076 M’Arcordo…quando sognavo di volare.

“Sono artornete le rondini, allora è primavera!”  

Questo era l’annuncio ufficiale che la stagione era cambiata, presto sarebbe venuto il caldo. Loro sanno quando il tempo sará buono. Ed io piccolo guardavo dalla finestra della cucina che dava sull’orto del Melandri le rondini che volavano saettando sopra i tetti rossi e le torri mozze del vecchio Borgo. Ma come facevano? Sarebbe stato belle volare, pensavo, e vedere tutto dall’alto. 

Ecco perchè l’omini ivano ‘nventato l’aroplani, perché volevano volare. 

Verso la fine della guerra vidi nel cielo delle formazioni d’aerei ben allienate che volavano verso il nord. Il babbo commentava che andavano a bombardare da qualche parte. Quando tant’anni dopo conobbi Joseph Heller e scoprii ch’era stato un bombardiere in Italia, come l’antieroe del suo libro (Catch 22 – Comma 22) gli ricordai: 

“Bravo Joe, allora sei venuto a bombardare anche a me?” 

Conobbi poi dei veri piloti. Una sera rimasi incantato quando il colonnello Luigi Monti venne a cena da noi e ci raccontó delle sue avventure di guerra. Lui era vero, non era al cine, ed era anche un amico del babbo. Poi ce n’era un altro, il Conosci (non ne ricordo il primo nome) ed era lo zio della Parisina ed amico della mamma. Anche lui aveva fatto la guerra per poi morire in un incidente con un idrovolante nel lago di Bolzena e m’arcodo della mamma che piangeva. Mi sembra che non ne ritrovarono mai il corpo. Penso che fosse verso il 1949. 

Come ho giá arcontato quando s’era bambini ci si divideva in due fazioni e ci si identificava chiedendoci: 

“Marina o aviazione?” 

Io tendevo ad essere per l’aviazione, ma poi se vedevo un film di pirati con tanti bellissime velieri cambiavo idea e per un po’ diventavo un sostenitore della marina.  

Quando s’andava al mare a Miramare spesso si faceva una passaggeta all’aeroporto, e da dietro le reti del recinto, da lontano, potevo vedere gli aerei militari. Qualche volta volavano e facevano un gran rumore. Ma c’era anche un pilota con un piccolo aereo che per mille lire, allora una cifra enorme, ci potevo andare al cinema arena almeno 20 volte, portava un passeggero a fare un giro turistico lungo la costa, con una puntatina fino a sopra San Marino. 

Un grand’evento fu quando il cugino Umberto artonnó dall”America. Venne da New York con la TWA nel 1951. Aveva traversato l’Atlantico con l’aroplano, avevo dieci anni e quella era certo un’impresa eroica. Credo che fino a quel momento l’idea di volare fosse per me un sogno irrangiungibile. Il fatto che il cugino avesse fatto un tale volo mi fece pensare che sarebbe stato possibile anche per me, ma quando? 

A quei tempi vivevo sopra uno che sognava di volora anche più di me: Gianluigi Melandri. Un paio d’anni più grande di me, mi faceva sedere assieme a suo fratello Piero in una vasca di cemento per lavare i panni, la copriva con delle tavole e dei sacchi e mentre noi eravamo i passeggeri, lui era il pilota e facendo un gran rumore con la bocca, come fosse un motore, ci portava in giro con la fantasia in magnifici viaggi. Poi cominció a fare l’aeromodellismo ed in molti ne seguimmo l’esempio.  

Gianluigi era uno di quelli che non aveva dubbi su quello che avrebbe fatto da grande: lui sarebbe stato un pilota e cosi fu. Finito il liceo si arruoló nell’Aviazione Militare, dopo poch’anni  passó all’Alitalia. 

La grande novitá fu quando il babbo cominció a volare, non un gran che per oggi, ma verso la fine degli anni cinquanta prendere un aereo era di certo un evento memorabile. Erano viaggi di lavoro e andó diverse volte da Roma a Bari ed a Palermo. M’arcordo che diceva di preferire i voli della sera perchè servivano una piccola cena anche se il volo era meno di due ore. L’idea di cenare mentre si era in volo mi affascinava, e volove che mi raccontasse tutti i più piccoli dettagli. 

Poi il mio amico Giorgio Biagioli, dopo il liceo, mi fece il grand’annuncio: avevo letto che l’Alitalia avrebbe offerto dei corsi d’addestarmento per la formazione piloti, e lui aveva fatto domanda. Passó gli esami medici ed attitudinali e partì. Anche se ero così interessato a volare non pensai mai di voler diventare un pilota. Non rividi Giorgio spesso negli anni che seguirono, sembrava quasi che ci saremmo persi, finché un giorno, circa 10 anni dopo, a Boston…  

Fiumicino, il mio primo volo 

Nella primavera del 1964, di sicuro grazie ad una delle iniziative del direttore dell’Ente del Turismo d’Arezzo Alberto Droandi, i Balestrieri di Sansepolcro furono invitati a partecipare alla Cavalcata Sarda a Sassari, anche se noi cavalli non ne avevamo. Per andare a Sassari avremmo preso un volo da Roma ad Alghero. Il numero dei partecipanti era limitato, non tutti sarebbero andati. La maniera per scegliere i fortunati fu semplice, una gara di tiro con la balestra. Mi qualificai fra i primi. 

In treno andammo a Roma. Allora c’era un terminale per gli imbarchi proprio nella stazione Termini, dove si presentava il biglietto e si faceva il controllo bagagli, poi con l’autobus s’andava a Fiumicino, dove si saliva direttamente sull’aereo. Fu li che ci comunicarono che alcuni di noi avremmo dovuto indossare il costume da balestriere, ci sarebbero stati dei fotografi sia alla pertenza e sia all’arrivo. Andammo in bagno e ci cambiammo.

 In un pomeriggio di maggio pieno di sole, vestito da balestriere, ma senza balestra, salii la scaletta per montare in un Vickers Viscount con quattro eliche, avrei volato per la prima volta. Fu un volo di poco più d’un’ora e lo spettacolo dal cielo fu meraviglioso. Vidi il mare turchino di quella poi sarebbe diventata famosa come Costa Smeralda. Rimasi incantato, sarebbe stata un’esperienza meravigliosa, in fondo era il mio primo volo. Tutte le piccole paure ed i timori non impedirono di godere quell’esperienza. 

Giá il secondo volo, quello di ritorno una settimana più tardi, fu un piccolo disastro. Quando il nostro gruppo si presentò in aeroporto ci fu comunicato che non ci sarebbero stati posti per tutti, chiesero dei volontari per prendere un volo più tardi (verso le 22:00) da Cagliari. Bruno Galardi, Beppe Giorni, il Donati d’Arezzo ed io fummo i volontari. Accettai volentieri perchè questo mi avrebbe permesso di traversare la Sardegna in macchina. E’stata l’unica volta che ho visto lungo la strada uomini a cavallo con la doppietta a tracolla. Sono arrivato al Borgo alle sei della mattina del giorno dopo.

 Presi un aereo cinque anni dopo per il mio primo viaggio in America, ma di questo ne ho giá parlato. 

 Causa ed Effetto,

 ovvero: 

Come il battito d’un’ala di una farfalla in Cina creerá un uragano             nell’Antille.  

(questa è la maniera gentile di dire il proverbio, altri preferiscono) 

Come la scorreggia d’una pulce in Cina creerá un uragano nell’Antille. 

a)      Il 21 marzo del 1970 mi sono sposato a Londra, ed i miei suoceri americani son venuti alla cerimonia

b)      Dopo un po’di giorni son partiti per un tour in varii paesi, e Roma era l’ultima tappa prima di rientrare a casa. 

c)      Partendo da Fiumicino hanno scoperto che il loro volo con TWA per Boston era ritardato di molte ore. 

d)      Hanno insistito per esser riprotetti su un volo dell’Alitalia, che sarebbe partito quanto prima. 

e)      All’arrivo a Boston mio suocero ha scoperto che la sua valigia era stata danneggiata. 

f)       Un’impigata dell’Alitalia gentilissima ha riempito il formulario del rapporto danni, e quando ha visto l’indirizzo di dove lui lavorava, lo ha informato che lei sarebbe andata in persona a prendere il bagaglio. Lei abitava a meno d’un kilometro dal suo ufficio. 

g)      Francesca, questo era il suo nome, ritiró la valigia, la fece riparare e gliela riconsegnó dopo pochi giorni, in ufficio. 

h)      Mio suocero non aveva mai visto un servizio così personalizzato, efficente e gentile. Invitó a pranzo Francesca. 

i)        Pochi mesi dopo, io ero giá in America alla ricerca d’un lavoro che non riuscivo a trovare, sono andato in aeroporto a prendere mio suocero che tornava da un viaggio d’affari. All’improvviso, mentre stavamo uscendo, mi ha detto “Andiamo a salutare Francesca! Una tua compatriota.” Eravamo davanti al terminale dell’Alitalia ed … 

j)     “Mr. Lichman! How are you?” Francesca si ricordava ancora il suo nome, e lui fu ancora più colpito. Io ero un po’ confuso, non capivo il perchè di tutto questo, anche perchè ancora non sapevo nulla della storia della valigia rotta. Mi presentai, la conversazione fu breve ed un pó forzata. Le dissi che cercavo lavoro e ce ne andammo. 

k)     Passarono alcuni mesi e avevo trovato un lavoretto in un laboratorio, niente di speciale, quando un giorno mio suocero mi telefonó. Francesca si era ricordata di me e lo aveva chiamato dicendo che all’Alitalia di Boston stavano facendo assunzione, cercavano personale preferibilmente italiano e di certo bilingue e mi diede il numero di Francesca. 

l)        Le telefonai subito e fu programmato un incontro con il suo capo per due giorni dopo. 

m)    Dopo una visita al barbiere per dare alla mia barba ed ai miei capelli un aspetto più umano  andai all’aeroporto per l’intervista con Nick Ferrante e Roy Dattman e fui assunto. “Welcome aboard!” mi disse quest’ultimo. 

n)      Martedi, 23 marzo 1970 è stato il mio primo giorno all’Alitalia e quello che per il momento consideravo un lavoro per l’estate divenne una carriera di quasi 27 anni…                                                                               … e tutto grazie al fatto che la TWA era in ritardo e l’Alitalia aveva rotto una valigia a mio suocero. 

Spesso, almeno all’inizio, alcuni mi chiedevano dove avevo trovato le raccomandazioni per entrare all’Alitalia ed io rispondevo:

 “Una valigia rotta dall’Alitalia.”  

Ma poi credo che alcuni non mi credevano. 

Il mio primo volo come dipendente AZ fu nella cabina di pilotaggio d’un B747 da Boston a Detroit, e fu un’esperienza molto differente. 

Fra i vari lavori che feci lavorando allo scalo per due anni ci fu quella della rotazione equipaggi e fu così che un giorno vidi che Giorgio Biagioli era in arrivo col volo da Roma. E quello fu l’inizio di tante visite, ma di questo ne ho giá parlato. 

Negli ultimi 40 anni di aerei ne ho presi tanti e un po’ di tutti i tipi. In Etiopia ho volato sul mitico DC3, ma non son mai salito su un aereo piccolo da due passeggeri.  

Credo d’aver soddisfatto quel mio desiderio di bambino. 

Forse scriverò un M’Arcordo… sull’Alitalia.  

            L’ultimo volo che feci con Giorgio fu nel dicembre del 1993 da Roma a Boston. Le condizione atmosferiche erano brutte dalla partenza all’arrivo e si “ballò” molto, solo quanto salimmo sopra le nuvole si trovò un po’ di calma. 

E questa è una foto che ricorda quel giorno.  

 

Giorgio Biagioli in volo sopra l’Atlantico 

4  giugno 2010, Marblehead, MA USA                                                                                     

 I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete!

 Fausto Braganti        

ftbraganti@verizon.net  

Facebook: Fausto Braganti 

Skype: Biturgus (de rado) 

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