069c M’Arcordo…quando dormivo ’n cucina e la rivoluzione mancata.

Come ho giá detto alla fine dell’ultimo M’Arcordo… quel pomeriggio della Grande Fumata, alla fine di gennaio, fu la fine d’un’epoca. E come spesso accade solo piú tardi mi accorsi che quello era stato un momento di passaggio.

Infatti dopo un paio di giorno per me cominciò il ’68, quello di cui si é poi tanto parlato e scritto. 

Non intendo valutare il merito politico e tanto meno il valore e le consequenze delle rivendicazioni studentesche; queste saranno solo il sottofondo delle mie vicende personali, quando ancora dormivo in cucina al 36 di Via dei Servi a Firenze. Li ci stavo proprio bene, in particolare quando smontavo la maniglia. Voglio anche precisere che, anche se non sembra, studiavo.

Ma prima debbo fare un passo indietro. Dove ero politicamente in quel periodo? Da dove venivo?

Questo é un discorso complesso e sono incerto da dove cominciare ed anche dei dubbi se sia corretto farlo. Forse mi aiutará a capire me stesso.  Ripensandoci, e con la prospettiva del tempo, credo che in fondo ero solo confuso, pieno di luoghi comuni e spesso contraddicenti e forse lo sono ancora.

Ero cresciuto in una famiglia dove il babbo era stato fascista, ma forse era stato solo un conformista, che stava dalla parte del piú forte. Da vecchio aveva avuto dei ripensamenti ed era deluso di questo suo passato, si consolava col dire che lui non aveva mai fatto male a nessuno. Il nonno Barbino era stato antifascista, ma forse solo per spirito della contradizione e non per sicure convinzioni politiche. Era impordonabile il fatto che Mussolini avesse fatto pace col papa. L’altro nonno socialista era morto troppo, me lo ricordo appena. Dalle storie del babbo avevo creduto che possedere colonie ed aver creato un impero era stato un evento glorioso. Nel mappamondo di latta che mi aveva regalato l’Africa era come una torta divisa fra il rosa degli inglesi e l’azzurrino dei francesi, mentre il giallo degli  italiani era solo un ricordo. Direi che avevo una visione politica da impero romano, che mi faceva sognare eroiche avventure in terre lontane e misteriose. Credevo ancora che questo sarebbe stato possibile solo nelle colonie, ma in tutto questo c’era tanta amarezza, io da grande non ci sarei potuto andare, noi le avevamo perdute, come se fosse stata una partita a scopa. Queste fantasie salgariane di gloria, di conquista d’imperi e di donne bellissime e misteriose mi aveva spinto verso un forte nazionalismo. Per fortuna non durò molto, e Spartaco divenne un eroe.

Ai tempi della seconda o terza liceo le mie prospettive cambiarono, mi resi conto dei limiti e della mediocrità di quello in cui credevo. Diciamo che avevo travato la mia luce. Le mie simpatie verso tutto il movimento risorgimentale aveva preso il sopravvento e da questo avevo imparato ad ammirare il repubblicano Mazzini. Quando vennero l’elezioni del ’63 e per la prima volta andai alle urne, votai Repubblicano, cosa che feci anche in seguito.

Poi andai all’universitá, al Cesare Alfieri (Scienze Politiche a Firenze) studiai molto e lessi tanto. Da un profondo studio della Rivoluzione Francese divenni sempre piú Giacobina. Lo ammetto: non era facile giustificare la mia non così segreta ammirazione per Robespierre. Credo d’essere stato uno dei pochi. Poi cominciai a studiare seriamente Marx e se ancora ho un grande rispetto per il suo pensiero, non ho mai potuto accettare il dogmatismo religioso dei vari partiti comunisti e tanto meno il totalitarismo sovietico. Diciamo che son diventato e son rimasto un uomo di sinistra: a liberal left winger. Ero e sono troppo individualista per iscrivermi ad un partito.

In inglese c’é anche un termine che mi avrebbe ben identificato: fellow traveller. Sono uno che va dietro, che segue un po’ da lontano, che si coinvolge ma vuol mantenere la sua indipendenza. Debbo anche riconoscere, e ci ho messo del tempo per capirlo, che la lettura di George Orwell ha avuto una grande influenza sul mio modo di pensare. Proprio lui mi ha fatto capire che alla fine non ho la stoffa del rivoluzionario; mi debbo accontentare d’essere un ribelle, un piccolo ribelle di provincia. Un piccolo ribelle con vaghi sogni socio-anarchici e sopratutto individualisti.  Credo ancora che gli uomini siano buoni prima d’esser cattivi ed ha sperato, e lo continua ancora a fare, in tempi migliori. Son rimaste sempre ostile, molto ostile a tutte le religioni organizzate.

Ma torniamo a Firenze, questo discorso é stato piú lungo del previsto.

Proprio alla fine di gennaio ci fu una una prima grande dimostrazione studentesca. Forse fu una manifestazione di solidarietá con gli studenti torinesi e con quelli della Sapienza di Pisa, ma non m’arcordo. Il gran corteo dopo aver sfilato pacificamente per le strade del centro si concluse e si disperse in Piazza San Marco. Con Paolo mi avviai verso la mensa, era l’ora di pranzo. Eravamo appena arrivati alla porta di  Sant’Apollonia in Via San Gallo, quando trafelati ci raggiunsero alcuni studenti che venivano di corsa da Piazza San Marco.

“La polizia ha caricato, ha caricato gli ultimi ch’erano rimasti, mentre ci stavano allontanando. Hanno picchiato con i calci dei fucili… Ci sono feriti….”

E noi come tanti altri siamo ritornati sui nostri passi, di corsa. É stato un momento di gran confusione con gente che correva da tutte le parti. M’arcordo che Paolo gridava ed imprecava come un pazzo ma neanche io capivo cosa dicesse. All’angolo di Via degli Arazzieri con Via Cavour ci siam fermati. La polizia era tutta raggruppata dall’altro lato della piazza, verso la loggia dell’Accademia. C’era chi gridava, ma non si capiva chi fosse. Proprio in quel momento arrivò traballante una ragazza dai capelli rossi, la conoscevo di vista, sanguinava dalla testa e piangeva. L’abbiamo sorretta e poi ci é sfuggita di mano ed é caduta per terra. e con l’aiuto di altri l’abbiamo sollevata e trasportata fino alla mensa. Continuava a piangere, ma piano piano, e borbottava ed abbiamo poi capito che l’avavano colpita con violenza nella schiena con il calcio d’un fucile. Cadendo aveva sbattuto la testa e per questo sanguinava. L’abbiamo sdraita per terra nell’atrio della mensa quando é arrivata la Misericordia, che qualcuno aveva chiamato. Non l’ho mai piú rivista, non so cosa le sia poi successo.

Il pomeriggio fu pieno di fermento, riunioni, assemblee, discorsi e tanta demagogia. I rappresentanti di tutte le sfumature politiche della sinistra sembravano volor monopolizzare il momento. Fu decisa una grande dimostrazione di protesta per il giorno dopo.

Non m’arcordo dove ci siamo radunati o da davo abbiamo iniziato la marcia, ma ricordo che ci fu un grand’afflusso di gente, una vera fiumana. Si unirono a noi anche  molti studenti liceali, forse per alcuni fu solo una scusa per non andare a scuola. Non m’arcordo, ma son quasi sicuro che non ci furono rappresentati sindacali.  Fu una manifestazione pacifica, che si concluse sotto le finestre della prefettura, a Palazzo Medici-Riccardi. Non vidi nessun poliziotto. Mi sembra che fu allora che arrivò la notizia delle dimissioni del rettore prof. Devoto come protesta per il violento e non necessario intervento della polizia.

Cominciarono le occupazioni delle facoltá, credo che quelli di Architettura furoni i primi. Subito dopo anche il Cesare Alfieri (Scienze Politiche) di Via Laura fu occupato.Cominciarono le assemblee con discorsi senza fine, con rivendicazioni che avrebbero dovuto far tabula rasa di tutto il passato. Fu il trionfo dei sogni, forse si sperava di non svegliarsi. Ogni gruppo cercava di prendere il sopravvento sugli altri. C’erano tutti, comunisti, PSIUPpini,  marxisti-leninisti, anarchici, domocristiani di sinistra, e tanti come me, ovvero senza avere delle idee precise, o meglio senza la sicurezza dogmatica di quelli che avevano trovato una fede.

L’Oriente e’ Rosso

Anch’ io divenni un occupante, senza però aggregarmi a nessun gruppo. Ero solo parte della truppa, a modo mio stavo a guardare, come ho detto prima, ero a fellow-traveller, un testimone attivo. M’arcordo una sera ci ritrovammo, mi sembra che fosse in un’aula del Magistero, dove l’avv. Gracci aveva organizzato la visione del film cinese “L’Oriente é Rosso”. Ci portai una ragazza americana, siamo ai tempi della guerra in Viet-Nam. Anche lei, come altri suoi connazionali, era contro la guerra. Quando vide un altro americano dai capelli cortissimi divenne nervosa, era certa che quello fosse una spia della CIA e se ne andò. Era un film senza fine ed anche noiso. La coreografia epica ed allo stesso tempo naive del balletto che interpetrava la rivoluzione cinese e la gloriosa vittoria sotto la guida di  Mao era destinato alle masse cinesi. Uscendo ci fu un gruppo di studenti, stimolati dalla conclusione del film, che si mise a cantare L’Internazionale lungo via Tornabuoni, ed io mi unii a loro.

http://www.youtube.com/watch?v=rffLLliKz9I&feature=related

La novitá fu che per un certo periodo non dormii in cucina, ma in un divano di pelle della sala dei professori. C’era gente che dormiva un po’ dappertutto. Qualcuno aveva portato delle brande, di quelle da caserma. L’odore di tanta gente che non faceva spesso la doccia permeava l’ambiente. Poi c’era un  problema tecnico: la mancanza di cart’igenica. Con l’occupazione erano spariti non solo i professori ma anche i bidelli, quelli che ogni mattina pulivano e rifornivano i bagni di tutto il necessario.

Nina veniva a trovarmi e nella notte mentre gli altri dormivano s’andava ad esplorare i vari uffici. M’arcordo il gran tavolo della sala del consiglio di facoltá.

Una notte, saranno state forse le due o le tre, Giovanni, uno dei miei compagni dell’appartamente, mi ritrovò nel buio. Mi scosse:

“Fausto, Fausto, svegliati! Sei razzista?”

“Cosa? Ma cosa vuoi?”

“Dimmi, ti prego, sei razzista?”

Ed io mezzo addormentato balbettai:

“Ma perché? No, non sono razzista.”

“Oh bene, sai, c’é un negro ubriaco che dorme nel tuo letto.”

Allora mi sono svegliato per davvero.

“Cosa? Ma perché? Ma chi ce l’ha portato?”

“Io. Ce l’ho portato io.”

“E perché non lo hai messo nel tuo letto?”

“Perché li ci dormo io, ed il tuo era vuoto.”

Logico!

Giovanni voleva minimizzare, dicendomi che mi avrebbe spiegato tutto l’indomani, ma insistetti, volevo sapere. In poche parole Giovanni aveva incontrato questo studente non lontano da casa nostra. Era già abbastanza ubriaco. Hanno cominciato a liticare e neanche lui sapeva perché. Quando questo ha cercato di dargli un cazzotto lui é stato piú rapido e l’ha colpito prima. Il negro é caduto per terra. Giovanni non lo poteva lasciare sul selciato, l’ha sollevato e non sapendo cosa fare ha avuto la bell’idea di portarselo a casa, che in verità era dietro l’angolo. Giunto all’appartamento la mia camera-cucina era vacante e ha pensato bene di buttarlo sul mio letto. Poi é andato a dormire anche lui. Però non ci riusciva, ha cominciato ad aver dubbi sul come avrei reagito al tutto. Così mi venne a cercare in facoltà per chiarire il suo dubbio.

Per me il problema non era il fatto che fosse negro, ma piuttosto che fosse ubriaco. Ma non feci nulla, rimandai il tutto al mattino, infatti cosa avrei potuto fare? Ritornare a casa e buttarlo giú dal letto?

Quando al mattino ritornai all’appartamento e notai subito qualche cosa di strano, per terra nel cortiletto interno c’erano dei libri tutti sfasciati e delle camicie. Quando presi in mano un volume di Diritto Privato riconobbi subito ch’era il mio e quelle erano le mie camicie! Corsi su al terzo piano per vedere quello che stava succedendo. Trovai Giovanni ed altri che cercavano di calmare il “mio” ospite non invitato. Questi si era svegliato da poco, di certo con un gran mal di testa, confuso di trovarsi in un letto in una cucina e non riusciendo a capire dove fosse. E così infuriato aveva cominciato ad urlare e gettare tutto quello che trovava dalla finestra, e guarda caso … era tutto roba mia, libri, dispense e vestiti. Lo riconobbi.  Si era calmato e cercava di minimizzare l’accaduto. Andammo tutti a raccogliere la mia roba sparpagliata, per fortuna il cortile era piccolo e non andò perso nulla. Nei giorni a venire, quando incontravo il negro questi faceva finta di non vedermi o di riconoscermi.

Quando tre settimane fa ho riincontarto Giovanni dopo tanti anni credo che una delle prime cose che gli ho ricordato é stato l’episodio del negro ubriaco che dormiva nel mio letto in cucina.

L’occupazione della nostra facoltà non durò molto. Non avevamo la stoffa dei rivoluzionari permanenti. Ricominciarono le lezioni e proprio quella primavera diedi i miei due ultimi esami. Invece quelli di Architettura, incluso il nostro compagno d’appartamento Mario, rimasero sulla breccia molto piú a lungo. Seguimmo le rivolte ed occupazioni nelle altre città, gli scontri a Valle Giulia a Roma riacceso gli animi, ma con non grande consequenze.

Un giorno di primavera ritornando a casa trovai che c’era un caldo terribile.

“Aiutami!” mi ordinò Mario tutto frenetico, che gettava pacchi di carte nella stufa di ghisa che era proprio accanto all’ingresso.

“Ma che fai?”

“Dobbiamo bruciar tutto, la polizia sta facendo delle retate. Questo é tutto materiale compromettente.”

“Ma dov’erano tutte queste carte?”

“Sotto il mio letto!”

E così dopo una gran sudata il tutto andò in fumo e la polizia non venne mai al 36 di Via dei Servi.

Poliziotti in Via Tornabuoni, a protezione del consolato francese

Poi arrivò maggio e da lontano seguimmo Parigi in fiamme e ci fu una dimostrazione di solidarietà contro il consolato francese in Via Tornabuoni, ma lalla fine credo che ci fossero piú poliziotti che studenti e noi tornammo a casa.

Con Paolo piú d’una volta si pensò di partire, avevamo un’amica che stava a Parigi, era figlia di Borghesi, e sapevamo essere molto attiva all’Odeon e sulle barricate. Ma continuavamo a rimandare e alla fine coraggiosamente rimanemmo a casa ed andammo alla Festa delle Matricole, l’ultima. Io facevo lo scozzese a tre gambe.           

Io a Parigi ci arrivai ad agosto … ero in ritardo, m’ero perso per la via con una scatola piena di foglie di magnolia secche… ma questa é un’altra storia.

A Londra ci arrivai a metá settembre… e ci armasi. 

15 marzo 2010, Marblehead, MA USA                                                                                

I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria,saranno apprezzati. In questa storia ci possone essere errori nella cronologia degli eventi.

Fausto Braganti        

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

2 Risposte to “069c M’Arcordo…quando dormivo ’n cucina e la rivoluzione mancata.”

  1. giorgio naldi Says:

    fellow traveller .sono uno che ama osservare la “commedia umana ” da lontano , per cercare di capire :…….mi ci riconosco .

    • biturgus Says:

      Yes Giorgio, my fellow traveller,
      (vedo che hai usato lo spelling inglese con la doppia “l”, mentre gli americani lo scriverebbero con una sola). Questa è un termine non molto usato di questi tempi e scommetto che molti giovani non sanno neanche cosa voglia dire. Credo che sia entrato in uso ai tempi della guerra di Spagna.
      Ma io lo capisco, lo capisco benissimo, perchè proprio come te anch’io sono solo un testimone di quella che tu ben definisci “questa commedia umana.”
      Con questa tua semplice frase hai in fondo sintetizzato tutte le mia quattrocento pagine di M’Arcordo… io ho solo raccolto un po’ di dettagli, e qualche volta mi ci son perso, son diventato prolisso ed mi son ripetuto.
      Forse ci sono stati momenti in cui avrei voluto essere stato un protagonista ma poi alla fine sono stato solo un testimone.
      Da qualche parte Eric Blair (Geoge Orwell) scrive che non potrà mai essere un rivoluzionario, e deve accontentare d’essere solo un ribelle. Io non sono stato neanche quello: di nuovo sono rimasto solo un testimone. Dev’esser questa la ragione del mio interesse nella fotografia: ovvero avere l’illusione di fermare il tempo.
      Ti mando un link del mio blog fotografico, che trascuro da mesi, con un esempio d’una mia “testimonianza”

      http://1dailyphoto.wordpress.com/2010/07/07/013-1970-05-09-london-vanessa-redgrave/

      I miei M’Arcordo… sono proprio una collezione di quelle testimonianze. Temo che certe volte si son trasformati in una specie di confessioni, correndo il rischio d’esser noioso come Sant’Agostino o egocentrico come Rousseau. E questo è certo superpresuntuoso di paragonarmi ai due, ecco un’altra illusione d’esser un protagonista! Quest’illusione non vuol morire.
      Giorgio, ci riconosciamo.

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