074 Jem’rapelle…la premier fois que j’ai avais vue Paris.

Certo ’ncominciare ’n M’Arcordo ’n francese fa effetto. Ma a chi? A nessuno! Anzi qualcuno avrá pensato:  

“ Ma parla e scrivi come t’hanno ’nsento”.  

  Torre Eiffel nel globo magico, dove nevica sempre

Alora la prima volta c’ho visto Parigi ’n’era manco ‘n cartolina: era dentro un piccolo globo de vetro pieno d’acqua e nevicava, nevicava sempre, bastava scuoterlo un po’ ed una vera tormenta avvolgeva la torre Eiffel. Ecco, ’n’era manco Parigi, era la torre Eiffel, ma per me erano la stessa cosa.

Ne ho giá parlato di quando s’andava a veglia ai tempi prima della televisione, ed una delle famiglie che frequentavamo era quella della Maria e Duilio Alessandrini, fornaio e babbo di Doriano. Proprio in casa loro in uno scaffale della vetrina nel soggiorno c’era questo globo magico di vetro. Non so chi mi aveva detto che a Parigi, in Francia, un posto lontano, dove non parlavano italiano, c’era una torre altissimna, 300 metri. Qualcuno c’era stato ed aveva arportato quel globo di vetro. 

Mi permettevano di prenderlo, dopo le più premurose raccomandazioni di stare attento, ed io l’ammiravo e lo scuotevo e quei piccoli fiocchi di neve mi facevano sognare che un giorno l’avrei vista, l’avrei vista per davvero quella torre di ferro altissima. 

Sapevo che c’erano altre genti, che stavano in posti differenti e parlavano in modo differente, che non si capiva, ma loro se capivano. Avevo visto i tedeschi, gli americani e gli inglesi ed anche gli scozzesi con la gonna, che strani, la guerra era finita da poco. I polacchi erano ancora al Borgo.  

Sapevo che avevamo parenti a New York ed altri in Cile e che per andarci si dovava prendere una gran nave e ci voleva tanto tempo.  

C’erano dei parenti di nostri parenti che stavano in Francia e questo era un posto più vivino. Infatti questi cominciarono ad artornare al Borgo nell’immediato dopoguerra. Loro arrivavano da Nizza in macchina. Me n’arcordo benissimo, era un macchinone nero, imponente, poi anni dopo ho capito che era di certo una Citroen Traction.  

Una mattina, un estate che si stava alla Pieve Vecchia, mia madre mi ha tutto ben vestito e pettinato con la brillantina. Poi, prima di andare in cucina ebbi la mia prima lezione di francese e pensare che la mamma non sapeva il francese.  La sera prima, quando io ero giá a letto, i parenti nizzardi erano arivati e questa volta c’era anche una ragazza, forse era una figlia, ed io sarei dovuto andare da lei per porgerle i miei saluti di benvenuta.  Non so quante volte mi fecere ripetere, forse c’era anche il babbo, la frase magica; poi alla fine, forse anche perché s’erano stancati, entrai in cucina tutto impettito. 

“Bonjour Madmoiselle!” dissi tutto di corsa alla ragazza, che mi sorrise compiaciuta. Non m’arcordo molto, ero così nervoso, ma non mi son scordato che madmoiselle mi parve bellissima. Ho continuato a vederla negli anni successivi. Poi una volta comparve anche un giovanotto, era il fidanzato e dopo quella volta non non la rividi più.  

C’era un’altra parente che veniva. Questa poi negli anni sessanta si ritrasferì dalle parti di Gragnano. Mi sembrava tanto buffo il fatto che di nome si chiamesse Italia e ridevo: 

“L’Italia sta in Francia!” 

Nel 1949, dopo un lungo viaggio per nave, arrivó la Rina, una cugina del mi’ babbo, che da tant’anni abitava in Cile. Fu allora che scoprii ch’avevo un biscugino più grande, Lorenzo che parlava spagnolo. Ecco un’altra lingua, ma questa era facile. Credevo che bastasse mettere una “s” alla fine d’ogni parola ed ecco fatto. Invece di dire “vamo” si doveva dire “vamos”. Poi capii che non era cosi semplice.

M’arcordo anche che furono loro che avevano portato un ananas. Era il frutto più grande che avessi mai visto ed era anche buono. 

Ero curioso e finivo sempre per guardare nel mappamondo di latta per vedere dov’erano questi posti strani. Ma la Francia era differente, era vicina e poi li c’erano i parenti che andavano e venivano in macchina. 

C’era anche ulteriore legame. La Buitoni aveva infatti una delle sue fabbriche alla periferia di Parigi e spesso c’erano persone del Borgo che prendevano il treno e ci andavano a lavorare. Mi piaveva la storia d’un operaio borghese che al mattino presto d’inverno, quando era ancora buio, andavo a lavorare con il suo Solex, e a cause del freddo era sempre tutto imbacuccato. Aveva notato che alla stessa ora c’era sempre una donna, anche lei del Borgo (non m’arcordo come si chiamasse, era la mamma d’Andreino Fabbroni) in piedi ed iffredolita alla fermata dell’autobus. Allora il nostro burlone le piombava addosso a tutta velocitá, la rasentava e poi dopo una brevissima fermata le gridava ripartedo: 

“Oh quela donna, vado bene per Agnieri?” e spariva nel buio. 

La poverina rimaneva sempre più impaurita ed arrabbiata, anche perché non le riusciva a capire chi fosse. 

Tutto finì quando lei tentó, senza successo per fortuna, d’infilargli un ombrello nella ruota al momento della veloce partenza. Lui decise che era meglio smettere.  

Un giorno il babbo arrivó a casa con la grande notizia, anche lui sarebbe andato alla Buitoni di Parigi. Si sarebbe sistemato, studiato la situazione, cercato un appartamento e dopo un paio di mesi sarei  partito anch’io con la mamma. Penso che fosse verso il 1958. Io ero eccitatissimo, finalmente avrei viaggiato, anch’io sarei andato a Parigi. Strombazzai la notizia a tutti gli amici, che mi guardavano scettici: 

“Andrai a scuola in Francia, e sai che li parlano e scrivono in francese, e tu come farai?”  

A questo dettaglio non ci avevo troppo pensato. 

“Studieró, lo studieró ancora di più e se l’hanno imparato gli altri lo impareró anch’io.” 

Le settimane passarono ed il babbo non partì, poi passarono mesi ed il tutto veniva sempre posposto. Poi non se ne parló più. So solo che il babbo sembrava contrariato ed amareggiato da qualche cosa che era successo. 

Un paio d’anni dopo il babbo andó a dirigere lo stablimento di Roma, e nessuno si trasferi con lui. Io ero all’universitá a Firenze, il babbo a Roma e ci ritrovavamo al Borgo con la mamma per il week-end. Non conobbi Parigi, ma in compenso scoprii Roma. 

Nel maggio del 1962 io, che volevo tanto viaggiare, non ero ancora uscito dall’Italia. Ed anche se da piccolo avevo cercato di convincermi che la Repubblica di San Marino e la Cittá del Vaticano erano paesi stranieri e quindi all’estero c’ero stato, sapevo anche che quei due non contavano, e questo mi dispiaceva 

Quell’anno ci fu una grande novitá, gli orizzonti dei liceali del Borgo si stavano allargando, avrebbero traversato il confine: la destinazione della gita sarebbe stata Nizza. 

C’era un piccolo dettaglio: Franco ed io non eravamo più al liceo, eravamo all’universitá. Chiedemmo, implorammo non so chi, ma infine ci accettarono nel gruppo. Secondo dettaglio, e questo era tutto e solo mio. Da pochi mesi era stato raggiunto un accordo fra i due paesi per cui i viaggiatori non avevano più bisogno del passaporto, sarebbe stato sufficente la patente di guida. Benissimo, ma nel mio caso, avendo compiuto i 21 anni dovevo ottenere un visto del distretto militare di Firenze. Ci sarebbero volute settimane. Il prof. Macchiati, dopo che gli spiegai la situazione, mi rassicuró: 

“Non ti preoccupare, con visto o senza visto vieni lo stesso.”  

1962-04 i liceali del Borgo a Nizza 1962-04 i liceali del Borgo a Nizza 

Ed ebbe ragione. Fu così che una bella mattina di fine aprile, seduto proprio in fondo all’autobus entrai in Francia inlegalmente. La polizia di frontiera salì sull’autobus, certo controlló i documenti dell’autista e di qualcuno seduto nei primi posti, quindi scese e diede il permesso d’andare. Ero in un altro paese! Ed ero anche clandestino, che emozione. Anche se poi m’arcordo che seduto ad un caffé in piazza Garibaldi, nella vecchia Nizza, leccando un gelato, con tanto di monumento all’eroe, mi parve d’essere dalle parti di Rimini. Quel giorno visitai anche un altro paese straniero, andammo infatti anche a Monaco a vedere l’Acquario. 

Pochi mesi dopo, a settembre, andando a Barcellona con i Balestrieri mi ritrovai a passar per Nizza. A quei tempi non c’erano autostrade e si doveva traversare la cittá e fu proprio che mentre lentamente s’andava lungo La Promenade des Anglais, all’improvviso fummo circondati da camionette piene di soldati armati, con tanto di mitragliatrici. In pochi secondi diversi militari inruppero entro l’autobus e col mitra spianato cominciarono a chieder documenti e afrugare dappertutto. C’era un ufficiale che berciava, dal finestrino vedevo che non eravamo i soli ad esser controllati, facevano scendere passeggeri dalle macchine fermate, aprivano bauli. Qualcuno di noi ebbe la non buon’idea di dire che eravamo balestrieri ed andavamo in Spagna. L’ufficiale si insospettì. 

“Arbalètiers? Alor vous avez des arbalètes?” 

Dovemmo scendere tutti, aprire i bagagliai e mostrar loro i nostri micidiali strumenti di guerra. Mi sembre di ricordare che l’ufficiale non fosse contento che gli avevamo fatto perder tempo, e cominció a berciare ancora più forte. Non so cosa di dicesse, ma capii che voleva che ci levassimo dalle scatele al più presto possibile.  

Quelli erano tempi duri in Francia. Migliaia e migliaia di Pieds-Noirs (coloni francesi del Nord Africa), che si sentivano traditi, avevano giá iniziato il grande esodo ritornando in patria dall’Algeria, che da poco aveva avuto ottenuto l’indipendenza. Acuni estremisti di destra avevano formato l’OAS (Organisation de l’Armée Secrète) e contrastavano la politica governativa con bombe ed attentati. Avevano cercato d’uccidere anche de Gaulle. Anche in Italia se ne parlava molto, i giornali radio erano pieni di notizie di bombe al plastico che ogni notte esplodevano un po’ dappertutto, uccidendo anche tanti innocenti. 

Quella fu la volta che i balestrieri del Borgo si trovarono immischiati nella rete della politica francese e riuscirono a sortirne. Il resto del viaggio andò bene e forse diventerá un altro M’Arcordo… 

Alla fine di luglio del 1964 ce la feci, arrivai a Parigi. Il viaggio non era stato ne corto e ne diretto. Diciamo che l’avevo presa un po’ alla larga, infatti arrivai da nord, venendo dal Belgio, dopo aver traversato la Germania e la Danimarca. Ero partito dalla Svezia con l’intenzione di tornare al Borgo, ma poi, diciamo che m’ero perso per la via, e m’ero artrovato a Parigi. La visita e scalata alla terre Eiffel fu obbligatoria. Non m’arcordo se quando mi trovai lassú in cima con tutta la cittá sotto di me ripensai al quel globo di vetro magico, dove nevicava sempre.   

1964-07-28 Fausto finalmente a Parigi

Anche se a Parigi ci son stato poi tante volte non son mai piú artornato in cima alla torre Eiffel.  I miei compagni di viaggio scoprirono che io non avevo mai visto uno spogliarello e pensarono subito di colmare questa mia lacuna culturale. Non andammo al Louvre, ma esplorammo Pigalle ed ebbi modo di vedere una ragazza che aveva le chiusure a lampo lunghe metri.

Gli anni son passati ed ho sposato Pascale, di Parigi. Un giorno guardando assieme alcune sue vecchie fotografie di quando era bambina in vacanza in Italia, scoprimmo che alla fine di luglio del ’64 mentre io ero a Parigi lei faceva i bagni a Rimini.

 Post Scriptum, un po’ francese e un po’ borghese.

 L’Italia, la parente dei miei parenti che stava in Francia, diventando anziana (metá degli anni ’60) decise ch’era l’ora d’artornare a casa, al Borgo, anche perchè suo marito, un vedovo e ricco antiquario, era morto. Si fece mettere a posto una casetta lungo la strada per Gragnano e comprò anche un loculo al cimitero, lasciando specifiche direttive per un semplice funerale senza preti. Divenne molto amica con mia madre e sapendo che io fumavo la pipa di ritorno da uno dei suoi viaggio a Lione mi ne portò una bella di schiuma, con tanto di confezione di pelle. Ancora ce l’ho, anche se non ci fumo.

Poi io son partito e l’Italia non l’ho mai piú rivista.

Questa storia l’ho saputa solo poco tempo fa.

L’Italia si ammalò ed i figliocci francesi, che le erano molto affezionati, vennero a trovarla e la convinsero a tornare a Lione, dove secondo loro, le cure offerte sarebbero state migliori. Passarono settimane e nessun al Borgo seppe niente di quello che era successo.

Un giorno mio cugino Franco della Pieve Vecchia senti suonare il campanello, ma chi poteva essere? Era l’ora di pranzo. Si affacciò alla finestra e proprio davanti a casa c’era un carro funebre e due sconosciuti davanti alla porta. Proprio in quel momento Rosina, sua moglie, tornava a casa da scuola ed anche lei fu esterrefatta nel vedere un carro funebre, differente dai nostri e dalla targa straniera, parcheggiato davanti a casa.

 L’Italia era artornata al Borgo per l’ultima volta. La sua ultima volontá era stata esaudita.

 E cosa si fa quando ti portano a casa una bara con un parente morto? Prima di tutto non dobbiamo dimenticarci del senso dell’ospitalitá. L’Italia poteva aspettare un pochino di piú: era l’ora di pranzo ed i miei cugini invitarono gli autisti a mangiare, erano stanchi ed avevano guidato per una quindicina d’ore. Nel pomeriggio, dopo il caffè, chiamarono gli altri parenti e l’Italia fu seppelita con una semplicissima cerimonia nel loculo che lei stessa aveva comprato.          

 19 maggio 2010, Marblehead, MA USA                                                                                   

 I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete!  

Fausto  

ftbraganti@verizon.net 

Facebook: Fausto Braganti

 Skype:       Biturgus 

Una Risposta to “074 Jem’rapelle…la premier fois que j’ai avais vue Paris.”

  1. 98b M’Arcordo… la fine del viaggio (estate del ’64), era l’ora! « M’Arcordo… Says:

    […] https://biturgus.wordpress.com/74-jem%e2%80%99rapelle-la-premier-fois-que-j%e2%80%99ai-avais-vue-pari… […]

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