062 M’arcordo… quando giocavano a canasta.

Io non ho mai giocato a canasta e per onor del vero a carte io ci ho giocato pochino. La canasta era un gioco distante e misterioso, quasi mitico. Per me era e forse lo é ancora il gioco delle signore ricche, delle mogli di professionisti e di quelle aristocratiche, insomma di quelle che andavano alla messa di mezzogiorno ‘n domo. La mi’ mamma me portava a quella delle nove, ‘l babbo ‘n ci veniva.

Ma come tutte le storie sará meglio ’ncominciare da capo, o almeno quello che per me é l’inizio. Per semplificare oserei dire, prendendo una posizione marxista, che si poteva fara una precisa distizione di classe dal tipo di carte usate, dal tipo di gioco e sopratutto da dove si giocava.

Da picino a casa mia, in uno dei cassetti della vetrina in salotto, c’erano due mazzi di carte. Uno era vecchio ed untuoso del sudore di tutte quelle mani dei giocatori di chissá quante partite a scopa, a briscola e a tre sette o solitari, me n’arcordo l’odore. L’altro era bello, quasi nuovo e nessun l’usava mai.

Carte Toscane

Il primo era di quaranta carte e c’erano fanti, regine e re ed assi. Cuori, quadri, fiori e picche eranono i simboli. Poi ho saputo che erano chiamate “fiorentine” o “toscane”. C’erano delle carte che avevano un nome specifico come l’Omo Nero (il fante di picche) e la Matta (la regina di cuori). Poi non so se questi nomi fossero inventati in casa mia o se tutti li conoscevano. Imparai presto ad usarle anche per fare dei gran castelli di carte.

L’altro mazzo aveva gli stessi simboli ma il disegno era, diciamo piú moderno, piú squadrato, quello che mi sembrava strano era che se giravi una carta l’immagine rimaneva la stessa. Il re rigirato era la metá speculare dell’altra parte. Strano, mi sembrava molto strano. Ma chi l’avrá avuta quest’idea? Poi c’era anche il Jolly, e questo mi piaceva.

Qualcuno mi disse che quelle erano carte da poker, ma in casa nessuno giocava a poker. La parola poker mi piaceva, perché c’era una “k” che non c’era neanche nell’alfabeto. Ecco un’altra stranezza, ma perché se non c’era tutti sapevano come si dicesse? Quando siamo cittini facciamo tante domande, e tutte le risposte che i grandi ci danno son giuste, loro sanno tutto.

Non m’arcordo chi mi insegnò a giocare, forse fu la mi’ nonna Santina, e con i miei amici Piero e Gian Luigi, che abitavano al piano inferiore mi cimentavo a Rubamazzo ed altri giochi per citti picini. La nonna mi insegnò anche un paio di solitari.

Il babbo faceva una partita quasi tutti i giorni. Puntuale dopo pranzo arrivava lo Zazzi, un suo amico e con lui, al tavolo di cucina bevemndo un caffè, si cimentava in grandi partite a scopa, il tutto accompagnato da battute e controbattute, e qualche volta parolaccie, si prendevano continuamente in giro. Nessuno ammetteva mai e poi mai d’aver fatto un errore, quando uno perdeva era solo colpa della scalogna.

Ogni due settimane, di lunedi, Vinicio il barbiere compariva a casa verso le due con tutti i suoi attrezzi involtati in un giornale.  Quello sarebbe doveto essere il suo giono di riposo, ma lui lavorava lo stesso, veniva a farci i capelli, prima al babbo e poi a me.  E per me era un tormento: seduto nella sedia in cucina, avviluppato dall’asciugamano, e Vinicio che ci metteva tantissimo tempo a farmi i capelli, perché fra una sforbiciata e l’altra si fermava e seguiva la partita. Andava dietro a mio padre e poi dietro allo Zazzi, lui sapeva che carte avevano, ed aspettava la mossa di uno dopo l’altra. Ci furono delle proteste da parte mie, non ebbi successo, infatti  non furono ascoltate. Non sono entrato in una barbieria sino a quando sono andato all’universitá e per risparmiare mi son fatto screscere i capelli, finalmente.

Ma la gente o meglio l’omini giocavano fori casa, e qui si poteva fare quella distinzione di classe sociale di cui ho detto all’inizio.

Ancora c’erano le bettole, dove i piú poveri andavano a bere ed a giocare a carte. Le ultime che mi ricordo eran verso Porta Romana, una era gestita da un nostro lontano parente, che faceva un’ottima trippa e centopelli. Le carte erano come quelle che avevamo in casa ed i giochi erano gli stessi: scopa, con la variante dello scopone scientifico, briscola, tre sette e centocinquantuno. Di sicuro ce n’erano altri, ma non m’arcordo. Quasi sempre intorno ai giocatori si formava un crocchio di spettatori, ed ognuno faceva i suoi commenti, e non mancavano i suggerimenti. I giocatori si sbizzarrivano in un infinita gamma di moccoli ed imprecazioni. Ognuno si considerava il piú bravo e se perdeva era solo la sfortuna.

“Oggi m’è andeta mele, manco ‘na mano buona!” e giú ‘n’altra fila di bestemmie.

 Il prossimo scalino sociale era riservato a quelli che andavano a giocare al caffé. I giochi erano gli stessi, cambiava solo l’ambiente e la posta: nelle bettole si scommetteva un bicchiere o al massimo ‘n quartino di vino e nell’altro un caffé o un cognacchino. ‘l mi’ babbo faceva la partita al caffé de Bruno pasticcere, per la Via Maestra. Qualche caffé aveva una stanza nel dietro e qualche volta si cambiavano carte e si giocava anche a poker, a ramino e scala quaranta e si giocava a soldi, soldi veri.

M’acordo d’aver sentito dire di epiche partite a scopa dove era stato messo in posta un podere o addirittura una villa.

C’era inoltre una stagionalitá dei giochi. D’inverno, in un’era quando non c’era ancora la televisione, s’andava a veglia e di questo rituale ne ho giá parlato in un altro “M’Arcordo…” ed in quell’occasione c’erano i giochi di famiglia, la tombola, il mercante in fiera, eccetere. Poi c’erano delle veglie speciali, di soli omini. Ricordo che intorno al tavolo di cucina, allora si stava in Via della Firenzuola, il babbo ardunava i suoi compagni di caccia per epiche partite a “Bestia” e giocavano soldi. La mamma rimaneva per un po’ a far le castagnole e servir fiaschi di vino. Quello che mi rimane ancora impresso nella memoria era un amico del babbo che aveva un braccio solo, e riusciva a giocare lo stesso, con una sola mano. Non m’arcordo come facesse e calare le carte in tavola. Poi noi s’andava a letto e loro rimanevano a giocare fino a tardissimo.

C’era un altro scalino sociale: il Circolo delle Stanze, gli Sbalzati non erano ancora artornati. Alle Stanze, anche se io c’ero stato solo per ballare a carnevale, sapevo che si giacava con quell’altro tipo di carte, quelle da poker e si giocavano vari giochi d’azzardo e spesso la posta era alta, molto alta. Il posto era riservato ai soci e per diventare socio, uno dovevi esser accettato, e solo diciamo una certa elite del paese aveva accesso. Alcuni di quelli che andavano alle Stanze, dato che queste aprivano solo alla sera, nel pomeriggio, se gli scappava una partitina, andavano al caffè.

’l mi’ babbo alle Stanze non ci andava, o meglio, non c’andava piú.

Ancora non sapevo quello che era successo, e poi non credo d’aver mai saputo tutta la veritá. Quello che ho scoperto é stato a pezzetini, e solo quando ero grande.

’l mi’ babbo era stato ‘n gran giocatore, ‘l mi’ babbo da giovane aveva perso ’n sacco de soldi. I figli son sempre gli ultimi a sapere, son protetti dalle malefatte dei genitori. Per esempio: quand’ero picino ‘l babbo d’un mio amico andò a lavorare in Spagna per alcuni mesi, ma ora penso che in veritá andò in prigione, in Italia.

Una volta, quando ero grande, ’l babbo mi disse che una notte perse tutto lo stipendio d’un mese. Scoprì poi che quello che gli stava davanti poteva vedere le sue carte riflesse negli occhiali. Dopo questa disavventura aveva giurato che non ci sarebbe mai piú ritornato, e mantenne la promessa.

Il cronometro dell’ungherese

’l babbo aveva un bel cronometro d’oro. Una volta lo portò dal Gonnelli per farlo aggiustare. Alcuni giorni dopo ritornò a casa imprecando:

“Quel farabutto, quello stronzo dell’ungherese m’ha fregato! Il cronometro é falso, ‘l Gonnelli m’ha detto che non é d’oro, é solo placcato.”

Ma chi era l’ungherese? Io non ne avevo mai visto uno. Il babbo ci raccontò, neanche la mamma sapeva questa storia, che una sera, molti anni prima della guerra, alle Stanze c’era un ungherese di passaggio, un avventuriero. Giocarono a poker e quando l’avversario non aveva altro da scommettere mise in posta l’orologio d’oro, e questa volta ’l babbo vinse, solo per scoprire vent’anni dopo che l’aveva fregato.

Avevo forse 8 o 9 anni ed un giorno caldo d’estate ci fermammo a prendere una rinfrescante gazzosa al bar di San Giustino. Mentre gustavo con gran piacere la frizzante bevanda succhiandola con la cannuccia, mi avvicinai ad un tavolo dove degli uomini giocavano a scopa. Grandissima sorpresa: le carte erano differenti, stranissime. Fu quella la prima volta che vidi le carte con i bastoni, le spade, le coppe ed i denari. A meno di cinque chilometri dal Borgo, nello Stato de Sotto, non solo il dialetto è differente ma giocano agli stessi giochi, ma con carte diverse.

Alcuni le chiamano piacentine, altri romane o napoletane; poi col tempo e col viaggiare ne ho visto una gran gamma con variazioni sul disegno ma sempre con gli stessi simboli. 

Quando avevo dieci anni durante una campagna elettorale (penso fossero le elezioni comunali del ‘51) c’era in giro un mazzo di carte politiche con disegni satirici, penso di Jacovitti. Don Virgilio me lo regalò, quindi assumo fosse democristiano. Nenni sulla carta a sinistra e Stalin su quella di destra sono facilmente riconoscibili.

Le carte di Jacovitti con Nenni e Stalin.

Infine c’erano i giochi delle signore, di quelle che spesso portavano il cappello. Erano giochi di cui si sentiva dire come fossero un eco lontano. Sentivo i commenti o meglio i pettegolezzi di mia madre assieme alle sue amiche che parlavano di certe signore che si incontravano di pomeriggio nelle case di una o di un’altra e giocavano a canasta. Bevevano tè e giocavano soldi. In questi commenti penso ci fosse un senso di critica o forse era solo invidia.

E per finire parliamo del ’68. Fu un anno che cominciò con i fuochi d’artificio a casa d’Azelio, de lá d’Anghiari e finì a Londra.

A parte l’occupazione della facoltá, il viaggio a Parigi per unirmi ai rivuluzionari che non c’erano piú, so’ arrivato tardi, ed il mio trasferimento a Londra, ci fu il mio ingresso nell’alta societá della vecchia aristocrazia fiorentina. Poi cappii che il mio non fu un vero ingresso, feci solo capolino dalla porta e questo fu seguito da una rapida sortita.

Nel giugno del ’68 avevo giá da tempo dato tutti gli esami, ma ero ancora in giro a Firenze: dovevo scrivere la tesi e ci mettevo tempo, non volevo laurearmi. Pensavo solo d’andare a Parigi, ma rimandavo.

In facoltá avevo conosciuto una ragazza tanto carina, capelli biondi, lunghi, dritti, che mi ricordava Françoise Hardy ed aveva una sorella altrettanto carina. Non ricordo la ragione ma una volta mi invitò a casa sua. Quando vidi dove abitava, una villa proprio sotto Piazzale Michelangelo con tutta Firenze davanti, capii che la sua famiglia stava proprio bene. Peccato che fosse cosi carina, di sicuro inraggiungibile, poi dopo tutto cosa cercavo, io c’avevo V. anche se non completamente, lei era fidanzata con un altro… e poi volevo andare a Parigi!

Un giorno l’incontrai nel corridoio di facoltá e lei mi diede una busta con il mio nome scritto in bella calligrafia:

“É un invito, ci terrei tanto che tu ci venissi!” come potevo resistere a quegli occhi, a quel sorriso? Certo che ci sarei andato, ma ancora non sapevo dove e di che cosa si trattasse.

“Ci sará una canasta di beneficenza dalla contessa Serristori. Sai, io e mia sorella siamo andati alla scuole delle (non ricordo il nome, un collegio religioso femminile fiorentino) e c’é andata anche la mamma. Ogni anno la contessa organizza questa gran festa per le vecchie studentesse per raccoglier fondi ed aiutare la scuola. É una tradizione.”

“Oh grazie, ma io non gioco a canasta.” Risposi capendo le mie limitazioni sociali.

“Oh no, non ti preuccupare, mentre le signore giocono nel salone, noi andremo in giardino a ballare.” Come potevo resistere a quel sorriso? Ed accettai l’invito.

Venne il famoso pomeriggio e puntualissimo mi presentai al Palazzo Serristori, lungo l’omonimo lungarno. Un vecchio maggiordomo mi diede un formale benvenuto. Salendo la gran scala incontrai la mia amica che mi accolse con un gran sorriso.

“Oh sei venuto, son cosi contenta!”

Mi prese sotto braccio e mi portò in giro per la gran casa con la sicurazza d’una che la conosceva bene. Mi presentò la vecchia contessa e vedendo altri che le facevano il baciamano lo feci anch’io. Infine arrivammo nel gran salone della canasta. C’erano disposti tanti tavoli da gioco, ed intorno ad ognuno c’erano quattro signore, tutte elegantissime; avevano giá cominciato a giocare.

Il mio sguardo si incontrò, si scontrò con quello d’una signora, una signora del Borgo che conoscevo. Le sorrisi e dopo la sua ovvia sorpresa mi sorrise, ma sentii ch’era solo di convenienza.  Mi sono avvicinato per salutarla.

“E com’é che tu sei qui?” mi disse, e dal tono era chiaro che non le interessava la mia risposta. Sorrise ancora, freddina anche verso la mia amica che ancora mi teneva sotto braccio, come per dirle che non aveva fatto una buona scelta nell’invitarmi. Mi sentii amareggiato. Forse non era stata una buona idea andare alla canasta della contessa.

Non m’arcordo molto del resto di quel pameriggio, eccetto la visita alla biblioteca a agli appartamenti al piano terra, quelli dove aveva vissuto e credo che ci morì Giuseppe Bonaparte in esilio, il fratello di Napoleone. Tutto era ancora come il giorno dopo l’alluvione, solo che il fango s’era rinsecchito.

Con la ragazza di buona famiglia non successe nulla dopo quel pomeriggio, anche perché dopo pochi giorni cominciarono le vacanze. Io non le telefonai e lei non mi telefonò ed ora non m’arcordo neanche il nome, solo che era tanto bellina.

Però m’arcordo il nome della signora del Borgo.

Ci fu da parte mia una specie di vendetta, dopo quasi trent’anni, quando lavoravo e vivevo ancora a New York, ma questa é un’altra storia e poi non credo sia giusto raccontarla.

 

E per finire vi devo fare una domanda:

con che carte giocano nella repubblica di Cospaia?

 

1 dicembre 2009, Marblehead.

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