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148 M’Arcordo… di Giovanni Buitoni e del corpo di spedizione Borghese ad Hackensack N.J.

febbraio 10, 2016
Luisa Spagnoli e Giovanni Buitoni

Luisa Spagnoli e Giovanni Buitoni

La settimana scorsa in Italia il teleromanzo di Luisa Spagnoli e Giovanni Buitoni ha avuto un enorme successo, purtroppo non l’ho ancora visto. Sono andato nel sito RAI ed ho ricevuto una laconica comunicazione che mi informava che per ragione di copyright non mi era permesso visionarlo nel mio paese di residenza, USA. Sarà per la prossima volta che torno in Italia. Forse è meglio non averlo visto, così non sarò influenzato in quello che dirò. Più d’una volta avevo sentito parlare in famiglia di questa storia d’amore proibita, ma sempre in gran segreto, ed io attento ascoltavo, mi sembrava di far parte d’un complotto carbonaro. E pensare che poi tanti anni dopo i loro abbracci appassionati son finiti in televisione, ma chi l’avrebbe mai detto.

Debbo aggiungere che forse quello che avevo sentito dire non era corretto e mi avevano portato a conclusioni non molto edificanti. Infatti io credevo che la differenza d’età fosse ben più grande, forse vent’anni se non addirittura trenta e non era stata Luisa ad ammaliare il giovane pivello ma piuttosto il contrario. Era stato lui che usando come strumenti la seduzione e poi l’amore voleva prender controllo dell’azienda. Penso che la mia fu una percezione del tutto sballata basata su quell’errore di differenza d’età che ho scoperto in questi gioeni. In fondo 13 anni non sono molti ed una donna di 32 di certo può essere al massimo della sua gloria, aggiungendo alla sua bellezza consolidata una buona dose di conoscenza in materia. Sa quello che vuole e non ha incertezze, non perde tempo nascondendosi dietro falsi pudori e se ci fossero sarebbero solo strumenti di giochi d’amore a breve termine. Quindi anch’io mi debbo adattare al revisionismo storico.

 

A proposito della Buitoni in New Jersey scrissi un M’Arcordo… circa tre anni fa con l’intenzione di poi scriverne il seguito. E poi non l’ho fatto fino, ho continuato a rimandare fino ad oggi. Avevo bisogno che Giovanni e Luisa mi dessero una spinta.

https://biturgus.com/2012/10/26/109g-marcordo-la-buitoni-ad-hackensuck-nj/

In questo io racconto del mio trasferimento da Boston in New Jersey nel 1990 e delle memorie dello stabilimento Buitoni ad Hackensack e della presenza di Giovanni Buitoni che anche da morto si faceva sentire nella memoria di tanti. A seguito del programma televisivo il mio racconto, nonostante avessi lasciato fuori Luisa per discrezione, ha ritrovato un grande interesse fra tanti curiosi che dopo aver visto il teleromanzo volevano saperne di più e sono andati nell’internet. Nel giro di tre giorni il mio blog ha avuto quasi 1500 visite, forse son rimasti delusi sperando di trovare dettagli molto più piccanti.

Ricapitolando: Giovanni per ragioni politiche decise che era meglio cambiare aria e partì per New York, eravamo alcuni anni prima della guerra (1934-35), con l’intenzione di promuovere i prodotti Perugina. Fu un raro tipo, direi unico, di emigrante che di certo viaggiò in prima classe, e la sera si metteva lo smoking per cenare al tavolo del comandante. A quel tempo c’era un prestigioso negozio di prodotti Perugina in Fifth Avenue. Non so se ci fosse anche stato uno con i prodotti di moda “Luisa Spagnoli”, quelli morbidi di lana d’angora che la cugina Silvana di Perugia amava tanto.

Giovanni e Letizia Buitoni

Giovanni e Letizia Buitoni

So anche che fu coinvolto nell’allestimento del padiglione italiano alla World Fair del 1939, un altro evento di gran successo.

Non so quando si sposò con Donna Letizia. La coppia elegante e sofisticata entrò nel giro dell’alta società di New York. So anche che fu membro del circolo “Tiro a Segno” in MacDougal St. (Greenwich Village). Questo era, e lo è ancora, un club molto esclusivo e vanta d’essere il più vecchio (1888) e prestigioso dei circoli italiani. Nel 1996 (più o meno) fui invitato ad un pranzo d’affari da uno dei membri, un anziano operatore turistico che vantava più di mezzo secolo nel mondo dei viaggi. Durante la conversazione saltò fuori che io ero di Sansepolcro. Lui subito mi disse che c’era stato e che aveva incontrato il Sor Marco e ch’era stato amico di suo fratello Giovanni e di questo se ne sentiva fiero. Mi disse anche che era stato il suo agente di viaggio personale e mi confermò che lui era un gran signore, di gran classe. Giovanni e Letizia viaggiavano per nave ed i bauli e valigie erano tanti, aveva bisogno sia delle camice per il frac come quelle per lo smoking. Naturalmente non mancarono i pettegolezzi che resero il pranzo ancora più interessante.

Nel 1940 venne la guerra e non fu una sorpresa; si interruppero le comunicazioni fra l’Italia e gli Stati Uniti ed i “Baci” non arrivarono più. Giovanni, tagliato fuori della famiglia e senza nulla da vendere, aveva pur bisogno di sopravvivere e di certo non voleva cambiare il suo stile di vita. Aveva bisogno di far soldi. Di pasta ne sapeva qualcosa così decise di mettersi a produrre spaghetti ed aveva a disposizione un buon nome, di prestigio, e mi fermo qui, non è la mia intenzione di scrivere la sua biografia anche perché non son qualificato, vado avanti per sentito dire.

Per il momento diciamo che lui rimase come una testa di ponte in attesa d’uno contingente che doveva arrivare dall’altra parte dell’oceano. Le future truppe da sbarco erano per il momento alle prese nelle battaglie del Nord Africa e di certo non pensavano all’America.

Nino Manari, bersagliere corrazzato

Nino Manari, bersagliere corrazzato

Nino Maneri sbarcò nel 1954 ed Ezio Zoppi arrivò poco dopo di lui, ambedue erano provetti meccanici della Buitoni di Sansepolcro. Non so quando arrivò l’ingegnere Mario Giannini che poi incontrai quando stava alla Prince Spaghetti,

Forse a Nino, conoscendone il carattere focoso, sarebbe piaciuto traversare il Washington Bridge con la sua autoblinda per raggiungere Hackensack NJ, a solo venti minuti da Manhattan. Anche quel veicolo era stato uno dei tanti mezzi che partendo da Sansepolcro, dopo tante tappe ed avventure, lo avrebbe portato fino in America. Nino ed Ezio furono richiamati e partirono nell’estate del 1940 all’inizio della guerra e mentre Giovanni andava all’opera o ai concerti di Toscanini a New York, loro si ritrovarono a scorrazzare per il deserto della Libia ed dell’Egitto fino a Siwa. Furono fatti prigionieri dagli inglesi dopo El Alamein e dato che questi di prigionieri ne avevano troppi e non sapevano dove mandarli furono “regalati” agli americani. Il viaggio per nave fu lunghissimo ma c’era cibo in abbondanza. Finirono in campi differenti. Ambedue intuirono che la prigionia sarebbe stata lunga e tediosa, ma almeno non c’erano pallottole che sibilavano sopra la testa, ed ambedue decisero di metterla a buon frutto. Studiarono ed impararono l’inglese ed fu proprio questa la ragione, a parte il fatto ch’erano provetti meccanici, per cui furono scelti per andare negli Stati Uniti nel 1954, ma di questo ne riparleremo poi.

Penso che in quegli anni di guerra e del dopo guerra gli affari dello stabilimento Buitoni americana andarono bene e Giovanni ebbe la geniale idea di creare uno “Spaghetti Bar” dalle parti di Times Square a New York. Aveva avuto un intuizione, come quando aveva inventato i “Baci”, come preparare e servire un pasto gustoso in pochi minuti e cosa ci poteva essere meglio d’un bel piatto di spaghetti? Entravi, ordinavi, sceglievi il sugo e via. Aveva inventato il “fast food”. Mio cugino Umberto, ma che poi in realtà si chiamava John, me ne parlò bene.

“E la pasta era buona, al dente, con un ottimo sugo.”

Mi domando se c’era già l’idea di creare una catena di ristoranti simili. Non so come andò a finire o perché chiuse. Quando arrivai a New York per la prima volta nel 1970 lo “Spaghetti Bar” era già solo un ricordo.

Per quanto ne sappia io in quei primi anni del dopo guerra i rapporti fra lo stabilimento americano e quelli italiani e quello parigini erano limitati. Giovanni era il presidente d’una repubblica separata e tornò in Italia solo nel 1952 e questo mi pare sorprendente, era stato via almeno 13 anni, ma perché? Fu quello il ritorno del fratello prodigo? Infatti gli altri quattro fratelli lo aspettavano a braccia aperte, almeno per i fotografi che li immortalarono. La ragione ufficiale fu la celebrazione dei 125 anni della fondazione della Buitoni. Ci furono feste varie, foto ricordo con centinaia d’operai ed impiegati sorridenti ed anche il mi’ babbo ebbe la sua medaglia d’oro con tanto di diploma che fu subito incorniciato e fieramente esposto nel soggiorno. Tante case a Sansepolcro furono ornate da quelle pergamene.

Il babbo cominciò a portare a casa materiale promozionale e riviste americane, di cui non capivo niente ma di certo avranno decantato la bontà dei prodotti Buitoni e Perugina. Quella fu la volta che vidi qualcosa scritto in inglese, mi pareva che una parola si ed una no fosse “the”. Che strana lingua l’inglese. Ne ricordo una con Donna Letizia in copertina, una foto scattata dall’alto e lei con una gonna ampissima che pareva una ruota di stoffa con un milione di piegoline.

“Ma come era elegante!” Avrà detto mia madre, di certo paragonandola a Scarlett O’Hara di “Via col Vento”. Quella rivista rimase in giro per la casa per anni, forse nessuno osava gettarla via.

Di certo quella fu l’occasione per i cinque fratelli Buitoni perugini di programmare il futuro e l’espansione dell’azienda, ognuno ne avrebbe avuto una fetta. Fu anche allora che in questo spirito di espansione fu coniata la famosa frase:

“da qui… in tutto il mondo” Sansepolcro, Perugia, Roma, Parigi e New York! Mica potevano dire Hackensack? Se riuscivi a pronunciarlo sembrava una parolaccia.

Lo stabilimento americano era in una fase di grande espansione, di rinnovamento, c’era bisogno di nuovi macchinari, linee di produzione, c’era bisogno di ingegneri, di meccanici qualificati che potessero impiantarli e poi operarli e fu così che venne il turno di Nino Maneri ed Ezio Zoppi assieme a Mario Giannini ingegnere, figlio di Sostegno, personaggio storico della vecchia Buitoni. Non solo erano qualificati a svolgere le loro mansioni ma parlavano inglese, ecco per loro era stato un colpo di fortuna quando prigionieri dagli inglesi invece d’essere spediti in India od in Kenya come altri si trovarono in una nave che da Alessandria li portò in America.

Ambedue, come ho già raccontato, al ritorno dalla prigionia si sposarono, non c’era tempo da perdere, come aveva detto Ezio a Mariettina

“Sposiamoci subito, ci hanno già rubato cinque anni.”

Nino sposò la Nara e quando nacque una bambina non ebbe dubbi, doveva avere un nome americano, così a Sansepolcro ci fu la prima Jane (pronuncia “iane” alla Borghese). Io non avevo mai visto un nome così, che nome strano pensavo e si scrive anche con la “i lunga” una lettera che non è neanche nell’alfabeto. Ripensandoci Nino era stato lungimirante e quando “iane” arrivò a scuola a Nutley il nome non era più strano e divenne “gein”.

Nino e Ezio partirono prima e dopo un anno li raggiunsero le mogli con prole. Ed io da lontano sentivo tutte le storie di questi Borghesi ch’erano andati in America, ma perché il babbo non ci andava? Ci volevo andar anch’io, volevo viaggiare, per un breve tempo, ma più tardi verso la fine degli anni cinquanta, si parlò seriamente d’un trasloco a Parigi, ma poi non successe nulla ed io ero triste, anche se l’idea d’andare in una scuola dove tutti parlavano francese mi preoccupava.

La Titina, sorella di Nino, era amica di mia madre e da lei si sentiva tutto quello che i nuovi americani facevano. Mi sembrò un evento eccezionale quando ci raccontò d’una telefonata intercontinentale che avevano fatto per Natale. Ma chissà quanto sarà costata!

da sinistra: Nara Donnini Maneri, Jane Maneri , sig.ra Benassi e Letizia Buitoni

da sinistra: Nara Donnini Maneri, Jane Maneri , sig.ra Benassi e Letizia Buitoni

Donna Letizia doveva avere la responsabilità di aiutare le famiglie ad adattarsi al nuovo ambiente. Una gita in cima al Rockefeller Center doveva esser d’obbligo, naturalmente hanno tutte le signore hanno i guanti bianchi.

Nino, Ezio e Mario si erano impiantati in pianta stabile ma poi c’erano altri che andavano e venivano a seconda delle necessità. So anche che l’ingegner Longinotti passò dei lunghi periodi ad Hackensuck.

Giovanni Buitoni doveva gran parte del suo successo alla sua personalità aperta e brillante, da farsi notare. Aveva un nome importante, prestigioso, che apriva le porte e lui stesso era uno strumento per far conoscere i suoi prodotti, Buitoni era sinonimo di spaghetti. Lui si doveva far vedere, riconoscere, far ricordare quel nome alla gente che entrando in un supermercato avrebbero scelto quel pacco di spaghetti solo perché ne riconoscevano il nome.

fine anni '50 cena a New York

fine anni ’50 cena a New York

Nella foto da sinistra: Nara Donnini Maneri, ing. Longinotti, Elia Mari (segretaria) Nino Maneri, sig.ra Benassi, (cameriere?), Giovanni Buitoni, un’altra segretaria (Cassetta?) e Raffaello Benassi. Questi era di Sassuolo ed era un “montatore” ovvero uno di quelli che montava quei lunghi forni di essiccazione della pasta. Ho conosciuto personalmente il sig. Benassi che aveva lavorato anche a Sansepolcro. Era lui che comprava per mio padre casse di barolo, ancora senza etichetta e tappo legato collo spago.

Quando Giovanni Buitoni decise d’affittare il Carnegie Hall a New York per un concerto di beneficenza dove lui sarebbe stato il protagonista della serata, cantando dei brani d’opera, furono in tanti a criticarlo, una stravaganza strepitosa che sarebbe costata tanti soldi, buttati al vento. Questi si sbagliarono, il successo venne dal fatto che tutti ne parlarono, giornali, radio e televisione, e le vendite ed il guadagno compensarono la spesa di gran lunga. Ricordo che il mi’ babbo portò a casa il programma di quella serata, delle copie erano arrivate fino a Sansepolcro.

Quelli furono gli anni di espansione, del gran successo della Buitoni e Perugina in Europa, come in America. I prodotti venivano spediti in tutto il mondo. Nel film “Un Italiano in America” Alberto Sordi in poche ore da lavorante in una stazione di servizio alla periferia di Roma si ritrova nel palcoscenico d’uno studio televisivo a New York dove incontra il padre che non aveva mai conosciuto, Vittorio de Sica. La scena dai toni melodrammatici viene improvvisamente interrotta dalla pubblicità e cosa poteva esser meglio pubblicizzato d’un pacco di spaghetti Buitoni? Ve lo ricordate?

sguardo convincente

sguardo convincente

Credo che fu un bel colpo e di certo costò caro. 

Anche questa volta credo d’aver chiacchierato anche troppo, finisco la storia con Giovanni a cavallo e con lui Nino e Jane, ecco io ch’ero rimasto a Sansepolcro a cavallo non ci andavo.

Giovanni Buitoni nella sua tenuta a Paramus, NJ fine anni '50

Giovanni Buitoni nella sua tenuta a Paramus, NJ fine anni ’50

Nino ed Jane fanno compagnia a Giovanni, fine anni '50

Nino ed Jane fanno compagnia a Giovanni, fine anni ’50

Post Scriptum (senza fotografie)

“Fausto, ma tu la Hilary la pipavi?”

Diciamolo che questa domanda diretta, inaspettata e inequivocabile nel suo contenuto almeno per uno del Borgo (Sansepolcro), mi colse di sorpresa ed anche tanta. E pensare che quello doveva essere un incontro d’affari. Inoltre l’uso dell’imperfetto suggeriva il ripetersi dell’azione.

Andiamo per ordine, in questa storia Luisa Spagnoli non c’entra niente e Giovanni Buitoni solo indirettamente, diciamo per parentela.

In quegli anni in cui ero ancora con Alitalia in New Jersey lavoravo molto (spedizioni cargo) con una compagnia italiana dal gran nome, prestigiosa. Un giorno uno dei dirigenti mi telefonò annunciandomi che sarebbe arrivato un nuovo presidente “e viene dal tuo paese, è di Sansepolcro! Penso che lo conosci.” Non mi disse altro.

Organizzammo un incontro e per l’occasione il mio capo, il capo del mio capo, quello con le grandi finestre dell’ufficio che davano su Fifth Avenue, traversarono il Washington Bridge per venire in New Jersey, questo era un cliente importante. Ambedue erano miei amici e ci davamo del tu nonostante i loro titoli altisonanti.

L’ufficio moderno, spazioso dalle gran vetrate del presidente non era lontano dal Washington Bridge. Fummo scortati nel suo ufficio che aveva una scrivania grande come il ponte d’una portaerei, e lui, un aitante bel giovane elegantemente vestito (Zegna o Brioni?) ci aspettava sorridente, si alzò e venendomi incontro con la mano tesa, senza alcun preambolo, ignorando tutti gli altri, mi chiese:

“Fausto, ma tu la Hilary* la pipavi?”

Ed io fui sorpreso, e gli altri rimasero interdetti, anche perché non capivano che cosa volesse dire “pipare” a parte “fumar la pipa”.

Ed io, dopo alcuni momenti d’esitazione, più o meno risposi:

“Questa sì che è una domanda a sorpresa, da non credere, se per quasi trent’anni hai potuto vivere senza sapere quello che si faceva io ed Hilary penso che tu possa sopravvivere immaginando quello che vuoi.”

Sorrise e cominciammo la riunione.

Quando sortimmo i miei colleghi erano curiosi di quella enigmatica conversazione. La traduzione in italiano del verbo “pipare” aumentò il loro interesse ed anche loro volevano sapere cosa era successo con Hilary.

Delucidazione finale. Hilary arrivò a Sansepolcro da Londra alla fine del 1964 come governante e per insegante l’inglesi ai quattro rampolli, ed il presidente era uno di questi. Hilary non conosceva nessuno e si annoiava tantissimo nella grande casa. Mi fu presentata e cominciammo ad uscire assieme ma non molto, solo quando tornavo da Firenze. In fondo quella domanda era logica, i ragazzi la vedevano uscire quando l’andavo a prendere con la macchina e di certo rimuginavano:

“Ma cosa fanno quei due?”

Il mistero persiste, tanto non ve lo dico.

 *Hilary non è il vero nome.

Marblehead, 10 febbraio 2016

Fausto Braganti

ftbraganti@verizon.net 

Il mio blog di memorie M’Arcordo… www.biturgus.com/

Ho recentemente pubblicato il libro “M’Arcordo…” che può essere acquistato nelle librerie di copertinaSansepolcro. Questo è un breve filmato dell’inizio della presentazione del libro avvenuto nella sala consiliare (quella che io chiamo “sala del biliardo”) del Comune di Sansepolcro, 25 aprile 

 Presentazione del libro M”Arcordo…

 

145 Non M’Arcordo… de l’Alitalia a Newark before the 1967 Revolution.

novembre 30, 2015

 

carta Alitalia pre67

carta Alitalia pre67

Ai primi di luglio del 1990 sono arrivato a Rochelle Park, come manager Alitalia responsabile per il New Jersey, a poco più di mezz’ora da Manhattan e non lontano dallo stabilimento Buitoni. L’ufficio, biglietteria e rappresentanza, erano al piano terra d’un bel palazzo moderno.

Non parlerò di questo ma piuttosto d’un altro ufficio, che non ho mai visto, e di questo foglio di carta da lettere, ritrovato nel magazzino, che era sopravvissuto a due traslochi e alla Revolution ’67.

Analizziamo il foglio. In alto il vecchio logo Alitalia con la “Freccia Alata” disegnato nel dopoguerra per la nuova compagnia aerea rinata dalle ceneri dell’Ala Littoria. 145 Non M’Arcordo… de l’Alitalia a Newark before the 1967 Revolution. bInfatti vedo nel simbolo di questa, le ali d’uccello ed il fascio, il precursore dell’arco della freccia che scocca. Questo logo fu sostituito da quello attuale, anche se questo ha subito delle piccole modifiche grafiche, nel 1970. Quando sono entrato in compagnia nel 1971 ancora c’erano aerei con questa livrea.

Il piccolo aereo che compare in basso a destra è un DC8 43, quattro motori Rolls Royce, rimasto in servizio      fino al 1974, quando fu messo fuori uso, per l’inefficienza di quei motori

Questo che racconto è una ricostruzione nata dalla memoria collettiva che mi fu tramandata da colleghi più anziani di me.

Oggi quando uno parte va all’aeroporto si presenta al banco, passaporto e bagaglio, niente biglietto, basta quello elettronico e via, ma abbiamo aggiunto file kilometriche per passare i servizi i sicurezze. Una volta c’era un servizio addizionale, oggi dimenticato, ma solo nelle grandi città. La prima volta che ho preso un aereo, 1964 Roma-Alghero, ho fatto il mio controllo a Stazione Termini, infatti c’era un banco accettazione Alitalia. Dopo aver consegnato il bagaglio ed espletato altre formalità si saliva, con la carta d’imbarco in mano, sull’autobus che ci aspettava lungo il marciapiede. Giunti a Fiumicino si procedeva direttamente verso l’uscita designata, senza preoccuparsi del bagaglio e nessun controllo di sicurezza. Ho avuto simili esperienze a Londra e a New York. Roba d’altri tempi.

Ci fu un tempo lontano, almeno 23 anni prima che arrivassi io, in cui Alitalia offriva questo servizio, proprio in quell’ufficio, indicato nel foglio di carta, al 14 Park Place, a Newark. Anche li c’era poi un autobus che avrebbe portato i passeggeri fino a JFK Airport. La comunità italiana del New Jersey era ed è ancora molto numerosa e TWA e Pan Am non offrivano questo servizio da Newark, ma solo da New York.

Poi arrivò il luglio del 1967, forse faceva molto caldo, e la città di Newark esplose in una rivolta che durò 5 giorni. Intervenne la guardia nazionale e ci furono 24 morti ed innumerevoli feriti. La città fu messa a ferro e fuoco ed i saccheggi ed gli incendi furono tanti e disastrosi. Il centro commerciale della città fu raso al suolo ed ancora oggi, dopo quasi cinquant’anni, se ne vedono le cicatrici. I giornalisti, considerando la portata dell’evento, cominciarono a chiamarlo Revolution.

Nella primavera del ’68, dopo l’assassinio di Martin Luther King, ci fu una nuova esplosione di rivolte urbane, in vari centri e di gran lunga più gravi, a Newark non c’era rimasto più molto da saccheggiare o da distruggere.

E l’Alitalia? Si trasferì in un’anonima cittadina a circa 10 kilometri ad ovest di Newark ed il servizio accettazione e trasferimento in aeroporto non fu più implementato. Gli italiani del New Jersey, ed erano e son tanti, dovettero montare in macchina ed andare a JFK, di certo la fila al banco fu più lunga.

Ma come fece questa risma di carta intestata pre1967 col vecchio logo e con l’indirizzo 14 Park Place a sopravvivere al saccheggio ed ai traslochi? Mistero. So solo che un giorno la trovai in un armadio in magazzino e fui sorpreso.

14 Park Place oggi

14 Park Place, Newark, oggi

Controllando con Google Earth ho scoperto che al 14 Park Place oggi c’è l’ingresso d’un parcheggio coperto.

 

Marblehead, 30 novembre 2015

 

Ho recentemente pubblicato il libro “M’Arcordo…Storie Borghesi” che può essere acquistato nelle librerie di Sansepolcro. Questo è un breve filmato dell’inizio della presentazione del libro avvenuto nella sala consiliare (quella che io chiamo “sala del biliardo”) del Comune di Sansepolcro, 25 aprile 2015. copertina

 presentazione del libro M’Arcordo… (in tutte le librerie di Sansepolcro, eccetto una)

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144 M’Arcordo… de quando se facivano i ciccioli

novembre 24, 2015

Dopo tutti questi ultimi giorni pieni di tensione penso che sia meglio cambiare argomento, parliamo di cose serie, direi che è l’ora di parlare di ciccioli che, come diceva il mio amico Paolo Massi, “son tanto boni.”

1942 la soddisfazione d'avere un maiale

1942 la soddisfazione d’avere un maiale

Cominciamo dall’inizio, lo so che sembra ovvio ma non mi dispiace ripeterlo, per fare i ciccioli ci vuole il maiale. E nel 1942, quando c’era chi moriva nel deserto della Libia e chi nella steppa russa, avere un maiale dalle parti di Porta Romana a Sansepolcro era un tesoro e la gioia della famiglia, la soddisfazione del nonno che già sapeva come sarebbe andata finire, sono evidenti. Loro commemorarono l’evento con una fotografia. Poi la vera festa di certo avvenne la sera stessa della macellazione, la spaccatura, con la tradizionale cena del maiale.

Non parliamo del coratoio, una specie di  cavatappi, usato per ammazzare l’animale, non andiamo nei dettagli, orribile!

Una frase che ho spesso sentito ripetere, era quella che del maiale si buttano via solo le unghie, il resto è tutto buono, solo che certe parti non durano. Non si deve perder tempo, il problema del dover buttar via qualche cosa non sussiste, si mangia tutto, anche il sangue. Bono il migliaccio! 

Noi il maiale in casa non ce l’avevamo. Diciamo che non era un animale domestico facile da gestire; anche se uno avesse avuto l’orto o un fondo poi c’erano i vicini che si sarebbero di certo lamentato, forse anche per invidia. Il rellino non emanava un buon odore e poi ci sarebbe voluto un po’ di spazio per la stroscia, il maiale ha bisogno di spazio per rotolarsi ed infangarsi. Poi c’era il trogolo per mangiare dove finivano tutti i possibili avanzi, lui è come una macina che ingoia tutto ed anche questo spesso maleodorante, per poi non parlare delle norme igieniche.

Fu allora nel dopoguerra che il sindaco (forse Mario Baragli? Domandateglielo) passò delle norme che proibivano di allevare i maiali entro le mura cittadine.

Per risolvere il problema mio nonno ne comprava uno, per l’esattezza mezzo, già macellato e squartato. Qualcuno ci portava questo mezzo animale a casa ed il tavolo del salotto era pronto a diventare quello d’un anfiteatro anatomico. Infatti arrivava Carlino, mi pare si chiamasse così, che aveva un arsenale di coltelli affilatissimi grandi e piccoli e cominciava la lezione d’anatomia suina, meglio conosciuta come la spaccatura. E tutti al lavoro intorno a lui, si facevano salsicce, sambudelli, un prosciutto, una spalla ecc. A me interessava un prodotto in particolare, ero impaziente, uno di quelli che avremmo mangiato subito, i ciccioli. Certo non avevamo la piccola pressa (che modernità) di mio cugino Tonino Antonelli della Pieve Vecchia che vedete nelle foto. I pezzetti di carne grassa venivano messi in un pentolone, bolliti fin che si otteneva lo strutto che poi finiva nella bicica. Ecco ancora una prova dell’efficienza del maiale: si usava anche la vescica per non parlare della rete dell’intestino per avvolgere i fegatelli. Vi ricordate le palle bianche appese a qualche trave in cucina? Alla fine nel pentolone rimanevano dei pezzettini che raccolti venivano messi in una vecchia federa e strizzati, gli ultimi rimasugli di lardo sarebbero sgocciolati via e così si arrivava al prodotto finale ed io ero felice, mangiare i ciccioli caldi è una delizia.

Lo strutto credo che in Italia sia passato proprio di moda, peccato. Le patatine che si mangiano in Belgio o in Francia sono favolose, a parte l’ottima qualità del prodotto, ancora vengono fritte nello strutto. Ed anche le ciaccie fritte che una volta ho trovato in una riserva indiana sperduta nel sud dell’Arizona erano ottime, semplice, anche queste erano state fritte nello strutto.

Nel febbraio del 2002 portai Pascale al Borgo per la prima volta e lei che era stata in Italia tante volte scopri un’altra Italia, o meglio scoprì il Borgo con tante tradizioni, è stata un’ottima studentessa.

I miei cugini Tonino e Graziella con l’aiuto di Franco e Rosina non solo ci ospitarono ma ci fecero tutte quelle cosine che sapevano che mi mancavano e fu così che non mi fecero trovare i ciccioli già fatti ma piuttosto li fecero davanti a noi, con l’aiuto di Menchino naturalmente. E li mangiammo caldi.

Paolo Massi arrivò poco dopo.

Menchino comincia il suo duro lavoro

Menchino comincia il suo duro lavoro

 

lo strutto comincia a colare attraverso il torchietto

lo strutto comincia a colare attraverso il torchietto

 

Tutti voglione vedere, Pascale con i pantalon rouge circondata dalla nuova famiglia. il cibo unisce

Tutti vogliono vedere, Pascale con i pantalon rouge circondata dalla nuova famiglia. il cibo unisce

 

comincia la premitura

comincia la premitura

 

Menchino che pressa i ciccioli

Menchino che pressa i ciccioli

 

ed ora bisogna toglierli dal torchio

ed ora bisogna toglierli dal torchio

 

finalmente son sortiti

finalmente son sortiti

 

Menchino e la Rosina li separano

Menchino e la Rosina li separano

 

i ciccioli, finalmente, pronti per esser mangiati!

i ciccioli, finalmente, pronti per esser mangiati!

 

Durante un altra mia visita a Sansepolcro (circa 1989-90) fui invitato ad una cena organizzata dallo Slow-Food di Sansepolcro assieme a quello di Città di Castello. Credo che fosse verso novembre ed il tema era: La Cena del Maiale. L’evento avvenne dalle parti di Trestina. Come si poteva immaginare ci fu una grande affluenza di gente dei due stati, armonia ed fratellanza completa. Gli organizzatori, consapevoli che certe tradizioni radicate avevano delle varianti, per evitare ogni possibile incidente diplomatico che sarebbe potuto facilmente degenerare in conflitto aperto, fecero preparare due tipi di migliaccio, uno con lo zucchero ed uno col sale, così ognuno mangiò il suo e tutti furono contenti.

Mi ritrovai con due casteleni (potevano essere anche di Trestina) seduti davanti a me ad uno dei lunghi tavoli. Alla fine arrivarono con delle catinelle colme di ciccioli che misero al centro della tavola, e noi tutti giù a intingere la mani.

Che mangieta!

Fu allora che fui testimone d’una conversazione interessante

“Bóni, ‘sti céccioli!’ Disse quello anziano e quello più giovane

“Enno bóni, ma en pieni de colesterólo.

“Ma che sarà pu’ ‘stu colesterólo? ‘Na ‘olta ‘n c’éra miga, ma chi l’avrà inventèto?”

“Io ‘nn’el sò chi la inventèto, ma sò che énno come ‘l veléno, ‘gni cécciolo che magni è ‘n’ ora de méno de vita!”

“Odìo, me sa tanto alóra che me so già magnéto ‘na mesèta!” (1)

E mica smise di mangiare.

 

E proprio per finire propongo e non è la prima volta, di non usare armi chimiche o batteriologiche contro quelli dell’ISIS, usiamo armi suiniche. Ci sono dei precedenti storici, le pallottole immerse nel sangue di maiale, usate dal generale americano Pershing, ebbero un gran successo deterrente durante una rivolta di mussulmani filippini nel 1899.

Un bombardamento di ciccioli potrebbe avere degli ottimi successi, e i prigionieri coperti di strutto? Le 72 vergini non vogliono niente a che fare con gli immondi.

 

  • Ringrazio Gabrio Spapperi e gli amici dell’Academia della Sembola per la consulenza linguistica castelena.  

 

Marblehead 23 novembre 2015

Ho recentemente pubblicato il libro “M’Arcordo…Storie Borghesi” che può essere acquistato nelle librerie di Sansepolcro. Questo è un breve filmato dell’inizio della presentazione del libro avvenuto nella sala consiliare (quella che io chiamo “sala del biliardo”) del Comune di Sansepolcro, 25 aprile 2015. copertina

 Presentazione del libro M’Arcordo…

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104c M’Arcordo… quando non ho incontrato Anthony Clarke, la libreria.

novembre 5, 2015

Ovvero un M’Arcordo… d’appendice (terza parte)

Son passati più di tre anni da quando scrissi e pubblicai la mia storia di Anthony Clarke. Non ero il primo e di certo non sarò l’ultimo. In tanti hanno parlato e scritto su di lui e non ho molto da aggiungere a quello già detto. Ci sono stati anche programmi televisivi con grandi personaggi che hanno pubblicizzato la storia.

Quello che mi aveva incuriosito era la formazione culturale di Clarke, quella che l’aveva portato a prender quella decisione nell’estate del ’44.

Cause ed effetti, una catena senza fine dalle più inaspettate conseguenze.

Ritornare ad una vita civile dopo l’esperienza della guerra non doveva esser facile, ed essere omosessuale nell’Inghilterra era di certo un’aggravante. Il processo di Alan Turing, lo scandalo ed susseguente suicidio (1954) immagino dovettero creare gran preoccupazione in Anthony Clarke.

Non lo so, ma questa potrebbe esser la ragione che lo portarono ad emigrare in Sud Africa, a Cape Town, e lì cominciò la sua avventura di libraio che terminò con la morte nel 1980.

Ma la libreria (199 Long Street, Cape Town) non chiuse, grazie a Henrietta Dax.

 

Luciana è una fiorentina girellona, al suo confronto io sono un sedentario. Siamo stati colleghi all’Alitalia di Boston per tantissimi anni. L’ho incontrata per la prima volta al telefono, lei lavorava nella biglietteria in città ed io ero in aeroporto. Non son sicuro, ma forse questa conversazione avvenne in aeroporto. Sentendola parlare le chiesi:

“Ma tu sei fiorentina?

“Si, e tu di dove sei?”

“Di Sansepolcro.”

“Di Sansepolcro?” con un tono di gran sorpresa “Ma tu sei quello che vola sotto i ponti?”

Ecco l’eco delle avventure del Liscio erano quelle che davano lustro a Sansepolcro.

Questa estate ricevetti una sua e-mail da Cape Town in Sud Africa e mi chiedeva se sapessi la storia di Anthony Clarke, per caso entrando in un libreria aveva visto il manifesto del Cristo Risorgente. Aveva poi appreso tutta la storia del bombardamento interrotto.

Naturalmente le chiesi di scattare delle fotografie.

Eccole, grazie Luciana.

Clarke's Bookstore 199 Long Street Cape Town South Africa

Clarke’s Bookstore
199 Long Street
Cape Town South Africa

La Resurrezione

La Resurrezione

Henrietta Dax, titolare della libreria.

Henrietta Dax, titolare della libreria.

4-Clarke

5-Clarke

 6-Clarke

 7-Clarke

 8-Clarke

  

Questi sono i due articoli  che scrissi a proposito di Clarke. 

https://biturgus.com/2012/03/07/104a-marcordo-quando-non-ho-incontrato-anthony-clarke/

https://biturgus.com/2012/03/18/104b-marcordo-quando-non-ho-incontrato-anthony-clarke/

  

Marblehead, 5 novembre 2015

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Ho recentemente pubblicato il libro “M’Arcordo…Storie Borghesi” che può essere acquistato nelle librerie di Sansepolcro. Questo è un breve filmato dell’inizio della copertinapresentazione del libro avvenuto nella sala consiliare (quella che io chiamo “sala del biliardo”) del Comune di Sansepolcro, 25 aprile 2015.

 video della presentazione del libro M’Arcordo…

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143 M’Arcordo… la televisione in bianco e nero e l’immagine misteriosa.

ottobre 28, 2015
l'immagine misteriosa

l’immagine misteriosa

La televisione, un oggetto misterioso e fantastico, era una radio dove se vedevano le figure, ma io non l’avevo mai vista, ma il mi’ babbo si, alla Fiera di Milano. Addirittura lui mi raccontava di averne vista una, sempre alla Fiera, poco prima della guerra.

Ma come era possibile? Ma come funzionava?

Poi  alla fine arrivò anche al Borgo. Una domenica sera, penso che fosse il 1953, camminando per la Via Maestra, vidi un gran gruppo di gente che si accalcava davanti alla vetrina del negozio del Livi, allora era davanti a quello del Massi (oggi il Lanzi). Mi avvicinai ma non riuscivo a farmi spazio fra la folla, non riuscivo a vedere cosa c’era di nuovo.

“La televisione!” mi disse uno.

“La televisione? Al Borgo?” mormorai io, la dovevo vedere e alla fine dopo tante zeppe e spintoni riuscii a penetrare quel muro umano di curiosi.

Eccola, la radio con le figure! Che miracolo! Ero felice. Vidi delle barche con le vele bianche che navigavano sul mare, ma forse era un lago.

Comprare la televisione era un gran lusso e ci voleva anche l’antenna, un marchingegno da mettere sul tetto che a quei tempi non era una bruttura ma piuttosto simbolo prestigioso per che abitava in quella casa. Loro avevano la televisione. Si raccontava che ci fossero quelli che mettevano su l’antenna senza avere il televisore.

Ed io ero geloso, noi non ce l’avevamo.

Il mi’ babbo prometteva che quando avremmo cambiato casa, l’avrebbe comprata. Infatti lo fece, ma dovetti aspettare quattro anni.

E nel frattempo? S’andava al caffe, o in casa di amici generosi che ci ospitavano.

Non so da quanto tempo Don Giacomo, un giovane prete romagnolo, fosse arrivato a Sansepolcro, ma m’arcordo che era molto attivo con i giovani e con le iniziative dell’Azione Cattolica cercava di toglierli dalla strada.

“Al Palazzo Graziani c’è la televisione! Don Giacomo l’ha comprata!” qualcuno mi disse, quella si che è una bella notizia. Ed io subito entrai a far parte dell’Azione Cattolica. Penso che fosse verso il 1954.

Io cambiai il detto di Enrico IV che disse “Parigi val bene una messa.” a “Un film alla televisione val bene un’ora di catechismo.” Specialmente se è uno di Stanlio e Ollio.

Allora c’era solo la RAI, un solo canale e poche ore di trasmissione alla sera, ancora non erano arrivati Lascia o Raddoppia, l’Oggetto Misterioso, il Musichiere e la pubblicità di Carosello. Nel pomeriggio, mi pare fosse verso le cinque e mezzo, iniziava “La TV dei Ragazzi” ed io puntualissimo alle cinque e vanti od anche prima mi sedevo in prima fila aspettando impaziente.

Arrivava Don Giacomo ed accendeva la televisione, a noi era proibito toccarla, e nello schermo compariva questa immagine fissa, misteriosa, ma cos’era? Tutti confermavano che serviva ai tecnici per poter valutare e correggerne la qualità. Ed io rimanevo come ipnotizzato per pochi minuti, sempre più impaziente di vedere uno dei vari programmi, differenti ogni giorno della settimana. Uno si chiamava “Mio padre il Signor Preside.” Una seria di filmetti americani con le innocenti avventure di ragazzi e ragazze che sembravano vivere in California, dove c’è sempre il sole, molto lontano dalla realtà di Sansepolcro.

Colonialismo culturale? Direi di sì e non finì lì, infatti dopo non molto Mike Buongiorno arrivò da New York.

Il resto lo sapete.

PS: immagino che quell’immagine nello schermo abbia un nome, lo sapete?

Marblehead 28 ottobre 2015

Ho recentemente pubblicato il libro “M’Arcordo…Storie Borghesi” che può essere acquistato nelle librerie di Sansepolcro. Questo è un breve filmato dell’inizio della copertinapresentazione del libro avvenuto nella sala consiliare (quella che io chiamo “sala del biliardo”) del Comune di Sansepolcro, 25 aprile 2015.

Presentazione del libro M’Arcordo… 25 aprile 2015

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142 M’Arcordo… quando se stampavano i provini a contatto

ottobre 25, 2015
Provino a contatto, Palio della Balestra a Sansepolcro (1962 o '63)

Provino a contatto, Palio della Balestra a Sansepolcro (1962 o ’63)

Prima di stampare una fotografia (nella camera oscura) si facevano i provini ovvero si metteva la pellicola direttamente a contatto sulla carta fotografica che poi si esponeva alla luce per pochi secondi ed infine seguendo il rituale dei vari bagni si ottenevano delle piccole immagini. Con una lente si studiavano se meritavano d’essere ingrandite, stampate. La carta fotografica era cara ed eravamo molto accorti prima d’usarla.

Non ero sicuro che si chiamasse davvero provino a contatto e ne ho chiesto conferma ad un amico. Grazie Marcello.

Questo è un provino del Palio della Balestra a Sansepolcro del settembre 1962 o ’63, e sono delle immagini scattate da Piero Acquisti, che io chiamo Mechina. Ho poi scoperti che di Piero Mechina ce n’erano anche altri. Non ho memoria di come me lo son trovato fra le mie foto, di certo me l’avrà dato Piero.

Piero a quel tempo usava una Hasselblad ed eravamo in tanti ad esserne invidiosi.

La pellicola usata era un 6×6 (6cm. ecco il tipico formato quadrato) che veniva in due tipi di rullino 120 e 220, variava solo la lunghezza del film.

Ed ora con la rivoluzione digitale ve le ristampo più grandi:

Lolo Tricca e i su' citti

Lolo Tricca e i su’ citti

 

Spettatori

Spettatori

 

ma chi sara' il vincitore? Athos Fiordelli, sindaco, controlla

ma chi sara’ il vincitore? Athos Fiordelli, sindaco, controlla

 

Premazione, Tonino Massi

Premazione, Tonino Massi

 

Celebriamo: Ha vinto il Borgo!

Celebriamo: Ha vinto il Borgo!

 

Premiazione, e' il turno di Mario Tricca

Premiazione, e’ il turno di Mario Tricca

 

Marblehead 25 ottobre 2015

Ho recentemente pubblicato il libro “M’Arcordo…Storie Borghesi” che può essere acquistato nelle librerie di Sansepolcro. Questo è un breve filmato dell’inizio dellacopertina presentazione del libro avvenuto nella sala consiliare (quella che io chiamo “sala del biliardo”) del Comune di Sansepolcro, 25 aprile 2015.

Presentazione del libro M’Arcordo…

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141 M’Arcordo… quando il San Giuliano era ancora un angelo.

ottobre 23, 2015
San Giuliano di Piero della Francesca, riscoperto nel 1954

San Giuliano di Piero della Francesca, riscoperto nel 1954

Quando riscoprirono l’affresco perduto di Piero della Francesca io ero alle Medie, era 1954. L’effetto della notizia portò un entusiasmo generale e sembrava che tutti a Sansepolcro se ne sentissero orgogliosi. Quell’angelo, come venne chiamato all’inizio, doveva essere solo una prima scoperta, sotto quegli intonaci ci doveva esser ben altro, ma purtroppo le aspettative furono deluse.

Accontentiamoci del San Giuliano e non è poco. Ma con tutta la miriadi di santi che ci sono come fecero a stabilire che questo fosse proprio San Giuliano? Ma che c’è scritto da qualche parte? Se qualcuno lo sa ce lo dica.

Questo è davvero un M’Arcordo… intercontinentale. Fra Marblehead e Singapore ci sono 12 ore di differenza. Io sono 6 ore più giovane e Francesco Pasquetti è 6 ore più vecchio di quelli con son rimasti a Sansepolcro, esattamente a mezzavia.

Io dopo cena bevo il mio whisky, me l’ha ordinato il dottore, mentre lui si fa il caffelatte mattutino. Le parti si invertono dopo 12 ore, solo che la sua collezione di whiskey è più ricca della mia. Devo andare a trovarlo.

Una mattina, ma forse era una sera, durante una delle nostre chiacchierate, me so’ arcordato d’un episodio lontano, un po’ confuso nella mia memoria, e gli ho chiesto:

“Francesco ma chi era quello che vide il San Giuliano di Piero alla Filarmonica? Era il tu’ babbo o il tu’ zio?”

“Era il mi’ zio Ivo.”

“Ma com’è la storia?”

“Anni fa lo zio la scrisse, la cerco e me la faccio mandare dal Borgo e te la passo. The Pasquetti Connection! Grazie anche al mi’ cugino Giulio.”

“Benissimo, la voglio pubblicare.”

E così dopo un paio di giorni questa testimonianza di Ivo Pasquetti, dall’inconfondibile profilo pierfrancescano, mi è arrivata, rimbalzando dall’Europa in America, via Asia.

Questa fu pubblicata in un libro: “Una Piazza, una Città, il Sentimento del Tempo” del 1988, una raccolta di memorie di gente che era cresciuta e vissuto attorno alla fontana di Piazza Santa Chiara.

Ivo Pasquetti 1949

Ivo Pasquetti 1949

UN AVVENIMENTO MEMORABILE

Una cosa così non capita spesso, anche se il nostro quartiere in quasi otto secoli, ne ha visti di fatti da tenersi a mente.

Verso le due del pomeriggio del 14 dicembre 1954, tornavo da scuola e, affamato, mi dirigevo a casa per mangiare. Abitavo nell’edificio posto al n. 10 di Via S. Croce, in uno degli appartamenti allora riservati ai custodi della scuola elementare. Mio padre, appunto, lo era da molti anni.

Salita la prima rampa di scale, vidi aperta la porta della Sala della Società Filarmonica. Da alcuni giorni mi capitava di vederci entrare un muratore, Lino Mercati, Seme di soprannome: il partigiano che erroneamente era stato dato per fucilato nel ’44 a Villa Santinelli. La sala, che in origine era l’abside della Chiesa degli Agostiniani, veniva adattata a locale da ballo per l’imminente Carnevale ed il muratore eseguiva lavori di risanamento.

Chi sa perché, proprio quel giorno, sentii il desiderio pungente di entrare per rivedere gli affreschi trecenteschi che, qualche anno prima, Beppe Nomi, con l’aiuto di suo fratello Piero, e Giovanni Cecconi avevano individuato sotto l’intonaco e parzialmente rimessi in luce con l’aiuto di rudimentali strumenti. Anch’io ero stato della partita, saltuariamente.

Mi prese voglia, come dicevo, di tornare a rivederli: certi volti di Madonna, certi sguardi … Erano di una dolcezza infinita! Entrai e mi misi in contemplazione. Seme, che non aveva ancora ripreso a lavorare per il turno pomeridiano, mi osservava e non capivo perché. Lo salutai e allora, come incoraggiato dal saluto amichevole, ruppe il ghiaccio.

– N’è venuto fuori un altro di questi dipinti. Stamattina. – mi disse un po’ reticente.

– Dov’è? – chiesi incuriosito.

– Di là, in quello sgabuzzino.

Mi portò in uno stanzino senza finestra che serviva da ripostiglio per i musicanti. Un’asse incalcinata su due caprette di ferro, una corta scala a pioli. L’oscurità non consentiva di scorgere altro. Accese una lampada volante, collegata ad un lungo filo elettrico, l’alzò sopra l’asse e illuminò il dipinto.

Era inconfondibile!

– Ma questo è di Piero della Francesca! – gridai.

Ad ogni secondo che passava mi rendevo conto sempre più della eccezionalità del fatto. Che emozione! Non c’era da sbagliarsi. Il volto, gli occhi, il portamento statuario della figura. I colori erano ancora più vividi di quelli che possiamo ammirare oggi, a causa dell’umidità del muro. Era splendido! Ero felice, eccitato, agitato. Lino Mercati se ne accorse e mi sembrò che si volesse quasi giustificare.

– lo non ho fatto niente, è venuto fuori da sé.

– Chi hai avvertito?

– Nessuno. Ma che ne so io …

Gli spiegai che aveva fatto un grosso ritrovamento. Allora si rassicurò e fu più ricco di particolari.

– L’umidità aveva gonfiato l’intonaco. Io dovevo rompere la gobba e rifarlo. Ho dato una martellata e ho visto comparire un occhio. Se qui c’è un occhio un altro deve essere qua. Un’altra martellata. Non c’era. Allora deve essere di là. Un colpo, è apparso il secondo occhio. Allora il naso è qui. To … è saltato fuori il naso e la bocca.

– Sciagurato, potevi rovinare tutto! Ora non toccare più nulla e avverti qualcuno.

– Ma io non ho fatto niente, è venuto fuori da sé.

Ero giovane e avevo fame. Andai a pranzo, ma dopo due cucchiate di minestra di fagioli smisi di mangiare, salutai in casa e scappai. Sempre più ero preso dalla smania di dirlo a qualcuno, oltre che ai miei.

Tornai alla Filarmonica. Lino Mercati aveva ripreso a lavorare più in là e gli chiesi:

– Sei stato ad avvertire?

– Ma chi? – brontolò.

Uscii per provvedere. Andai da Beppe Nomi, che era l’ispettore onorario ai monumenti. Non era in casa. Cominciai a cercarlo. Incontrai un gruppo di amici: Renato Pecorelli, Massimo Moriani, Valentino Valentini, Raffaele Rizzo. Forse qualche altro. Chiesi di Beppe. L’avevano intravisto e mi portarono da lui. In piazza lo incontrammo. Lo chiamai, ma non mi dette ascolto: era con il signor Adriano Canosci, corrispondente de “LA NAZIONE” e con un ispettore del giornale fiorentino.

Ero cosciente di non avere nessun merito per la scoperta, ma provavo una comprensibile gioia a pensare che ero io il secondo uomo del XX secolo, dopo Seme, ad aver visto quello che sarebbe stato poi identificato per il S. Giuliano, e di essere stato il primo a rendersi conto che si trattava di un Piero della Francesca. Mi urgeva dentro il bisogno di raccontarlo a Beppe. Perciò mi ribellavo al fatto che ci snobbasse.

Lo richiamai, e senza complimenti, gli dissi:

– Dammi udienza, ti conviene. Ho scoperto un Pier della Francesca.

Tempo prima lui aveva fatto ricerche mirate e saggi in varie chiese. Inutilmente.

La nostra comitiva era di burloni, c’era da darci poco credito. Ma di me aveva un po’ di fiducia, perché avevamo lavorato insieme a queste cose. E poi la curiosità era tanta, che valeva la pena di rischiare la beffa.

– Dove? – azzardò.

– Non te lo dico. Abbi fede, vien dietro a me e vedrai. –

Anche gli amici erano increduli. Non erano al corrente di nulla. Ci avviamo in corteo. Beppe era scettico, ma tentato. Alla Filarmonica l’introdussi nel ripostiglio. L’asse e la capretta non c’erano più. Montò sulla corta scala, fino al penultimo piolo e appoggiò il ventre al muro, per stare in equilibrio. Tremava.

– È lui, è lui; e poi di quelli belli! ;

– Pare incazzato, ‘sto santo, d’essere stato scoperto – commentò uno degli amici, notando lo sguardo fiero della figura.

A quel punto nasceva il problema di avvertire le così dette autorità competenti. Ma l’ispettore de “LA NAZIONE”, che ritrovammo in piazza, voleva dare la clamorosa notizia al suo giornale e non sentiva ragioni; Beppe, da persona corretta, non poteva consentirlo per i rapporti che aveva con la Soprintendenza.

I miei amici, scanzonati goliardi, cominciavano a divertirsi, e sghignazzando, minacciavano:

– Beppino, o ci paghi da bere, o si dice a Felix – che era il corrispondente de “IL MATTINO DELL’ITALIA CENTRALE”, il quotidiano toscano concorrente.

– Questo no! – intervenne l’ispettore, che non aveva capito che non si trattava di un ricattuccio, ma che gli amici la buttavano in goliardia – A questi bravi giovinotti la bevuta gliela pago io.

E brindammo alla salute de “LA NAZIONE”, di Beppe Nomi, mia, e, perché no, di Piero della Francesca.

Andò a finire che la notizia fu pubblicata dal giornale, ma con poco rilievo. E le autorità competenti si presero un po’ di tempo prima di sentenziare che si trattava di un affresco pierfrancescano. Prima di fare la cosiddetta attribuzione.

 IVO PASQUETTI  (1988)

Non m’arcordo quando lo vidi per la prima volta, o quando fu portato al Museo, ma m’arcordo quando venne a trovarmi a Londra.

Nella primavera del 1969, allora lavoravo a Londra, fu allestita una mostra, “Frescoes from Florence”, di opere salvate e restaurate dopo l’alluvione di Firenze. La Hayward Gallery era stata inaugurata da poco lungo la riva sud del Tamigi. Quando appresi che c’era anche il San Giuliano di Piero fui sorpreso, ma cosa centra lui? Non era stato alluvionato, ma certo gli organizzatori che l’avevano ottenuto in prestito erano soddisfatti: avere un Piero della Francesca dava lustro alla mostra ed avrebbe attratto gran pubblico.

E così fu. Ci andai diverse volte e mi sentivo particolarmente orgoglioso, quella era roba mia! Volevo che tutto il mondo l’ammirasse.

Il San Giuliano era girellone ed arrivò a New Orleans per la 1984 Louisiana World Exposition, ma questa volta non andai a trovarlo. Da qualche parte ho il manifesto.

Non so se sia andato da qualche altra parte.

 

Da tutto questo si apprende che il 14 dicembre 1954 fu un giorno memorabile, Seme riscoprì un santo nascosto per secoli ed Ivo Pasquetti mangiò una minestra di fagioli. E non dimentichiamolo.

Cerco una foto di Seme, Lino Mercati the unsung hero, da inserire in questa storia. Mi pare che si dia poco credito al suo contributo, magari un altro avrebbe martellato il tutto.

E diamo anche credito a questo soffitto che ha protetto l’affresco per secoli.

soffitto dell'abside della Chiesa degli Agostiniani a Sansepolcro

soffitto dell’abside della Chiesa degli Agostiniani a Sansepolcro

La profilo ducale (pierfrascano) del giovane Ivo Pasquetti viene dal giornalino goliardico “Per chi Suona il Campanone” del Natale 1949.

 

 

Marblehead 23 ottobre 2015

Ho recentemente pubblicato il libro “M’Arcordo…Storie Borghesi” che può essere acquistato nelle librerie di Sansepolcro. copertinaQuesto è un breve filmato dell’inizio della presentazione del libro avvenuto nella sala consiliare (quella che io chiamo “sala del biliardo”) del Comune di Sansepolcro, 25 aprile 2015.

filmato della presentazione del libro M’Arcordo… 25 aprile 2015

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140 Io non M’Arcordo… de la Mela Club

ottobre 22, 2015
La Mela Club Sansepolcro

La Mela Club
Sansepolcro

Io de la Mela Club ‘n me n’arcordo, ero già andato via dal Borgo. Non so neanche dove fosse o quanto tempo rimase aperta. Quando alcune settimane fa pubblicai una pubblicità dello Scorpione ci fu una valanga di commenti e fra questi notai dei riferimenti alla Mela.

Eccola.

Senza voler far troppo Umberto Uco e sperdermi in disquisizioni di semiotica, semantica e roba del genere, son tentato a fare dei commenti.

Per cominciare questa pubblicità è del 1970 (+o-). I caratteri tipografici della Mela Club son tipici del periodo psichedelico, ricordano quei manifesti di Carnaby Street tanto apprezzati da tutta una generazione che amava i Beatles e stava scoprendo i Rolling Stones.

La mano femminile dalle dita affusolate e le unghie perfette è elegante e piena di promesse. È proprio lei, l’Eva tentatrice che si offre direttamente a tutto un pubblico maschile (testosteronico) impaziente d’accaparrarsi quel dono.

Infine viene la sorpresa, inaspettata, direi contradittoria e son confuso.

Ma chi era diretto questo messaggio pubblicitario?

Alle mamme! Che i babbi non contano in questo tipo di decisioni? Diciamo che loro si perdono nel vago della categoria genitori.

Penso che quello che veramente volevano scrivere era “le vostre figlie saranno al sicuro”. Ecco di cosa erano preoccupate le mamme, che le loro bambine non cadono nelle mani di quei ragazzacci marpioni. Ma che alla Mela c’erano delle guardie anti pomicio?

Per finire: usare una ragazza nuda sulla mela tentatrice non credo potesse raggiungere questo obbiettivo.

Aspetto i vostri commenti ed informazioni. Magari si scopre anche chi fu l’artista.

 

Marblehead 22 ottobre 2015

copertina

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 Presentazione del libro M’Arcordo… 25 aprile 2015

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100b M’Arcordo…quando s’usavano le lire

ottobre 19, 2015

Diciamo che questo è un post-scriptum a quello dedicato ai tempi in cui s’usavano le lire.  

100 M’Arcordo…quando s’usavano le lire

Ieri sera sono andato a cena da degli amici a Newton, una città ad ovest di Boston. Ron da tempo mi aveva promesso che mi avrebbe fatto vedere la sua collezione di banconote. Infatti quando sono arrivato ho trovato sul tavolo un grosso volume, uno di quelli con le pagine di plastica con tante tasche dove inserire le banconote. Sapendo che ero italiano me lo ha fatto trovare aperto al punto giusto.

“Ma tu ti ricordi queste? Non credo, sei troppo giovane.”

Si era sbagliato, non son così giovane,

“Le AmLire! Si, me le ricordo benissimo!”

Non nascondendo un tono di gran sorpresa.

Le ho tolte dalle tasche protettive ed ho scattato questa foto, credo che quelli che se ne ricordano stiano diventando sempre di meno. 

the Am Lire

the Am Lire

Marblehead 19 ottobre 2015

 copertina

Ho recentemente pubblicato il libro “M’Arcordo…Storie Borghesi” che può essere acquistato nelle librerie di Sansepolcro, eccetto una. Questo è un breve filmato dell’inizio della presentazione del libro avvenuto nella sala consiliare (quella che io chiamo “sala del biliardo”) del Comune di Sansepolcro, 25 aprile 2015.

presentazione del libro M’Arcordo…

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139 M’Arcordo… della Pieve Vecchia

ottobre 4, 2015

Il M’Arcordo… della Pieve Vecchia è lungo, questa volta voglio arcordalla solo con delle immagini, il resto lo devo scrivere.

I Braganti e gli Antonelli emigrarono all’inizio del secolo, quel’altro, e non venivano da lontano: San Leo d’Anghiari. Il nonno Luigi (noto come il Barbino) e la sua famiglia si impiantarono alla Fonte Secca, davanti al Tricca della motta. La zia Assunta, la sua sorella giovane vedova Antonelli con i su’ citti picini andò alla Pieve Vecchia, oltre il cimitero, oggi l’Oroscopo. A quel tempo era un podere a mezzadria della fattoria della Fortezza Collacchioni e noi Braganti ci si sentiva di casa.

Gli Antonelli e di Braganti rimasero e sono ancora legati non sola dalla parentela ma da un’amicizia profonda cementata dal bello ed il brutto delle vite parallele. Abbiamo sofferto e gioito assieme.

1942 I miei primi passi, si vede il semenzai del tabacco e si intravede la Pieve Vecchia

1942 I miei primi passi, si vede il semenzaio del tabacco e si intravede la Pieve Vecchia

 

1942 da sinistra Orlando Beni Luisa Taba (mia madre che mi tiene in collo) e Lea Nofri, bambino da identificare. Nel dietro il seccatoio, oggi la pizzeria

1942 da sinistra Orlando Beni Luisa Taba (mia madre che mi tiene in collo) e Lea Nofri, bambino da identificare. Nel dietro il seccatoio,

 

 Scattai queste foto nel settembre del 1978, nessuno abita nella casa, sembra abbandonata.

1978-09 Pieve Vecchia

1978-09 Pieve Vecchia

1978-09 facciata della Pieve Vecchia

1978-09 facciata della Pieve Vecchia

 

 

 

1978-09 Pieve vecchia facciata. I pipistrelle facevano il nido sotto l'intonaco

1978-09 Pieve vecchia facciata. I pipistrelli facevano il nido sotto l’intonaco

1978-09 l'aia della Pieve Vecchia, non so di chi siano le capre

1978-09 l’aia della Pieve Vecchia, non so di chi siano le capre

1978-09 I cavalli davanti al pozzo, ma di chi son?

1978-09 I cavalli davanti al pozzo, ma di chi sono?

 

1978-09 Pieve Vecchia, la porta sulla destra era quella della stalla

1978-09 Pieve Vecchia, la porta sulla destra era quella della stalla

1978-09 Pieve Vecchia pota d'ingresso

1978-09 Pieve Vecchia pota d’ingresso

1978-09 Pieve vecchia, il forno

1978-09 Pieve vecchia, il forno

1978-09 Pieve Vecchia, forno

1978-09 Pieve Vecchia, forno.

 

1978-09 Pieve Vecchia, il licite accanto al pozzo nero e la concimaia

1978-09 Pieve Vecchia, il licite accanto al pozzo nero e la concimaia

1978-09 Pieve vecchia, il seccatoio, oggi la Pizzeria Oroscopo di Mimmo l'egiziano

1978-09 Pieve Vecchia, il seccatoio, oggi Pizzeria Oroscopo di Mimmo l’egiziano, sulla destra la porta  del seccatoio per il tabacco.

 

E poi arrivò Marco e comprò la Pieve Vecchia e dall’abbandono e rovina creò l’Oroscopo.

Un giorno a New York (metà anni novanta) fui invitato alla presentazione della rivista “Il Gambero Rosso” edizione in inglese. Sfogliando le pagine vidi delle immagini conosciute, anche se erano solo foto di dettagli capii subito di cosa si trattava. Immaginate la mia sorpresa, quella erano della Pieve Vecchia, trasformata nell’Oroscopo.

Marco sapeva dei miei legami con la memoria della vecchia casa colonica, una vera struttura leopoldina cubica a cui non avevano aggiunto la torretta piccionaia. Avevano finito i soldi? Un giorno lo incontrai per la Via Maestra a Sansepolcro e lui mi disse:

“Durante i lavori di ristrutturazione ho travato qualcosa che ti farà piacere avere.”

Andai a trovarlo, aveva messo da parte dei chiodi e dei chiodoni trovati nelle vecchie travi duranti i lavori.

E fu così che una piccola parte della Pieve Vecchia arrivò in America, a Marblehead.

chiodi forgiati a mano del vecchio tetto della Pieve Vecchia

chiodi forgiati a mano del vecchio tetto della Pieve Vecchia

 Propongo, e non è la prima volta, di ribattezzare la via Palmiro Togliatti, non credete che Via delle Pieve Vecchia sarebbe più appropriato?

  

Marblehead 4 ottobre 2015

copertina

Ho recentemente pubblicato il libro “M’Arcordo…Storie Borghesi” che può essere acquistato nelle librerie di Sansepolcro, eccetto una. Questo è un breve filmato dell’inizio della presentazione del libro avvenuto nella sala consiliare (quella che io chiamo “sala del biliardo”) del Comune di Sansepolcro, 25 aprile 2015.

Presentazione del libro M’Arcordo…  

 

Il mio blog fotografico https://1dailyphoto.wordpress.com/

E questo è il sito dedicato al http://il-dottore-fotografo-alla-grande-guerra.com/