094 M’Arcordo…i primi cent’anni dell’Unità d’Italia

                 … e adesso son diventati centocinquanta.   

  Manifesto d’Italia ’61

A quei tempi facevo la V al Liceo Scientifico Piero della Francesca di Sansepolcro, quando era ancora nella vecchia sede a San Francesco. Poco più di tre mesi ci separavano dall’esame di maturità e quella festa inaspettata fu un bel regalo per tutti. Ci ritrovammo assieme davanti al liceo per poi andare in piazza Garibaldi. Nello slargo davanti al Palazzo delle Laudi, si già erano radunati i ragazzi e le ragazze di tutte l’età e di tutte le scuole del Borgo.

Assieme avremmo celebrare i cent’anni dell’Unità d’Italia: avevamo dovuto aspettare cent’anni per far festa? Non lo so, ma penso che ne avranno fatta una nel 1911, e forse in quell’occasione non si celebrò l’Unità ma piuttosto il regno d’Italia, ma qui il discorso diventa un po’ complesso. Ne parlerò più avanti.

Le autorità s’erano posizionate in cime alle scale di quello ch’allora era ancora l’ingresso al museo. Di certo ci furono tanti discorsi patriottici, pieni di retorica e di luoghi comuni, ma non m’arcordo proprio nulla. Di certo il prof. Francesco Franceschini, il nostro preside, fece il suo intervento, lui parlava sempre in queste occasioni e noi si doveva stare attenti. Per onore della cronaca devo dire che qualche volta riusciva ad essere simpatico e brillante ma non m’arcordo, forse in questa occasione fu solo prevedibile e prolisso.

M’arcordo d’altri discorsi sentiti alla radio, documentari alla televisione ed eventi che caretterizzarono quel periodo. Ci fu l’emissione di francobolli commemorativi. Andai a vedere un film storico, forse sulla spedizione dei Mille, ma ‘sta volta non son sicuro, mi son dimenticato anche il titolo. Insomma dovevamo esser tutti felici e contenti d’esserci finalmente uniti.

A Torino, dove proprio quel giorno cent’anni prima era stato proclamato il regno (intenzionalmente con la lettera minuscola) d’Italia, si sarebbe aperta una grande mostra celebrativa: “ITALIA ’61”.  E non sarebbe stata solo storica ma si sarebbe  mostrato agli italiani e al resto del mondo i progressi del nostro paese. L’evento non mi incuriosì molto, ci sarei voluto andare solo per vedere e montare in un treno specialissimo che correva su una sola rotaia. Di questo c’erano in giro dei manifesti futuristici che mi ricordavano le illustrazione delle città del futuro come le avevo vistie nei giornalini a fumetti di Gordon Flash. Si diceva che in un prossimo futuro tutti i treni sarebbero diventati monorotari (ma si dice cosi?). Son passati cinquant’anni e quest’idea non ha dato gran frutti. 

A proposito della mostra ITALIA ‘61 ripenso ad una storia che Loreto, un amico del L’Aquila, mi raccontò molto dopo. Quell’anno la destinazione della gita del loro Liceo fu Torino, ma ci fu un piccolo errore nella programmazione, arrivarono troppo spresto: la mostra non era stata ancora aperta!

 

  

Monorotaia a Torino

 

 

M’arcordo che ci fu anche una gran campagna per convincere la gente ad esporre la bandiera, ma nessuno o quasi ce l’aveva. L’unica famiglia che conoscevo che avesse una bandiera pensò bene di non tirarla fuori: era una di quelle con la bianca croce di Savoia. Ancora non era diventato di moda sventolare le bandiere per i campionati di calcio. Forse, ma a questo ci ho pensato dopo, c’era stato troppo sventolio durante il periodo fascista ed ora per reazione era passato di moda. La rivista Epoca annunziò che avrebbe dato in omaggio una bandiera con il numero precedente alla giorno della gran festa. Aspettai impazientemente che arrivasse, la volevo anch’io, ma alla fine ebbi una gran delusione, con il giornale arrivò solo una specie di fazzoletto tricolore. C’era ben poco da sventolare.

M’arcordo anche che dopo pochi giorni, quando ancora c’era l’eco della festa, il 21 di marzo, di nuovo non andai a scuola e la mia assenza era giustificata: ero diventato ufficialmente grade e qualcuno altolocato aveva deciso di mandarmi una cartolina, dovevo presentarmi davanti alla commissione di leva per la visita militare.  Non credo che le cose fossero cambiate molto dai tempi di Napoleone, ma questa è un’altra storia. Dico solo che fui preso: ero idoneo e questo, anche se poi non ero impaziente di partir soldato, mi fece sentir fiero. Ai miei tempi ancora circolava la battuta, anche se ormai eravamo nella repubblica, che si beffava dei riformati:

“Chi non è buone per il re non è buono nenche per la regina!”

Ma come la pensavo veramente in quei giorni? Ora son passati tant’anni e questo diviene un discorso complesso, difficile. Il mio ricordo viene distorto da quello che è successo dopo, la prospettiva cambia perchè io stesso son cambiato. Quella mia idea di patria, che si identificava con l’Italia, era ancora caretterizzata da un accentuato nazionalismo che mi voleva far credere in una supremazia degli italiani, come fosse un dono divino. Per fortuna non durò molto.

Gli eventi storici, le esperienze personali, la gente che ho conosciuto, le letture, i viaggi che ho fatto hanno contribuito a formare il bagaglio di quello che penso oggi. Ho addirittura due passaporti, dovrei avere due patrie. In verità preferirei dire: sono cittadino del mondo, anche se poi alla fine mi piace tanto andare al Borgo.

I varii insegnanti ed in particolare i professori di storia e filosofia, erano stati quelli che avevano in qualche modo influenzato maggiormente la mia idea d’Italia, di patria e da tutto questo ne dovevo tirar fuori una qualche conclusione. A questi poi veniva aggiunto quello che sentivo dire in famiglia ed importante era anche quello che leggevo e quello che mi facevano leggere.

Torniamo  indietro, cercherò di ricostruire il significato che davo all’Unità d’Italia nel 1961. Penso che il mio primo pensiero fosse quello d’un punto fisso, preciso, che non si discute: l’Italia era una ed indivisibile, e si deveve difenderla e combattere fino alla fine contro chiunque avesse voluto intaccare la nostra sovranità o distruggere quest’unione.

Proprio in famiglia si raccontava una storia di quando il bisnonno Valentino andò a votare, penso che fossero le elezioni del 1922 (?). A quei tempi abitava a Fighille e quando uscì dal seggio elettorale tutto impettito ed elegante alcuni giovani socialisti, o forse erano comunisti, che stavano fuori della porta gli chiesero:

”Sor Valente avete votato bene?”

”Io si. Io ho combattuto e sono stato ferito per far l’Italia e voi la volete distruggere.” E calmo e fiero passò in mezzo a loro.

L’unità nazionale non si discuteva, si poteva litigare fra di noi, anche violentemente per affermare le proprie idee, ma si rimaneva nel territorio, i confini della penisola con le sue isole erano intoccabili. Una maniera  per affermare che i panni sporchi si lavano in casa. Ma da dove era nata quest’idea?

La storia dei Braganti, senza andar troppo nei dettagli, era la prova che non era stato un facile cammino e questo penso valga per tutti gli italiani, anche per quelli ch’hanno la memoria corta. Pietro Braganti, il bisnonno del mi’ nonno, nacque a Selci nel 1785 in un famiglia di poveri braccianti e si trovò ad essere un suddito fedele (?) del papa nello Stato della Chiesa. Mattia Braganti, suo figlio e nonno di mio nonno, nacque sempre a Selci nel 1810 proprio quando Napoleone, ben noto per le sue manie di grandezza, aveva deciso d’allargare i confini dell’impero, e così nacque francese (Arrondissement de PerugiaDépartement de Trasimène).

Italie dans l’Empire, 1810

Non fece in tempo ad imparare la nuova lingua, l’imperatore perse tutto ed il papa ritornò. Quando divennne grande s’arruolò nell’esercito papalino e proprio per questa sua carriera militare quando ritornò a casa gli appioppiarono il soprannome “santo padre”, si diceva che fosse anche per la sua mole imponente. Poi la famiglia si mosse e non andò lontano, ma cambiò stato, infatti salirono fino al Monte Santa Maria che, quando il bisnonno Angiolo nacque nel 1841, faceva ancora parte del Granducato di Toscana e Canapone (Leopoldo II) divenne il loro nuovo sovrano. Il bisnonno non gli fu fedele e nell’estate del 1860, in verità il granduca se n’era già andato, si uni alle truppe del generale Cialdini, combattè a Castelfidardo ed andò incontro a Garibaldi. Mi domando se lo vide.

Quel memorabile proclama, che il 17 marzo del 1861 annunciava la fondazione del regno d’Italia, mutò ancora una volta le sorti della famiglia, ed il nonno Barbino, Luigi Braganti, nacque nel 1874 nel “popolo” di Trevine, frazione del Gioiello, nel comune del Monte Santa Maria, in Toscana e fu il primo ad essere cittadino italiano. E questa fu un gran novità.

Sin dalle scuole elementari c’era stata proprinata una buona dose di patriottismo piena di luoghi comuni. Ben tre Guerre d’Indipendenza erano state combattute con il solo obbiettivo di raggiungere l’unità nazionale, Garibaldi e i suoi Mille avevano liberato ed unito il sud. Poi c’era stata la Grande Guerra per liberare Trento e Trieste. E così alla fine l’Italia fu unita e indivisibile. Poi venne la Seconda Guerra Mondiale e le cose andaron a finir male e in negli anni che seguirono Trieste e l’Istria erano ancora occupate e divise in Zona A e Zona B. Ero alle medie quando un giorno d’ottobre del 1954 qualcuno inruppe nella classe gridando che Trieste era liberata, era tornata all’Italia, e nel tripudio generale gli insegnati ci condussero al duomo già affolatissimo dove il vescovo celebrò un Te Deum di ringraziamento: l’Italia intera, o quasi, era di nuovo unita. Quel giorno il fatto che l’Istria fosse stata ceduta all’Jugoslavia di Tito fu minimizzato e non si porlò molto delle migliaia di profughi istriani e dalmati che si rifugiarono in Italia e questa era la seconda ondata dopo quella del 1945.

Sembrava che anche Nilla Pizzi con “Vola comba bianca vola” aveva dato il suo contributo a riunire Trieste all’Italia.

Quelli erano i tempi in cui noi bambini leggevamo ancora il libro “Cuore” come avevano già fatto i nostri genitori. Le edificanti e patriottiche storie di eroici ragazzi, che venivano da ogni parte della penisola, ci davano l’esempio per divenire bravi ed onesti cittadini, pronti a qualsiasi sacrificio per il bene della famiglia e della patria ed io ci piangevo sopra. Era il libro per eccellenza per forgiare le nuove generazioni, seguiva alla lettera il detto di D’Azelio:

“Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani.”

Ancora si voleva credere, almeno in casa mia, che le guerre coloniali avessero avuto lo scopo di portare la cultura a gente barbara ed ignorante. “Faccetta nera” un dì sarebbe diventata italiana e la Libia sarebbe dovuta essere la quarta sponda.

Ma proprio di quei tempi (1960-61) gli imperi coloniali francesi ed inglesi cominciaranoa sgretolarsi. Era l’ora di ripensarci su, di rivalutare la storia: le cose stavano cambiando.

E fu proprio in quell’ultimo anno di liceo che venne un nuovo professore di storia e filosofia, Mario Ugolini. Era un avvocato e penso che fosse verso la fine del suo lungo mandato di sindaco comunista di Sansepolcro. Di sicura fede marxista e con il suo modo calmo e distaccato, oserei dire flemmatico, ci parlò anche di quello che non era scritto nel libro di storia. Ci offrì una visione degli eventi da un angolo differente e ci suggerì solo di trovare la nostra interpretazione, indipendenti da quelli che erano i canoni ufficiali.

Fu proprio lui che mise in evidenza che il “fenomeno” del brigantaggio nel sud d’Italia dopo l’unificazione era stato molto più importante di quello ch’era scritto in un paragrafo del libro di storia. Per la prima volta sentii parlare del “Viva Maria” e dei massacri a Città di Castello del 1799 perpetrati da bande di carettere sanfedista. Fu ancora lui che mi fece capire che l’indipendenza e l’unità d’Italia non voleva dire la stessa cosa per tutti. Pisacane (“Eran trecento, eran giovani e forti…”) e i suoi combatterono sopratutto per le riforme sociali e politiche e non morirono per cambiare un re con un altro. Alcuni mazziniani che eran partiti da Quarto con Garibaldi sbarcarono a Talamone in Maremma, loro non sarebbero andati a combattere per espandere il regno dei Savoia. Voglio credere che io sarei rimasto: prima facciamo l’Italia e poi pensiamo a come vogliamo che sia.

Per me quello fu l’inizio e credo che quello che sono oggi cominciò proprio in quei banchi della V liceo.

Son passati cinquant’anni da quei giorni e ne ho passati più di quaranta all’estero. Oggi si celebrano i centocinquant’anni dell’Unità d’Italia, e da lontano seguo gli eventi e le polemiche. Pochi minuti fa, alla radio americana (stazione della Public Radio) ho sentito Sylvia Poggioli che da Roma riportava delle bizze dei leghisti e della loro revisionismo storico. In fondo anche loro dovrebbero esser grati e riconoscenti a questa repubblica dell’Italia unita che, anche con tutti i suoi problemi, ha permesso loro di esprimere il loro dissenzo. In fondo anche le polemiche sono parte integrale delle nostre tradizioni. Forse in fondo anch’io mi sarei comportato come loro in altri tempi e circostanze: voglio pensare che avrei avuto il coraggio d’uscire dalla sala dove veniva intonato l’inno reale “viva il re, viva il re…”  e di certo sarei incorso nei guai.

E a proposito di polemiche il 17 marzo del 1861 non tutti celebrarono quel nuovo regno d’Italia. Proprio in quei giorni, non lontano da Torino sulle Alpi al confine con la Francia, c’erano migliaia di reduci dell’esercito borbonico che morivano di fame e di freddo nelle celle della fortezza di Fenestrelle, purtroppo ci sono e ci saranno sempre quelli che soffriranno ed all fine verranno anche dimenticati.

Per concludere voglio solo dire, ed forse non è altro che uno dei luoghi comuni che volevo evitare: cerchiamo di trovare e valorizzare quello che ci unisce e non esasperare quello che ci divide. Io credo nell’Italia unita e la vedo nel contesto dell’Unione Europea. Le divisioni portano inevitabilmente alle guerre.

Non è forse il miracolo più grande che da più di sessant’ anni non ci facciamo guerra? Non era mai e poi mai successo! Certo ci sono quelli che si lamentano e con ragione per l’inflazione dovuta all’Euro, ma alla fine il costo e migliaia di volte inferiore a quello d’una guerra.

Questo è il dono più grande che quei politici ch’avevano visto l’Europa dilaniata e distrutta da ben due guerre mondiali ci diedero firmando il primo trattato per l’Unione Economica Europea nel 1957. Quello fu il primo passo. Il cammino non è stato facile e il futuro non è sempre quello che vorremmo, ma uniti sarà più facile superare le difficoltà, questa è l’eredità che ci hanno lasciato.

Sempre dovremmo dimostrare la nostra gratitudine a Monnet, a Schuman, ad Alcide De Gasperi, a Spaak e ad Adenauer  per la pace che ci hanno donato.

Non dimentichiamoli.

17 marzo 2011, Marblehead, MA USA  

Nel 150simo anniversario dell’Unità d’Italia.                                                                                      

I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete! Fausto Braganti      

 ftbraganti@verizon.net 

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)  

 Non m’arcordo quando ci fu annunciato che il 17 marzo del 1961 sarebbe stato un giorno di festa, ma posso immaginare la mia reazione: felicissimo, niente scuola!

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