078 Non m’Arcordo…quando hanno sparato alla mamma.

 Ma chi sparó a la mi’ mamma? Quasi di sicuro il responsabile di quella fucilata usó un moschetto: un Carcano, lo stesso tipo di fucile con cui fu ucciso il presidente Kennedy. 

 

Moschetto Carcano 1891

 Anche se ricordo bene la casa dove si stava a quel tempo, non m’arcordo del fatto. La storia é stata narrata poche volte, e solo in famiglia. Non era una di quelle che s’arcontavano a veglia, come le avventure del babbo in Libia, e se ne parlava di rado anche perché qualsiasi riferimento creava subito un senso di tensione fra il babbo e la mamma. E questo succedeva anche dopo vent’anni dal fattaccio.  

Dopo la morte del babbo non se ne disse più nulla fino a quando, molt’anni dopo, durante una visita della mamma qui a Marblehead, il mistero fu risolto.  

 

1942 Luisa e Fausto

 Ma cominciamo la storia dall’inizio, almeno dal suo inizio relativo, senza andare troppo indietro.  

Penso che fosse verso la fine di giugno o i primi di luglio del 1944. Ancora al Borgo c’erano le truppe tedesche ed i repubblichini.  

Tutti sapevano che gli alleati stavano risalendo la penisola e che il fronte, la guerra vera, sarebbe arrivata presto anche al Borgo.  

La mamma nelle sue storie della guerra diceva che quello era stato un periodo in cui eri contento quando arrivava la sera e d’esser sopravvisuto un altro giorno.  

“E siamo stati anche fortunati, almeno noi non abbiamo sofferto la fame.” 

Cambiammo casa, prima d’andare sfollati nelle colline e non so perché. Andammo a stare con la zia Jennie che non ce l’aveva fatta a partire in tempo per New York, aveva perso l’ultima nave. Era rimasta incastrata al Borgo e sarebbe poi partita nel 1946,  Lei stava in una vecchia casa per il Borgo Novo (via Pier della Francesca) quasi all’angolo con via Sant’Antonio. Forse i profondi scantinati a volta promettevano una certa sicurezza nel caso di bombardamenti. La cucina era sul di dietro, dava su l’Agio Vecchio, e c’era un massiccio lavabo di pietra attaccato al muro proprio sotto la mensola della finestra e questo impadiva di affacciarsi.

 In quei ultimi giorni d’occupazione i tedeschi avevano imposto il coprifuoco e di sicuro assieme ai loro alleati fascisti eran nervosi pensando al futuro, alla borghese: 

 ” ’n butta bene!” 

La gente ch’era armasta al Borgo cercava di stare chiusa in casa il più possibile, e non sortivano a meno che non fosse proprio necessario. Nelle storie di quel periodo si diceva anche che un’eccezione a tutto questo era il nonno Barbino. Lui continuava la sua vita secondo la sua routine quotidiana, girando a piedi o in bicicletta, come se la guerra non lo riguardasse. Per lui c’era poi il gran vantaggio che, con le strade cosi deserte, aveva modo di non esser facilmente notato se si infilava di strafuga nella porta della casa di qualc’una che l’aspettava.  

Anche o forse proprio perché c’era la guerra il nonno non dimenticava di divertirsi, dopo tutto sarebbe potuto essere l’ultima volta. 

Una sera, ancora c’era molta luce, mentra eravamo in cucina, forse cenando, si sentìrono i gridi d’una ronda che lentamente risaliva l’Agio Vecchio. 

“Tutti in casa! Coprifuoco! Nessuno alla finestra! Coprifuoco!” 

Non eran tedeschi, erano italiani, repubblichini. Eran certo nervosi, impauriti, sapevano che nelle colline, nei monti a nord del Borgo c’erano i partigiani. C’era sempre il rischio d’un’imboscata. 

I miei erano tutti in silenzio, fino a quando la mamma disse: 

 “Questi sono del Borgo, sono de le nostre parti. Lo sento dalla voce, senti come gridano?”    

 

La finestra sulla destra e’ quella della cucina, credo. 

Allora lei era giovane (29 anni), era agile ed anche curiosa. Si avvicinó al lavabo, ma con quello di mezzo non c’era modo che potesse vedere nulla. 

“Stai indietro, stai indietro!”  

Cominció a barcierle ‘l babbo. 

E la ronda avvicinandosi, era arrivata quasi sotto la finestra della cucina. 

“Tutti in casa! Coprifuoco! Nessuno alla finestra!” 

La mamma in un balso salì sul lavabo e mentre ‘l babbo cercava di tirarla indietro, lei cautamente aprì una delle ante e riuscì appena a far capolino per vedere i militi quando  il forte botto d’una fucilata riempì la strada… e la cucina. Un pioggia di calcinacci del soffitto proprio sopra la finestra cadde sulla testa della mamma e del babbo. Lei con un repentino balzo indietro era finita stesa per terra, sul pavimento, incolume. Una pallottola le era passato a pochi centimetri dal volto ed era finita sul soffitto sopra di lei. 

Ma aveva fatto in tempo, come poi raccontó, a riconoscere uno dei fascisti, lei era convinta ch’era stato proprio lui quello che le aveva sparato. 

Non so i dettagli di quello che successe dopo, ed anche se c’ero non m’arcordo. Ci fu anche un gran terrore che non sarebbe finita li: temevano che la ronda avrebbe chiamato rinforsi, che sarebbero venuti e sfondato la porta e che sarebbero entrati in casa e fare un massacro, ma non ci fu seguito.   

Ogni volta che se ne parlava in casa, e succedeva di rado, ‘l babbo s’arrabbiava con la mamma ch’era stata un’incoscente, ch’avrebbe potuto mettere a repentaglio la sua vita e quella di tutti noi e lei cercava invano di difendersi. 

Arrivó il fronte. Fecero saltare la Torre di Berta. Il fronte passó ed al Borgo armasero i polacchi. 

Passarono gli anni e nel 1952 andai in quinta elementare. 

Il primo giorno di scuola era importante, era il giorno in cui ogni scolaro si trovava con un nuovo compagno di banco. Il mio era un bambino un po’ grassocio, m’arcordo bene il nome, ma lo chiamieró Marco. Non l’avevo mai visto; poi seppi che stava dalle parti di Porta Fiorentina con la su’ mamma, forse aveva un fratello. Quando ritornai a casa la mamma mi chiese chi fosse il mio compagno di banco. Mi fece ripetere il suo nome, sembrava che volesse esser sicura di quello che le avevo detto. Si misi poi a parlottare con mio padre, ma non sentii nulla di quello che si sussurarono.  

Marco era un bravo scolaro, un po’ pacioccone e sempre sorridente, era attento e faceva sempre i compiti. Lui non m’invitó mai a giocare a casa sua ed io mai a casa mia. Mi diceva che avevano vissuto in un’altra cittá e che ‘l suo babbo lavorava a Firenze e che un giorno, presto, anche lui con il resto della famiglia si sarebbe trasferito. Una mattina arrivó tutto contento; mi disse che la sera prima sul tardi ‘l su’ babbo aveva fatto loro una sorpresa: era venuto a trovarli, ma era dovuto ripartire prestissimo, al mattino, lui doveva lavorare. 

Non m’arcordo quando, ma un giorno mi disse che sarebbe partito, andavano tutti a Firenze a stare col babbo e lui sarebbe andato a scuola lá. 

Non l’ho mai rivisto e non ho arpensato a lui per molti, molti anni, almeno 30. 

Mia madre era venuta a trovarmi negli Stati Uniti e durante un viaggio in macchina per andare a trovare i Braganti di New York, i discendenti di quella zia Jennie con cui avevamo abitato durante la guerra, le chiese di dirmi ancora la storia della fucilata. A lei piaceva arcontare vecchie storie, in particolare quelle di Beppe, il suo amore peduto, forse ho preso proprio da lei con questi miei M’Arcordo…, ma questa volta mi parve titubante. 

“Tu hai visto chi ti ha sparato? Tu lo conoscevi? Vero?” 

“Si! Al Borgo ci si conosce tutti.” 

Non so perché, ma in quel momento tutto divenne chiaro, non ebbi dubbi, ed anche se non ci avevo pensato per tutti quegli anni, le dissi, e la mia fu un’affermazione, non una domanda. 

“Ti ha sparato il babbo di Marco S. ! Il mio compagno di banco, quello della quinta elementare! È vero?” 

“Si! Ma su certe storie é forse meglio metterci ‘na pietra sopra.”  

E non volle dire altro, e non ne abbiamo mai più parlato. 

 La mi’ mamma, Luisa Taba, morì l’11 ottobre del 1987.   

 Fausto Braganti       Marblehead, 19 giugno 2010  

ftbraganti@verizon.net  

Facebook: Fausto Braganti   

Skype:       Biturgus (de rado)

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