079 M’Arcordo…quando scrissi ‘na lettera a Benigni.

 Estratto della lettera scritta a Benigni il: 

<< 22 ottobre 1998 

….Ho visto “ La vita è bella” lo scorso giugno a Roma, ed è inutile che ti dica che mi è piaciuto moltissimo ed ho anche pianto. L’ho rivisto di nuovo un paio di volte da quando ne é cominciata la distribuzione  qui negli Stati Uniti . 

Mi hai fatto ricordare ‘l mi babbo, ormai morto da più di trent’anni.

Nell’ estate del ’44, quando il fronte è arrivato da noi, siamo andati sfollati nelle colline dietro ‘l borgo, presso Don Silvio, prete di Misciano. Nonostante avessi solo tre anni e mezzo ho delle memorie, di tipo immagini fotografiche, chiarissime. Certe volte non sono sicuro se siano reali o solo frutto dell’ immaginazione, nata dalle storie della guerra riraccontante mille volte negli anni successivi. 

Una è chiarissima: anche ‘l mi babbo, come Guido, voleva proteggermi. Cosi ogni qual volta c’era uno sparo, lo scoppio d’una bomba, mi diceva di non aver paura e che era un cacciatore che aveva sparato ad una lepre. E a quell’età quello che dice ‘l babbo è verità assoluta. Un giorno camminavamo lungo un viottolo alla proda d’un campo, quando una bomba esplose a circa 50 metri da noi. Il botto fu grande e ricordo ancora lo spostamento d’aria che mi mozzò il fiato. Ci buttammo in un fosso ed io cominciai a piangere. ‘l mi babbo cercava di consolarmi raccontandomi del famoso cacciatore, che aveva sicuramente colpito una lepre. Convinto dalle sue parole volevo vederlo ed ancora di più la povera lepre. A questo prontamente lui rispose che non potevamo perchè era nascosto, e che sarebbe rimasto tale fino a quando non avrebbe presa la seconda lepre, perchè questi animali vanno sempre in coppia. A questo punto rimasi in impaziente attesa del secondo botto, che per fortuna non venne mai!  …>> 

Nel 1997 qualcuno, quasi di sicuro Paolo Massi, mi dissi ch’era uscito un nuovo film di Benigni: “La Vita é Bella” e che di sicuro mi sarebbe piaciuto. Paolo mi conosceva bene, ed aveva ragione.  

Alcuni mesi dopo andai a Roma e finalmente lo vidi in un cinema in Trastevere. Era una calda sera di tarda primavera e dopo il film ritornai all’albergo a piedi, vicino al Vaticano, camminando lentamente lungo il Tevere, ma non ero solo. Il vivo ricordo del mi’ babbo, e così non l’avevo sentito da anni, era con me.  

Anch’io, come il piccolo Giosué, ero stato la vittima d’una menzogna, d’una gran bella menzogna, nata dall’amore.  

Sarebbe passato più d’un anno prima che il film arrivasse a Boston, dopo aver vinto l’Oscar. In America ebbe un grandissimo successo. 

Facciamo un passo indietro. Io della guerra, o meglio come si diceva allora, del passaggio del fronte, me ne ricordo poco, anzi pochissimo. Spesso mi son domandato se i miei ricordi sono per davvero i miei o sono l’eco di quelli degli altri che ho sentito narrare tante volte. Il racconti della guerra ancora fresca nella memoria collettiva venivano spesso ricordati in famiglia e poi c’erano quelli degli altri che sentivo quando s’andava a veglia. Di certo le varianti erano comuni, e non solo s’arcontava quello ch’era successo ma penso ch’era frequete il caso in cui si diceva quello ch’avrebbero voluto che fosse successo. A questo punto é inutile speculare, io ve l’arconto come me n’arcordo. 

Diciamo che i ricordi seguono un’evoluzione darwiniana, regolata da una loro selezione naturale, muoini quelli deboli, non interessanti, vengono soppressi quelli brutti e cattivi o portano discredito al protagonista, meglio metterci ‘na pietra sopra. Altri si s’ingigantiscono, s’abbeliscono, diventano epici. 

Verso giugno del 1944 anche i fascisti di Sansepolcro avevano capito che le speranze di vittoria eran pochine: ed il fronte si stava avvicinando. Impaccarono quel che potevano e partirono per il nord. Ci furono quelli che non tornarono più. Un caro amico del babbo, compagno o meglio camerata, di tante avventure di gioventù fu fucilato. Un altro amico andó nella Legione Straniera in Algeria o forse era in Tunisia. La mamma nervosa vedendo quest’esodo chiese al babbo, uno dei primi cento fascisti di Sansepolcro come indicato in una compromettente foto ricordo, cosa avremmo fatto noi. 

“Niente” rispose lui ”noi s’armane. Io non ho mai fatto di male a nessuno, anzi quando ho potuto ho anche aiutato chi era in pericolo. Nessuno mi fará niente.” Noi rimanemmo al Borgo ed aveva avuto ragione, nessuno gli fece niente o quasi, solo per poche ore ci fu una gran paura, ma questa é ’n’altra storia. 

Il fronte si avvicinava, le notizie eran  confuse e spesso contradittorie. Fu deciso, dopo un po’ di tempo passato nella casa della zia Jennie (storia della fucilata), che sarebbe stato meglio lasciare il Borgo. La prima tappa fu breve: s’andó dagl’Antonelli alla Pieve Vecchia (oggi l’Oroscopo). Questa volta era differente dalle altre volte, ’sta volta eravamo diventati “sfollati”.  

Fu proprio di questi tempi che si cominció a sentire che la guerra era vicina. Il babbo mi avrebbe poi raccontato dei grandi convogli tedeschi e fascisti in ritirata che risalivano verso Verghereto, dei partigiani alla macchia, dei bombardamenti e della paura che dominava su tutto e tutti.  

“Cosa succederá?” era la frequente domanda senza risposta di tanti. 

Non scriveró della cronologia degli eventi, l’hanno gia fatto in tanti e se lo facessi io sarebbe solo un esercizio di copiato, parleró solo di quel poco che ricordo e forse come ho giá detto é solo la memoria degli altri, con l’inevitabili consequenze del tempo e dell’immaginazione. 

Ci furono bombardamenti e le bombe eran sempre seguite da gran botti che terrorizzavano un cittino come me. Fu proprio di questi tempi che ’l mi’ babbo, come Guido (Benigni), il babbo di Giusué, cominció a dirmi la bugia esclamando: 

“Fausto, hai sentito che botto! Di sicuro il cacciatore ha preso ‘n lepre.”  

Nel mio piccolo mondo i cacciatori erano i grandi eroi. Giá seguivo le avventure venatorie del babbo e dei suoi amici, ed i fucili servivano solo per andare a caccia e non per uccidere gli uomini. E con la certezza che avevano preso una lepre mi passava la paura, anzi ero contento. Solo una volta, come ho scritto nella lettera, e questa credo proprio di arcordarmela, ebbi paura, paura sul serio. Mentre camminavo col babbo e suo cugino Gino (Antonelli) lungo quello che chiamavano ‘l Fiumicello, arrivó un aereo e lanció una bomba, di certo con l’intezione di colpire il ponte non lontano. Il resto l’ho gia narrato nella lettera a Benigni. Il cratere di quella bomba rimese in mezzo al campo per un bel po’. 

I miei decisero poi ch’era meglio lasciare la Pieve Vecchia. Pensarono che non era un luogo sicuro, troppo vicina alla Tiberina 3bis. Le truppe tedesche in ritirata potevan certo esser pericolose. Penso ch’eravamo ai primi di luglio. 

Pensarono che sarebbe stato più sicuro andare in collina. Don Silvio di Misciano fu cristianamente generoso ed aprì la parrocchia e la chiesetta a tutti. Don Silvio era un anziano parroco di campagna e si raccontava che proprio in quei giorni, passando per il Piazzone trovò una compagnia di soldati tedeschi che abbattevano i grandi alberi (platoani o tigli?) del viale: 

“Ma perchè li buttate giù? Ci han messo cent’anni per diventare così grandi e belli. Fanno il fresco d’estate.” 

“Alberi malati.” Rispose un ufficiale. 

“Voi sete malati, malati ‘n tu’ la testa.” Rispose lui. 

“Cosa? Casa dici?” forse non aveva capito, e fu meglio così per Don Silvio che si allontanó sconcertato d’un tale inutile scempio. 

Non eravamo stati i soli ad avere l’idea di salire in collina, infatti quando arrivammo a Misciano, sopra il Poggio della Fame, la chiesa era giá piena di gente. M’arcordo che gli uomini accatastavano le panche da un lato della chiesa, mentre le donne allineavono i materassi per terra e i citti correvano da tutte le parti. Io ero picino e sempre attaccato alla gonna de la mi’ mamma. A noi ci misero in soffitta, con il sole di luglio che piombava sul tetto e, come poi avrebbero arcontato i miei, era come stare in un forno. 

Un giorno mentre ero seduto sul vasino e la mamma mi invitava a far presto, possó d’improvviso un aereo a bassa quota smitragliando e sentimmo le pallottole che grandinavano sul tetto, proprio sopra la nostra testa. Non esiste documentazione storica se la feci in una simile situazione o forse mi venne la diarrea. 

Non so quanto rimanemmo a Misciano, e tante son le storie di questa specie di vacanza ch’ho sentito arcontare. Il tempo era bello e c’era da mangiare. Ed io mi presi un soprannome: Trabriccolo, ed anche se ho la barba bianca, Gastone Trefoloni mi chiama ancora così e mi fa piacere. 

Un giorno il babbo, Dante Trefoloni (‘l nonno dell’attuale Dante) e Gherardo Buitoni, che stava alla Grillaia, decisero che sarebbe stato forse prudente vestirsi da donna; temevano d’esser presi in qualche retata tedesca. Questi cercavano uomini da mandar a lavorare in Germania o nelle opere di difesa. Tutti e tre corpulenti e tozzi facevano solo ridere, nessuno li avrebbe presi sul serio e se un tedesco li avesse visti sarebbero stati i primi a partire. Peccato che non esista una foto di questo trio.  

I tre compagnoni giocavano alla guerra e come fossero generali di stato maggiore ogni mattina si posizionavano in una collinetta, dietro a delle ginestre, ed osservano la valle e le colline di fronte, avevano anche un binocolo. Era estate ed il bel tempo permetteva un’ottima visibilitá dei movimenti delle varie truppe e loro prevedevano le varie manovre e contromanovre. 

Una mattina mentre erano al loro solito posto comparve un piccolo aereo da ricognizione alleato che lentamente volavo sopra di loro a gran cerchi. All’improvviso videro un lampo nella collina di fronte, dalle parti di Citerna: un colpo di cannone e pochi secondi dopo un’esplosione proprio sotto di loro, forse a solo cento metri. La “cicogna” li aveva individuati, forse hanno pensato ch’era un posto d’osservazione tedesco, e aveva segnalato la loro posizione ad una batteria d’artiglieria, che aveva subito fatto fuoco. I tre capirono la situazione e se la diedero a gambe, sapevano che ci sarebbero state altre cannonate ed avrebbero corretto la mira dopo il primo colpo. Fecero in tempo ad esser abbastanza lontani, il secondo colpo colpi in pieno i cespogli dove si erano appostati. Quella fu la fine, smisero di giocare alla guerra. 

Le piccole storie son tante, come quella del partigiano che arrivava sempre a cavallo e che appena partiva tutti eran pronti a pulir le cacche, non volevan che i tedeschi le trovassero. Una volta un tedesco affamato venne in casa e prese uno delle due uova che la mamma aveva. Fu anche allora che uno dei miei cugini Ciuchi, sfollati con noi, mi insegnó a far le bolle con l’acqua saponata. 

Il nonno Barbino, sempre indipendente, viveva la sua vita; minimizzava tutto e non gli interessava diventare uno sfollato e rimase al Borgo. Ma un giorno cambió idea, d’improvviso lo videro arrivare a Misciano tutto trafelato, delle bombe gli eran cadute vicino ed il suo vestito scuro ed il cappello era bianchi per la polvere ed i calcinacci che gli eran venuti addosso. 

M’arcordavo benissimo della cucina della parrocchia e  la descivevo ai miei: dov’era la porta, dov’era il caminetto ed il lavandino. Loro, che non se la ricordavano, dicevano ch’era impossibile, ch’ero troppo piccolo per aver un ricordo tanto chiaro. Anni dopo, penso verso il 1960, ritornai a Misciano per la prima volta. Visitammo la casa, andammo in soffitta ed in cucina, e questa non era per niente come l’avevo descritta io, ed il babbo continuava a dire ch’era impossibile che me la ricordassi, nell’estate del ’44 avevo solo tre anni e quattro mesi. Quando siamo usciti ci siam messi a parlare con un contadino e fu proprio durante questa conversazione venne fuori che recentemente avevan fatto dei lavori in casa e che molte cose eran cambiate. Gli chiesi della cucina e quando gli la descrissi, lui confermó che la vecchia disposizione era corretta come l’arcordavo io. Fu la mia piccola vittoria. 

Un giorno arrivó la notizia che non c’erano più tedeschi al Borgo e non era del tutto vero, ed i miei decisero di tornare a casa. Entrammo da Porta Fiorentina, ed io ero cavalluccio sulle spalle di mio padre. Tutto era pieno di detriti e macerie. Il tetto della nostra casa aveva un gran buco e la prima notte fummo ospiti dei Trefoloni. La mattina successiva fu quando i tedeschi fecero saltare la Torre di Berta. 

Distruzione della Torre di Berta, Baldino Mariucci

Il mio amico Baldino Mariucci di Cittá di Castello mi donato questa sua interpretazione della tragica distruzione della Torre, che da tanti secoli era stato il simbolo di Sansepolcro e nei nostri cuori lo é ancora. 

Di nuovo andammo poi a stare con la zia Jennie, giù per il Borgo Nuovo. Gli alleati ci misero un bel po’ per arrivare al Borgo, quasi tutto il mese d’agosto. Fu proprio allora che, come raccontava la mamma, che durante un cannoneggiamento cercammo rifugio nello scantinato d’un vecchio palazzo vicino. Questo era più profondo e considerato più sicuro. Fu allora che la mamma, che s’era sdraita per terra sotto un tavolo, scoprì dove i padroni di casa avevano nascosto il formaggio: le forme dure di pecorino era state inchiodata nel sotto del tavolo. Non una cattiv’idea! 

Alla fine arrivarono gli alleati, era passato il fronte, anche se la guerra ancora non era finita.

Rivissi i ricordi degli altri nel giugno del 1972 quando incontrai al Borgo un pilota della RAF, amico di Luigi Batti e questo l’ho giá arcontato in un altro M’Arcordo…  

https://biturgus.wordpress.com/44-marcordothe-raf-pilot/

 PS: Benigni non rispose alla mia lettera e quando venne a Boston l’estate scorsa, venne e declamare il V dell’Inferno, non gli dissi nulla, anche perché non l’incontrai pesonalmente.

 Fausto Braganti      

  ftbraganti@verizon.net 

 Facebook: Fausto Braganti

 Skype:       Biturgus (de rado)  

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