052 M’Arcordo… la Pasqua, ‘l pangiallo, le ceramiglie ed altre storie.

Ogni anno il nonno ripeteva la formula di come si computava la Pasqua:

“La Pasqua cade la prima domenica dopo la prima luna piena di primavera.”

Ecco perché ogni anno era differente. Sapevo della sua relazione con  l’ultima cena di Gesù, ma non con il Passover degli ebrei. Avrei imparato tutto questo più tardi con Nancy, la mia prima moglie, lei era ebrea.

Per me il calcolo era piu semplice, veniva un paio di settimane dopo le fiere di Mezza Quaresima. E non solo ci sarebbero stati l’ova sode e i dolci tradizionali, ma ci sarebbe stata anche una piccola vacanza, e quando non c’era la scuola io ero sempre contento.

Il nonno, anche se in casa si diceva, quando lui non c’era, che l’unica ragione per cui andava alla messa era perché c’erano tante vedove che cercavano d’esser consolate, aveva bisogno dei rituali della tradizione anche quella religiosa. La Pasqua era importante, quasi come il Natale. Prima c’erano i preparativi. La mamma una sera pochi giorni prima del gran giorno se ne andava via di casa. Avrebbe dormito alla Pieve Vecchia, dai cugini Antonelli (dove ora c’é l’Oroscopo). Prima avrebbero preparato gli impasti vari e poi nel mezzo della notte, acceso il gran forno, avrebbero cotto il pane, il pangiallo e le ceramiglie. Quest’ultime erano per il nonno, non poteva essere una vera Pasqua senza le ceramiglie.

 
 
 
 

Arrivava il Venerdi Santo ed il pomeriggio facevo il giro delle sette, o forse erano nove, chiese. Era anche il giorno della vigilia nera. La proibizione di non mangiar carne era categorica. Ogni tanto sentivo voci, mai poi confermate, che in dei tempi lontani, forse all’inizio del secolo, quell’altro, veniva organizzata per quel giorno la scampagnata del prosciutto a Montevicchi e forse ci andava anche il nonno. Il giro delle chiese mi piaceva. Si cominciava dalla Madonna, poi veniva San Francesco. Si continuava con San Rocco e c’era anche la chiesa di sotto, quella del Santo Sepolcro, per ma la più misteriosa. Il Cristo Morto, con le piaghe sanguinolenti, sdraito sulla lettiga, mi sembrava così vero. Ora dopo tanto tempo non son neanche sicuro che fosse li. Mi sembra che si finiva a Sant’Agostino. Il babbo non veniva, e neanche il nonno, forse lui faceva il suo giro, di sicuro le sue vedove eran devote.

La Leda che fa 'l pangiallo

La Leda che fa 'l pangiallo

 

 

 Il sabato la mamma mi portava in duomo. A mezzogiorno ci sarebbe stato lo “stolzo”. La statua d’un Cristo risorgente con la bandiera veniva posta sopra l’altare, ma era nascosta dietro una tendina viola, mi sembra. All’ora giusta il prete, forse era don Bista Ravanelli, tirava d’un tratto una cordicella ed la tenda si scostava mostrando il Cristo risorgente in tutta la sua gloria. E noi tutti eravamo felici: “É risorto!” Ripensandoci, un po’ pagano come rito.

Il pomeriggio di quel sabato andavo a coffessarmi per esser pronto al mattino successivo. La mattina di Pasqua la mamma mi portava ad una messa presto e facevo la comunione con lei. Non ricordo cosa facesse il babbo, lui non veniva ed io non facevo domande. Quando tornavamo a casa c’era una gran colazione con le uova sode, e fette di pangiallo e la ceramiglia. Questa non mi piaceva troppo, s’impuntava in gola, mi sembrava di mangiare un mattone. Mi piacevano le uova sode, mi piaceva la gara di romperle, battendole l’una contro l’altra. Una volta ho barato, e ne sono stato anche orgoglioso. Avevo comprato un uovo di zucchero durissimo, sembrava proprio vero, e con questo ho rotto le uova di tutti. Non m’arcordo come é andata a finire.

Per il pranzo di Pasqua, come per Natale, venivano gli zii ed i cugini da Gubbio. La gran differenza era che questa volta c’era sempre un gran cosciotto d’agnello ed era il nonno che lo comprava. Lui aveva le amicizie giuste. Un pastore di Badia, che portava il suo gregge a pascolare in certi prati con l’erba buona, era quello che ci riforniva con l’agnello perfetto per celebrare la gran festa. Ogni anno alla fine del pranzo c’era una valanga di complimenti di quanto era buono e di come era stato preparato a puntino.

Con i dolci arrivava anche l’uovo di Pasqua di cioccalata, quello con la sorpresa. Essendo l’unico bambino della casa toccava a me romperlo e poi prendermi la sorpresa. Non ero mai troppo soddisfatto di qul che trovavo, ma chissá cosa avrei voluto.

La Pasqua del 1950 fu differente. Andammo a Roma, per me era quella la prima volta e saremmo stati dalla Rina, la cugina del mi’ babbo.  Non m’arcordo molto del viaggio. Fra i più bei ricordi rimane quello della visita allo zoo, e le scimmie erano le mie preferite. Volevo tanto avere Chita come Tarzan ed invece mi dovevo accontentare del mio gatto Mimo. Il giorno di Pasqua saremmo dovuti andare a San Pietro per la benedizione del Papa, quello era anche l’anno santo. Alla fine decisero di non andarci, forse temevano la gran folla.

Fu proprio per quella Pasqua che Bruno pasticciere, il babbo del mio caro amico Sergio, aveva esposto in vetrina del suo negozio un uovo di cioccolata gigantesco, enorme. Non era in vendita, si compravano dei numeri dall’uno al novanta come per  la tombala, e la mattina di Pasqua ci sarebbe stato si sorteggio. ‘l mi’ babbo mi aveva comprato un biglietto. Io voleva tanto vincerlo, avrei mangiato kili di cioccolata ed avrei trovato all’interno la più bella ed incredibile sorpresa. Ma io ero a Roma e anche se avessi vinto non l’avrei subito saputo, avrei dovuto aspettare sino al mio ritorno. Non ci fu nessun vincitore. Mi fu raccontato al mio ritorno che la mattina di Pasqua al momento del sorteggio, la Finanza comparve nella pasticcieria e seguestró l’uovo di cioccolata. Era illegale fare quel tipo di lotteria e forsi gli fecero anche una multa. La storia mi rattristó molto. Sarei stato più contento se l’avesse vinto un altro. Ma poi chi l’avrá mangiata tutta quella cioccolata?

Non so quale fosse la tradizione, ma c’erano altri due pranzi di Pasqua: uno il martedi (?) alla Pieve Vecchia ed uno la domenica successiva, dai parenti che stavano a San Gilio, adesso in fondo al lago di Montedoglio.

Passarono gli anni ed il nonno morì e non ritrovammo più quell’agnello speciale, ma forse non lo cercammo seriamente.

La mia prima Pasqua lontano dal Borgo fu quella del ’69, a Londra.

La “Balla Napoli” era un piccolo ristorante di Soho e non era affatto napoletano. I proprietari erano una anziana coppia di ebrei milanesi, venuti a Londra prima della guerra. Avevan comprato il ristorante e non gli avevano mai  cambiato nome. Era piccolissimo, caro ed esclusivo e servivano solo la cena. Imbandivano solo tre tavoli, dodici posti nella prima saletta. Ce n’era una più grande di dietro, ma veniva usata solo per feste particolari. Non avevano menu. Ogni mattina andavano a far la spesa e decidevano cosa fare per cena, come se invitassero a casa degli amici. Accoglievano solo gente conosciuta e con prenotazioni, anche se c’erano tavoli liberi e qualcuno entrava dicevano che erano al completo, tutto esaurito. Occasionalmente accettavano qualche cliente giapponese che si avventurava nel ristorante.

“Loro sono gentili, educati ed apprezzano tutto quello che noi prepariamo.” Era il loro commento.

Quella sera eravamo in tre: il Professor C., Carlo ed io. Il Professore era stravagante e generoso e proprio grazie alla sua amicizia noi avevamo accesso a questo locale. Per l’occasione avevano preparato un ottimo capretto arrosto; fu una Pasqua memorabile con vini d’alta qualitá, e per finire cognac e sigari cubani, quelli veri. Mi aiutò un po’ a non sentir troppo la nostalgia dei miei.

Poi arrivai in America. Come ho giá detto Nancy era ebrea, così scoprii tutto il rituale del Passover, ovvero la Pasqua Ebraica. Questa segue il calendario lunare ebraico ed é quasi sempre molto vicina alla nostra. Uno degli eventi culminanti della celebrazione é il “seder” ovvero la cena rituale,  intercalata da letture, preghiere e canti. Le portate sono specifiche, codificate nel tempo e secondo le varie tradizioni (i miei suoceri erano Ashkenazi). É l’ultima cena di Gesù, infatti si mangia il pane azzimo, come le ostie della comunione e si beve vino. Dopo la mia prima esperienza ho subito imparato a portare la mia bottiglia. Bevono un liquido alcolico color del vin rosso, dolcissimo. Credetemi, Manaschewitz é imbevibile. Oserei dire che sambra impossibile che ci siano delle persone che lo producono ed anche peggio che ci siano quelli che lo bevono. Non dovrebbe aver il diritto d’esser chiamato vino. In compenso c’é una minestra di brodo di pollo con delle palline, sembrano fatte con l’impasto dei passatelli, che mi piace moltissimo. Aggiungo il parmigiano, e questo non é kosher, e diventa anche meglio. Mia suocera novantaseinne me l’ha fatta un paio di giorni fa, ottima!

Anni fa, quando lavoravo a New York, un giorno avevo un appuntamento con Joe, un molisano agente di viaggio in New Jersey. Quando stavo per partire mi ha fermato.

“Sono andato in Pennsylvania a comprare l’agnello per Pasqua, e ne ho preso uno anche per te. Vieni!”

Non sapevo cosa dire, l’ho seguito nella cucina d’un ristorante vicino al suo ufficio.  Ha tirato fuori dal frigorifero tutto un agnello, spellato e pulito, ma con ancora la testa attaccata e con gli occhi che mi guardavano. Dopo i doverosi ringraziamenti ho cercato di convincerlo che era troppo per me, che un cosciotto sarebbe stato più che sufficente. Non ci son riuscito. Mi son trovato tutto un agnello nel baule della mia macchina. Ero preoccupato non avrei avuto neanche posto nel mio frigorifero. Quella sera dovevo andare ad un cena importante da Castellano in 55th Street a Manhattan, sarei tornato a casa tardissimo ed era anche caldo, non potevo lasciarlo per tutte quelle ore nel baule. Quello che era stato un gentile pensiero d’un amico stava diventando una vera preoccupazione. Dopo aver parcheggiato in un garage mi sono avviato al ristorante, e per l’occasione ero propriamente vestito, con un agnello di forse 15 kili sotto braccio, in un sacco di plastica. Speravo tanto che ci fosse Valter di Monte San Savino, il manager di Castellano, quello che da giovane andava a ballare al Sombrero. Lui mi avrebbe aiutato. Ma Valter non c’era. Il metre d’ mi accolse compunto nel suo smoking ippeccabile, era un latino-americano conosciuto. E prima di accompagnarmi al tavolo dove i miei ospiti giá mi stavano aspettando mi liberó dell’agnello portandolo in cucina. Si comportó in maniera professionale alla mia domanda di sistemarlo in frigorifero, senza nessun commento:

“Per favore Rodrigo, mi metta quest’agnello in frigorifero.”

“Con piacere signore, me lo dia.” sembrava la mia fosse una richiesta normale.

Durante la cena raccontai agli amici, erano una coppia, la storia dell’agnello e sembrarono divertiti, e feci loro una proposta.

“Vorrai tanto che voi ne prendeste la metá!” e li convinsi.

Alla fine della cena andammo tutti in cucina e con il professionale aiuto d’un cuoco lo dividemmo. A me toccó la parte con la testa.

Si sparse la voce che io ero quello che andavo in giro con gli agnelli spellati sotto braccio.

Anche qui dalle parti di Boston é facile trovare l’agnello buono. Non solo c’e un’ottima macelleria abruzzese, ma ci sono altri gruppi etnici, come i greci e i portoghesi e gli armeni gran conoscitori dell’agnello buono.

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pronto per il forno

Il mio cosciotto é giá nel frigorifero, pronto per domani, pillottato con aglio e  rosmarino, lo faró al forno con le patate.

 

 

 

 

 

 

Il gatto Gnignetto é in fremente attesa per pulire l’osso, ci lavorerá per ore, per lui é diventata una tradizione dopopasquale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

la Pasqua del Gnignetto

La Pasqua del Gnignetto

 

 

E per finire: alcuni anni fa, pochi giorni prima di Pasqua, mi trovai in visita  a casa di Nicola del Borgo, qui a Cambridge vicino a Boston, quando ancora studiava ad Harvard.

“Guarda cosa m’ha mandato la mi’ mamma.” Mi disse aprendo un pacco. “‘na ceramiglia!”

E me ne diede ‘na fetta, era buona, anche se come al solito se ‘mputava ‘n gola, ci voleva ‘l vinsanto. Il pensiero premuroso della mamma lontana mi commosse.

 

 

10 aprile 2009, Marblehead, MA USA                                                                                        

 

I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete! Fausto Braganti      

 

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Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

 

7 Risposte to “052 M’Arcordo… la Pasqua, ‘l pangiallo, le ceramiglie ed altre storie.”

  1. alberto Says:

    è commovente il tuo ricordo di quando eri ragazzo. A me ricorda la mia infanzia

  2. Leonardo Carloni Says:

    Come al solito, spassoso e istruttivo. Fallo anche quest’anno, l’agnello, altrimenti Gnignetto come fa’?

    Leonardo

    • Fausto Braganti Says:

      Quest’anno Gnigno deve aspettare una settimana, non ti preoccupare sara’ ben nutrito, oggi infatti e’ alle prese nell’attenta ripulitura della carcassa d’un pollo. Faremo il pranzo col cosciotto il 15 d’aprile. Abbiamo i figli un po’ sparpagliati (Tanya e’ in New Mexico) ma dovrebbero convergere da queste parti per il 15 aprile.

  3. Rina Maslow Says:

    Fausto,
    Mi e’ tanto piaciuto leggere il tuo resoconto di come si festeggiava la Pasqua in Italia. In tutti quest’anni in America non sono mai tornata a Sansepolcro per Pasqua. Ma lo faro’. Mi hai fatto venire la voglia. Forse il prossimo anno. Grazie.

  4. Giuliana Casi Says:

    Ciao Fausto,deliziosa la storia dell’agnello ed interessanti i rituali della Pasqua ebraica! Ho letto il passaggio degli Antonelli della Pieve Vecchia, non sapevo che fossero i tuoi parenti, non so se sono gli stessi che hanno il bar con annessa drogheria,che io ricordo con nostalgia perchè ci andavo a fare colazioni pantagrueliche con gli operai della ditta Luzzi quando costruivamo la via Osimo nel PEEP TRIGLIONE; le prime volte pensavo di prendere un caffè, poi vedevo che loro prendevano degli sfilatini imbottiti con ogni ben di Dio ed io non volevo essere da meno. Ricordo che un giorno per spirito di emulazione bevvi anche mezzo bicchiere di vino bianco e dopo feci fatica a mantenermi in equilibrio sopra una fogna in costruzione .Bei tempi! Soprattutto perchè avevo ventisei anni. Non so se si tratta degli stessi Antonelli, ma questo nome ha evocato un ricordo che era passato nel dimenticatoio!

    • Luciana Sgaravizzi Says:

      Molto bello rivivere la Pasqua a Sansepolcro! Sono passati tanti anni ma quelle belle tradizioni sono vivissime nel mio cuore. Grazie Fausto.

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