056 M’Arcordo… del cugino Umberto, ovvero i Braganti n’America

Tanto per cominciare non si chiamava Umberto. Il suo vero nome era Giovanni, anzi per essere esatti per l’ufficio anagrafico della cittá di New York era John, ma questo l’ho scoperto molto più tardi, nel 1971, e proprio a New York. Per essere esatti non era neanche ‘l mi’ cugino, era ‘l cugino del mi’ babbo, ‘l figlio d’Achille, ‘l fratello picino del mi’ nonno, che per me era un prozio.

Moh v’arconto la storia con calma e per benino, dei primi Braganti arivati ‘n’America, e spero d’n’essere noiso, ma voi sete sempre liberi de smettere de leggere.

Nel 1913 lo zio sposó Genny Poggini di San Leo. E questo fu un grande avvenimento pel mi’ babbo, perché quella fu la prima volta che lui montó in carrozza. Pochi giorni dopo partirono da Genova a bordo del Luisiana per l’America; per loro America voleva dire solo un posto: New York. Sbarcarono ad Ellis Island il 28 giugno del 1913. É facile trovare queste informazione cercando nel sito di Ellis Island. Le compagnie di navigazione allora scrivevano tutto.

Ma prima d’andare in America lo zio Achille, circa 10 più giovane del nonno Barbino, aveva dimostrato una personalitá inrequita. Non andró nei dettagli anche perché ne so poco. So che quando doveva andare militare scelse di divenire una guardia carceraria a fu mandato a Porto Longone, uno dei penitenziari più severi di tutto il regno. Di questo periodo sopravvive un bastone da passeggio (quello della foto) fatto con piccoli anelli ricavati da corna di muflone, fatto da qualche ergastolano. Inoltre ci sono delle foto in divisa ed una con abiti civili assieme ad una giovane donna, scattata a Porto Ferraio. Proprio questa fu ragione d’una serie d’invettive della zia Genny vecchia (inizio anni 60), in visita in Italia. Io le mostrai la foto dicendole:

 

 

 

 

 

 

Isolina T. e Achille Braganti - Portoferraio, circa 1910

Isolina T. e Achille Braganti - Portoferraio, circa 1910

 

 

 

 

“Guarda zia, ho una tua foto da giovane, con lo zio!

Non gliel’avessi mai detto! Lei sembró sorpresa, poi dopo aver sbirciato appena per un attimo l’immagine, cominció ad inveire:

“Quella non sono io! É quella puttana dell’Isolina T. lavorava al casino di Porto Ferraio! E pensa che lui la voleva sposare. Quella era il tipo di donna che faceva bene per lui.” e mi tiró dietro la foto. Non ne parlammo più.

A New York lo zio, che era andato a scuola e sapeva leggere e scrivere, era un intelletuale in confronto alla massa degli altri poveri emigranti e cominció, come tanti altri, a lavorare come muratore. Dai vestiti che indossano nelle foto sembra che fece presto carriera, e che se la cavavano abbastanza bene. Poi venne la guerra, e lo zio ancora cittadino italiano, sarebbe dovuto rientrare in Italia ed arruolarsi, ma non lo fece, così divenne un disertore. Quando la guerra finì, questi sono i m’arcordo di seconda mano del mi’ babbo, lo zio raccontava che ci fu una gran parata militare delle truppe alleate vincitrici lungo Broadway, e gli ultimi furono i bersaglieri di corsa con la fanfara. Tutti gli italiani piangevano.

Il governo tolse presto le sanzioni previste per gli emigranti in terre lontane “disertori”. Questo permise loro di ritornare in visita, ma non vennero da soli, avevano un bambino, nato nel 1915. Ho ancora l’orologio da taschino, un Waltham, che portarono in dono a mio nonno. Credo che siamo circa nel 1921 o 22.

Non so quanto rimasero, ma durante questa permanenza decisero di lasciare il figlio in Italia. La loro intenzione era di lavorare ancora un po’ d’anni a New York, risparmiare soldi e poi rientrare definitivamente. Secondo loro sarebbe stato meglio che il figlio ancora piccolo fosse andato a scuola in Italia e che crescesse come un italiano in patria e non come un emigrante in terra straniera. I miei nonni accettarono di tenerlo e prenderne cura. Lasciarono una specifica richiesta: il bambino non era stato battezzato e non avrebbe dovuto andare alla messa, al catechismo e tanto meno far la cresima e la comunione. Il nonno disse che non era un problema e che la volontá del fratello sarebbe stata rispettata. E gli zii ripartirono.

Genny ed Achille Braganti seduti, Umberto in collo, New York, circa 1916

Genny ed Achille Braganti seduti, Umberto in collo, New York, circa 1916

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma la situazione del piccolo non battezzato certo non garbava alla nonna Vittoria, donna pia e devota Terziaria Francescana. Non so dopo quanto tempo, ma certo non molto, questa con l’aiuto d’un’amica, la Sig.ra Bosi, e di nascosto del marito, organizzó un battesimo segreto con l’arciprete del duomo. Una sara buia d’inverno le due donne, che immagino si muovevano come due cospiratrici, portarono il piccolo infedele nella cappella battesimale sotto i portici, dal lato da dove si saliva in vescovato.

Il sacerdote, immagino tutto felice di compiere quest’azione, chiese alla zia del piccolo, mia nonna, come si chiamava il bambino,

“Bebi!” rispose mia nonna.

“Come Bebi?” questo doveva essere un prete che sapeva un po’ d’inglese  continuó:

“Non puó essere Bebi, questo non e’ un nome! Babie vuol dire bambino in inglese.”

“Ma i genitori lo chiamano Bebi!”

Mia nonna insisteva, ma il prete continuava a dire che non gli poteva dar quel nome perchè non era un nome vero.  Fu deciso allora di trovarne uno e non so a chi venne l’idea, ma saltó fuori:

“Umberto, come il principino!”

E Bebi divenne Umberto, e rimase tale per molt’anni, almeno per me.

Gli zii d’America ritornaro nel 1929, prima del crollo della Wall Street e come i veri zii d’America avevano tanti soldi, ma tanti ed anche un pappagallo di nome “Shut Up”. Non andiamo nei dettagli di come li avessero fatti anche perché non lo so, posso solo immaginare e forse é meglio non farlo. Lo zio per dimostrare il suo nuovo benessere compró dei poderi con la casa padronale.

Umbero andó ad abitare con i genitori ritrovati, e scopri che poteva vivere da signore e questo, come si diceva nella mia parte della famiglia, gli diede alla testa. Era nacora molto giovane e non volle più studiare, era un signore e non ne aveva bisogno. Forse proprio quel nome acquisito lo faceva sentire “principino”.

Nel 1936 Mussolini aveva proclamato l’impero. L’Africa Orientale Italiana era diventata una realtá. Lo zio aveva fatto dei cattivi investimenti ed il capitale s’era molto ridotto. Allora ebbe un’idea: doveva salvare il salvabile ed allo stesso tempo mattere la testa a posto al figlio. Comprò dei camions e fece una ditta di autotrasporti per andare in Eritrea ed Umberto sarebbe andato a dirigerla e così sperava di raddrizzarlo. Le speranze dello zio furono si dissiparono al porto di Genova.

Mentre si stavano per imbarcare Umberto vide che al molo accanto c’era una nave che stava peer partire per la Spagna. Era appena scoppiata la Guerra Civile. Lui ebbe un lampo di genio, non era stata la sua l’idea d’andare in Africa, ma era stata del su’ babbo. Lasciò autisti e camions ed partì volontario per aiutare Franco. Quando lo zio Achille apprese la notizia da uno degli autisti che era tornato al Borgo decise d’andarci lui. All’etá di 53 anni iniziò una nuova vita nelle colonie. Non rivide mai più ne il figlio, ne la moglie.

In Spagna non c’era solo il cugino fascista, ma c’era anche un distante cugino da parte della famiglia di mia madre: Dario Taba, il poi partigiano “Libero”. Dario antifascista era espatriato con il fratello a Marsiglia e aveva lavorato come meccanico. Allo scoppio della guerra in Spagna si arruolò nelle Brigate Internazionali. Immagino che faceva parte del Secondo Battaglione Garibaldi. Dario dopo la Spagna, durante la Seconda Guerra Mondiale, si uni ai maquis della Resistenza Francese. Nel ’43 rientrò in Italia ed entrò nella Resistenza in Umbria. Finita la guerra rimase comunista, ma non volle far politica e ritornò a far il meccanico.

Dalle storie che poi Umberto mi raccontò so che lui combattè alla battaglia di Guadalajara, e che sentiva le grida in italiano venire dal lato opposto. So anche che il Battaglione Garibaldi era presente dalla parte repubblicana. Non è improbabile che i due, anche se non parenti fra di loro, si trovarono a spararsi l’uno contro l’altro.

All’inizio del 1939 la guerra finì e Umberto prese un’altra importante e drastica decisione. Si ricordò che dopo tutto non era italiano, era nato a New York ed era americano. Così parti dalla Spagna per l’America. Mi domando come fu accolto al suo arrivo, passaporto americano e non parlava neanche una parola d’inglese. Non so che lavoro si mise a fare.

Solo la zia Genny era rimasta in Italia . Venne la guerra e a questo punto la famiglia di tre persone era divisa in tre contineti e non si potevano comunicare. Le ultime proprietá furono svendute per poco, e la svalutazione che segui polverizzo tutti gli ultimi risparmi.

La notte dle 9 dicembre 1941, subito dopo la dichiariazione di querra degli Stati Uniti, la polizia venne nel mezzo della notte e arrestò il cugino Umbero, era stato schedato come un fascista pericoloso. Rimase confinato  in vari campi per circa un anno. Molte volte chiese di essere arruolato, ma non glielo permisero. Alla fine fu liberato e lo mandarono a lavorare in una fabbrica d’automobili, che faceva jeeps.

Incontrai per la prima volta Umberto nel ’51. Era venuto in Italia a prender moglie e lo fece.

Nel Natale del ’70, il mio primo in America, mandai un assegno intestato ad Umberto perchè poi lui dasse del contante come regalo alle figlie. Passarono alcune settimane e notai che quell’assegno non era mai stato incassato. Andai poi a New York ed Elvira ed Umberto mi ospitarono nel loro appartamento in Leroy Street nel Village. Le bambine mi ringraziarono per i soldi che avevo mandato. Fu allora che gli dissi che avevo notato che l’assgno mandatogli non era stato incassato:

“Non ti preoccupare.” Mi rispose lui” I soldi gliel’ho dati io.”

“Ma perchè non l’hai incassato?”

“Non potevo, c’è il nome sbagliato.”

“Come sarebbe a dire? Il nome sbagliato?”

“Si, io non mi chiamo Umberto. Io mi chiamo Giovanni, o meglio John.”

Dopo la sorpresa di questa rivelazione, fu lui che mi raccontò la storia del battesimo segreto. Credo che ‘l mi babbo, giá morto a quel tempo, questa storia non l’abbia mai saputa e lo stesso vale per nonno Barbino.

Per finire, la storia dello zio Achille è triste. Rimase ad Asmara dopo la guerra e la prigionia inglese, aveva perse tutto. Si dice che da vecchio vendava le bibite con il triciclo per la strada, alla fine venne rimpatriato e morì miserabile in un ospedale ad Arezzo. La zia Genny era tornata a New York. 

Ormai son tutti morti e da tanto.

Il nonno, che era un duro e non andava d’accordo col fratello, aveva spesso detto:

“Con la farina del diavolo ‘l pane ‘n vien bene!”

 

6 maggio 2009, Marblehead, MA USA   

 

 I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete!

 

Fausto Braganti      

 

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

 

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