053 M’Arcordo…quando andavano a caccia.

 

 

 

 

Pensierino di seconda elementare

Pensierino di seconda elementare

In seconda elementare sapevo  che il giorno dell’apertura delle caccie era un giorno importante. E per arrivare a questa fatidica domanica c’era una lunga attesa e preparazione. Io ero picino ma vivevo il tutto intensamente, come se io stesso mi preparassi a quella tanto attesa giornata.

 

 

 

 

‘l mi’ babbo era il grande cacciatore, l’eroe indiscusso che sarebbe tornato da caccia carico di selvaggina. Il cugino Tonino, come scrissi nel mio pensierino del 1948, non avrebbe preso niente. Ero convinto che un bravo cacciatore come il babbo avrebbe ammazzato due lepri e gli altri nienti. Questa era la prova della sua abilitá sopra tutti gli altri. Quando molt’anni dopo ho visto il film “La Gloire de mon Pere” mi sono immedesimato completamente in Marcel Pagnol bambino.

Ma per arrivare a quella domenica di fine estate c’era tutta una preparazione che, come in un rito codificato dal tempo, si ripeteva ogni anno.

In casa c’erano tre fucili, due doppiette ed un automatico a cinque colpi. La doppietta calibro 12 del nonno aveva i cani esterni e le canne erano damascate. L’aveva comprata in gioventù da un signore che aveva finito i soldi, esempio del vecchio proverbio “Finirono le fave ai locchi”. Immagino che fu prima della fine del secolo, quell’altro. Si vantava d’aver fatto un gran bon affare. Sulle canne era inciso Damas Boston. Non son mai riuscito a scoprire se fosse di manifattura americana o forse era un semplice nome che doveva dar lustro al pezzo. Damas credo veniva dal fatto che le canne erano “damascate”. Credo fosse una tecnica di fusione. L’altra doppietta era a bachetta, ovvero ad avancarica, detta anche a luminello o a cappellotto. Forse era stata del bisnonno e non l’ho mai vista usare. Il pezzo grosso dell’arsenale era il Browning (pronuncia Borghese “brovingh”) automatico a cinque colpi calibro 12 del babbo, fabbricato in Belgio e comprato prima della guerra. Il fatto che venisse da un posto chiamato Belgio, come quel signore che lavorava al caffé del Batti, mi sembrava una cosa buffa. Conoscevo molti cacciatori, parenti o amici del babbo, ma nessuno aveva un fucile così bello e potente come questo. Quando mi veniva permesso di tenerlo in mano mi sentivo felice, sognavo il giorno in anch’io sarei diventato cacciatore.

La storia di come avevano nascosto e salvato i fucili durante il passaggio del fronte (1944) era per me un’altra mitica avventura. Vi risparmio i dettagli di questa storia, l’importante fu il fatto i fucili furono salvati.

 

 

 

 

Cacciatori delle nostre parti - sconosciuti

Cacciatori delle nostre parti - sconosciuti

Io di certo non andavo a caccia, ma partecipavo alle attivitá di preparazione. M’arcordo lunghe sere d’inverno, prima della televisione, forse si ascoltava la radio, quando il babbo tirava fuori tutto il necessario per caricare le cartuccie: bilancia con i pesini, polvere (Nobel senza fumo) da sparo, pallini di varie dimenzioni a secondo il tipo di cacciagione, bossoli vuoti di cartone durissimo, ecc. Mi piaceva la macchinetta che serviva a chiudere le cartucce e quello era il lavoro che facevo io, girando un manovella riuscivo a fare ricurvare il bordo per sigillare i bossoli. In questa maniera mi sentivo parte integrale della squadra di caccia. Qualche volta amici cacciatori venivano ad aiutare ed allora come a veglia raccontavano storie di gran cacciate e si prendevano in giro ricordando momorabili spadellature. Di tutto questo mi é rimasto solo la bilancina ed ho una vecchia scateletta di latta dei cappellotti con dentro alcuni dei pesini.

 

 

 

 

C’erano i cani, ma non stavano in casa da noi, stavano alla Pieve Vecchia e la mamma metteva sempre da parte il mangiare che poi gli portavamo.

C’erano due tipi di caccia, la battuta alla lepre, che veniva fatta in squadra, con i battitori e con quelli che stavano alle poste. Alla fine della giornata c’era la spartizione della selvaggina, credo con certe regole specifiche che non ricordo piu. Invece la caccia ai volatili spesso era una avventura individuale. Una passeggaita per le campagne e i boschi con la speranza di trovar qualcosa. C’era anche la caccia agli uccelli di passo, ovvero di quelli che facevano la migrazione dai paesi del nord Europa ai paesi più caldi, ambitissimi erano i tordi.

La caccia alla nocetta in casa mia veniva disprezzata in tutte le maniere, secondo il babbo non lo era, era una semplice carneficina, non c’era sport nel praticarla .

Sono andato a caccia solo una volta con il babbo, un pomeriggio siamo partiti dalla Pieve Vecchia e siamo saliti su per le colline. Ha sparato un solo colpo e ha preso un uccello, non ricordo cosa fosse. La sera la mamma me l’ha cotto e mi sembrava essere il pasto più delizioso.

C’erano anche i grandi animali, i rarissimi lupi, le volpi ed i cinghiali, ma non ancora dalle nostre parti. Sentivo storie di lupi che risalivano col freddo e la neve lungo l’Appennino dal Gran Sasso. Nell’inverno del 1951 (?) dei cacciatori uccisero un lupo dalle parti di Bocca Trabaria, fu un grand’evento. Andai a vedere il lupo impagliato Lo portavano in giro per i paesi della valle e chi andava a vederlo lasciava un obolo per i cacciatori che ci avevano liberati da una tale fiera pericolosa.  Aveva la bocca spalancato con grandissime zanne. Ecco chi aveva mangiato Cappuccetto Rosso. Le volpi erano più comuni e non erano buone da mangiare ed erano ricercate per fare il colletto al cappotto. Era tradizionale per il cappotto di “casentino”, quello arancione pippoloso e lungo fino ai piedi. L’ultimo che ho visto ce l’aveva un signore che stava, mi sembra, giù per ‘l Borgonovo.

Una volta ‘l babbo andò in Maremma a caccia la cinghiale, ancora non li avevano riimportati dalle nostre parti. Non ebbe fortuna e non prese nulla, anzi fece delle padelle storiche, tanto che gli fecero anche una caricatura. Non fu un giorno di gloria.

Poi all’improvviso e non so proprio la ragione il babbo diede le dimissioni dalla Societá dei Cacciatori, credo ne fosse il presidente, forse era il 1952. M’arcordo dei commenti contro la indiscrimata carneficina, c’erano troppi cacciatore e poca selvaggina. Vendette il Browning.  

Il nonno era un cacciatore solitario, non andava con gli altri e non partecipava alle battute. Quando si aprivano le caccie lui girave per le campagne, era ancora fattore e sensale, con il suo fucile a tracolla. Lui diceva che portava a spasso il fucile. Una volta andando alla Grillaia un lepre sfortunato ebbe la cattiva idea di traversargli la strada. Quella sera il nonno tornò a casa con il suo ultimo trofeo e fece l’annuncio che avrebbe smesso di cacciare, in gloria. Aveva 80 anni  Chiese a mio padre di telefonare a Riccardo, mio cugino e di venire da Gubbio a prendere il fucile, questo spettava a lui, lui era il figlio primogenito del primogenito. Il fucile di  famiglia, il famoso Boston Damas, non mi spettavo. Io ero, come nel lontano passato, il discendente del figlio cadetto, a me non aspettava niente. Fui molto triste quando Riccardo venne a prendere il fucile, dopo tutto lui era cacciatore, Ogni volta, quando lo vado a trovare mi faccio mostrare il fucile del nonno. Si, sono geloso che lui ce l’ha.

 Non divenni mai un cacciatore. Credo d’essere stato il primo a rompere la catena della tradizione venatoria della famiglia Braganti, anche se il babbo aveva dato le dimissioni.

Imbracciando il fucile del nonno

Imbracciando il fucile del nonno

 

I tempi son cambiati, adesso ci son troppi cinghiali. Il ripopolamento degli anni sessanta ha avuto troppo successo. Due anni fa venni al Borgo con Tanya a novembre e con l’aiuto di Libero Alberti fummo accettati in una squadra per fare una battuta al cinghiale. Ci levammo prestissimo, era buio, freddo e un po’ nebbioso. In macchina salimmo verso Montevicchi ed al buio con l’aiuto d’Angiolino, a cui eravamo stati aggrgati, ci posizionammo alla nostra posta, era ancora buio ed ancora più freddo. Noi eravamo armati solo di macchine fotografiche e sicuri di fare ottime foto. Tutti ci avevano assicurato che sempre riuscivono ad abbattere dei cinghiali. Quella fu una mattinata storica: nessuno! Solo tanto freddo. In compenso la sera dopo andammo ad un’epica cena con tutta la squadra, e ci diedero in dono delle zanne.

Poi mi dissero che la domenica successiva ne uccisero più di venti!

 

 

21 aprile 2009, Marblehead, MA USA                                                                                        

 

I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete! Fausto Braganti      

 

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

 

Una Risposta to “053 M’Arcordo…quando andavano a caccia.”

  1. 88 M’Arcordo… l’ultimo luccio del mi’ babbo. « M’Arcordo… Says:

    […] https://biturgus.wordpress.com/53-marcordoquando-andavano-a-caccia/ […]

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