060b M’Arcordo…l’alluvione di Firenze del ’66 (seconda parte-il primo giorno)

  ….continuammo lungo i Viali, verso il Cimitero degli Inglesi e Piazza della Libertá, dove sembrava che l’acqua non avesse fatto gran danni. Avevo subito notato che ad ogni strada sulla nostra sinistra che portava verso il centro, come Borgo Pinti o via Cavour, c’era un posto di blocco militare per impedire o almeno controllare l’accesso al centro storico, che era stato il piú colpito.

Non c’erano molte macchine in giro. Lungo il Viale Spartaco Lavagnini, vidi un bulldozer che spingeva i rottami per liberare la strada dai detriti, sopratutto macchine, accatastandole. Il porabrezza continuava a coprirsi di schizzi d’acqua sporca, satura di fango untuoso, che il tergiscristallo non riusciva a pulire.

La prima fermata fu presso dei parenti di Paola che mi sembra abitassero non lontano da Piazza Leopoldo. Questa zona, un poco piú elevata e protetta dalle spolliere alte del Mugnone non era stata alluvionata. Lasciai Paola dai suoi parenti con quello che aveva portato. Questi furono felicissimi per il nostro arrivo inaspettato.

Non fu difficile per me raggiungere l’abitazione di Roberta in Via Forlanini, un po’ fuori, nella direzione di Novoli. L’appartamento era proprio di fronte alla grande officina della Fiat, oggi é la zona del nuovo campus universitario. Mi sentivo un po’ come l’eroe generoso e senza macchia, quello che arriva sempre in tempo e salva tutti.

Lasciai una buona scorta delle mie vettovaglie per loro. Mi dissero che c’era un centro di raccolta a Palazzo Vecchio, così decisi di raggiungerlo. Roberta venne con me. Ritornai indietro  di nuovo verso Viale Spartaco Lavagnini, poi mi diressi verso une delle strade che portavano verso il centro, forse Via delle Mantellate. Fui fermato al posto di blocco. Non fu affatto difficile convincere un paio di giovani reclute con tanto di fucile a farmi passare, dopo aver mostrato loro il carico che avevo in macchina. Raggiunsi Piazza San Marco, e subito vidi che, percorrendo Via Cavour e via Martelli, i danni erano sempre piú rilevanti.  

Per la prima volta, e forse per l’ultima, venendo da Via Martelli passai con la macchina fra il Duomo ed il Battistero per immettermi in Via Calzaioli. Vidi la Porta del Paradiso del Battistero aperta e con dei pannelli mancanti. Le poche macchine in giro andavano piano e non esistevano più senzi unici. Lo spettacolo era allucinante, indescrivibile, inimmaginabile. Forse la parola kaos è stata inventata per essere usata in situazioni come questa. A quel tempo mi sembrò impossibile che la cittá potesse mai esser ripulita ed il tutto ritornare come prima.

Le macchine sfasciate ed ammucchiate erano dappertutto, come se un bambino avesse giocato con i suoi giocattoli e poi stanco li avesse buttati via. M’arcordo il battente enorme d’un portone in piedi, appoggiato ad un muro.

In quasi ogni negozio c’era gente che cercava di ritrovare qualche cosa, ma penso ci fosse ben poca roba da salvare.

1966-11 fila Fila di alluvionati a Palazzo Vecchio

Giunto in Piazza Signoria, vidi subito dalla lunga fila di gente ben ordinata che si era messa in fila davanti alla porta laterale di Palazzo Vecchio, dove c’era il centro raccolta. Uno degli addetti mi fece avvicinare il piú possibile, parcheggiai la  macchina infangatissima accanto ad altre vetture alluvionate, poi mi venne un dubbio, speriamo che non la portano via con le altre. Lo stesso mi aiutò a scaricare. Nell’antrone avevano impiantato vari settori, per la raccolta e per la distribuzione. Da un lato c’era un gran tavolo ed era la farmacia. Mi ringraziarono tantissimo per aver portato medicine e tutto il resto.

Erano forse le due e la giornata era bella ed avevamo fame, con tutto quello che avevo portato non c’era rimasto piú nulla, eccetto quello che avevo lasciato per la signora Clotilde. Con le mani ruppi un pezzo di pane da una pagnotta e ce lo mangiammo, seduti sugli scalini di Palazzo Vecchio, sotto il Davide.

1966-11- Alluvione-Pontevecchio 08 Ponte Vecchio con i detriti portati dalla corrente

Mi incamminai con Roberta sotto gli archi degli Uffizi (posso dire che, per chi ha visto “La meglio gioventú”, la ricostruzione di quella zona é stata accurata) fino a raggiungere il Lungarno. Il livello dell’acqua era calato, ma sembrava ancora minaccioso. L’acqua aveva superato gli archi e sfondato le finistre e corso come una furia attraverso i negozi, postando via tutto. Mi fu poi detto che settimane dopo c’era gente che era scesa l’Arno a cercar oro e gioielli come si é visto fare nei film, quelli della febbre dell’oro. Ma non so se sia vero, certo possibile.

Attraversato Ponte Vecchio ci avviammo verso Palazzo Pitti. Il selciato di Via Guicciardini era divelta ed in parte ancora allagata. Per fortuna avevamo gli stivali di gomma. Il fango imbrattava tutto.

1966-11- Alluvione-17 Via Guicciardini divelta

Continuammo a girare, ma molte delle piccole strade erano inagibili, chiuse da barricate di detritti.

Non m’arcordo la seguenza degli eventi, ma penso che tornammo alla macchina, era davvero un po’ preoccupato che venisse un buldozer e me la portasse via con le altre. Dovevo trovare un posto dove lasciarela. all’interno della cerchia dei posti di blocco; ero sicuro che se fossi uscito non sarei stato capace di rientrare, non avevo più le scatole piene di medicine.

Ritornai verso Piazza San Marco e ed dopo un po’ di giri riuscii ad entrare nel cortile di Sant’Apollonia, la mensa. C’era posto e lasciai la macchina. Roberta decise di ritornare a casa, ma non m’arcordo come fece, forse c’erano degli autobus che partivano dai viali.  Andai alla mia pensione in Via della Pergola. La strada era un disastro, una catastrofe, fango, piena di detriti e le ubique macchine sfasciate e sospinte dalla corrente. Fu allora che mi resi conto quanto ero stato fortunato d’esser andato via il giorno prima, vedendo quello che era successo dove nolmalmente parcheggiavo la macchina. Notai salendo che c’erano mobili lungo le scale, perchè? Poi capii. Quelli del piano terra e del primo piano erano  

1966-11- Alluvione-Via della Pergola 8 Via della Pergola

sfollati in alto con con il salire del livello dell’acqua e avevano cercato di salvare il più possibile. Essendo il nostro appartamento al terzo piano l’acqua non c’era arivata, La sig.ra Clotilde fu felicissima di vedermi arrivare con l’acqua ed il pane, anche se ne mancava un pezzo. La signora era stata previdente, aveva riempito d’acqua la vasca da bagno e tutti le pentole e le marmitte nell’eventualitá che poi non ce ne fosse più, ed aveva avuto ragione. Tutti gli altri pensionanti vennero  a salutarmi e cominciarono a raccontare le loro storie. Per mesi a venire ognuno si sentiva obbligato a raccontare quello che gli/le era successo e quello che avevano fatto durante l’alluvione.

Più tardi uscii e continuai le mie esplorazioni, girovangando verso il Duomo, il mercato di San Lorenzo e li fu per la prima volta che sentti un gran fetore, le carni cominciavano ad imputridire.

1966-11- Alluvione-Manichino 22 Manichino annegato

Sotto i portici di Piazza della Repubblica sopra un tavolino da giardino c’era uno che vendeva La Nazione, ma come era possibile? L’edificio del giornale dalle parti di Piazza Beccaria era stato di certo colpito in pieno dall’Arno straripato. Poi appresi che questa edizione era stata stampata a Bologno nella tipografia del Resto del Carlino.

Poi venne la sera e la cittá cadde nel buio, nel buio più completo. Non c’era elettricitá. Era difficile camminare in quelle strade piene di detriti di tutti i generi e d’ostacoli imprevedibili. Solo ogni tanto i fari di qualche rarissima macchina lanciavano un raggio di luce.

In Via degli Alfani feci incontrai uno studente americano ubriaco con una candela accesa in mano. Mi fermò e cominciò a blaterare in una strana mistura d’italiano ed inglese contro la guerra in Viet Nam. Comiciò a seguirmi e non mi fu facile sganciarmi.

 Non m’arcordo cosi feci per cena, forse non mangiai. Tornato a casa mi resi anche conto d’una situazione che avrebbe caretterizzato i prossimi giorni a venire. Ero sporco, infangato e  l’acqua che avevamo era troppo presiosa, non si poteva sprecarla per lavarsi.

Andai a dormire pensando all’indomani, cosa avrei potuto fare per aiutare? Si sapeva che i danni alle opere d’arte erano terribili, e l’Arno aveva rotto proprio davanti alla Biblioteca Nazionale … certo c’era tanto da fare.

P.S. se volete vedere immagini e filmati dell’evento andate in youtube.com

cominciate con questo:

http://www.youtube.com/watch?v=g1ArZ_t9S-Y&feature=related

3 novembre 2009, Marblehead, MA USA

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