070a M’Arcordo (inglese)…quando vidi i Beatles … e quando mi trovai a cena con un Rolling Stone.

Alora, all’inizio dell’estate del ’65, non ebbi nessun dubbio sul da farsi. L’estate dell’anno prima avevo girellato per quasi due mesi per l’Europa, ’sta volta mi sarei concentrato in un solo posto: Londra. Da mesi programmavo questo viaggio. Mi sembrava che tutti quelli che non c’erano giá stati si stavano preparando per andarci.

“Che fai ‘st’estate?”

“Vado a Londra!” Era la prevedebile risposta. Ci dovevo andare anch’io. Infatti la prima sera che arrivai a Piccadilly Circus, scendendo dall’autobus, mi sentii chiamare per nome. Era Carlo, uno che studiava con me al Cesare Alfieri.

Per noi giovani di quel tempo sembrava che Londra fosse la capitale del mondo.  Londra dava l’idea d’una grande libertá, per tanti di quelli che oggi sono in pensione o quasi e che allora avevano scoperto i Beatles. I Rolling Stone non erano ancora arrivati.

Diciamo che parlicchiavo l’inglese, ed ero sicuro che se fossi rimasto un paio di mesi in Inghilterra l’avrei imparato bene, che illuso!

Quell’anno m’ero messo a studiare per davvero, avevo dato sette esami in sei mesi, sembravo proprio ch’avessi preso il via. Quella vacanza era la mia ricompensa.

Dovetti rimandare la partenza d’un paio di settimane perché all’inizio di luglio fui chiamato per la visita di selezione. I miei erano giá partiti per Rivazzurra di Rimini e la mamma si era quasi rassegnata all’idea che io non sarei andato piú con loro. Quella fu l’inizio e la fine della mia carriera militare: tre giorni alla Caserma Cavalli, quella fuori Porta San Frediano a Firenze. Non m’arcordo molto eccetto il gran caldo e la puzza del sudore degli altri, di certo gli altri avranno detto la stessa cosa del mio. Al terzo giorno fu deciso che avrei difeso la patria dall’alto delle montagne e fui messo negli alpini e congedato temporaneamente con l’appuntamento di rivederci a marzo dell’anno dopo. Ma questa é ’n’altra storia.

Salutai appassionatamente R.. Mi sarebbe di certo mancata, anche se speravo in tanti nuovi incontri. Lei si consolò subito della mia partenza, ma questo lo seppi molto tempo dopo.

Al mercato di San Lorenzo comprai un vecchio zaino verde, surplus di chissá quale esercito ed ero pronto alla nuova grande avventura.

La mi’ mamma, anche se ormai ero diventato un provetto autostoppista, era nervosa, agitata e preoccupata, ‘l mi’ babbo al contrario era incoraggiante e penso che c’era un po’ d’invidia da parte sua per quello che facevo e che lui non aveva mai fatto.

Fu proprio il babbo ad aiutarmi con il mio primo passaggio. A Rivazzurra aveva conosciuto due autisti d’autobus belgi che facevano servizio da Rimini ad Ostenda con dei carichi di turisti inglesi. Un sabato mattina, facendo il beffardo gesto col pollice come chiedessi un passaggio, salii sull’autobus. Dopo circa 30 ore, traversato quattro o cinque frontiere, ero sul molo ad Ostenda a scaricare una gran motagna di valigie. Di certo non pensai che tre anni dopo sarei artornato proprio sul quel molo per incontrare la tedesca dai capelli rossi e passare un week-end con lei; ve l’ho arcontato in un altro M’Arcordo.

 https://biturgus.wordpress.com/2009/01/09/41a-m%e2%80%99arcordo-anglo-belgaun-weekend-ad-ostenda/ ).

Nel primo pomeriggio presi un ferry per Dover. Era una vecchia nave un po’ rugginosa e sgangherata, che puzzava tanto di petrolio. Mi sembra che fosse belga ed in cima ad una scala notai una placca che commemorava e ringraziava il suo eroico equipaggio che, nell’estate del 1940, aveva aiutato a rimpatriare le truppe inglese dopo il disastro di Dunquerke.

La Manica era calmissima, almeno all’inizio. Non avevo grandi esperienze di navigazione: lo stretto di Messina, quello fra la Danimarca e la Svezia ed un viaggio lungo il Reno da Rüdesheim a Koblenz. Il viaggio fu di circa 4 ore e quando ci avvicinammo alla costa inglese, proprio quando cominciai a vedere la bianche scogliere di Dover, il mio stomaco cominciò ad agitarsi e, come in quasi tutte le varie traversate successive, vomitai. Fu la conferma che geneticamnte ero stato programmato ragazzo di campagna e non di mare: mi sarei dovuto accontentare dell’Afra e del Tevere.

Lo sbarco a Dover, anche se ero tutto scombussolato, per me fu mitico. Ero in Inghilterra! La signora Monti, mia professoressa d’Inglese, sarebbe stata orgogliosa di me. Con tutto l’afflusso di giovani che a quei tempi cominciavano a farsi crescere barbe e capelli, i controlli d’immigrazioni erano diventati duri per un barbuto come me. Dopo un interrogatorio da commissariato di polizia, dopo avermi contato i soldi in tasca, mi timbrarono il passaporto ed fui ammesso, ce l’avevo fatta!

Era una bella sera, a piedi raggiunsi l’ostello non lontano, e non m’arcordo d’altro eccetto il gracchiare di tanti gabbiani che volavano alti, a raso delle famose bianche scogliere che dominavano la costa.

Al mattino presto cominciai l’autostop verso Londra. Fu lento e penoso; scoprii che gli inglesi non erano generosi con i giovani che assomigliavano a guerriglieri cubani. In ogni modo alla fine un signore con una classica vecchia Jaguar verdolina mi portò fino ad un paese alla periferia di Londra. Decisi, anche seguendo i suoi consigli, di prendere un treno e poi la metropolitana.

Nel primo pomeriggio arrivai all’ostello, Holland House ad Holland Park, Kensington, e lo trovai pieno. Mi diedero un pezzettino di carta con l’indirizzo d’un altro ostello in Drury Lane. Feci amicizia con uno studente danese nella mia stessa situazione e in autobus traversammo il centro di Londra.  Mi sistemai al secondo piano sul davanti perché volevo veder tutto, finalmente ero salito in uno di quei famosi bus rossi che avevo visto tante volte nei film.

Sulla porta dell’ostello trovammo un uomo brutto, grasso e pataccoso, seduto su una poltrona sgangherata; ci ha detto che posto c’era, che dovevamo pagar due scellini e che saremmo dovuti ritornare alla 10 e mezza e che alle 11 avrebbe chiuso la porta. Pagammo e dopo aver lasciato gli zaini in uno stanzino, ci avventurammo a piedi alla scoperta di Londra.

A Trafalgar Square sentti delle ragazze che parlavano italiano e mi misi subito a parlar con loro. Sembravano contente d’averci incontrato. Erano appena uscite da una visita della National Gallery.

“É fantastica, che collezioni! Ed é anche gratis!”

“Gratis?”

Me lo riconfermarono

“Debbo andar a vedere due dipinti, adesso!” annunziai al gruppo “Se mi aspettate faccio presto, poi ci ritornerò con calma.”

Mi guardarono stupite, non mi conoscevano, ma mi dissero che m’avrebbero aspettato.

Sansepolcro nel “Battesimo” di Piero della Francesca

 

Entrai e mi fu facile trovare la sala sulla sinistra dove troneggiavano “Il Battesimo” e “La Nativitá” di Piero della Francesca. Dovevo vederli, erano un pezzetto di Borgo nel cuore di Londra. Fu un momento emozionante.  E proprio li nel Battesimo, fra l’anca destra di Gesu e l’albero, potevo vedere quella che é forse un’immagine del Borgo medioevale. Poi anche nella Nativitá, in alto a destra, s’intravedono delle torri ed un campanile, e forse anche quello é il Borgo. Anni dopo, con i grandi lavori di ampliamento del museo agli inizi degli anni 90, le due opere sono state ricollocate in una sala riservata, tutta per loro. Mi sembra che ci sia solo un altro piccolo quadro di Domenico Veneziano, il maestro di Piero a Firenze.

Ero contento, soddisfatto, come se fossi stato un devoto pellegrino che va al santuario di Lourdes e vede la statua della Madonna per la prima volta. 

Sansepolcro nella Nativita’ di Piero della Francesca

 

Non m’arcordo di molt’altro del nostro vagare con le ragazze, solo che una era sarda. Poi venne l’ora di tornare all’ostello di Drury Lane,  dove abbiamo trovato molti ragazzi di varie nazionalitá, che aspettavano fuori della porta, sulla strada. Quando ci hanno permesso l’accesso e siamo saliti al secondo piano abbiamo scoperto che nelle grandi sale vuote non c’erano letti. La gente si sistemava per terra, piú o meno mettendosi in fila. Non ci potevo credere. Due scellini non era una gran somma, ma in una calda notte d’estate come quella avrei potuto dormire per niente in un panchina lungo il Tamigi.

Notai in uno degli stanzoni un tavolo da biliardo e io ed il mio amico ce lo accaparrammo. E quella fu la mia prima notte a Londra. Dormii in un biliardo con un danese, studente di medicina, che prima di venire a letto, o meglio prima di venire a biliardo, s’era messo il pigiama. Io invece mi tolsi solo le scarpe. L’entusiasmo del mio sbarco s’era vaporizzato. Quello fu uno di quei momenti scoraggianti in cui, mettevo in dubbio le mie scelte. Ma chi me l’avevo fatto fare? Perché non ero andato a Rimini come tanti altri? C’erano tanto ragazze anche li. No, io avevo questo insano desiderio d’avventura, di vedere, di scoprire, per poi finire per dormire in un biliardo durissimo in uno stanzone puzzolente dei piedi di cento persone. Forse ero solo un masochista. Allora mi rattristavo e mi immaliconivo, ma poi sapevo anche che sarebbe passata, ed un giorno tutto questo sarebbe diventato memoria, e proprio questo stesso scritto n’é la conferma.

Al mattino di buon’ora me n’andai, lasciai il mio amico che dormiva. Ritornai prestissimo all’ostello di Holland Park, volevo esser uno dei primi, e trovai il posto, sarei stato tanquillo per tre giorni. Avrei avuto il tempo di trovare una sistemazione. E così fu.

Con un siciliano di nome Salvo trovai una camera in un bed-sitting in Holland Road, una strada che incrociava Kensington High Street, non lontana dall’ostello. Questa divenne poi, tre anni dopo, la zona dove vissi quando andai a lavorare a Londra. Proprio da quelle parti avrei incontrato la strega dal gran seno senza capezzoli, ovvero aveva le tette cieche. https://biturgus.wordpress.com/45-m%e2%80%99arcordo-inglese%e2%80%a6quando-ho-incontrato-la-strega/

Rimasi a Londra per 6 settimane. A scuola d’inglese non ci andai, avevo l’illusione che esistesse un processo d’apprendimento per osmosi: ovvero respirando avrei imparato l’inglese. Ma questo non avvenne. In compenso migliorai molto il mio spagnolo, dovuto al fatto che se non incontarvo un’italiano trovavo certo un sud-americano.

La mia ricerca dell’avventura/e galante non diede frutti, anche perché in fondo ero imbranato e timido. Si ero timido e lo ripeto per quelli che non ci credono. E poi in teoria, molto in teoria, a Londra avevo una ragazza. Infatti mesi prima al Borgo mi avevano presentato una ragazza londinese che era venuta a fare la governante e ad insegnare l’inglese a dei bambini d’una famiglia ricca. Uscivamo la domenica pomeriggio, se tornavo da Firenze. Era inverno e diventava buio presto. Parcheggiavo in qualche strada isolata di campagna o lungo l’argine del Tevere e seduti nei sedili posteriori della mia 850 riuscivamo in pochi minuti ad appannare i vetri della macchina. Io volevo migliorare il mio inglese e lei il suo italiano, ma poi alla fine non si parlava molto. In veritá non mi piaceva molto, ma mi sacrificavo! Casa non si farebbe per imparare?

Dopo la mia sistemazione in Holland Road le telefonai e lei mi invitò per un week-end a casa sua. Abitava con i genitori in una di quelle tipiche piccole casette di mattoni grigi nella periferia a nord di Londra e così andai a trovarla.  Il pomeriggio i genitori ci annunciarono che sarebbe andati a fare i bambinai a casa d’un figlio sposato, e che sarebbero rimasti a dormire da lui: noi saremmo rimasti tutti soli ed indisturbati. Bene, dopo aver cenato ed aver visto un film all tv, io andai a dormire nella camere degli ospiti e lei nella sua. Durante la notte non ci furono visite.

Quante volte ho perso delle ottime occasione, di sicuro tante (penso che forse ci dovrei scrivere un M’Arcordo…). Occasioni perse e solo perché non avevo osato, ed forse perché avevo preferito andare in bianco piuttosto che correre il rischio del rifiuto. Di quella sera o meglio quella notte non ho rimpianti: lei non mi piaceva. Come ho detto altre volte l’atto fisico dello scrivere mi rinfresca la memoria, e a questa non ci avevo arpensato per piú di 40anni. Quello che non mi piaceva di lei era il suo odore, non era sgradevole e certo non era di sporco, ma mi sembrava che sapesse un po’ di stantio, di vecchio. Che strano, credo che lei avesse solo 22 anni. Era come aprire un cassetto di lenzuala pulite, ma che era rimasto chiuso per troppo tempo. L’olfatto é forse il senso piú difficile da descrivere ed é un’esperienza del tutto soggettiva.

Fu interessante vedere come viveva una famiglia inglese di quei tempi. Notai entrando in casa c’era in una cappelliera la bombetta del padre. Lui la portava ancora, di certo quando andava al lavoro nella City. La domenica mattina fui anche sorpreso nel vedere che il giornalaio aveva portato due copie identiche dello stesso giornale, quello grande della domenica. Ognuno del genitori voleva la sua copia. Non potevo immaginare i miei con due copie della Nazione.

Io continuai con le mie esplorazioni delle cittá da solo e qualche volta con Salvo, che spesso preferiva passare le sue giornate a letto con la sua ragazza, un’italiana che era venuta a studiare l’inglese. Lui l’aveva seguita e questa era la sua sola ragione per cui si trovava a Londra.

Fu proprio durante uno di questi giri senza meta, che un pomeriggio, arrivando a Piccadilly Circus, mi trovai nel mezzo ad una marea di gente, quasi tutte ragazzine che berciavano come pazze. Ma cosa succedeva? Scoprii che stavano aspettando l’arrivo dei Beatles. C’era la prima del loro ultimo film “Help”. Anche se la loro musica mi piaceva non mi interessava vederli, e tanto meno in mezzo a quella masnada di gente urlante. Proprio mentre stavo per allontanarmi arrivarono dei poliziotti che con modi fermi cominciarono a ridirigere la folla secondo dei criteri conosciuti solo a loro. Io fui coinvolto in questa manovra e fu così che mi trovai, anche se ero uno degli ultimi arrivati, ad esser proprio in prima fila, dietro una transenna, proprio davanti all’ingresso del cinema. Forse ci furono quelli che dopo aver aspettato per ore si trovarono d’improvviso spostati nel dietro, nell’ultima fila. Non dovetti attender molto, e dopo poco arrivò una mastodontica vecchia Rolls Royce nera, forse la stessa usata nel film, e ne scesero i Beatles. Mi passarono d’avanti a pochi metri. Salutarono la folla e le ragazzine berciarono ancora più forte. C’era da diventar sordi.

Pochi giorni dopo la “mia” ragazza mi telefonò e mi invitò ad andare a vedere Help. Non credo d’aver mai fatto una fila così lunga per comprare i biglietti. Quando le raccontai che li avevo visti fu molto invidiosa. Il film certo non divenne mai famoso per il suo livello artistico o intellettuale, ma la musica mi piaceva.

Se qualcuno preso da incontrollabile curiositá vada a vederlo in

http://video.google.com/videoplay?docid=-2243298924020075723#

ma non dite che non v’avevo avvisato.

29 marzo 2010, Marblehead, MA USA                                                                                        

 I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete!

Fausto Braganti      

ftbraganti@verizon.net 

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

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