098b M’Arcordo…la fine del viaggio (estate del 1964) era l’ora

I romani arrivarono puntuali ed io salii a bordo d’una Fiat 1100 nuovissima. Sistemato nel sedile di dietro tutto per me di certo stavo piú comodo che a cavallo della Lambretta. Quello fu l’inizio d’un comodo passaggio, e molto piú lungo di quello che potevo immaginare in quel momento, ancora pensavo d’andare solo d’Amburgo a Copenhagen, ma non anticipiamo i tempi.

Non m’arcordo molto del viaggio verso nord. Traversammo un gran ponte per arrivare a Puttgarden dove avremmo preso il traghetto per la Danimarca.

Nel mio mondo di viaggiatori, e credo che succeda anche oggi, c’erano spesso delle voci piú o meno attendibili che si spargevano velocemente, oggi si chiamerbbero “urban legend”. Per esempio fra gli autostoppisti italiani c’era quella che non era una buon’idea fermarsi all’ostello di Monaco di Baviera: si diceva che un italiano avesse messo incinta la figlia del direttore, e questo odiava tutti gli italiani ed avrebbe fatto il possibile per rendere la loro permanenza miserabile. Ma poi questa storia sarà stata vera? Chi lo sa! In ogni modo io a Monaco non ci andai. Un’altra era quella di non fare l’autostop in Francia: nessuno t’avrebbe dato un passaggio. Ce n’era un’altra che suggeriva di non mangiare il giorno prima di imbarcarsi su quel ferry, infatti a bordo ci saremmo potuti abbuffare in un incredibile buffet, ed il tutto ad un prezzo che anche un povero autostoppista si sarebbe potuto permettere. Avremmo mangiato abbastanza per esser satisfatti per tre giorni. Importante era prendere la nave giusta, ovvero quella dell’ora di pranzo. Forse fu solo una coincidenza e poco prima di mezzogiorno salimmo a bordo del Theodore Heuss. Cari amici, mica crederete che m’arcordavo del nome della nave? L’ho ritrovato scritto nel dietro della fotografia assieme alla data: 17 luglio 1964. Io con il maglione rosso, uno dei tanti fatti dalla mamma, sono assieme ai due romani (il primo e il terzo da sinistra), gli altri due sono catanesi che viaggiavano in 500, incontrati sulla nave. Anche loro, attratti dal mito dalla vichinga, avevano come obbiettivo finale Stoccoma. Ho dimenticato i nomi di tutti.

1964-07-17 a bordo del Theodore Heuss

 

A proposito del buffet nella nave: tutto quello che si diceva era vero, la quantità e la varietà del cibo era grandissima, il tutto ad un buon prezzo. Purtroppo non sono mai stato un grande appassionato d’aringhe, non credevo ce ne potessere essere di così tipi; in compenso me la feci con il salmone affumicato ed altre delizie.

Non ho gran ricordi del resto del viaggio, mi sembra che nel pomeriggio arrivammo a Copenhagen ed i miei amici mi lasciarono in centro, dalle parti del parco Tivoli. Ci fu un addio, ognuno sarebbe andato per la propria strada. Con un tram raggiunsi l’ostello. Questo era un bell’edificio nuovo e pulitissimo ai margine d’un gran prato all’inglese, con tanto di laghetto davanti, idilliaco, forse c’erano anche i cigni.

M’acordai anche che prima di partire avevo lasciato ai miei l’indirizzo di quest’ostello, così chiesi se c’era posta per me. Immaginate la mia sorpresa quando dopo aver cercato in gran cassetto mi diedero una lettera. Riconobbi subito la calligrafia del babbo. M’aveva scritto! Fu un momento emozionante, forse oggi, nei tempi della posta elettronica, dei telefonini, di Skype, sembrerebbe del tutto incompresibile. Allora si comunicava ancora scrivendoci lettere; una telefonata internazionale, anche se possibile, nella realtà d’uno studente che viaggiava era impensabile. Quello fu per me un momento commovente: essere a Copenhagen e leggere una lettera dei miei, credo mi vennero le lacrime agli occhi.

Quando ero partito dal Borgo avevo programmato che Copenhagen sarebbe stata la mia destinazione finale e là avrei incontrato la bella Kirsten dai capelli biondi, ma dopo la rivelazione del romano a Colonia che aveva il mio stesso obbiettivo, il mio interesse d’incontrarla s’era affievolito. Infatti quella sera all’ostello non sapevo cosa fare, le avrei telefonato o no? Alla fine chiesi in inglese ad un studente danese di fare la telefonata per me, e lui la fece. La conversazione non fu lunga, ed dopo aver riattaccato si rivolse a me e con un tono compassionevole mi informò che Kirsten non c’era, e che in quei giorni si trovava in vacanza a Parigi e che sarebbe ritornata dopo tre settimane. Ecco, in quel momento pensai che questa era la conferma del suo comportamento, aveva invitato chissà quanti italiani arrapati a Copenhagen e poi era partita per la Francia. Dopo tutto non credo che mi dispiacque. Di certo avrò pensato alla faccia del romano quando scopri della fuga della sua “ragazza”, e questo di certo mi fece sorridere.

Non ho grandi memoria di quei giorni alla scoperta della città eccetto che andai a vedere la famosa statua della Sirenetta ed una sera faci il giro dei bar di Nyhan a quei tempi frequetato sopratutto dai marinai. Per un breve momento ebbi l’illusione d’aver fatto la conquista d’una danese, ma dopo un promettente ballo stretto stretto e strofinato, pochi baci appassionati, comparve una sua amica e lei se ne andò senza neanche salutarmi. Questi sono gli incerti del mestiere del conquistatore inesperto e sopratutto senza soldi, non le avevo offerto neanche una birra.

L’ultimo giorno, avevo programmato di iniziare all’indomani il mio viaggio di ritorno, proprio davanti all’ingresso del Tivoli, incontrai di nuovo i due romani, quelli che m’avevano dato il passaggio. Furono cordialissimi e mi dissero.

“Domani partiamo per Stoccolma, perchè non vieni con noi?”

Non dovettero insistere molto ed accettai subito l’invito, sapevo anche che facevo loro comodo: il mio inglese, anche se approssimato, era di gran lunga migliore del loro.

E così il giorno dopo invece d’andare a sud presi la direzzione opposta. Prendemmo un altro traghetto e dopo aver visto in lontananza il castello d’Amleto sbarcai in Svezia, dove ancora si guidava a sinistra. M’arcordo benissimo l’infinità di segnaletica cautelativa per gli autisti che sortivano dalla nave che si dovevano incanalare dal lato opposto della strada. Chi é stato in Inghilterra in macchina sa di certo cosa vuol dire sbarcare a Dover.

La prima impressione, e poi fu quella che durò per giorni, fu che era un paese con poca gente e coperto da una gran foresta senza fine, intercalata da laghi e laghetti. Ecco forse il perchè gli svedesi era famosi per far fiammiferi! Avevo sentito dire che il Pagelli partiva dal Borgo per andare a cercar funghi proprio in quei boschi e che in poche ore riempiva il camioncino. Ma sarà vero?

1964 topless in California

 

Di quel viaggio per raggiungere Stoccolma non ho gran memorie eccetto che per un fatto, diciamo di cronaca. A sera ci fermammo a cena in un ristorante d’un piccolo paese e proprio all’ingresso c’era uno scaffale con tanti giornali e riviste e sembrava che quasi tutti avessero in prima pagina la stessa immagine: una ragazza con un costume da bagno dalle bretelle sottili. Che bello, s’eran dimenticati di fare il reggiseno. Dopo un po di ricerche e l’aiuto di qualcuno che ci fece da interprete scoprimmo che c’era stato una grande evoluzione nei costumi da bagno: avevano inventato il monkini, ovvero il topless. In fondo era in parte castigato, le bretelle eran utili per non farlo calare e mostrare l’ombelico. Le nostre speranze che quella fosse una novità svedese si volatizzarono subito, dicevano che la nuova moda stava facendo furore in California. Eravamo arrivati nel posto sbagliato. Grazie all’internet non mi è stato dificile ritrovare la foto in questione, non ho dubbi, questa é l’immagine della ragazza vista quella sera. Nella toilette di quello stesso ristorante per la prima volta vidi un distributore di preservativi, ed in un momento d’ottimismo ne comprai uno. Per i piú giovani voglio aggiungere che in quegli anni in Italia non era permessa la pubblicità degli antifecondativi. Prima d’andare in una farmacia per comprarne si controllava chi fosse dientro il banco e se c’era una donna non s’entrava.

Passai i giorni seguenti alla scoperta di Stoccolma, qualche volta coi romani ed altre girovagando da solo. Non ci furono grandi avventure: il tempo era bello e sembrava che il sole non tramontasse mai. S’entrava in un locale verso le undici e c’era ancora un po’ di luce, s’usciva verso le tre e c’era già il sole.

Visitai il veliero Vasa che avevano ripescato da poco dal fondo del porto. Quella era una gran nave del seicento che s’era rovesciata ed affondata proprio il giorno del varo. Non credo che il re fosse contento, quella sarebbe dovuto essere l’ammiraglia della sua flotta.

http://it.wikipedia.org/wiki/Regalskeppet_Vasa

Una sera andammo a ballare nel gran parco di Skansen, e per uno come me che veniva da lontano quella fu davvero un’esperienza. Viaggiando s’impara.

La gran pista da ballo era all’aperto al limite del bosco da un lato ed il mare dall’altra, coperta solo da una gran tettoia e circondata da una staccionata. Ci si poteva accedere solo attraverso un ingresso ben guardato da un signore tutto impettito con una gran livrea gallonata ed un cappello da generale. L’orchestra era nel palco e prima di suonare innalzavano un cartello indicando quale sarebbe stata la prossima danza: waltzer, fox trot, tango e cosi via. La prima sorpresa fu quando si misero a suonare “Non ho l’età”. La Cinguetti era arrivata fino a Skansen. Quella era l’estate in cui con questa canzone aveva vinto l’Eurofestival (si chiamava così?)

http://www.youtube.com/watch?v=PtbW7zYmYfM&feature=list_related&playnext=1&list=AVGxdCwVVULXfuAhauMY6pF1iWYZZ9BaF5

Già lungo quel viaggio mi era spesso capitato che quando qualcuno aveva scoperto ch’ero italiano subito intonava “Non ho l’età, non ho l’età per amarti…” quasi sempre storpiando l’italiano. Ecco l’alba dell’Unione Europea sulle note d’una canzone.

Rimasi un po’ ad osservare, di certo il rituale era molto diverso da quello del Pozzo di Piero o del Sombrero al Borgo. Notai subito che gli uomini eran tutti allineati da una parte e le donne dall’altra e sembravano studiarsi reciprocamente, appena veniva inalzato il cartello con la prossima danza ogni uomo si dirigeva per scegliere la dama e mettendosi in attenti come un militare leggermente abbassado la testa porgeva la mano e lei rispondeva offrendogli la sua facendo una piccola riverenza di ringraziamento per poi prendere il cavaliere sottobraccio. Si formava così una fila di coppie che s’avviavano all’ingresso. Allora capii cosa ci stava a fare quel guardiano: controllava che il biglietto d’ingresso fosse depositato in una cassetta, si doveva pagare per ogni ballo. Mi girai intorno e vidi un casottino dove vendevano i biglietti. Il prezzo era irrisorio, per pochi centesimi si poteva acquistare un gettone, m’arcordo che assomigliava un po’ a quello del telefono. Ne comprai alcuni e durante l’intervallo successivo ebbi modo di studiare la situazione: dovevo scegliere la mia donna ed erano tutte là, in fila e non avevo mai visto così tante belle, bionde dai capelli lunghi e lisci. Corsi velocemonte a chiedere il ballo a quella che pareva la piú carina per la mia altezza, considerando che erano in molte quelle piú alte di me. Lei mi sorrise, fece il suo doveroso inchino, mi prese sotto braccio e ci mettemmo in fila per entrare in pista. L’orchestrina si mise a suonare un ballo lento, che fortuna! Mi trovai una svedese bionda fra le braccia. Cercai di dirle qualcosa in inglese, ma capii subito che non capiva nulla. Non mi rimase altro da fare che stringerla ed ebbi subito la sensansazione che contracambiava stringendomi. Le serrisi e le mi sorrise!

“Qui s’arcatta!”

Il ballo finì e la mia dama mi prese sottobraccio e seguendo l’esempio degli altri l’arcompagnai nel posto dove l’avevo presa, dal lato delle donne. Mi sorrise, mi fece ancora un inchino ed io me ne andai dalla mia parte. Venne innalzato il cartello per danza successiva ed io pensai che sarebbe stata una buon’idea invitare la stessa ragazza, ecco come mi sarei comportato al Sombrero se una ci stava. La ragazza mi sembrò sorpresa e dopo un momento d’incertezza mi prese sotto braccio e si ritornò in pista. Cercai ancora di stringerla, e capii subito che a ‘sto giro voleva mantenere le distanze. Le sorrisi ed il suo volto rimase impassibile. Ma cosa avevo fatto? Finita la danza non mi prese sottobraccio e si allontanò da sola. Non riuscivo a capire cosa fosse andato storto.

Poi, e non mi ricordo chi fu, qualcuno mi disse che in quel tipo di balera la gente va solo per ballare, e si deve ballare con tutte, belle e brutte, non si chiede un ballo per la seconda volta a nessuna. Per far questo sarei dovuto andare in un night, ma quello era un lusso che non mi potevo permettere.

Dato che gira e rigira i turisti vanno sempre negli stessi luoghi incontrammo i due siciliani conosciuti nel traghetto, ed alla fine si decise di partire tutti assieme. Loro avevano fatto un gran rifornimento di riviste fotografiche piene di ragazze nude, nude per davvero. A quei tempi neanche Playboy, ancora proibito in Italia, osava mostrare il nudo integrale.

Ci fermammo per un paio di giorni di nuovo a Copenhagen. E fu proprio davanti al Tivoli fu che io ed uno dei siciliani rimorchiammo due finlandesi e le invitammo ad andare a fare un giro in macchina. Essere in due nel dietro d’una 500 offrì subito tutti i vantaggi d’un incontro ravvicinato. Trovammo un parco dove delle grandi siepi offrivano una parvensa di privacy. Casa successe? Non m’acordo molto. Che strano: tutto quello che mi successo nella pista da ballo di Stoccolama mi é cosi chiaro mentre quello che successe fra me e Pia é confuso.

1964-07 Fausto e Pia davanti a Tivoli, Copenhagen

 

Dopo tant’anni, un altro miracolo di Facebook, Pia mi ha ritrovato, adesso abita in Australia. Da quello che lei mi ha scritto sembra proprio che quel pomeriggio nel parco fu “memorabile e indimenticabile”, almeno dice lei.

Per tornare in Italia da Copenhagen la prendemmo per le lunghe, infatti sbarcati in Germani uno dei romani propose d’andare a Parigi, e questa sarebbe stata per me la mia prima volta.

Ma questo l’ho già arcontato in un altro M’Arcordo…

https://biturgus.wordpress.com/74-jem%e2%80%99rapelle-la-premier-fois-que-j%e2%80%99ai-avais-vue-paris/

Concludo arcordando la notte che rientrammo in Italia, si veniva da Ginevra e per scalare le Alpi facemmo il Piccolo San Bernardo, ancora non c’era il tunnel del Monte Bianco. Il ricordo dello splendore del sorgere della luna piena, che illuminava con la sua luce bianca le montagne dalla cima del passo, é rimasto indelebile come uno dei momenti magici della mia vita.

PS: poi, dopo tant’anni, c’é stata una “svedese” nella mia vita; non era bionda, aveva i capelli rossi. Non é stata una storia semplice, e forse proprio per questo penso che sia meglio che questa non l’arconti.

30 nov. 2011, Marblehead, MA USA

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype: Biturgus (de rado)

 

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