067 M’arcordo (inglese) … quando mi son fatto gli spaghetti alla carbonara.

 ’ na volta l’omini ‘n cucinavano, a meno che non facivano i cochi, ma questo ’n conta. 

E credo che fosse la mamma che diceva:

“Se’l tu’ babbo e ‘l tu nonno armangon soli, moion de fame.” (la mamma parlava ‘n pochino ‘n borghese, ma n’avrebbe mai detto fēme, questo per lei sarebbe stato  troppo plebeo, c’era classismo anche nel parlar Borghese).

Ed era vero, non sapevano neanche fare ‘n ovo al tegamino. Da sempre, da generazioni, doveva esser scritto nel loro patrimonio genetico, contavano sul fatto che ci sarebbe stato sempre una donna, nel piú dei casi era prima la mamma e poi la moglie, che avrebbe avuto la responsabilitá di preparare i pasti per loro. Io almeno ‘n ovo al tegamino lo sapevo fare. ‘n’avevo fatti tanti quando stavo in Borgo Pinti, a Firenze.

In casa s’arcontava la storia del giorno quando nacque ‘l nonno Barbino. La bisnonna Celeste Pettinari, incinta col primo figlio, era rimasta a casa, mentre il bisnonno Angiolo con i suoi fratelli era andato a lavorare in dei campi lontani da casa. Dopo poco le cominciarono le doglie e da sola, senza aiuto di nessuno, partorì un bel bambino. Fui lei stessa che gli legò l’ombelico. Esausta, sporca rimase a letto di sicuro felice del figlio appena nato. A sera artornarono gli omini. Immagino la sorpresa del bisnonno nel trovare ‘l cittino appena nato. Sará stato felice ed orgoglioso e non solo per il bambino ma anche per quello che Celeste aveva fatto. Ma poi gli uomini si guardarono, avevano fame e la cena non era pronta. La cronaca degli eventi non é stata tramandata con chiarezza, ma sembra che le fu portata la spienatoia, la farina e l’acqua e lei fece la pasta a letto. E quella sera, gran passo in avanti nell’evoluzione, l’omini bollirono l’acqua. Ma sará vera ‘sta storia? Non lo so’. Voglio sperare di si, almeno per confermare quello che é di certo indicativo dei costumi del tempo.

Dettaglio: alcuni giorni dopo, ma forse passarono mesi, Angiolo si presentò davanti al segretario comunale “…e dichiara d’essergli nato un bambino di sesso maschile…  dalla di lui unione illegittima con Celeste Giuseppa Pettinari … con lui convivente nella casa di sua abitazione …al Gioiello di Trevine…” Questo é scritto nel libro delle nascite 1874 #81, del comune del Monte Santa Maria Tiberina, a quel tempo in provincia d’Arezzo. Poi anni dopo si sposarono in comune ad Anghiari.

La vita di Celeste ed Angiolo era certo dura, lavoravano da mattina a sera ed ognuno sapeva quello che doveva fare, per tradizione ma oserei dire anche per istinto.

Ed io nel mio piccolo, o almeno nella mia famiglia, mi sono preso la  responsabilitá di rompere una tradizione che forse era ininterrotta da centinaia di generazioni:    

mi son fatto un piatto di spaghetti alla carbonara. Tranquillizzatevi, non come quelli nella fotografia. Un po’ di pazienza, poi capirete perché.

Fino verso i dieci anni sono stato “boccuccia”, non mi piaceva niente. Ho fatto immattire tutti, ogni posto diveniva una battaglia per convincermi ad aprir la bocca. Poi all’improvviso tutto cambiò e cominciai a mangiare un po’ tutto. Ma una cosa rimase la stessa: mangiavo quello che qualcuno aveva preparato e cucinato. Davo il tutto per scontato e non ci avevo neanche mai fatto caso. Quando mangiavo a casa era tutto preparato dalla mamma, e come ho giá detto se si andava al ristorante si cercava sempre quello che preparava i pasti come fossimo a casa, e come tale veniva giudicati.

Quando andai a Firenze all’universitá le cose cambiarono, diciamo che i miei orizzonti si allargarono, ma poi mica di tanto. E con l’eccezione di qualche uovo al tegamino, che poi ripensandoci quasi sempre lo preparava ll mio compagno di camera. Ai quei tempi andavo alla mensa di Via San Gallo o in certe trattorie economiche, con i prezzi ragionevoli. Poi ogni tanto c’era una ventata di benessere. Quando ‘l Sor Gino, ‘l babbo de Paolo, veniva a Prato a fare gli acquisti poi si fermava a pranzo a Firenze ed invitava noi poveri studenti. Allora s’andava a mangiare sul serio. Quando apri il ristorante cinese in Via dei Servi, non ci andammo mai, non eravamo ancora avventurosi abbastanza.

Quando poi veniva l’estate viaggiavo molto per l’Europa facendo l’autostop. Allora dovevo mangiare un po’ di tutto, per sopravvivere: tanta frutta comprata al mercato, pane e salame. In Germaniac’era una gran varietá di affettati. I pasti, le minestre di semolino degli ostelli non erano esperienze memorabili, come la carne di renna in Svezia, che assomigliava alla suola delle scarpe, anche se queste l’avevo mai assaggiate.

Nell’estate del ’68 faci in viaggio in macchina, la mia FIAT850 rossa, con Massimo. La prima intenzione era quella d’andare a Parigi, ma noi arrivammo tardi per la rivoluzione, per colpa mia. Diciamo che mi distrassi per la via cercando di ritrovare una ragazza olandese, ma questa é di sicuro ’n’altra storia. Partimmo con un fornellino a gas, uno di quelli da campaggio, una pentola e tanti spaghetti Buitoni 72. Ci fermavamo lungo la strada, nei parcheggi e come fossimo degli zingheri e ci mettavamo a cuocere la pasta che mangiavamo poi con un po’ di burro e di formaggio. 

In autunno andai a Londra ed anche qui cominciai la tradizionale routine d’andare al ristorante per pranzo e per cena. L’importante era non spendere troppo. Fu allora che scoprii che c’erano altre cucine: cinese, indiana con variazioni a seconda le zone, afgane ecc. Vicino a casa avevo scoperto una specie di rosticceria d’un greco cipriota, e tutto era molto economico. La cucina inglese non é mai stata famosa, ma i pubs per pranzo offrivano delle pietanze interessanti. Mi piaceva molto la steak and kidney pie and with a pint of bitter mi riempivo fino a cena.

E cosi passai un paio di mesi, e l’uniche buone cene erano quelle offerte dal direttore. Ci invitava ad andare alla Piccola Napoli a Soho o a qualche Angus Steak House a mangiare un bisteccone.

Poi un sabato mattina, presto, abitavo allora con Carlo in Westbourne Park Road, dalle parti di Portobello Road, mi svegliai con una gran fame. Ma ebbi subito la sensazione che quella non era una fame che avrei potuto soddisfare con un té e due fette di pane in cassetta con la marmellata.

Ero ancora a letto e con gli occhi aperti sognai subito un gran piatto di spaghetti alla carbonara. E pensare che io non l’avevo mai preparati, ma l’avevo visto fare, pensai che non sarebbe stato difficile. Feci un breve bilancio di quello che abbisognavo e non lontano da casa c’era un gran negozio d’alimentari e gli iingredienti di cui avevo bisogno sarebbero stati facili da trovare. E cosi fu.

Dopo circa mezz’ora ero di ritorno con tutto il necessario, spaghetti, bacon, uova e formaggio. Quest’ultimo era l’unico problema, nel contenitore di plastica c’era scritto parmigiano, ma assomigliava piuttosto alla segatura.

Dopo circa venti minuti, penso che non fossero ancora le nove, ero seduto al tavolo di cucina con un fumante piatto di spaghetti alla carbonara, e dato che nella vita tutto é relativo alle circostanze, quelli furono i favolosi. M’ero arcordato bene tutti i passaggi!

Quella fu la mia pietra miliare, li feci altre volte, ma per non molto. Cambiai casa ed andai ad abitare in una pensione in Collegham Road dalle parti di Earls Court, e non avevo piú una cucina dove esibire il mio modesto repertorio. Ricomincia la routine dei pubs e dei ristoranti a buon prezzo, come Old Kentucky dove con pochi scellini potevo ordinare una frittata al formaggio con le patatine. E proprio in giro in quella zona feci nuove amicizie. Forse vi ricordate, fu allora che incontrai la strega senza capezzoli (45 M’Arcordo…)

https://biturgus.wordpress.com/2009/02/16/45-m%e2%80%99arcordo-inglese%e2%80%a6quando-ho-incontrato-la-strega/

Fra gli amici che feci c’erano molti un po’ ribelli, comunisti della Quarta Internazionale ed hippies, tutti tipici degli anni sessanta. Ed alcuni non mangiavano regolarmente. Io non ero ricco, al contrario, ma in compenso avevo uno stipendio fisso e avevo le camice pulite, perché le portavo in lavanderia. Piú d’una volta mi son trovato ad invitare qualcuno a mangiare con me.

Una sera in un pub incontrai due ragazze svedesi, erano le stereotipiche scandinave: occhi azzurri, capelli lunghi, dritti e biondi, un bel sorriso con la labbra turgide pronte ad esser baciate. Ma queste due avevano un’ulterire caratteristica, erano cicciottelle, anzi erano propeio ciccione, come minimo avrebbero dovuto perdere 10 kili o forse piú. In compenso erano simpatiche ed in fondo non ho mai disdegnato l’abbondanza. Alla fine della serata furono loro a prendere l’iniziativa: mi invitarono a cena. Evento eccezionale, un invito a cena, non era mai successo. Fu così che la sera stabilita, con una bottiglia di vino, mi presentai all’indirizzo che m’avevano dato. Era una tipica casetta tutta bianca con le due colonne alla porta d’ingresso in Portobello Road, non lantano da dove avevo vissuto prima. C’era un solo campanello. Suonai. Un uomo, direi dal volto grigio ed emaciato mi venne ad aprire. E dalla porta aperta uscì un fetore terribile. Vidi che c’erano gatti dappertutto. E l’uomo con un accenno di sorriso, e prima che aprissi bocca, mi disse invitandomi ad entrare.

“They are at the third floor.”

Salii di corsa le scale, trattenendo il respiro. Notai che in ogni piano le porte erano aperte e mi sembrava che in ogni stanza ci fosse un pianoforte ed ovunque gatti, ciottole col mangiare e cassettine per la cacca. Al terzo piano la porta era chiusa e bussai; le svedesi mi accolsero cardialmente. Non avevano un cavatappi, e risolsi la situazione spingendo il tappo entro la bottiglia. Non avevano bicchieri, ma solo due tazze. Cominciammo a bere il vino a turni. La sera di quasi estate era piacevole ed il sole al tramonto inondava la stanza di luce. Adesso le potevo osservar meglio, erano grassoccie si, ma niente male, diciamo che la loro bellezze gontava un po’ da tutte le parti. “Bone” forse non era il termine giusto, forse in questo caso avrei dovuto dire “BBone”! Mi guardai intorno e potevo vedere un cucinotto con  fornello e lavandino, ma non mi sembrava che ci fosse nulla che facesse pensare alla cena. Finimmo il vino. Allora tirarono fuori una bottiglia di latte, da bere nelle stesse due tazze. Ancora mi domandavo quando avremmo mangiato. Alla fibe aprirono un armadio ed ecco la cena giá pronta: biscotti. L’armadio era pieno di scatole di biscotti, biscotti di tutti i tipi. Allora mi offrirono la scelta delle portate che preferivo. Era una specie di self service. Quelli al burro per primo, seguiti da quelli ripieni di marmellata e per finire quelli ricoprti di cioccolata? Forse il mio amico Paolo, famoso golosone, al liceo soprannominato Pavesino, sarebbe stato contento. Io ero solo sconcertato. Se avevo avuto delle vaghe speranze d’una duplice avventura a questo punto erano sparite, volatizzate. Mi coffessarono poi che lavoravano in una fabbrica di biscotti e che questo era il loro bottino. Ogni giorno rubacchiavano qualche scatole e questa era la loro alimentazione. Ecco come loro aveva risolto il problema del cucinere. Non m’arcordo come finì la serata, ma so di certo che non successe nulla di quello che avevo sperato: di farmene due assieme e considerando le dimensioni forse potevano contare per tre.

Avrei dovuto aspettare una 15na d’anni prima d’incontrare un’amica di Gothenburg che mi preparasse una deliziosa Janssons frestelse, quella che io ribattezai la lasagna svedese.

 

Earl’s Court Station

Nella continua ricerca di ristoranti economici dalle parti di Earls Court Road avevo scoperto un posto che mi sembra si chiamasse The European Restaurant. Nel menu c’era un po’ di tutto, anche se poi era sopratutto tedesco. Offrivano anche spaghetti alla carbonara e con mia gran sorpresa scoprii che non erano affatto male. A quel tempo insegnavo tre volte alla settimana delle classi serali che finivano alle nove di sera. Prendevo poi the Tube per andare ad Earl’s Court. Ero di solito stanco e spesso in treno giá sognavo un bel piatto di spaghetti, seguito poi da a pint of bitter al Prince of Teck, il pub vicino, quasi la porta accanto.

Una sera andai ed ordinai il solito e mentre aspettavo ascoltavo il solito vecchio che suonava non bene con una piccola fisarmonica della tipica musica da birreria tedesca. Ed aspettavo, il cameriere venne un paio di volte scusandosi per il ritardo, e proprio quasi quando ero pronto ad andarmene comparve con la mia pasta. Immaginate la mia sorpresa: un piatto di spaghetti con un uovo all’occhio di bue, che mi guardava, e due fette di bacon come contorno.  Prima di scrivere ‘sto M’arcordo ho ricostruito l’evento, ecco la fotografia all’inizio della storia.

“What’s this?”

“Spaghetti carbonara, sir!”

Dopo avergli spiegato che gli ingredienti erano quelli e che però non erano messi nella maniera giusta, feci il gesto d’alzarmi. M’era passato l’appetito. Mi chiese di rimanere solo un po’ e sparì verso la cucina. Dopo poco comparve il cuoco, un indiano, che con uno sguardo imbarazzato e con voce sommessa mi chiese se sapessi cucinare  gli spaghetti alla carbonara. Gli risposi di si. Al che mi chiese, quasi sembrava implorarmi, di seguirlo in cucina per insegnargli come si facevano. Il cuoco precedente se n’era andato all’improvviso, e quella era la sua prima sera. Aveva trovato una ricetta, un pezzo di carta con gli ingredienti della carbonara, ma nessuna spiegazione di cosa fare.

E quella fu la sera che feci il cuoco in un ristorante per poi mangiare quello che avevo preparato. Importante, non pagai il conto. In ogni modo non ci tornai più.

Col tempo, con la distanza dal Borgo, con la nostalgia di certe pietanze che non trovavo, ho imparato un po’ a cucinare. La motivazione è stata semplice, avevo capito che se me veniva la voglia di qualche cosa di speciale, a meno che non me la facessi da me, non me l’avrebbe fatta nessuno.

 

20 gennaio 2010, Marblehead, MA USA                                                                                         

I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete! Fausto Braganti      

 

 

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

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