096b M’Arcordo…quando facevo lo scaricatore di porto.

quando facevo l’autostop, estate 1964 

Dopo l’inaspettato e sorprendente incontro con i Borghesi lungo l’autostrada nel mezzo della Germania continuai il mio viaggio con la coppia di tedeschi che m’avevan dato il passaggio, e s’andava piano. Fu allora che scoprì che tirarsi dietro una roulotte è una gran fatica per una piccola vettura.

Viaggiando s’impara.

Di certo vidi ancora quei convogli americani sempre in movimento che aspettavano l’imminente attacco sovietico che non venne mai. Allora, ripensandoci con l’esperienza del tempo, non pagavo le tasse per pagare il gasolio di quei camion, invece oggi le pago, e come, per quello che si spende per mandare le truppe in Iraq o Afganistan.

La mia lezione di tedesco di quel giorno: imparai due parole che poi mi sarebbero state utili per districarmi nei convoluti e contorti raccordi autostradali. Quelli erano gli ubicui segnali indicativi: eingang (entrata, ingresso) e ausgang (uscita). Non m’arcordo come arrivai a Francoforte, ma penso che qualcuno mi portò fino alla stazione centrala e da li, dopo chissà quante domande con il mio tedesco inesistente montai nel tram diretto all’jugendherberge. Anche questa era un’altra importantissima parola in tedesco: ovvero ostello della gioventú. Non fu un soggiorno memorabile: non m’arcodo quasi niente. Speravo ancora che Giuliano Cesarini comparisse d’improvviso, ma scoprì poi, quando lo rividi al Borgo, che lui arrivò a Francoforte il giorno in cui io partii.

Di Francoforte m’arcordo solo delle lunghe passeggiate esplorative e d’aver trovato per caso la casa natale di Goethe.  Anni dopo lessi da qualche parte che quella originale era stata distrutta durante un bombardamento. Nel 1964 non erano ancora passati vent’anni dalla fina della guerra e si vedeva. Molti edifici, se non erano stati rattoppati, sembravano esser stati ricostruiti in fretta e male. Ovunque regnava un certo squallore.

Il giorno della partenza mi aggregai ad altri autostoppisti per raggiungere l’autostrada. Avevo deciso di fare una variante al mio piano originale che prevedeva l’itinerario piú diretto per raggiungere Copenhagen, la bella Kirsten dai capelli biondi e cotonati poteva aspettare; io volevo vedere la cattedrale di Colonia.

Raggiunsi un raccordo di non so quante ingressi, uscite, strade ed autostrade e tutto scritto in tedesco! Non sapevo che direzione prendere. E poi in Germania hanno la cattiva abitudine di scrivere i nomi delle loro città in tedesco e la mia carta geografica era in italiano. Ed io povero ragazzo un po’ sempliciotto del Borgo mica ancora sapevo che la Magonza dei romani era diventa Mainz. Questa storia dei nomi di città che non trovavo, oppure di trovarmi in un posto dal nome sconosciuto per poi scoprire un mese dopo dove ero stato in realtà, successe più d’una volta. Come quando mi trovai ad Aachen, davvero un nome strano, cominciava addirittura con due “a”. Mai visto. Mesi dopo scoprii che ero stato ad Aquisgrana, e non lo sapevo ed avrei potuto visitare la cattedrale e la tomba di Carlomagno. Molt’anni dopo successe la stessa cosa anche a mia moglie Pascale, s’eran dimenticati di indicare Aix-la Chapelle. Oggi mi sento vendicativo: speriamo che qualche tedesco, dopo aver passato il Brennero, non riasca a trovare Venedig.

Ritorniamo a quel raccordo di Francoforte. Mi posizionai all’imbocco di quella che doveva essere l’autostrada che andava verso ovest ed alzai il pollice. Era una bella giornata e mi sentivo soddisfatto: davanti a me c’era tutta la Germania da scoprire.  Di macchine ne passavano tante ed io ero ancora ottimista, ed io alzavo il pollice e non so quante volte lo feci, ma nessuna si fermava. E con ogni vettura che passava il mio ottimismo diminuiva un pochino, ero diventato invisibile. Ma quando arrivò una autostoppista bionda, tipo scandinavo con dei calzoncini cortissimi e le gambe lunghe senza fine, la videro, la videro subito. Lei ebbe subito un passaggio, aspettò forse un paio di minuti. E pensare che io per un momento avevo sperato d’aggregarmi a lei. Che illuso, era stato invisibile anche a lei.

Ed io aspettavo e nessuno si fermava, cominciai a preoccuparmi, e moh che faccio?

Alla fine comparve ed avvanzò dalla curva una mastodontica macchina americane, una di quelle che avevano il muso come quello d’un camion, forse era una Dodge. Quello che mi sorprese fu il suo procedere lento, come se avesse problemi al motore. E si fermò e l’autista con un gesto mi invitò a salire. Era un giovane americano dai capelli cortissimi, di certo un militare, forse un marine, da quelle parti c’era una base militare. Il mio inglese era decente, ma ero abituato a quello dell’Inghilterra e quando questo si mise a parlare non capivo proprio niente, ed inoltre c’era un’altra ragione nella sua dizione ingarbugliata: era ubriaco. E non mi ci volle molto per capirlo. Per fortuna guidava piano e parlava e parlava ed io che non capivo niente rispondevo yes a tutto, ma forse non sentiva le mie risposte, aveva solo bisogno di monologare.

Non m’arcordo dove mi lasciò e come non m’arcordo come arrivai a Winkel, un microscopico paese sulla riva destra del Reno. Ma come è possibile che m’arcordi di questo nome quando non m’arcordo quello del paese nei Pirenei dove son stato l’estete scorsa per una settimana? Mah!

In ogni modo m’arcordo quel nome anche perchè il posto dove mi posizionai col pollice alzato era proprio davanti al cartello segnaletico che lo indicava: WINKEL!

E quello fu il luogo dove finì la mia breve carriera d’autostoppista vero e proprio, ma questo ancora non lo sapevo.

Ed aspettai e non so per quanto, forse gran parte della mattinata. Alla fine con il mio zaino in spalla decisi di camminare, alzavo il pollice e camminavo, ero nuovamente diventato invisibile e forse indesiderabile. Per molti forse era già diventato un capellone o un hippie, anche se queste parole nel 1964 non esistevano. La strada era lungo la sponda del Reno, il paessaggio era bello, con le colline coperte di vigne, le isolette nel fiume e tanti battelli, barche, chiatte che salivano e scendevano: una vera autostrade fluviale. Mi consolavo in compagnia dei classici. Da non molto avevo letto le Coffessioni di Rousseau in cui elogia il vantaggi del dell’andare a piedi invece di prendere la diligenza, in tal modo si assorbe meglio il paesaggio, si capisce la natura e si può meditare. Ripensandoci: ma lui ce l’aveva lo zaino?

Nella carta geografica era indicato un altro paese che sembrava non troppo lontano e certo più grande; forse avrei potuto prendere un autobus, o forse un treno.

Smisi d’alzare il pollice, era una causa persa. E dopo circa un’ora e forse cinque o sei kilometri a piedi arrivai a Rüdesheim am Rhein.

Arrivai proprio d’avanti ad un molo dove c’era una gran fila di gente che s’imbarcava in un battello. A questa non c’avevo pensato, e m’imbarcai: sarei sceso lungo il Reno in nave: romantico! Ma che romantico, ero solo. 

In ogni modo fu un viaggio memorabile anche perchè, a parte il ferryboat che m’aveva portato in Sicilia, io non ero mai montato in una nave, anche se quelle fluviali non son transatlantici, forse volevo credere che fosse  una gran traversata.

Le colline coperte di vigneti, i piccoli paesi dalle case variopinte e dai tetti neri lungo le rive, le isole, i castelli antichi o rifatti,  e la mitica roccia della sirena Lorelei mi fecero compagnia fino al mio arrivo a Coblenza assieme a tantissimi tedeschi festaioli. Feci un’altra scoperta. Io come tanti altri immaginavo i tedeschi sempre con giganteschi boccali di birra, ma quel sabato pomeriggio scoprii che son anche gran bevitori di vino. Forse lungo il Reno e la Mosella è proibito ber birra. La mia nave era piena di gente che beveva vino bianco e di bottiglie vuote ce n’erano tante, e non solo bevevano ma cantavano tutti contenti. Io il tedesco non lo so, ma capii subito che il fatto che il fiume Rhein fa rima con wein era stato motivo di gran ispirazione poetica.

Coblenza, confluenza della Mosella sul Reno

Erano forse le tro o le quattro del pomeriggio quando sbarcai a Coblenza dal lato sinistro del fiume, credo più o meno dove è ancorata la nave bianca della foto. E qui cominciò un’altra gran camminata, anzi una vera escurzione e lo zaino pesa di più quando si va salita. Nel mio libro degli ostelli era indicato che sarei dovuto andare ad Ehrenbreitstein e quando chiesi a qualcuno dov’era questo mi fece un cenno con la mano, indicandomi un castello in cima alla collina di fronte, sopra l’altra riva del Reno. Poi mi indicò anche un ponte lontano che avrei dovuto prendere per andar dall’altra parte. Non mi rimase altro che camminare, e fu allora che forse mi accorsi che avere i sandali come quelli dei frati di Montecasale (me l’aveva fatti il Moro) non era stata una buona idea.

Dopo una gran fatigata arrivai in cima e varcai la porta d’un’enorme, massiccia e tetra fortezza militare. L’ostello occupava una minima parte della struttura, le camerate eran grandissime e non avevo mai visto letti a castello a quattro piani.

Era l’ora di cena e la cucina dell’ostello mi offri ad un prezzo irrisorio una specie di minestra con una salsiccia e del pane nero, ci doveva essere ancora il cuciniere della caserma che preparava i pasti. Mi misi poi a vagare per gli spalti vuoti della fortezza, il panorama (quello della foto) della città, alla confluenza della Mosella che si gettava nel Reno, era bello. Al tramonto era bellissimo. Ma tutto quello non mi soddisfaceva, io mi sentivo triste, scoraggiato e stanco. Ma chi me l’aveva fatto fare? Ma come ero finito li? Ma che m’importava d’essere a Coblenza? Tante domende senza neanche una logica risposta. Pensai che in quello stesso momento, in un’altra vita non vissuta, sarei potuto essere tranquillo a Miramare e a quell’ora preparmi per andare a cena e poi a ballare con gli amici. Quella sera a Coblenza mi sentivo come fossi caduto in un buco nero.

La situazione migliorò d’un poco quando miracolosamente comparve una ragazza. Maria era una bavarese che ritornava dall’Inghilterra e cosi ebbi compagnia per quella sera e con lei potevo parlare, il suo inglese lo potevo capire. M’arcordo una gran discussione su George Orwel, lei stava leggendo Animal Farm. Poi incontrai due ragazze friulane e la mie considerazioni sul scelte fatte si ripresero.

Quando andai a dormire scopri che in quell’immensa camerata dal soffitto a volta e dalle finestre con l’inferiata forse eravamo in tre o quattro. Strano.

Al mattino con Maria andai ad esplorare la città e feci una scoperta un po’ scioccante, ma questo è quello che può succedere agli sprovveduti che non parlano la lingua del luogo: dalla fortezza per scendere, e tanto meglio per salire, c’era una specie di trenino a grimagliera che per pochi grochen e in meno di cinque minuti ci portò fino al fiume, e li prendemmo un traghetto, di nuovo in poco tempo eravamo nell’altra sponda, ai piedi del tetro monumento del kaiser, ma il kaiser a cavallo non c’era più, anche lui era un caduto in guerra; credo che l’abbiano arfatto.

Vagammo per la città e non ho niente da raccontare eccetto che per la prima volta vidi la vetrina d’una salumeria tedesca: non avevo mai immaginato che ci potessere essere così tanti tipi di salami, salamini, salsiccie, insaccatti, prosciutti di tutti tipi e dimenzioni: una vita per assaggiarli tutti e decidere quello che mi sarebbe piaciuto o per concludere: magari avessi un sanbudello.

Il giorno dopo presi il treno per andare a Kholn, a circa un’ora. Avevo deciso che poi avrei ricominciato a fare l’autostop.

Anche Kohln, la mitica Colonia dei Romani, mostrava le ferite della guerra, sambrava che tutto fosse stato ricostruito in fretta e male.

Fu facile trovare l’ostello, dopo aver traversato il Reno  a piedi sul Hohenzollernbrücke, che miracolosamente era sopravvisuto a tanti bombardamenti.

A parte la visita alla cattedrale non m’arcordo molto dei miei giri per la città. Per qualche ragione dimenticata andai all’università, forse per mangiare alla mensa.

All’ostello incontrai un romano che viaggiava in Lambretta ed anche lui era diretto a Copenhagen, guarda caso. Non m’arcordo il suo nome, mi chiese se il giorno dopo volevo andare al porto per cercar lavoro.

“Porto?”

“Si, a Colonia c’è un gran porto fluviale, m’hanno detto ch’è facile trovare lavoro per un giornaliero.”

E presto al mattino andammo al fronte del porto e ci presentammo ad uno dei magazzini. Il mio compagno, il romano, parlava un po’ di tedesco’. Due individui grassi e grossi con il sigaro in bocca ci presero subito, in tutto eravamo in quattro, un catalano, un ungherese, il romano ed io. Certo quelli che mi coscono adesso sorridono:

“Fausto scaricatore di porto? Da non credere, con quel fisico, ah,ah!”

Colonia, fronte del porto

Mi mandarono in un chiatta e dovevo aggacciare dei gran cubi con dei ganci e la gru li tirava su, non era ne difficile, ne duro. Nel pomeriggio il lavoro divenne più pesante, dovevo caricare dei sacchi di grafite dal magazzino in un vagone ferroviario. La grafite era in polvere, una polvere finissima ed oleosa, che andava dappertutto, terribile. Sembrava che fossi stato in una miniera di carbone.

Si poteva parlare con il catalano, che ci teneva a dire che lui non era spagnolo, ma non con l’ungherese, non m’arcordo ma forse parlava un po’ di tedesco.

Per me quella era una piccola avventura d’un giorno, ma fu sufficente per farmi capire che quei due cercavano lavoro ogni giorno, ed era quello il loro modo di sopravvivere. Loro erano i veri emigranti, loro eran partiti disperati e miserabili per cercare qualcosa di meglio. Io avevo un posto dove sarei potuto ritornare, loro no, e se ce l’avevano non era quello che volevano.

Alla fine della giornata arrivò la paga: zwanzig mark (circa 3.000 lire di quei tempi, quando un pasto con un quartino di vino alla mensa costava circa 325 lire).

1964, venti marchi

Vi ricordate lo zio Paperone ch’aveva incorniciato il suo primo dollaro? Io ho ancora i miei primi, ed ultimi, venti marchi. Non li spesi e tornato al Borgo li incorniciai. Ecco un’altra differenza con i due emigranti.

Il romano mi convinse, dopo molte incertezze da parte mia, di continuare il viaggio assieme a lui con la Lambretta, e pensare ch’ero un vespista, per andare almeno fino ad Amburgo.

Al mattino, presto, partimmo, ma questo è un altro capitolo e forse ve l’arconto.

 

8 maggio 2011, Marblehead, MA USA                                                                                        

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