043b M’Arcordo……la scuola elementare (seconda puntata)

M’arcordo poco de la seconda. La nostra maestra era la signora Selvi, ed eravamo in tanti, ‘na ’50ina. C’erano citti grandi, super-ripetenti e brinzelloni, citti che, anche a causa della guerra, non erano andati a scuola. Io avevo il grembiulino nero, ma senza colletto e fiocco, ma non tutti ce l’avevano ed io pensavo che loro erano i fortunati.

 La maestra era anziana con i capelli bianchi a crocchia arrotolati sulla testa, sembrava la mi’ nonna ed era dolce e paziente. Credo che quello fu il suo ultimo anno d’insegnamente.

Io ero forse il più piccino della classe ed ero seduto un banco in prima fila, proprio davanti alla maestra. Quando la maestra entrava saltavamo tutti in piedi e si diceva una preghiera, é stata l’unica volta che mi hanno fatto dire la preghiera in classe. Poi tutti a sedere, faceva l’appello e scriveva nel gran registro. Fu allora che scoprii che siamo in tanti ad avere il cognome che comincia con la lettera “B”. Io le ero vicino ed ossorvavo tutto quello che faceva con curiositá.

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Ricordo che sulle pareti c’erano due grandi carte geografiche, una dell’Italia e l’altra dell’Europa. Certe volte mi incantavo a guarderle: l’Italia per davvero sembrava uno stivale, uno stivale col tacco. Poi pensavo che stava per dare un calcio ad un isola, ma non credo di sapere che quella fosse la Sicilia. L’Europa era misteriosa, grande e riconoscevo l’Italia giù in basso e non sapevo nient’altro. Su in alto c’era una strana figura, sembrava un animale, forse un orso che balzava verso il basso. Ancora oggi quando vedo la Norvegia e la Svezia in una carta geografica penso a quell’orso d’allora.

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Inoltre ricordo che su un muro, quello dietro di noi, c’erano tante cartoline di vari posti. Erano tutte in bianco e nero,attaccate l’una all’altra, non so chi l’avesse fatto, qualche scolaresca prima di noi. Spesso mi mettevo a guardarle ed erano tutti posti lontani che non conoscevo. Allora sapevo che a parte i paesi vicini, c’erano Gubbio, Rimini, ed Arezzo. Avevo sentito dire di Firenze, Roma, Milano e Nizza, ma non avevo nessuna idea di dove fossero. Sapevo solo che erano lontano.

Abbiamo cominciato scrivendo ‘n sacco di letterine e di numeri. Poi si scrivevano i pensierini e si faceva il dettato. Si studiavano le tabelline, ed io ero bravo, molto più brava che nel dettato. Somme e sottrazioni, moltiplicazioni e divisioni non mi facevano paura. Il problema erano i dettati e i pensierini. Facevo tantissimi errori d’ortografia e non li vedevo. Se leggo lo scritto d’un altro noto subito gli errori, ma non vedo i miei, forse perchè il mio pensiero, giá sapendo quello che ho scritto, corre troppo veloce. Poi c’era il problema della “s” e della “z”. Per me, ho infine capito che é un condizionamento derivante dal dialetto, erano, e forse lo sono ancora oggi, tutte “z”. Persona ‘n Borghese se dice perzona, quindi se scrive con la “z”. Anche forse si dovrebbe scrivere con la “z”.

Se un giorno raccoglieró questi miei “M’Arcordo” in un libro avró bisogno d’un buon correggitore delle mie bozze, ma di questo se ne parla ‘n’altra volta, perché poi c’é anhe il problema dell’inglese.

Non m’acordo chi era ‘l mi’ compagno de banco, ma m’arcodo che un giorno nel mezzo della lazione entrarono in aula delle persone e con loro c’era un bambino, un bambino che non avevo mai visto. La maestra ce lo presentó: Mariucci Paolo e lui artornava al Borgo da lontano. La sera quando raccontai al mi’ babbo che era venuto un nuovo bambino e come si chiamava, lui mi disse:

“É il figlio di Beppe, ed é un amico. Tu gli devi essre amico, lui é stato via e devi aiutarlo, ancora non conosce nessuno.” E così diventammo amici.

Sedevamo  in vecchissimi e duri banchi per due, dove generazioni di scolari avevano sofferto ed avevano lasciato il loro marchio con coltellini, macchie d’inchiostro e qualsiasi possibile strumento con cui si poteva lasciare un marchio.

E c’era il calamaio, anzi ce n’erano due per ogni banco. Alcuni erano di vetro ed altri bianchi di ceramica. Anche se c’era stata una evoluzione dalla penna d’oca o di billo a quella col pennino di metallo, il gesto d’intingere la penna nell’inchistro era lo stesso che si era ripetuto per migliaia d’anni. Nessuno di noi aveva la penna stilografica, che in fondo era solo una penna che s’intigeva più de rado.

E noi piccoli cittini della scuola elementare Edmondo De Amicis di Sansepolcro, come tantissimi altri in quegl’anni in tutte le parti del mondo, non sapevamo di vivere un momento storico, un momento di transizione, un passaggio fra due ere. Eravamo gli ultimi, e non lo sapevamo ancora, a ripetere quel quell’antico gesto rituale: intingere la penna nel calamaio. E con questo venivano le macchie nei quaderni e nei libri, le patacche nei calzoni o nella camicia e alla fine i ciurloni della mamma.

Ogni tanto compariva la bidella con l’ampollona, che era grande come un fiasco col beccuccio, e girando fra i banchi versava l’inchiostro riempiendo i calamai. Quando fui più grande scoprii da dove veniva l’inchiostro, ma questo ve lo dico più avanti.

Nessuno di noi aveva l’orologio ed io non sapevo neanche leggerlo. Quando sentivamo la campanella che suonave la fine della lezione era sempre una sorpresa anche se si aspettava sin dal mattino quando si entrava in aula. Era il più bel suono della giornata. Si saltava fuori dai banchi tutti felici e contenti. La maestra ci faceva uscire sul corridoio ma ci dovevamo mettere in fila come piccoli plotoni di soldati ed in tal maniare si scendevano le scale e sotto il porticato intorno al cortile si formava questo piccolo esercito d’alunni. Tutti fermi fino a quando l’armata era al completo. Questo mi piaceva perché mi dava il tempo di guardare i plotoni bianchi, quelli delle bambine.

Poi alla fine aprivano la gran porta e cominciava la marcia trionfale verso la libertá: Piazza Santa Chiara. L’istante che il piede era fuori della porta era tutto un fuggi, fuggi, urla e zepponi. Io ero ancora picino, ed ero contento di vedere la mi mamma. Ad un certo punto le dissi di non venire.

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La direttrice la signorina Dragoni era anziana come la mia maestra e mi intimidiva. Me la ricordo sempre con il cappotto, forse sentiva freddo. Aveva l’ufficio che dava direttamente nel cortile. C’erano degli scalini ed era seminascosto dietro delle colonnine. Mi sembrava un luogo segreto e misterioso. Non so perché, ma una volta mi son trovato nel suo ufficio. Lei era seduta ed io ero forse con mia madre che era venuta a parlarle. Stavo in piedi ed ero poco più alto della scrivania. La vedo ancora dietro ad una specie di piccola piramide di ferro con tanti ricettacoli ed ognuno di questi aveva un timbro. Lei era importante, sulla sua scrivania c’erano tanti timbri.

Ho anche una vaga memoria di alcune aule separate dalle nostre, dall’altra parte del cortile, che ospitavano famiglie di rifugiati; ho chiesto in giro e ancora nessuno me ne ha dato conferma.

Poi nell’aprile del ’48 vennero le grandi, le prime elezioni politiche. Molti più avanti avrei imparato l’importanza di quell’evento. Nelle settimane precendenti il 18 aprile, al Borgo non credo ci fosse rimasto un solo pezzo di muro che non fosse coperto di manifesti propagandisti. Cosi anche la Piazza Santa Chiare era tappezzata. In piazza e Porta Fiorentina c’erano sempre comizi. A me piaceva il simbolo del Fronte Popolare, ma allora non sapevo che si chiamava cosi, era la testa di Garibaldi. Sentivo il babbo ed il nonno che parlavano sempre di politica, e credo che avessero paura che venisse “Baffone”.  La propaganda dei varii partiti era intensissima ed anche noi scolari delle elementari potevano diventare uno strumento per ottenere voti. Spesso ci aspettavano all’uscita per darci volantini e cartoline con la speranza che noi le portassimo a casa ai nostri genitori. Mi piaceva la cartolina con la testa di Garibaldi, s’argirava e toh: diventava quella del famoso Baffone.

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A proposito di Baffone, sentivo spesso la frase:

“A da veni’ Baffone!” dicevano i sostenitori, eran sicuri che lui avrebbe risolto tutti i problemi.

Poi c’era un piccola poesia che gli avversari declamavano:

“Per tagliare il suo baffone, vota bene all’elezione”.

Passate le elezioni si ritornó a scuola, diciamo tranquilli, ma non per molto: il 13 giugno 1948, domenica mattina, venne il terremoto e con questo fini la seconda elementare. Dopo solo quattro anni eravamo di nuovo sfollati e come sempre in queste situazioni i Braganti vanno dagli Antonelli della Pieve Vecchia.

A scuola non c’artornai fino a novembre. In fondo, dato che la veritá é un concetto astratto e relativo, il terremoto non era venuto solo per nuocere almeno per noi scolari, ci aveva portato cinque mesi di vacanze…ma con i suoi limiti, almeno per me!

 

 

 

 

23 gennaio 2009, Marblehead, MA USA                                                                                        

 

I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete!

 

Fausto Braganti      

 

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus

 

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