043d M’Arcordo……la scuola elementare (quarta puntata)

  ’sto m’arcordo duro troppo, devo finille ’st’elementari, e pensare che ho anche ripetuto la quinta. Ci vole pazienza.

Alora dopo la terza se va in quarta, sembra logico. Quell’estate ci fu un gran cambiamente: invece Riccione s’andó a Miramare, tutto da scoprire.

De la quarta me n’arcordo poco, forse solo perché c’era poco d’arcordasse, ma il 1950 fu ’n anno importante per altre ragioni: mi portarono a Roma per la prima volta, ma andiamo in ordine. Il nostro maestro rimase il Guerri.

Ho una vivida memoria d’un violinista che venne a suonarci in classe e credo che fu proprio quando ero in quarta, ma la data non é cosi importante. Un giorno il maestro ci annunció che sarebbe venuto in classe un violinista ed avrebbe fatto per noi un piccolo concerto. Io non c’ero mai stato ad un concerto. Le mie esperienze al teatro erano poche. Al Dante avevo visto “Capuccetto Rosso”, con attori ed orchestra; era una produzione locale organizzata da quelli de Porta Romana. Mi sembra che anche il mio amico Sergio fosse uno degli attori. Un inverno era arrivato il Carro di Tespi, un teatro itinerante che aveva montato il suo tendone in piazza. Qualcuno in casa commentó con amara ironia che se ci fosse stata la torre non ci sarebbero potuti stare. La mamma mi portó a vedere “La Dama delle Camelie”, e la mamma pianse, allora voleva dire che era stata una rappresentazione bellissima.

Ritorniamo al concerto. Il maesto ci disse che dovevamo portare dei soldi che lui avrebbe raccolto per poi darli al violinista. Era un uomo magrissimo, allampanato, con un vestito nero lucido e vecchio. Ancora non sapevo di Paganini altrimanti avrei pensato a lui. Ricordo solo che suonò l’ “Ave Maria” di Schubert. Fu un esperienza che mi rattristó, mi immalincolì tanto; era come se gli avessimo fatto l’elemosina. Pensai che era umiliante.

Ho giá detto che la bidella ogni tanto veniva in classe per riempire i calamai, ma se questa era occupata il maestro chiedeva ad uno di noi di andare a prendere l’inchiostro per rifornire la scolaresca. Essere scelto per questo lavoro era un grande onore riservato solo ai più buoni ed ai più bravi. Un giorno io fui il prescelto e felicissimo scesi nel cortile. C’era un piccolo stanzino dal lato dell’ufficio della direttrice, dove fra tanta cianfrusaglia c’era una gran damigiana dalla paglia tutta nera. Da questa dovevamo versare l’inchiostro in un fiasco col beccuccio. Quell’era la mia grande occasione per dimostrare le mie capacitá e si concluse in un disastro: versai l’inchiostro dappertutto. La bidella mi ripotò in classe tutto piagnucolante ed umiliato ed avevo le mani  tutte macchiate come se avessi messo un paio di guanti neri. Inutile dire del mio imbarazzo, e non fu mai più scelto per quel lavoro.

M’arcordo che questo successe pochi giorni prima di partire per Roma. Quello che mi piacque di più in quel viaggio furono le scimmie dello zoo. Anch’io ne avrei voluto una, volevo essere come Tarzan, lui aveva Cita. L’altra cosa che mi colpì più del Colosseo o di San Pietro fu un cinema dove durante l’intervallo s’aprì il tetto e tutto il fumo se n’andò via.

Quello fu anche il periodo in cui cominciai ad andare a la messa da solo, quella delle nove ‘n duomo. Prima me ci portava la mi’ mamma, perché ‘l mi’ babbo c’andava de rado. Me piaceva andarci con i miei amici e poi s’andava al catechismo dalle monache de l’orfanelle (lo Schinteschi). Dopo si giocava nel cortile e questo era quello che mi interessava di più. Non so se Don Bista lo seppe, ma di certo sarebbe stato contento, anche se avevo giá fatto cresima e comunione l’anno prima, avrei finalmente studiato il catechismo.  

Per la Befana del 1950 portammo dei regali, li avevamo raccolto in casa e prima della nostra missione di caritá ci trovammo nel cortile dell’orfanotrofio per la foto ricordo. Eravamo tutti cosi orgogliosi per l’opera buona che stavamo per fare. La prima visita fu all’ospizio dei vecchi dello Schianteschi, che era li accanto. Poi andammo anche all’ospedale, li vicino c’era un altro piccolo ospizio. Non mi piacque l’odore di quest’ultimo, meglio: mi faceva schifo.

 

Befana 1950. Visita all'Ospizio con Doni

Befana 1950. Visita all'Ospizio con Doni

 

 

Da sinistra a destra, dal basso verso l’alto:

I fila:   Rinaldo Dindelli, Giovanni Acquisti, Mario Guidobaldi, Giuseppe Alvisi, Gustavo Dolfi, Santino Valori

II fila:  Ugo Salvi, Massimo Spillantini, Paolo Rosadi, Enzo Guidobaldi, ????, ????

III fila: Omero Roti, Giuseppe Torrioli, Piero Torrioli, Massimo Burroni,  Ernesto Valori, ? Tanfi

IV fila: Paolo Comanducci, Fausto Braganti, Steno Mercati,  Piero Spillantini, Sergio Mearini, Valentino Mercati

 

 L’anno scolastico finì e passai in quinta e quell’estate andammo a Cattolica. Da lontano, allora c’era solo la radio, seguivo le partite di calcio del Campionato del Mondo che si svolgevano in Brasile, a Rio, e l’Italia non vinse ed io ero triste.

Il maestro Guerri ci aspettava quando tornammo a scuola e noi ci sentivamo importanti: eravamo in quinta ed i più grandi. Le grandi attivitá a parte quello di studiare il meno possibile e prendere almeno sei, era quella di far la collezione delle figurine e di giocare con le monetine. La mia preferita fu quella degli animali: 600 figurine, 20 pagine con 30 per pagina. La più bella era la prima, con tutti gli animali preistorici. Ricordo che alla fine mi mancava solo un pesce: la carpa. Un ragazzo grande, Romano Ricci, che penso andava giá al liceo, lo sapeva ma non so perché. Un giorno all’ora di pranzo il campanello suonó e c’era Romano con “la carpa”! Che salti di gioia! Poi c’era la collezione delle figurine del Risorgimento, ma non la completai. Quello fu l’inizio del mio interesse a collezionare, infatti allora cominciai anche quella dei francobolli, ma questa é un altra storia. Ancora oggi ho questa mania di collezionare, di accumulare, di classificare, forse il tutto nasce da un’insita insicurezza, ma il discorso si complica, parliamo d’altro: parliamo delle monetine.

La guerra non solo portó morte e distruzione ma anche la svalutazione della lira, e come diceva ‘l mi’ babbo:

“Ci siamo mangiati in tre mesi e risparmi di trent’anni.”

 Con gli interessi dei Buoni del Tesoro della guerra d’Etiopia, che mi avevano regalato, ci andavo al cine ‘na volta ogni sei mesi. In compenso noi citti, ignari delle difficoltá economiche, ci trovammo le tasche piene di monetine senza valore che a noi sembravano vere. Le usavamo come i soldi del Monopoli e c’erano tanti maniere per vincere o perdere intere fortune. Io ero bravo a “murino” (si chiamava così?), ci si metteva in fila davanti ad un muro e si tirava la moneta, vinceva tutto chi piazzava la sua più vicino al muro. La domanda più frequente, che assomiglivaa ad un ordine, era la fatidica sfida ad indovinare:

“Testa o croce?”

La testa era quella del re, che non c’era più, e la croce era quella di Savoia. Il vincitore era quello che indovinava da che la lato sarebbe caduta la moneta gettata in aria. Una volta il maestro s’arrabbió tantissimo perché qualcuno giocava in classe, durante la lezione. Grande retata, rastrellamento e seguestro di tutto il materiale compromettente: monetine e figurine. Tutti in fila ad un lato della cattedra ed il maestro che ci faceva vuotare le tasche sulla cattadra che velocemonte sembrava un gran salvadenaio rotto. Anch’io avevo le tasche piene di monete, ma quando svuotai le tasche il maestro sorrise, io non ero uno dei colpevoli, non avevo niente di compromettente. Mentre era in fila mi era venuta un’idea, prendere le monete dalla tasca e farle scivolare dentro i miei calzoni alla zuava. Il risvolto stretto alla caviglia me le raccolse come un gran tascone e me le tenne al sicuro. Camminai piano piano, per non far nessun tintinnio e cosi me la cavai da bravo e salvai il mio malloppo.

La quinta era molto più impegnativa, alla fine ci sarebbero stati gli esami. Gli esami erano due, uno quello normale di quinta e l’altro, molto più difficile, era quello d’ammissione alla scuola media. Ma non tutti sarebbero andati alle medie, mi ci son voluti anni per capire che era un vero sistema classista, ma questo è un discorso impegantivo, forse ne parleremo ‘n’altra volta, potremmo tornare indietro fino a Napoleone. Per prepararci a quest’esame cominciammo ad andare a scuola anche nel pomeriggio; il maestro, pagato dai genitori, ci faceva ripetizione.

A giugno del ’51 feci prima gli esami di quinta e passai, poi venne quello di ammissione, che per una strana situazione, chiamiamola burocratica, 1951-6-fausto-smalldovemmo andare a farlo ad Anghiari. Faci anche  la fotografia che venne incollata in un pezzo di carta bollata e timbrata. Era un esame importate e non volevano che ci fossero delle sostituzioni di persona o meglio di bambino. Un giorno la mamma mi mise la cravatta, mi impomató la testa di brillantina ed andammo come al solito dallo Sgoluppi, ed eccomi immortalato per la prima volta in un documento.

Ero tutto impaurito per questo esame, e fui mandato ad ottobre in italiano. Ero triste ed umiliato, quasi tutti i miei amici erani passati. Dopo la vacanza al mare, ‘sta volta s’andò a Gabicce, ritornai e fui mandato a ripetizione da Primo, ‘n fondo piazza. Le cose non andarono meglio e fui bocciato. I miei mi consolarono dicendomi che ero piccolo, che ero un anno avanti, che sarebbe stato meglio così, che sarei stato con i citti della mia etá e così via. Tutto questo non mi tolse l’umiliazione di diventare un ripetente e la gelosia di vedere i miei amici andare in prima media. Ma ci fu un problema tecnico: non potevo essere un ripetente d’una classe, in questo caso la quinta, di cui avevo superato l’esame. Erano caduto nel limbo d’un “Catch 22” ovvero “Comma 22”, espressione che allora certo non conoscevo.

Non sapendo cosa fare, i miei decisero che era una buona idea, si fa per dire, di mandarmi a lezioni private di latino: avrebbe migliorato anche il mio italiano. Il mio professore fu Don Virgilio, lui mi era simpatico ed aveva una gran collezione di francobolli. Sotto il porticato del Duomo, entrando dal lato di via Matteotti, subito ‘n cima alle scale sulla destra c’era una piccola biblioteca di cui Don Virgilio era responsabile e quella fu l’inizio d’una lunga relazione d’amore ed odio con i classici. Passavo i miei pomeriggi nella biblioteca freddissima ed umida riempiendo pagine dopo pagine con esercizi d’analisi grammaticale e d’analisi logica. Poi c’erano le declinazioni: rosa, rosæ, rosæ, rosam, rosa, rosa. Che gente strana i romani: avevano inventato il vocativo e chiamavano ad alta voce persino una “rosa”! In ogni modo Don Virgilio era simpatico e cercava di rendere il tutto divertente.

Poi mi ammalai, penso che fosse verso la fine di novembre: presi la varicella. Strano, ma mi sentivo importante, ero il primo caso in tutta la provincia d’Arezzo e di Perugia. Appena fu stabilita la mia malattia il dott. Cavalli fece un rapporto e il dott. Moriani ed un altro dottore d’Arezzo vennero a visitarmi. Fu un interrogatorio di terzo grado, cosa avevo fatto, dove ero stato e così via. Mi fecero sentire colpevole d’esser malato. Rimase un gran mistero, anche perché non andavo a scuola e non avevo molti contatti con possibili ammalati. Fui messo in quarantena. Mi fu proibito, anche dopo che la febbre era passata, d’andare al cinema e di giocare con altri bambini per diverse settimane.

Dopo le feste, a primi di gennaio, ritornai a scuola…un ripetente che era passato! Non so come fecero, ma trovarono un sistema di farmi rifare la quinta. Il maestro era il Botta ed era gentile e bravo. Faci subito nuovi amici e mi trovai bene. M’arcordo che un ragazzo una volta portó in classe la fotografia d’una donna nuda, era una vecchia immagine giallognola d’un’abissina: era misteriosa e bellissima. Quello fu la scintilla che mi spronò a tante future ricerche, molto difficili da soddisfare a quei tempi. Un’altra volta il maestro chiese ad Arnaldo di fare un esempio d’un participio passato d’un verbo regolare della prima coniugazione, e lui orgoglioso rispose:

“Castrato!!”

Il maestro rimase incerto, la risposta era corretta, ma non era soddisfatto della scelta del verbo ed infine lo sgridó, mentre noi ridevamo come matti.

Ci sarebbe tutta una lunga storia del babbo del mio compagno di banco, ci misi più trent’anni per mettere assieme tutte le parti, ma non ve la dico adesso e forse non la diró mai: ci sono delle cose che vanno dimenticate.

Il resto dell’anno passó velocemente fino a quando vennero di nuovo gli esami d’ammissione alla prima media e finalmente passai. Sarebbe cominciato tutt’un altro capitolo. Intanto quell’estate tornammo a Miramare.

 

 
 

 POSTSCRITTO.

Il bello di questo M’Arcordo è d’aver arcordato (spero che quando legge questo non me lo segni come un errore blu) il nostro caro Maestro Guerri che fra pochi giorni compirá il suo 98 compleanno. Abita ad Anghiari ed é molto attivo. É contento quando i suoi vecchi scolari, ormai molti son diventati nonni, vanno a trovarlo.

Maestro Turiddo Guerri, novantottenne

   5 febbraio 2009, Marblehead, MA USA                                                                                        

 I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete! Fausto Braganti      

 ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

 

2 Risposte to “043d M’Arcordo……la scuola elementare (quarta puntata)”

  1. burroni massimo Says:

    caro fausto, complimenti per il gran lavoro di memoria che hai fatto.
    credo anch’io che sarebbe l’ora di organizzare un altro incontro conviviale.

    un saluto affettuoso massimo

    • biturgus Says:

      Caro Massimo, conto di venire al Borgo il 25 di marzo per una diecina di giorni, potremmo farla sabato 28 marzo. mi mettero’ in contatto con i possibili organizzatori Guido Poggini e Giuliano Tofanelli, meglio conosciuto come Ventura.
      Un abbraccio,
      scivimi: ftbraganti@verizon.net

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