066 M’Arcordo… del pēne del Borgo e… de Giorgio.

Quelli del Borgo, almeno quelli de ’na certa etá, me capiscono e sanno che:

“Damme ’n bocone de pēne!”

Non é una richiesta oscena, e non aggiungo altro.

M’arcordo che da picino, dopo guerra, se faciva ancora ’l pēne ‘n chesa, tutti i martedi. Perché ‘l martedi? Questo non lo so. Nella vecchia casa in Via della Firenzuola, c’era un lungo il corridoio, in veritá era grande come una stanza senza finestre, che portava in cucina e li c’era la madia. La sera prima cominciavano i preparativi.

Non m’arcordo i vari passaggi e tanto meno la ricetta, i miei ricordi sono frammentari, di sicuro so che non usavano il sale.

La mamma si metteva ‘n gran fazzoletto bianco in testa e la panuccia, anche questa bianca, e lunga fino ai piedi.  Credo che il primo atto fosse quello di preparare il lievito con un pezzo di pane vecchio della settimana prima. Prendeva la staccia, che quando non usata stava appesa ad un chiodo e setacciava la farina. Poi la metteva nella madia mi sembra che ci facesso una specie di pozzetto nel mezzo dove aggiungeva l’acqua. So solo che era un rituale preciso, che le era stato tramandato in famiglia per generazioni, da donna in donna. E lei fu l’ultima della catena.

La mattina presto la mamma con l’aiuto della nonna lavorava l’impasto e questa era una gran fatigata. Facevano a turno,  fino a quando ottenevano un imposto dalla consistenza uniforme.  Mi sembra che lo lasciassero riposare per un po’, poi lo ribaltavano sulla spienatoia nella tavola di cucina, tagliando poi dei blocchi di circa un kilo a cui davano la forma della pagnatta e sul dorso incidevano due croci con un coltello a punta. Prendevano poi un vecchia asse stretta, lunga e liscia per quell’uso di tant’anni. Su questa stendevano un candido panno bianco, forse era stato ritagliato da d’un vecchio lenzuolo, che era stato lavato migliaia di volte. Mi sembra di ricordarne l’odore. Le pagnotte venivano allineate ed erano separate l’una dall’altra da un ripiego del telo e alla fine ricropivano il tutto. Poi, e questo mi sembrava tanto buffo, mettevano il pane a letto e lo coprivano con le coperte, questo forse era per farlo lievitare. La mamma ogni tanto controllava e quando vedeva che i tagli delle croci cominciavano ad aprirsi come un fiore, voleva dire ch’erano pronte.  Con l’asse sulla spalla si avviava verso il forno di Duilio, in Via Mazzini, dopo l’angolo di Gerasmo. Non m’arcordo quanto ci metteva, ma poi la mamma artornava ancora con l’asse sulla spalla ed il pane era cotto, ancora caldo. M’arcordo ancora il profumo. Lei mi dava da mangiare un orcellino e se c’era una fetta di mortadella, anche questa appena tagliata, era la merenda piú buona del mondo. Quel pane durava ‘na settimana. Poi un giorno e non m’arcordo quando e perché, forse verso il 1950, la mamma smise di fare il pane e andò a comprarlo al forno o alla Cooperativa.

Ma in casa rimase una certa abitudine, di certo ereditata da quando si mangiava il pan duro sei giorni alla settimana: ovvero il pane comprato oggi si mangiava il giorno dopo, piaceva quello un po’ raffermato.

Torniamo ai forni del Borgo, almeno quelli che m’arcordo.

Duilio Alessandrini, il nostro fornaio e la su’ moglie, la Maria, erano i genitori di Doriano della torrefazione ed erano vecchi amici e vicini di casa della famiglia della mi’ mamma. Di certo mia madre pagava qualche cosa per cuocere il pane, ma allora mi sembrava che ci facessero un piacere. Qualche volta ci portava anche dei tegami di carne o i fagioli con le cotiche in una pignatta di coccio. Sentivo sempre dire che i fagioli cotti al forno erano piú buoni

C’era quello del Filiberti ‘n fondo piazza, all’inizio di Via San Giuseppe. Quello dell’Acquisti era in Via Cherubino Alberti, dietro Sant’Agostino, un pochino piú ’n giú del banchino de’ Pastina. C’era il forno della Cooperativa, per la Via Maestra, dove adesso c’é la Galleria d’Arte La Loggia e questo mi faceva un po’ paura, era nel dietro, alla fine d’un androne buio. Parlando con l’Anna del Piazzone, questa mi ha ricordato Dentidoro che aveva un forno a Porta Fiorentina, dalle parti dello Scorpione. Di sicuro ce n’erano altri che non m’arcordo.

la pagnotta

Poi ‘na volta so’ artornato al Borgo e i forni non c’erano piú. Si erano consorsiati ed industrializzati, avevano costruito una fabbrica del pane, erano diventati I Forni Riuniti. Adesso credo son ritornato alcuni forni a legna, anche se credo le norme che li regolarizzano siano molto rigide.

Il pane mi piaceva e quello era ed é il pane piú buono del mondo. E come ho giá raccontato quando sono andato a Riccione per la prima volta ed ho mangiato quei panini romagnoli son rimasto esterrefatto, mi sembravano cattivissimo. Il babbo, che ci veniva a trovare la domenica, portava sempre una pagnotta di quello nostrano.

Poi ho cominciato a viaggiare e ho provato altri tipi di pane, alcuni son buoni. I francesi son fanatici del pane, per esempio la baguette appena sfornata é deliziosa, ma deve esser mangiata subito; dodici ore piú tardi non é la stessa cosa. In Francia ci son forni ovunque e ho coosciuto gente che va a prendere il pane due volte al giorno: una per il pranzo ed uno per la cena.

E quante volte nel girare per il mondo, incontrando qualche altro italiano, mi son sentito dire e sempre con un tono un po’ beffardo:

“Ah, sei toscano? Allora mangi il pane sciocco!” Come se noi toscani fossimo degli essere strani e differenti, ma forse è vero e lo siamo per davvero e ci teniamo. Vi ricordate “Maledetti Toscani” di Malaparte?

Si é vero, noi mangiamo il pane sciocco. Nancy, la mia prima moglie, avrebbe aggiunto sorridente:

“Si, si, il pane é sciocco, ma de sale ne mettono tanto su tutto il resto!”

Fu proprio lei che il giorno che partimmo per Londra, alla fine di luglio del 1970,  per poi continuare verso gli Stati Uniti, nascose nella mia valigia una pagnotta di pane e del prosciutto nostrano. Un bel pensiero. Sapeva che non l’avrei mangiato per un bel pezzo.

In tutti questi anni ho sempre cercato di trovare del pane che assomigliasse al nostro e fra Boston e New York spesso son riuscito a trovarne, anche se non era proprio lo stesso era abbastanza simile e mangiabile.

 

Ho conosciuto Giorgio Biagioli da sempre, e a parte il fatto che siamo andati a scuola assieme, e che forse siamo anche lontanissimi parenti, per me era come un fratello piú che un amico. Siamo cresciuti assieme. Poi per una di quelle strane coincidenze della vita, che io chiamo dei sentieri incrociati, ci siamo ritrovati ambedue a lavorava all’Alitalia. Però c’era una gran differenza: lui stava per aria ed io stavo per terra. Io ho cominciato lavorando all’aereoprto di Boston ed uno delle mie prime responsabilitá era quella di coordinare la rotazione degli equipaggi. Un giorno, quando mi giunse da Fiumicino la lista di quelli in arrivo, vidi che il primo ufficiale era proprio Giorgio. E quella fu la prima di molte visite ed ogni volta mi portava un pezzetone di Borgo.  Non rimasi a lavorare molto in aereoporto, dopo pochi mesi passai all’ufficio vendite, al centro di Boston, non lontano dall’hotel dove alloggiavano i nostri equipaggi. In seguito lui stesso zazzicava con l’ufficio turni per farsi dare il volo di Boston, e se aveva una rotazione che glielo permetteva non rimaneva in hotel, veniva a dormire a casa mia. M’acordo che ‘na sera mi disse:

“Tu non sai quanto sia alienante girare per il mondo, ogni giorno trovarsi in un altro areoporto, un altro albergo, in un altra cittá, magari bella ed interessante, e poi non conoscere nessuno. Quando vengo a Boston é differente, ci sei te, un amico del Borgo.”

Lui mi raccontava tutto quello che succedeva a casa, i figli che crescevano, la casa che stava costruendo, il prossimo viaggio in motocicletta che avrebbe fatto con Paola. Poi c’erano i pettegolezzi, le ultime avventure del Pagelli o del Carria o di Ginino, gli scherzi fatti e da fare assieme a Rinaldo, Enzo e Rolando. Ci fu il periodo delle Corse delle Carriole ed io sapevo tutto, nei minimi dettagli.. Una sera si mise a disegnere sulla tovaglia di carta del ristorante di come aveva progettato i freni. Quando ero con lui mi sembrava d’essere ad un tavolino del Telebar.

Aspettavo queste visite con piacere anche perché aveva iniziato una tradizione, una bella tradizione. Se il volo era programmato subito dopo la sua visita al Borgo, Giorgio partiva prestissimo. Verso le quattro andava al forno dell’Acquisti e prendeva ‘na pagnotta di pane. Quando il fornaio apprese che era per me, non gliele fece piú pagare. La sua era un’opera di caritá, “dar da mangiare agli affamati,”  a favore d’un povero emigrante del Borgo sperduto in terre lontane. Ma non era tutto, spesso c’era anche un bel pezzo di formaggio. Appena arrivato in albergo nel primo pomeriggio, mi telefonava:

“Oh, che fi? Io so’ ariveto. Vieni?”

Ed io correvo all’hotel, solo un paio d’isolati dal mio ufficio. Avevo il pane di giornata del Borgo, non aspettavo che si raffermasse.

M’arcordo una volta che, mentre si parlava, mi son messo subito a mangiarlo. Non avendo il coltello lo dovevo rompere a pezzi con le mani. Aveva portato anche un bel tocco di parmigiano, che ci andava benissimo. Vedendomi mangiare venne fame anche a lui e cominciò a farmi compagnia: un pezzo di questo e un pezzo di quello… E chiacchierando non ci siamo resi conto di quanto abbiamo mangiato: piú della metá della pagnotta. Io, egoista del mio regalo, ho avuto anche il coraggio di rinfacciargli quello che m’aveva fatto, mi aveva tolto ‘l pane de bocca: aveva mangiato il mio pane, lui che lo poteva mangiare tutti i giorni o quasi.

Ma non era solo Giorgio quello doveva pagare la tangente della pagnotta di pane per veniva a Boston. Anche io dovevo fare la mia parte. Piero Chimenti, anche lui del Borgo, ‘l figliolo piú picino de Bubo e de la Mila, lavorava all’Alitalia, alla Malpensa e mi aveva ricattato:

“Non osare passare per la Malpensa, che se poi scopro che venivi dal Borgo e ‘n m’hai portato ‘na pagnotta de pene, ‘n te faccio arpartire!”

luglio 1994, Giorgio Biagioli il giorno che siamo andati a pescare le balene Giorgio Biagioli, luglio 1994, quando siamo andati a pescare le balene

 

Giorgio ed io facemmo dei viaggi  assieme. Io gli dicevo i miei piani e lui programmava i suoi voli in modo da far coincidere il suo volo di andata o di rientro con i miei. Mi invitava a stare in cabina ed era sempre un’esperienza esilerante, specie nelle fasi di decollo e d’atterraggio. Volare sopra la Alpi d’inverno e vederne tutto l’arco imbiancato, come se fosse lo schermo gigante d’un gran cinema, é sempre stata per me un’esperienza eccezionale  e sorprendente, anche dopo tante volte.

Nell’estate 1977 Giorgio divenne comandante di DC9. Questo è un aereo di medio raggio. Non venne piú a Boston per un bel po’. Ero contento per il suo passaggio, che celebrammo con una gran cena al Cerro di Caprese. Mi dispiaceva che non sarebbe più venuto e non solo mi sarebbero mancate le nostre lunghe chiacchierate, i pettegolezzi del Borgo ma anche le pagnotte di pane. A parte tutte le volte che ci siamo rivisti al Borgo o ad Ostia venne spesso a trovarmi come turista con la  Paola, Corrado e la Sara.

Quando divenne comandante del L1011, all’inizio degli anni ’90,  ricominciò a volare su Boston ma io non c’ero piú,  lavoravo a New York. Niente piú pane. Ricordo una bellissima calda mattina dell’estate del ’94, ero ritornato proprio per star con lui, quando andammo assieme in un battello a vedere le balene sull’Atlantico, al largo di Gloucester.

Una sera ai primi di dicembre di quello stesso anno, mi trovavo di passaggio per Roma, andammo a cena assieme come avevamo fatto tante volte, sarei partito per Boston il giorno dopo, e quella fu l’ultima volta che vidi Giorgio, un fratello piú che un amico.

Mi manca, son triste.

 

15 gennaio 2010, Marblehead, MA USA                                                                                        

I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete! Fausto Braganti      

 

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

Una Risposta to “066 M’Arcordo… del pēne del Borgo e… de Giorgio.”

  1. Leonardo Carloni Says:

    Caro Fausto, e pensare che quando arrivai a Sansepolcro, a metà degli anni cinquanta, quel pane senza sale non mi piaceva…ho poi imparato ad apprezzarlo, si sposava benissimo con il saporito prosciutto della Val Tiberina e del Casentino, per non parlare dei sanbudelli! A proposito di pane cotto a legna, qui a Firenze non esiste praticamente più, anche se i panettieri pretendono di vendertelo.. il pane cotto a legna è un programma del forno elettrico! Che fa del suo meglio, ma non è la stessa cosa. Per fortuna che qui, in Piazza S.Spirito, la terza settimana del mese, c’è una specie di kermesse di panificatori privati, gente che fa il pane in casa, come pure un sacco di dolci, il pecorino, addirittura il taleggio e caprini vari..alcuni vengono dalle campagne portando delle melicchie saporitissime, e tutto questo ti costa un ballino, ma ne vale la pena.

    Leonardo

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