041a M’Arcordo (anglo-belga)…un weekend ad Ostenda

 (prima puntata)   -ai primi di dicembre del 1968- 

 

“ ’n vedo l’ora che passi ‘l ’68 … io voglio ‘l ’69!”

Gridó qualcuno nell’euforia, mentre i razzi multicolorati solcavano il cielo scuro a mezzanotte in punto. Così il 1968 cominció co’ i fochi d’artificio, e come si sa fu un anno memorabile. Mi sembra che li portó Luigino Chimenti alla festa con cenone, anche questo memorabile, che facemmo a casa d’Azelio Tagliaferri di lá d’Anghiari per celebrarne l’arrivo.

Non preoccupatevi non vi racconteró del ’68, per ‘sta volta ve la sete cavata.

Incontrai Anna B. un giorno di primavera, penso agli inizi d’aprile, al Giardino di Boboli. Firenze era radiosa in tutta la sua bellezza, era la perfetta cartolina che generazioni di turisti, di poeti e d’amanti sperano che diventi la loro realtá.

Paolo ed io, certo stanchi di assemblee e discorsi senza fine, di occupazioni di facoltá, di demagogia senza limiti, quella mattina decidemmo d’andare a far fotografie a Boboli, e fu proprio li che incontrai Anna, una tedesca dai capelli rossi, ma quando dico rossi, rossi come non l’avevo mai visti, di fuoco. Cominciammo a parlare, le chiesi di posare per me e lei acconsentì. E pensare che usavo una pellicola per il bianco e nero. Chiedere ad una donna di posare, credo che lo sapete giá, funziona, al 90% dei casi, ma funziona anche con gli uomini: l’umana vanitá.

Tutti assieme andammo a mangiare da Nello in San Frediano, poi Paolo, che era ‘n’amico vero ed aveva capito come se metteva, o almeno come io speravo se mettesse, pe’ damme ‘na mano, trovó una scusa e se n’andò per conto suo. Noi continuammo a passeggiare e a parlare. Mi ero scordato di dire, si parlava in inglese, ma anche se c’erano limitazioni riuscivamo a comunicare abbastanza bene. In ogni modo mi disse, aveva certo capito le mie intenzioni, che era fidanzata con uno studente fiorentino e che stava bene con me, ma presto sarebbe andata ad incontrarlo. E così fu, ma prima che se ne andasse facemmo un appuntamento per il giorno dopo. Ci incontrammo altre volte per quasi una settimana, quando il fidanzato andava a lezione. Un giorno la portai sopra Fiesole, al Petit Bois, locale per le coppiette, fu allora che notai che aveva dei grossi marchi bluastri sul collo, anche se cercava di celarli con un foulard annodato. Ballammo e quando cercai di stringerla un po’ notai subito che lei voleva mantenere la distanze. Conclusione della storia: lei partì per tornare a Bonn, dove lavorava in una libreria, ed io non ero riuscito neanche a darle un bacio, in compenso mi aveva lasciato l’indirizzo.

Le scrissi subito mandandole alcune copie delle foto che avevo scattato a Boboli e lei mi risposo e cominciammo una amichevole corrispondenza.

La vita a Firenze continuó e fra una assemblea ed un altra diedi il mio ultimo esame: ora c’era da fare e dare la tesi. Da lontano si seguiva quello che succedeva a Parigi e un giorno mi ritrovai in una dimostrazione contro il consolato francese, per dimostrare la nostra solidarietá, come si diceva allora. La mia vita sentimentale si arricchì e si complicó, ma in fondo il tutto mi aiutava a superare la fine della mia lunga e tormetata relazione con Roberta, che per dimenticarmi se n’era andata a Londra all’inizio dell’anno.

Ed io continuavo a scrivere ad Anna e lei mi rispondeva sempre subito. Poi venne l’estate e partii con Massimo per andare a Parigi. La strada che prendemmo non fu la più diretta e ci se mise due settimane, e quando arrivammo la rivoluzione era finita da un pezzo, ma questa é un’altra storia. Ed anche se passammo vicino a Bonn, non mi fermai a cercare Anna.

Al mio ritorno al Borgo trovai diverse lettere, ed io non le avevo scritto per quasi un mese. La corrispondenza si infitti e non so come successe ma ci fu una evoluzione nel contenuto: cominciarono, piano piano, a divenire lettere d’amore, lettere appasionate.

Nel mezzo di tutto questo, a primi di settembre, partti per Londra. Dietro questo decisione c’erano varie ragioni, sará per un’altra volta. Appena sistemato ricominciai a corrispondere con Anna. Ed ogni lettera diveniva sempre più appassionata della precedente.

Fu proprio allora che in un momento di debolezza, che poi duró diversi mesi, andai a cercare Roberta, e la trovai. Dopo dieci minuti eravamo di nuovo assieme. Ed iniziarono i problemi, lei mi disse che aveva un altro ed io pretendevo che a me non importasse niente e non era vero. Subito la situazione si complicó, ci furono delle rotture e dei riavvicinamenti repentini, che poi finivano in scontri e nuove separazioni.

Io mi consolavo scrivendo lettere romantiche piene d’amore e di passione alla mia tedesca dai capelli rossi, e pensare che le solo foto che avevo di lei erano in bianco e nero.

In uno di quei periodi di rottura con Roberta le scrissi che era ora d’incontrarci, proponevo un incontro a mezza via: Ostenda, in Belgio. Facile da raggiungere da parte d’ambedue. Due o tre lettere furono più che sufficenti per finalizzare il piano. Io avrei preso il treno fino Dover e da li con il ferry avrei raggiunto Ostenda, avevo giá fatto quel viaggio. Lei avrebbe preso il treno da Bonn. Lei mi avrebbe incontrato al porto, io sarei arrivato circa un’ora dopo di lei.

Arrivó quel sabato mattina dei primi di dicembre del 1968, buio, umido e freddo ed andai a Victoria Station. Come al solito arrivai prestissimo. Mi sembra che il treno doveva partire verso le 7:00 per arrivare a Dover dopo circa un ora. La nave sarebbe partita verso le 9:00 con un arrivo previsto per le 13:00.

Mentre aspettavo che venissero ad aprire le porte del treno pensavo, cercavo d’immaginare quello che sarebbe successo. Mi sentivo contento, eccitato ed allo stesso tempo insicuro, non sapevo come avrei dovuto comportarmi al momento dell’incontro, l’avrei baciata subito con passione?. C’eravamo ultimamente scritto lettere appassionate, ma io non l’avevo neanche mia baciata. Cosa avrei dovuto fare?   

Ma tutti questi pensieri furono improvvisamente interrotti, interrotti da una visione.

La vidi da lontano, all’improvviso, inaspettata. Si avvicinava verso di me lungo il marciapiede d’attesa, camminando con passi sicuri, poi vidi che era seguita da un facchino con due valigie. Sembrava uscita da un film degli anni ‘30, era un’immagine in bianco e nero, perfetta, da incontrare a mezzanotte alla Garre de Lyon in attesa dell’Orient Express, ma io ero a Londra a Victoria Station, pochi minuti prima delle 7:00 della mattina ed era anche freddo.  In ogni modo io ancora non ero mai stato alla Garre de Lyon e potevo solo immaginarla.

Il cappotto lungo e nero, stretto in vita, evidenziava la sua figura e si muoveva con il suo incedere. Ogni passo la portava più vicino a me ed a ogni passo mi sembrava sempre più affascinante, sempre più bella e allo stesso tempo misteriosa. Mi passó accanto, quasi sfiorandomi, dandomi modo d’ammirare il suo bellissimo volto pallido, illuminato dal forte rosso delle sue labbra carnose, gli occhi erano in parte nascosti dalla veletta del cappello. Era la prima volta che vedevo una donna con gli occhi misteriosamente seminascosti dalla retina nera della veletta.  Ebbi poi modo d’ammirarla dal di dietro, e potei farlo bene perché si fermó pochi passi dopo di me. Quel cappotto attillato evidenziava dei fianchi favolosi. I capelli neri lunghi ed ondulati le cadevano sulla schiena. Le scarpe con i tacchi a spillo affusolavano le gambe lunghe e tornite. Allora notai  che le calze avevano la linea nera della sottile cucitura che saliva su lungo il dietro della gamba fino al polpaccio, poi si perdeva ancora più su, nascosta dal lungo cappotto. Cercai subito di immaginare dove finiva; quel tipo di calza aveva bisogno di giarretiere, non potevano essere altro che nere, come il resto della sua biancheria intima. Ne ero sicuro. Quello erano ancora i tempi in cui le donne portavano ancora le giarrettiere. Ero rimasto incantato, fulminato. Era la donna che fino a quel momento credevo fosse esistita solo nella mia immaginazione. Era forse questa la materalizzazione della mia idea dell’eterno femminino?

Scambió alcune parole con il facchino e prosiguì lungo il marciapiede, ed io da lontano la seguii. Lei si fermó ed io mi fermai. Avrei voluto sedermi nello stesso scompartimento, sarebbe stato bellissimo se avessi potuto trovare un sedile proprio davanti a lei, ma questo non successe. Montai nel treno e riuscii a trovare un posto da cui potevo appena vederla da lontano, un po’ di sbiego.

Non ricordo molto di quel viaggio in un treno affollate di gente sileziosa e semiaddormetata. Ho spesso trovato opprimente il silenzio dei treni inglesi.  Mi facevano compagnia i miei pensieri ancora più incasinati. Lasciavo, ma solo per il week-end, Londra dove c’era Roberta, la ragazza con cui non avrei dovuto rimettermi, andavo ad incontrarmi con Anna, la tedesca dai capelli rossi e non sapevo cosa volovo da lei, eccetto l’ovvio, ma dopo tutto quello che ci eravamo scritto ci doveva essere qualcosa di più. Ed ora i miei pensieri eano caduti nel vortice del gorgo del desiderio per la Femme Fatale. Continuavo a pensavo a quella sottile cucitura nera delle sue calse e dove andava a finire. Tutte le mie fantasie scorrazzavano senza freni. Ma chi era? Come avrei voluto conoscerla e saperne di più. Ma poi pensavo: non  avrei mai fatto una simile conquista, non mi sentivo all’altezza della situazione e questo mi rattristava.

Back to reality: fra poche ore avrei incontrato Anna,  e solo questo contava, vedremo cosa succede e poi decideremo. Tutto li: il resto non conta, devo dimenticare Roberta, e devo dimenticare anche la Femme Fatale. E con questo in mente mi imbarcai sulla vecchia nave maleodorante, ridipinta mille volte, forse era proprio la vernice che la teneva assieme. All’inizio d’una scala che portava sul ponte c’era una placca di bronzo che ricordava che quella nave ed il suo eroico equipaggio avevano fatto non so quanti viaggi sotto il fuoco nemico per evaquare i soldati insaccati a Dunkerque nel giugno del 1940.

Salii sul ponte, e vidi la costa dell’Inghilterra che si allontanava velocemente, le famose bianche scogliere di Dover. Era freddo, ma mi piaceva quell’esperienza. La linea della costa diventava sempre più sottile e si stava perdendo nella leggera foschia.

“It’s always a fascinating view!”

dover

Le Bianche Scogliere di Dover, dicembre 1968

 
 
 

 

Era lei, la Femme Fatale, li accanto a me. Era lei che si era avvicinata a me e che mi parlava. Era lei che aveva attaccato discorso, attaccato discorso con me. Le sorrisi, non ricordo ma son sicuro che la mia fu una risposta banale e forse impappinata. In ogni modo fu l’inizio della nostra conversazione 

 Adesso che le ero vicino mi resi conto che era ancora più bella. Mi affascinava il mistero di quella retina che le cadeva sul volto fino all’altezza del naso, ma non noscondeva niente. Aveva la carnagione bianchissima forse un pó pallida e le sopracciglie scure ben marcate le davano un espressione forte che veniva addolcita da un sorriso frequente che mostrava dei denti perfetti.

Mi propose di rientrare al coperto, cominciava a sentir freddo e poi non c’era più nulla da vedere. Le dissi che era una buona idea. Risposi di sì al suo suggerimento d’andar a far colazione.

 E proprio mentre scendevamo la scala sentii la sua mano infilarsi, mi avevo preso sottobraccio ed io trionfante entrai in uno dei saloni affollati, a braccetto della Femme Fatale.

 

fine prima puntata.

 

 Riuscirá il nostro eroe a …… ?

 

 

 

9 gennaio 2009, Marblehead, MA USA     

 

Fausto Braganti

 

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

 

 

Una Risposta to “041a M’Arcordo (anglo-belga)…un weekend ad Ostenda”

  1. Luciana Says:

    Ma che bello,corro a leggere la seconda parte.
    Che sangre caliente,muchacho!

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