049 M’Arcordo (libico-americano)… guess who came to dinner? (indovina chi é venuto a cena?)

In questa storia, per la prima volta, non useró i veri nomi delle persone.

 Primo Tempo:

Credo che in ogni famiglia ci siano delle espressioni o parole tipiche, chiamiamole private, che hanno un significato solo per i membri della famiglia stessa. In casa mia ce n’era una e veniva usata da mia padre e solo nei miei confronti:

”Non fare Weingartner!”

Ma chi era Weingartner? E cosa voleva dire? Io lo sapevo, e capivo che mi dovevo dare una regolata. Era il primo ammonimento, un cartellino giallo.

Come ho giá ‘l mi’ babbo era stato in Libia negli anni 20. Fra le varie truppe che erano state spedite a riconquistare le terre della quarta sponda, a parte i cosidetti sovversivi, rossi e bolscevici di Sansepolcro, puniti in questa maniera per il voto socialista dei genitori, c’era anche un contingente altoatesino. Una mattina del novembre del 1918 questi montanari tirolesi scoprirono di non essere più gli obbedienti sudditi dell’imperatore che se ne stava seduto sul trono a Vienna, ma che erano diventati italiani ed il loro nuovo re stava a Roma. Il bello era che questo re parlava italiano con accento piemontese, e loro parlavano un dialetto tedesco. I giovani che avevano l’etá della leva furono chiamati alle armi e spediti un pó dappertutto, avrebbero servito la loro nuova patria ed anche imparato ad essere italiani.

Quando ‘l babbo si trovava a Misurata Marina aveva fra i soldati un altoatesino di cognome Weingartner, sempre sorridente ed ossequioso, ma che non faceva niente, in poche parole un gran vagabondo. “Sempre con il gran sorriso di chi ti prende in giro”. Così lo descriveva ‘l babbo. Lui non parlava l’italiano, e non poteva obbedire agli ordini, perché non capiva cosa gli ordini. ‘l babbo aggiungeva che passava le sue giornate nella stalle dei cavalli facendo finta di lavorare e si muoveva con una lentezza esasperante. Solo all’ora del rancio sembrava prendere gran vitalitá. Il gran mistero rimaneva, sempre per mio padre, se era vero il fatto che lui non capiva l’italiano od era invece una scusa per scansar fatiche.

Se io non facevo i compiti, se mi si chiedeva di far qualche cosa ed io procastinavo, in poche parole: se facevo finta di non capire, io diventavo “Weingartner.” Allora sapevo che era l’ora di darmi da fare.

Poi gli anni passarono e l’espressione fu usata sempre di meno e dimenticata.

 

Secondo Tempo:

D’anni ne passarono dimolti e arrivai fino ‘n’America. Verso il 1980 lavoravo all’Alitalia e avevo un capo, che poi divenne anche un grande amico, che era divenuto mio vicino di casa. Al momento del suo trasferimento a Boston, mi era venuto a trovare, gli era piaciuto Marblehead vicino al mare ed aveva deciso di trovar casa da quelle parti. E così fece. Il nostro ufficio era al centro di Boston e cominciammo ad andare a lavorare insieme. Anche se la distanza era ragionevole, il problema era il traffico all’ora di punta, certe volte ci mettevamo anche un’ora. Il vantaggio d’andare assieme era quello che ci facevamo compagnia. Spesso si parlava di lavoro, mentre altre volte ci raccontavamo storie ed esperienze varie. Lui ne aveva molte da dirmi, aveva vissuto e lavorato anche in Asia ed in Africa. Ma una sua esperienza che mi incuriosiva era quella che lui aveva fatto il liceo in una vecchia e supertradizionalista scuola militare, una delle poche in Italia. Teneva sempre sulla sua scrivania il suo pugnale d’ordinanza. Era per me, che ero andato al Liceo al Borgo, tutto un altro mondo da conoscere. Le tradizioni e la rigida disciplina basate su tradizioni che risalivano al settecento erano per me del tutto sconosciute.

M’arcordo una sera ritornando a casa ci siamo messi a parlare della sua scuola e gli ho domandato se era rimasto in contatto con i suoi compagni di corso. E lui mi rispose di si e che c’era una pubblicazione che li teneva informati di quello che gli ex-allievi stavano facendo. Molti avevano scelto la carriera militare. Poi aggiunse:

“Proprio nell’ultimo numero ho appreso una notizia sorprendente, un mio compagno di corso, che era venuto in America negli anni sessanta, é diventato medico ed ora é il dottore del presidente.”

“Presidente? Quale presisendente?

“Quello degli Stati Uniti! Weingartner non era lo studente modello, mi sembra di ricordare che nei duecento anni della scuola fosse l’unico che aveva passato il Natale in cella. La doveva aver fatta grossa.”

“Weingartner?” domandai incuriosito, mentre tante memorie dimenticate rifluivano nella mia mente, “Ma che nome é? Non mi sembra molto italiano.”

“Weingartner era, é altoatesino.”

A questo punto ripensai a mio padre e gli raccontai la storia della Libia e del soldato scanzafatiche e dell’espressione familare. A lui interessavano queste storie anche perche era nato a Tripoli. Subito abbiamo cominciato a far congetture. Non sapevamo se il nome fosse comune o no ma forse c’era una parentela fra i due, volevamo credere che il coloniale fosse il babbo del dottore del presidente. Ma rimasero solo congetture.

 

Terzo Tempo:

Passarono un paio d’anni ed io fui trasferito a Washington. Avevo preso in affitto una piccola casa in una strada del NW della cittá dal nome prestigioso. Se qualcuno mi domandava dove abitavo, alla mia risposta spesso rispondevano:

“Alitalia deve pagar bene se ti puoi permettere di vivere li.”

Dicevano questo perché non avevano visto il mio piccolo cottege, lo posso solo descrivere come immagino fosse la casa di Cappuccetto Rosso nel bosco. Ero circondato da ville meravigliose che facevano sembrare la mia ancora più piccola. Aveva un grandissimo giardino nel dietro con alberi enormi. L’anno scorso ci son ripassato, la casetta é sparita: hanno costruito una gran casa al suo posto.

Marco era il padrone della casetta, un italiano che viaggiava molto ed eravamo diventati amici e me l’aveva data in affitto. Lui era un buon cuoco e spesso mi invitava a casa sua per delle ottime cene. Mi prendeva in giro dicendomi che non lo invitavo mai a cena, che sarebbe stato bello cenare sotto gli alberi del giardino ed io mi difendevo dicendo che non sapevo cucinare. Poi alla fine decisi che era ora di crescere: avrei preparato una cena. Venne il fatidico giorno, avevo deciso il menu e fatto la spesa. Avrei lasciato l’ufficio un po’ prima e sarei andato a casa a prepare il tutto. Nel primo pomeriggio ricevetti una telefonata, era Marco:

“Scusa Fausto, c’é un contrattempo. Un mio amico, un medico italiano, é arrivato questa mattina dalla California. Mi ha telefonato e rimarrá a casa mia, non credo che posso venire a cena stasera, devo star con lui.”

“Se vuoi portalo, crede che ce sia abbastanza per tre, credimi.”

“Sei sicuro? Va bene, ci vediamo verso le sette”

Tornai a casa e comincia a lavorare in cucina, a prepare il tavolo in giardino e ripulire un po’ la casa. Era una bellissima serata di maggio.

Marco arrivó puntuale alle sette, ma quando andai ad aprire la porta vidi che era solo.

“Ma dov’é l’amico tuo?”

“Kurt é sempre un po’ strano, mi ha detto che avrebbe ritelefonato, ma non l’ho più sentito. Gli ho lasciato un biglietto sulla porta di casa mia, con l’indirizzo di qui.”

“Kurt? Kurt non mi sembra un nome molto italiano!” dissi io.

“Kurt Weingartner é altoatesino.”

In pochi secondi rianalizzai i vari elementi, questo doveva essero lo stesso che era andato alla scuola militare con il mio collega, con un nome cosi non potevano esserci dubbi.

“Chi? Weingartner? Il dottore del presidente?” gli domandai.

L’espressione di Marco cambiò, divenne tutta tesa, quasi di stizza:

“Chi te l’ha detto? Io non te l’ho detto! Non dir niente, non devi dir niente!”

A questa sua inaspettata reazione gli raccontai della rivista degli ex-allievi della scuola militare che aveva riportato la notizia, e dell’amico mio che era stato suo compagno di corso. A questo Marco si ricompose e comcluse:

“Va ben. In ogni modo non dir nulla! Poi vediamo se viene.”

Proprio in quel momento, noi eravamo ancora sulla porta di casa, una lunga limousine nera si fermó proprio davanti. Prontamente l’autista balzó fuori per correre ad aprire la porta all’importante passeggero.

E Kurt Weingartner comparve.

Fu un incontro cordiale, una piacevole cena. Kurt, chirurgo plastico, ci parló del suo lavoro, delle sue amicizie influenti. Gli raccontai della scuola militare e di come avevo sentito parlare di lui, e certo fu sorpreso. Poi aggiunsi tutta la storia della Libia e questa gli piacque ancor di più e di come il suo cognome fosse diventato un termine di uso quasi comune nella mia famiglia. Aggiunse inoltre che il suo cognome non era molto comune, e che forse quello che era stato in Libia era un cugino del su’ babbo, gli sembrava d’aver sentito storie d’uno ch’era stato in Libia.

 

Conclusione, ma chissá se ci sará mai un altro tempo. I protagonisti son tutti vivi.

Pochi anni prima c’era stato un film di gran successo, forse aveva vinto un Oscar, dal titolo “Guess who is coming to dinner?” (indovina chi viene a  cena?) Cosi quella sera sapevo che dovevo fare una telefonato al mio amico, ignaro della triangolazione dei nostri destini, che ancora era a Marblehead. E quando venne al telefono, parafrasando quel titolo, gli dissi in inglese senza alcun preambolo:

“Guess who came to dinner?” (indovina che é venuto a cena?)

Al suo curioso “Chi?” dissi una sola parola, un nome:

“Weingartner!”

 

 

 

 

 

2ndo Cacciatori d'Africa 1924-25 Misurata Marina, Libia
2ndo Cacciatori d’Africa 1924-25 Misurata Marina, Libia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Mi son sempre domandato: c’è Weingartner in questa foto del 2ndo Cacciatori d’Africa? Forse se ne stava nella stalla con i suoi cavalli e non voleva niente a che fare con gli Italiani,

 14 marzo 2009, Marblehead, MA USA   

 

 I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete!

 

Fausto Braganti      

 

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

 

Una Risposta to “049 M’Arcordo (libico-americano)… guess who came to dinner? (indovina chi é venuto a cena?)”

  1. Simone Sassolini Says:

    Ciao Fausto,

    sono anch’io un borghese emigrato (per il momento?..) negli USA.
    Sto leggendo con grande piacere le tue storie, che rivivo nella mia mente quasi fossi io il protagonista. Mi riportano ad un Borgo degli anni passati che ricordo nelle foto dei miei nonni e bisnonni.

    Grazie per il tuo lavoro e, fammi sapere quando il libro sara’ pronto!
    Magari ci si rivede al borgo, o giu’ de la’.

    Ciao e stai bene,

    Simone Sassolini

    P.S. il 25/08 partiro’ alla volta del Borgo, per rimanerci fino al 15/09.

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