061 Non m’arcordo…quando ‘l mi’ babbo faciva la calza.

Io de quando ’l mi’ babbo faciva le calza ’n m’arcordo, ma m’arcordo de quando me l’arcotava, e ‘sta storia me l’ha detta tante de quelle volte che me sembra d’avello visto.

Dovete immaginare questa scena, magari al giardino Piero della Francesca: mio padre, un uomo corpulento sempre con il vestito, camicia bianca, cravatta e cappello si avvicinava ad una donna seduta su una panchina mentre questa sferruzzava facendo una maglia.

“Mi scusi, ma che sta facendo? Oh si, lo vedo. Fa una maglia, ma che punto adopra? Al dritto? Al rovescio?”

 Lei era sempre sorpresa, quasi sempre rimaneva senza parole. Poi lui continuava facendo altre domande, sempre molto tecniche e precise, magari voleva sapere il numero dei ferri che adoprava. Il tutto indicava che di far la maglia lui se ne intendeva. E di norma concludeva dicendo:

“A dir la veritá io le maglie non l’ho mai fatte, ma di calze ne ho fatte dimolte. E per far ‘na calza s’adoperano quattro ferri e ’n’é facile ’mparere.” E con questo salutava e s’allontava, lasciando la donna sorpresissima, chissá cosa avrebbe detto a casa quella sera.

Ma prima d’arcontare dove e come l’avesse imparato, facciamo un passo indietro.

’l mi’ babbo nacque nel 1904 a San Leo d’Anghiari in una casa vicina al crocevia, dove c’é la bottega. ’l su’ babbo, ’l mi’ nonno Barbino, faceva ’l fattore a Gricignano e la nonna Vittoria stava a casa, avevano giá un cittino, lo zio Angiolo, nato tre anni prima. La mamma e la sorella del nonno abitavano con loro.

Forse il nonno non era ancora il fattore, ma solo il vice-fattore, ma non so se tale parola esisteva. In ogni modo faceva anche il sensale e si faceva tutte le fiere della valle.

Braganti 1908 I Braganti a San Leo d’Anghiari, 1909

Le cose dovevano andar bene.  Aveva comprato la bicicletta, portava il cappello di feltro e non il berretto e quando il fotografo ambulante passò per San Leo,  il nonno si mise la camicia col solino inamidato. Penso che questa foto sia del 1909,  ‘l mi’ babbo é quello col grembiulino bianco, vestito come ‘na bambina.

 

Il nonno lavorava a Gricignano, questa fattoria era ancora proprietá dei Collacchioni, quelli che ‘na volta, come se diceva a casa mia, non solo erano padroni di mezza valle ma anche di mezza Maremma, incluso Capalbio, poi si aggiungeva:

“Ma finirono le fave ai locchi!”

“E quante ce n’avevano?” domandava un altro.

“Dodici dozzine di sacchi” e a me questo pareva un gran numero.

Il grande evento della nascita del babbo fu seguito da uno ancora più memorabile. Qualcuno, forse uno dei Collacchioni, regalò ai nonni una carrozzina nera, elegante, dalle grandi ruote e con il mantice, una di quelle che le balie spingevano andando a spasso con i figli dei ricchi alle Cascine.  A San Leo nel 1904 non s’era mai vista ‘na cosa così, i cittini si portavano ‘n collo. Di sicuro la giunonica nonna Vittoria, dalle pretese aristocratiche, sfoggiava quest’aggeggio con fierezza. Tutti si fermavano, e non per vedere il bambino ma per ammirare la carrozzina.

’l babbo quand’era picino sognava sempre ch’ ‘l su’ babbo lo portasse a fare ‘n giro  in bicicletta, ma questo rimandave sempre, promettendo che l’avrebbe fatto, quando faceva il giro dei vari poderi. Finalmente un giorno mantenne la promessa e cosi partì tutto contento, seduto sulla canna della bicicletta. La sera al ritorno la nonna Vittoria vide che il figlio era radiante, era felice.

“Allora ti sei divertito! Ti è piaciuto?”

“Mamma é stato bellissimo e ho riso tanto quando il babbo toccava ‘l culo alle contadine!”

In famiglia non è mai stato tramandato quello che successe dopo, a parte il fatto che quello fu il primo e l’ultimo giro che fece in bicicletta col su’ babbo.

’l mi’ babbo fece l’elementari a San Leo, e per farle ci mise tanto: 8 anni. Ripeté la prima, la seconda, la terza e la quarta; la quinta non la fece e non so come fece ad andare direttamente alle Scuole Tecniche. Ma la storia che era stato un ripetente recidivo lui non me l’aveva mai detto, certo temeva d’essere un cattivo esempio. Lo scoprii solo quando ero giá liceo e solo perché lo zio Angiolo me lo disse, ed a sua difesa aggiunse che era innamorato della maestra e non la voleva lasciare. Il babbo non fu contento che mi fosse stato svelato questo segreto di famiglia.

Quando venne il tempo d’andare alla nuova scuola, penso fosse il 1916, la famiglia si trasferì al Borgo, in fondo al Piazzone, alla Fonte Secca all’inizio dia Via del Petreto.

Nella nuova scuola la situazione cambiò per il meglio. Il babbo capì che si doveva studiare e con gran sorpresa e soddisfazione di tutti d’improvviso divenne bravo.

L’Italia era giá entrata in guerra da piú di un anno e anche se il fronte era lontano dominava la vita di tutti. Quasi ogni famiglia aveva qualcuno che era in trincea. Il nonno si sentiva sicuro, lui era vecchio, aveva piú di quarant’anni ed era certo che non sarebbe stato richiamato. Domenico, un cugino del babbo, era giá morto. Tant’anni fa trovai la sua tompa nella grande scalinata del Sacrario di Redipuglia. Di lui esiste una triste foto ricordo, fatta ad Anghiari, con la madre, proprio prima di  partire per il fronte.

Tutta la nazione doveva contribuire in questo sforzo bellico, anche i piú giovani devano fare la loro parte.

E fu così che ‘l babbo a 13 anni imparò a far la calza. Ogni giorno, nel primo pomeriggio, dopo che le lezioni erano finite, gli studenti rimanevano in classe per alcune ore, e con quattro ferri ed un gomitolo di lana facevano le calze per i soldati al fronte. All’inizio ci fu un po’ di resistenza da parte dei maschi perché questo era un lavoro umiliante, era un lavoro da donna. Ma poi non fu difficile convincerli che quei poverini seppelliti nel freddo delle trincee fangose, avevano bisogno proprio di quelle calze calde di lana che loro facevano. Il soldato con i piedi caldi combatte meglio: questo era il loro contributo che ci avrebbe portato alla vittoria.

C’era anche un altro lavoro: fare le torcie riscaldagavetta. Il babbo preferiva questo lavora, era piú da uomo. Arrotolavano strette strette delle pagine di giornale inzuppate di paraffina fino a farne un cilindro duro di circa cinque centimetri di diametro, ma non so quanto fossero lunghe. Queste accese bruciavano lentamente, c’era un anello di metallo scorrevole che serviva a controllare la fiamma, e le usavano per riscaldare i pasti nelle gavette, ed anche le mani.

Non ricordo cosa facessero d’estate, durante le vacanze, ma forse non me lo disse mai.

Poi venne Caporetto, la battaglia avvenne nei primi giorni di novembre del 1917, e la situazione precipitò. Il fronte si era rotto e le nostre truppe in fuga si ritirarono fino al Piave. C’era bisogno di piú soldati, di truppe fresche ed un giorno il nonno ed il suo amico, ‘l Beni, vicino di casa, tornarono con la ferale notizia: avevano chiamato le loro classi: il’74, il ’75 ed anche ‘l ’99 (quella dei famosi ragazzi del ’99, avevano 18 anni, Dario Alberti fu uno di loro).  Fu allora che la canzone “Il Piave Mormorò” divenne popolarissima e “non passa lo straniero!” una parola d’ordine.

Il nonno ed il Beni presero l’Appennino, il famoso trenino da operatta, come lo chiamerá Aldous Huxley pochi anni dopo, e si presentarono al distretto militare d’Arezzo.

Domenica small La zia Domenica con il figlio morto in guerra.

Domenica, la sorella del nonno abitava ad Arezzo. Suo marito, non era il babbo del figlio giá morto in guerra, era un focoso anarchico che lavorava al Fabbricone.  La zia, con un altro gruppo di donne che avevano perso mariti e figli, fecero una dimostrazione pacifista davanti alla caserma e calpestarono il cappello che avevano tolto ad un ufficiale che cercava di allontanarle. Fu arrestata e finì in prigione, non so per quanto, per attivitá sovversiva e disfattista.

Il nonno, messo in cavalleria, fu mandato prima alla Fortezza da Basso a Firenze e poi considerando l’etá e il fatto che di certe cose di campagna se ne intendava fu mandato ad lavorare in un magazzino della stazione di Camucia, sotto Cortona, dove raccoglieva paglia e fieno da mandare al fronte. C’era bisogno di tanta paglia, i soldati dormivano nel pagliericcio.

Quando la scuola finì, era l’estate del ’18, si trasferì con sua madre a Camucia per alcuni mesi. Il babbo aveva 14 anni e per la prima volta vide i treni veri, grandi e lunghi, che sputavano grandi colonne di fumo. Non aveva amici e non so perché, suo fratello non c’era. Passava il tempo leggendo e sopratutto seduto su un muretto vicino al magazzino del su’ babbo a guardare i treni che passavano. Le tradotte che andavano verso nord erano piene di giovani reclute che cantavano e se rallentavano lo salutavano. Quelle che andavano verso sud erano silenziose, aveveno spesso tutti le tendine giú, erano treni ospedele. Al babbo piaceva raccontare, ed ogni volta si commoveva, che un giorno ne vide passare uno di quelli che andava verso nord, e sembrava che tutti, proprio tutti cantassero all’unisono: “ ’o surdato ‘nnammurato”. Poi aggiungieva con gran tristezza:

“… e quanti di quelli saranno morti dopo nel giro di poche settimane e mesi?”

Fra le tante storie che ho sentito questa per me é una delle piú care e ancora mi commuove. Quell’esperienza del babbo é diventata mia, forse me l’ha trasmessa geneticamente ed io l’ho passata a Tanya (é una delle sue canzoni preferite) La sua memoria é diventata mia. C’ero anch’io seduto con lui su quel muretto a Camucia, quel giorno d’estate del ’18. Io li ho sentiti cantare quei soldati.

Poi per il nonno venne un ulteriore trasferimento, incredibile ma vero: fu mandato al Borgo. Fini la guerra lavarondo, sempre raccogliendo paglia e fieno, in un magazzino della Buitoni requisito per questo scopo. La sera tornava a casa alla Fonte Secca in bicicletta, con i polpacci stretti dalle fascie e con il suo ’91 lungo a tracolla. Aveva piantato un chiodo sul muro a capo del letto per appenderci il fucile.   

Un giorno di novembre del ‘18, era il 4, ci fu un grande scampanio: la guerra era finita, tutti si abbracciavano, erano felici, un incubo era finito, forse speravano che non ne sarebbero venuti altri. Ancora non s’era capito che anche quelli che avevano vinto erano anche loro dal lato dei perdenti

Quella fu la Grande Guerra: ‘ l cugino Domenico morì, la su’ mamma ando’ ‘n prigione, ‘l mi’ babbo imparò a far la calza, ed ‘l nonno Barbino raccolse paglia e fieno ed allora non era un piatto di tagliatelle.

 

 

‘O surdato ‘nnamurato

Anna Magnani nel film “La Sciantosa”

http://www.youtube.com/watch?v=PV6qf0MaUC8

 

16 novembre 2009, Marblehead, MA USA   

I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete!

 

Fausto Braganti      

 

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

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