel giorno fu la fine di quella linea ferroviaria ed anche della cariera dello zio. Lui rimase a Gubbio ed apri un’agenzia di viaggi. Continuarono ad abitare nell’appartamento della stazione. Alcuni vagoni rimasero per molto tempo li davanti, abbandonati sui binari che si arrugginivano. Il cugino Riccardo, che aveva una maniglia, mi apriva la porta mi ci portava ed io potevo salire; mi mettevo a sedere su una panca di legno d’un vagone che non si moveva e cercavo di guardare fuori dal finestrino sporchissimo. Qualla fu la prima volta che montai in un treno, un treno che non aveva locomotiva e non andava da nessuna parte. Io rimanevo seduto ed immaginavo d’andare lontano, ma non sapevo dove, non conoscevo nessun posto.

Ritorniamo al cenone, verso la fine sentii un gran fracasso, come uno che battesse forte alla porta, ebbi paura. Qualcuno andó a vedere e poi tornó con un sacco:

“Era Babbo Natale! Ha lasciato questo per Fausto!”

“Per me??? Ma come faceva a sapere ch’ero a Gubbio e non al Borgo?” questo fu il mio gran dilemma.

“Babbo Natale sa tutto!” come potevo dubitare.

Cominciai a frugare nel sacco e dopo aver trovato un cartoccio pieno di carbone e subirmi i soliti commenti di non fare il cattivo, scoprii che c’erano anche dei giocattoli. Non credo che fossero gran che, o almeno non ne ho memoria, eccetto una pistolina che si ruppe subito. Non ne fui rattristato perché non mi piaceva, io ne volevo una a cappellotti che sembrava come quella di Tom Mix,  ma dovetti aspettare anni per averla.

Credo che quello sia stato l’unico gran cenone a cui abbia mai partecipato. In casa mia non ci fu mai questa tradizione e non so perché. A Gubbio per Natale non ci siamo più tornati, forse non volevano che il nonno si perdesse e così gli zii e i cugini venivano al Borgo. L’ultimo Natale in cui c’erano tutti fu quello del 1959.

A casa mia c’era la tradizione di fare il pranzo il giorno di Natale, il menù era fisso, sempre con le stesse portate tradizionali. La mi’ mamma era molto brava a fare i cappelletti e la vigilia la cucina si riempiva di altre donne che venivono a prepararli da lei, che faceva un po’ da maestra.

Il pranzo cominciava sempre con gli antipasti di crostini neri e bianchi. A proposito dei crostini neri c’erano due partiti, due scuole di pensiero, due fazioni pronte a scontrarsi in piazza: da una parte quelli che bagnavano i crostini nel brodo e quelli che li volevano asciutti. Noi appartenevamo al secondo gruppo e non so quale ava, perché questa era certo una tradizione tramandata in linea matriarcale, avesse fatto la scelta iniziale. Sento ancore le parole di mia madre:

“I faccio i crostini, mica la zuppettina!”

Credo che questi due partiti ci siano ancora.

Come primo c’erano i cappelletti in brodo; come mi piacevano, e come mi piacciono ancora oggi! Poi c’era il lesso del manzo, che non mi piaceva, con cui avevano fatto il brodo e dopo venivano gli arrosti, spesso c’era un cappone assieme a piccioni ed all’agnello per il nonno, tutto servito con le patate.  C’erano altri contorni e sformati, che la zia aveva preparato. Poi dolci, le crostate ed anche le paste assieme al panettone, ma questo é arrivato un po’ piú tardi, almeno a casa mia. C’erano i cavallucci, i ricciarelli, il panforte di Siena ed il torrone, anche quello coperto di cioccolato. Gli zii mi portavano sempre le pinocchiate, mi sembra di ricordare che erano simili ai ricciarelli e sono tipiche del perugino. Si aprivano bottiglie di vinsanto e c’erano brindisi con lo spumante, l’unico vino bianco che avessi mai visto. La grappa fatta in casa era il digestivo, ma io non la bevevo. Alla fine eravamo tutti pieni da crepare.

I due figli, il babbo e lo zio, si sedevano uno per lato accanto al nonno capotavola e cominciavano a parlare fra di loro un po’ sottovoce. Finivano sempre con l’essere un po’ tristi, malinconici. Si mettevano sempre a raccontare di Natali lontani. Erano contenti di tutti noi che eravamo con loro, ma sentivano la mancanza di chi se c’era piú. Ora li capisco… e come…

Di quei tempi lontani ripetevano sempre che erano stati tempi duri, e che i bambini non avevano regali, erano fortunati se ricevevano ‘na melangola, così si chiamavano gli aranci e come dolce il castagnaccio.

Non mi ricordo molto dei regali ricevuti, certi erano riciclati, vecchi balocchi e qualche libro. Il nonno Barbino era il fattore di Serse Bartolomei di San Martino, quello dopo Gragnano. La moglie era una Buitoni, la figlia del Sor Gherardo. Avevano un solo figlio: Massimo. Lui era molto più grande di me, così mi passavano i suoi giocattoli. Ricordo un gran trottola multicolorata di latta, allora non c’era la plastica. Arrivó anche un orsacchiotto un po’ spelacchiato. Vi ho giá raccontato che questo finì al rogo dopo aver visto il film di Giovanna d’Arco. A questo proposito uno di voi lettori mi scrisse che io dovevo esser stato come uno dei bambini dell’Addams family.

 

 

 

 

giardino-zooligico-per-i-piccoli-smallEcco uno dei libri di Massimo Bartolomei

 

 Un regalo me lo ricordo bene e fu importante: la mattina del Natale del ’52 uscii col babbo per passeggiare per la Via Maestra, mentre le donne finivano di preparare il gran pranzo. Dopo aver fatto gli auguri a tutte le persone che incontravamo, arrivammo verso Porta Fiorentina, dove, accanto al caffé de Grigino, c’era l’edicola del Nicastro. Allora al Borgo non c’erano vere librerie, quella del maestro Petrucci venne piú tardi, si trovava qualche libro solo nelle edicole e non c’era gran scelta. Uscivano ancora i libri a puntate settimanali, come la Divina Commedia e la Bibbia con le illustrazioni del Doré. Mio padre mi disse che mi avrebbe comprato un libro, un libro vero, un libro da grande. Entrammo e scelsi “L’Isola Misteriosa” illustrata di Verne. Fu per me una gran scoperta, questo non era uno di quei libro di poche pagine per bambini. Questo aveva tante pagine e tutte piene delle più incredibili avventure. Passai quelle vacanze leggendo le peripezie di Herbert, il più giovane dei cinque naufraghi dell’aria caduti nell’isola misteriosa. Leggere era meglio che fare le traduzioni di latino. Fu cosi che scoprì che non solo mi piaceva Verne,  ma mi piaceva leggere. Poi lessi altri dei suoi libri assieme a quelli di Salgari: le storie di Sandokan erano le mie preferite. Fu allora che ‘ncominciai a leggere sul serio ed ancora non ho smesso.

Di sicuro il regalo piú bello che portava il Natale erano le vacanze che , se andava bene con le domeniche, potavano diventare due settimane senza scuola, anche se poi gli insegnati facevano di tutti per rovinarti le feste dandoti un sacco di compiti. A quei tempi pensavo che gli insegnanti fossero tristi quando non c’era la scuola. Dopo aver avuto due mogli professoresse ho scoperto che anche loro sono esseri umani ed amano le feste e le vacanze.

In casa mia non c’era l’albero di Natale, si faceva il presepio. Uno dei miei cugini Ciuchi, quasi sempre Bruno, dopo esser andato a cercare la borraccina, quella buona la trovava verso Montecasale, veniva e mi aiutava a farlo, con i fiumi di carta stagnola, ponti e montagne. Quando ero solo toglievo le statuette di Gesú, di Maria e di Giuseppe, in fondo ero un bambino rispettoso, ed il presepio diventava un campo di battaglia. Avevo delle statuine di eroici legionari, di cowboys e di corrazieri che cominciavano a combattere contro i ribelli che venivano dal deserto: i tre Re Magi a dorso di cammello diventavono i predoni del deserto. I legionari vincevano sempre, loro avevano anche un cannone. Durante le feste era obbligatoria la camminata fino alla chiesa dei Cappuccini, i frati facevano un presepio bellissimo.

 La mattina di Natale usciva anche il giornalino goliardico, un numero unico annuale che raccoglieva articoli, filastrocche, caricature e poesie che prendevano in giro la gente del Borgo che si era distinta nell’arco dell’anno. Luigino Chimenti ne ha fatto un’ottima raccolta. Fu allora che vidi degli studenti con in testa il goliardo a punta che vendevano il giornalino.

“Un giorno ce l’avrai anche te un cappello cosi!” mi disse ‘l babbo.

Ne ho avuti due, uno rosso ed uno blu, ma questa è un’altra storia.

Come ho giá detto non si faceva il cenone, ma la sera della vigilia c’era sempre un gruppo d’amici che venivano a veglia e si giocava a tombola, al mercante in fiera ed altri giochi tradizionali per far contenti i citti, che quella sera andavano a letto tardi. Si mangiavano castagnole con l’alchermus (ma chissá come si scrive!) le brice, il castagnaccio ed altri tipici prodotti di stagione. Poi la mamma me portava alla messa di mezzanotte, ma ‘l babbo ci veniva di rado. A lui piaceva andare in chiesa quando suonavano l’organo.

Per un paio d’anni, quando forse ne avevo 10, i miei invitarono a pranzo un’orfanella, una volta ne son venute due, erano sorelle. Non ho gran ricordi di questi incontri, a parte il fatto che, anche se capivo che era un’opera buona, non mi sentivo a mio agio. Mi sentivo privilegiato e questo non mi piaceva.

Il 1959 fu l’ultimo Natale dove c’erano tutti. La primavera successiva, nel giro d’un mese, morì prima il nonno e poi lo zio Angelo. Piano piano diventammo sempre di meno. Nel 1967 mia mamma ed io andammo a Gubbio e questa fu l’ultima volta, eravamo rimasti in quattro e la zia e la Silvana non stavano più alla stazione, l’avevano buttata giù.  Nel 1968, ero ritornato da Londra per le feste, eravamo solo in tre: mia madre, mio cugino Bruno Ciuchi ed io. Ho riletto la pagina di quel giorno nel mio diario, allora ne scrivevo uno, e ci ho ritrovato tanta malinconia.

Per le feste del 1969 andai in America da Londra con Nancy, allora la mia fidanzata, per incontrare la sua famiglia ebrea. Furono gentili e fecero, per la prima volta, il pranzo per celebrare il Natale con me. L’unica in famiglia che era esperta di rituali e feste cattoliche era la quasi centenaria zia Sophie. Questa originaria di Strasburgo, durante l’occupazione tedesca, dopo tante peripezie per sfuggire il campo di sterminio, era finita con l’essere accolta e nascosta in un convento. Le monache le avevano dato un abito e visse con loro per quasi tre anni. Sapeva la messa in latino, certo molto meglio di me, e diceva che le sorelle erano state bravissime e mai, e ripeteva mai, avevano cercato di convertirla. Quel giorno fu felice di celebrare il Natale. L’America mi offrì un contesto tutto nuovo, eccitante e c’era tanto da scoprire, non ebbi tempo di rattristirmi.

Una curiositá di quel viaggio fu un incontro che feci durante la mia prima visita ad Harvard University a Cambridge, vicino a Boston. Quando uscì dalla stazione della metropolitana trovai in cima alle scale un giovane barbuto che distribuiva dei volantini. Il messagio era semplice ed era indirizzato agli ebrei. Li invitava a celebrare il Natale, la più grande, la più importante di tutte le feste ebraiche. L’elemento fondamentale nel fare questa scelta era il fatto che nessuno in tutto la storia degli ebrei aveva avuto più successo di Gesù: più d’un miliardo, forse due miliardi di persone ancora lo seguano, anche se sotto denominazioni differenti sono tutti suoi fedeli credenti. Un’idea innovativa che di certo faceva rizzare i cappelli ad ogni ebreo ortodosso, specialmente a quelli con i riccioli. Rimanendo su questo argomento Roland, il babbo di Pascale e cosi anche il mio nuovo suocero, francese ugonotto ancora litiga col cognato George, fervente cattolico e seguace dell’arcivescovo Lefebvre, quello che voleva la messa in latino e che alla fine mi sembra fu anche scomunicato. Roland gli dice che Gesù era un ebreo, al che George risponde che Gesù non era ebreo, ma solo ed unicamente il figlio di Dio. Ma allora perché all’inizio del vangelo di San Matteo c’é tutta la sua genealogia cominciando da Abramo?

Ritorniamo a noi, come al solito divago.

Per Natale 1971 tornai al Borgo per la prima volta dopo che mi ero stabilito in America. Erano passati circa 18 mesi da quando avevo salutati i Borghesi a Paddington, loro artornavano a casa ed io andavo a fare l’emigrante, si fa per dire. In ogni modo ‘sta volta artornavo non solo con Nancy, ma anche con Tanya, che era nata ai primi d’agosto, e che veniva ad incontrare la nonna Lisa per la prima volta. Fu un viaggio lungo e disastroso (Boston-NewYork-Faro-Lisbona-Madrid-Roma). Arrivammo a Fiumicino con circa 8 ore di ritardo e Piero Acquisti, che noi chiamavamo ‘l Mechina, da buon amico ci aveva aspettato. Piero quando vide la Tanya tranquilla nella sua cullina portatile disse:

“Ma che bella cittina, ringrazia la tu’ moglie che te l’ha fatta!”

Da quanto non avevo sentito la parola “cittina”? Mi commossi. Anche il Borghese può essere sublime nelle sue espressioni poetiche.

Nancy era contentissima d’essere al Borgo per le feste. Lei da bambina aveva sofferto perchè in casa sua non si celebrava il Natale (forse sarebbe meglio precisare che era stata gelosa della vicina, Martha Drinkwater che aveva l’albero con tante luci e riceveva tanti regali), non vedeva l’ora d’andare a comprare l’albero. Quell’anno per la prima ed ultima volta ci fu un albero in casa Braganti al Borgo, grazie alla moglie ebrea.

 Oggi vado a comprarlo, prima che bufi. Tanya dovrebbe arrivare da New York lunedi sera e lo decorerá.

 

19 dicembre 2008,

Marblehead,

MA USA                                                                              

 

I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete! Fausto Braganti      

 

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

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