142 M’Arcordo… quando se stampavano i provini a contatto

ottobre 25, 2015
Provino a contatto, Palio della Balestra a Sansepolcro (1962 o '63)

Provino a contatto, Palio della Balestra a Sansepolcro (1962 o ’63)

Prima di stampare una fotografia (nella camera oscura) si facevano i provini ovvero si metteva la pellicola direttamente a contatto sulla carta fotografica che poi si esponeva alla luce per pochi secondi ed infine seguendo il rituale dei vari bagni si ottenevano delle piccole immagini. Con una lente si studiavano se meritavano d’essere ingrandite, stampate. La carta fotografica era cara ed eravamo molto accorti prima d’usarla.

Non ero sicuro che si chiamasse davvero provino a contatto e ne ho chiesto conferma ad un amico. Grazie Marcello.

Questo è un provino del Palio della Balestra a Sansepolcro del settembre 1962 o ’63, e sono delle immagini scattate da Piero Acquisti, che io chiamo Mechina. Ho poi scoperti che di Piero Mechina ce n’erano anche altri. Non ho memoria di come me lo son trovato fra le mie foto, di certo me l’avrà dato Piero.

Piero a quel tempo usava una Hasselblad ed eravamo in tanti ad esserne invidiosi.

La pellicola usata era un 6×6 (6cm. ecco il tipico formato quadrato) che veniva in due tipi di rullino 120 e 220, variava solo la lunghezza del film.

Ed ora con la rivoluzione digitale ve le ristampo più grandi:

Lolo Tricca e i su' citti

Lolo Tricca e i su’ citti

 

Spettatori

Spettatori

 

ma chi sara' il vincitore? Athos Fiordelli, sindaco, controlla

ma chi sara’ il vincitore? Athos Fiordelli, sindaco, controlla

 

Premazione, Tonino Massi

Premazione, Tonino Massi

 

Celebriamo: Ha vinto il Borgo!

Celebriamo: Ha vinto il Borgo!

 

Premiazione, e' il turno di Mario Tricca

Premiazione, e’ il turno di Mario Tricca

 

Marblehead 25 ottobre 2015

Ho recentemente pubblicato il libro “M’Arcordo…Storie Borghesi” che può essere acquistato nelle librerie di Sansepolcro. Questo è un breve filmato dell’inizio dellacopertina presentazione del libro avvenuto nella sala consiliare (quella che io chiamo “sala del biliardo”) del Comune di Sansepolcro, 25 aprile 2015.

Presentazione del libro M’Arcordo…

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141 M’Arcordo… quando il San Giuliano era ancora un angelo.

ottobre 23, 2015
San Giuliano di Piero della Francesca, riscoperto nel 1954

San Giuliano di Piero della Francesca, riscoperto nel 1954

Quando riscoprirono l’affresco perduto di Piero della Francesca io ero alle Medie. L’effetto della notizia portò un entusiasmo generale e sembrava che tutti a Sansepolcro se ne sentissero orgogliosi. Quell’angelo, come venne chiamato all’inizio, doveva essere solo una prima scoperta, sotto quegli intonaci ci doveva esser ben altro, ma purtroppo le aspettative furono deluse.

Accontentiamoci del San Giuliano e non è poco. Ma con tutta la miriadi di santi che ci sono come fecero a stabilire che questo fosse proprio San Giuliano? Ma che c’è scritto da qualche parte? Se qualcuno lo sa ce lo dica.

Questo è davvero un M’Arcordo… intercontinentale. Fra Marblehead e Singapore ci sono 12 ore di differenza. Io sono 6 ore più giovane e Francesco Pasquetti è 6 ore più vecchio di quelli con son rimasti a Sansepolcro, esattamente a mezzavia.

Io dopo cena bevo il mio whisky, me l’ha ordinato il dottore, mentre lui si fa il caffelatte mattutino. Le parti si invertono dopo 12 ore, solo che la sua collezione di whiskey è più ricca della mia. Devo andare a trovarlo.

Una mattina, ma forse era una sera, durante una delle nostre chiacchierate, me so’ arcordato d’un episodio lontano, un po’ confuso nella mia memoria, e gli ho chiesto:

“Francesco ma chi era quello che vide il San Giuliano di Piero alla Filarmonica? Era il tu’ babbo o il tu’ zio?”

“Era il mi’ zio Ivo.”

“Ma com’è la storia?”

“Anni fa lo zio la scrisse, la cerco e me la faccio mandare dal Borgo e te la passo. The Pasquetti Connection! Grazie anche al mi’ cugino Giulio.”

“Benissimo, la voglio pubblicare.”

E così dopo un paio di giorni questa testimonianza di Ivo Pasquetti, dall’inconfondibile profilo pierfrancescano, mi è arrivata, rimbalzando dall’Europa in America, via Asia.

Questa fu pubblicata in un libro: “Una Piazza, una Città, il Sentimento del Tempo” del 1988, una raccolta di memorie di gente che era cresciuta e vissuto attorno alla fontana di Piazza Santa Chiara.

Ivo Pasquetti 1949

Ivo Pasquetti 1949

UN AVVENIMENTO MEMORABILE

Una cosa così non capita spesso, anche se il nostro quartiere in quasi otto secoli, ne ha visti di fatti da tenersi a mente.

Verso le due del pomeriggio del 14 dicembre 1954, tornavo da scuola e, affamato, mi dirigevo a casa per mangiare. Abitavo nell’edificio posto al n. 10 di Via S. Croce, in uno degli appartamenti allora riservati ai custodi della scuola elementare. Mio padre, appunto, lo era da molti anni.

Salita la prima rampa di scale, vidi aperta la porta della Sala della Società Filarmonica. Da alcuni giorni mi capitava di vederci entrare un muratore, Lino Mercati, Seme di soprannome: il partigiano che erroneamente era stato dato per fucilato nel ’44 a Villa Santinelli. La sala, che in origine era l’abside della Chiesa degli Agostiniani, veniva adattata a locale da ballo per l’imminente Carnevale ed il muratore eseguiva lavori di risanamento.

Chi sa perché, proprio quel giorno, sentii il desiderio pungente di entrare per rivedere gli affreschi trecenteschi che, qualche anno prima, Beppe Nomi, con l’aiuto di suo fratello Piero, e Giovanni Cecconi avevano individuato sotto l’intonaco e parzialmente rimessi in luce con l’aiuto di rudimentali strumenti. Anch’io ero stato della partita, saltuariamente.

Mi prese voglia, come dicevo, di tornare a rivederli: certi volti di Madonna, certi sguardi … Erano di una dolcezza infinita! Entrai e mi misi in contemplazione. Seme, che non aveva ancora ripreso a lavorare per il turno pomeridiano, mi osservava e non capivo perché. Lo salutai e allora, come incoraggiato dal saluto amichevole, ruppe il ghiaccio.

– N’è venuto fuori un altro di questi dipinti. Stamattina. – mi disse un po’ reticente.

– Dov’è? – chiesi incuriosito.

– Di là, in quello sgabuzzino.

Mi portò in uno stanzino senza finestra che serviva da ripostiglio per i musicanti. Un’asse incalcinata su due caprette di ferro, una corta scala a pioli. L’oscurità non consentiva di scorgere altro. Accese una lampada volante, collegata ad un lungo filo elettrico, l’alzò sopra l’asse e illuminò il dipinto.

Era inconfondibile!

– Ma questo è di Piero della Francesca! – gridai.

Ad ogni secondo che passava mi rendevo conto sempre più della eccezionalità del fatto. Che emozione! Non c’era da sbagliarsi. Il volto, gli occhi, il portamento statuario della figura. I colori erano ancora più vividi di quelli che possiamo ammirare oggi, a causa dell’umidità del muro. Era splendido! Ero felice, eccitato, agitato. Lino Mercati se ne accorse e mi sembrò che si volesse quasi giustificare.

– lo non ho fatto niente, è venuto fuori da sé.

– Chi hai avvertito?

– Nessuno. Ma che ne so io …

Gli spiegai che aveva fatto un grosso ritrovamento. Allora si rassicurò e fu più ricco di particolari.

– L’umidità aveva gonfiato l’intonaco. Io dovevo rompere la gobba e rifarlo. Ho dato una martellata e ho visto comparire un occhio. Se qui c’è un occhio un altro deve essere qua. Un’altra martellata. Non c’era. Allora deve essere di là. Un colpo, è apparso il secondo occhio. Allora il naso è qui. To … è saltato fuori il naso e la bocca.

– Sciagurato, potevi rovinare tutto! Ora non toccare più nulla e avverti qualcuno.

– Ma io non ho fatto niente, è venuto fuori da sé.

Ero giovane e avevo fame. Andai a pranzo, ma dopo due cucchiate di minestra di fagioli smisi di mangiare, salutai in casa e scappai. Sempre più ero preso dalla smania di dirlo a qualcuno, oltre che ai miei.

Tornai alla Filarmonica. Lino Mercati aveva ripreso a lavorare più in là e gli chiesi:

– Sei stato ad avvertire?

– Ma chi? – brontolò.

Uscii per provvedere. Andai da Beppe Nomi, che era l’ispettore onorario ai monumenti. Non era in casa. Cominciai a cercarlo. Incontrai un gruppo di amici: Renato Pecorelli, Massimo Moriani, Valentino Valentini, Raffaele Rizzo. Forse qualche altro. Chiesi di Beppe. L’avevano intravisto e mi portarono da lui. In piazza lo incontrammo. Lo chiamai, ma non mi dette ascolto: era con il signor Adriano Canosci, corrispondente de “LA NAZIONE” e con un ispettore del giornale fiorentino.

Ero cosciente di non avere nessun merito per la scoperta, ma provavo una comprensibile gioia a pensare che ero io il secondo uomo del XX secolo, dopo Seme, ad aver visto quello che sarebbe stato poi identificato per il S. Giuliano, e di essere stato il primo a rendersi conto che si trattava di un Piero della Francesca. Mi urgeva dentro il bisogno di raccontarlo a Beppe. Perciò mi ribellavo al fatto che ci snobbasse.

Lo richiamai, e senza complimenti, gli dissi:

– Dammi udienza, ti conviene. Ho scoperto un Pier della Francesca.

Tempo prima lui aveva fatto ricerche mirate e saggi in varie chiese. Inutilmente.

La nostra comitiva era di burloni, c’era da darci poco credito. Ma di me aveva un po’ di fiducia, perché avevamo lavorato insieme a queste cose. E poi la curiosità era tanta, che valeva la pena di rischiare la beffa.

– Dove? – azzardò.

– Non te lo dico. Abbi fede, vien dietro a me e vedrai. –

Anche gli amici erano increduli. Non erano al corrente di nulla. Ci avviamo in corteo. Beppe era scettico, ma tentato. Alla Filarmonica l’introdussi nel ripostiglio. L’asse e la capretta non c’erano più. Montò sulla corta scala, fino al penultimo piolo e appoggiò il ventre al muro, per stare in equilibrio. Tremava.

– È lui, è lui; e poi di quelli belli! ;

– Pare incazzato, ‘sto santo, d’essere stato scoperto – commentò uno degli amici, notando lo sguardo fiero della figura.

A quel punto nasceva il problema di avvertire le così dette autorità competenti. Ma l’ispettore de “LA NAZIONE”, che ritrovammo in piazza, voleva dare la clamorosa notizia al suo giornale e non sentiva ragioni; Beppe, da persona corretta, non poteva consentirlo per i rapporti che aveva con la Soprintendenza.

I miei amici, scanzonati goliardi, cominciavano a divertirsi, e sghignazzando, minacciavano:

– Beppino, o ci paghi da bere, o si dice a Felix – che era il corrispondente de “IL MATTINO DELL’ITALIA CENTRALE”, il quotidiano toscano concorrente.

– Questo no! – intervenne l’ispettore, che non aveva capito che non si trattava di un ricattuccio, ma che gli amici la buttavano in goliardia – A questi bravi giovinotti la bevuta gliela pago io.

E brindammo alla salute de “LA NAZIONE”, di Beppe Nomi, mia, e, perché no, di Piero della Francesca.

Andò a finire che la notizia fu pubblicata dal giornale, ma con poco rilievo. E le autorità competenti si presero un po’ di tempo prima di sentenziare che si trattava di un affresco pierfrancescano. Prima di fare la cosiddetta attribuzione.

 IVO PASQUETTI  (1988)

Non m’arcordo quando lo vidi per la prima volta, o quando fu portato al Museo, ma m’arcordo quando venne a trovarmi a Londra.

Nella primavera del 1969, allora lavoravo a Londra, fu allestita una mostra, “Frescoes from Florence”, di opere salvate e restaurate dopo l’alluvione di Firenze. La Hayward Gallery era stata inaugurata da poco lungo la riva sud del Tamigi. Quando appresi che c’era anche il San Giuliano di Piero fui sorpreso, ma cosa centra lui? Non era stato alluvionato, ma certo gli organizzatori che l’avevano ottenuto in prestito erano soddisfatti: avere un Piero della Francesca dava lustro alla mostra ed avrebbe attratto gran pubblico.

E così fu. Ci andai diverse volte e mi sentivo particolarmente orgoglioso, quella era roba mia! Volevo che tutto il mondo l’ammirasse.

Il San Giuliano era girellone ed arrivò a New Orleans per la 1984 Louisiana World Exposition, ma questa volta non andai a trovarlo. Da qualche parte ho il manifesto.

Non so se sia andato da qualche altra parte.

 

Da tutto questo si apprende che il 14 dicembre 1954 fu un giorno memorabile, Seme riscoprì un santo nascosto per secoli ed Ivo Pasquetti mangiò una minestra di fagioli. E non dimentichiamolo.

Cerco una foto di Seme, Lino Mercati the unsung hero, da inserire in questa storia. Mi pare che si dia poco credito al suo contributo, magari un altro avrebbe martellato il tutto.

E diamo anche credito a questo soffitto che ha protetto l’affresco per secoli.

soffitto dell'abside della Chiesa degli Agostiniani a Sansepolcro

soffitto dell’abside della Chiesa degli Agostiniani a Sansepolcro

La profilo ducale (pierfrascano) del giovane Ivo Pasquetti viene dal giornalino goliardico “Per chi Suona il Campanone” del Natale 1949.

 

 

Marblehead 23 ottobre 2015

Ho recentemente pubblicato il libro “M’Arcordo…Storie Borghesi” che può essere acquistato nelle librerie di Sansepolcro. copertinaQuesto è un breve filmato dell’inizio della presentazione del libro avvenuto nella sala consiliare (quella che io chiamo “sala del biliardo”) del Comune di Sansepolcro, 25 aprile 2015.

filmato della presentazione del libro M’Arcordo… 25 aprile 2015

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140 Io non M’Arcordo… de la Mela Club

ottobre 22, 2015
La Mela Club Sansepolcro

La Mela Club
Sansepolcro

Io de la Mela Club ‘n me n’arcordo, ero già andato via dal Borgo. Non so neanche dove fosse o quanto tempo rimase aperta. Quando alcune settimane fa pubblicai una pubblicità dello Scorpione ci fu una valanga di commenti e fra questi notai dei riferimenti alla Mela.

Eccola.

Senza voler far troppo Umberto Uco e sperdermi in disquisizioni di semiotica, semantica e roba del genere, son tentato a fare dei commenti.

Per cominciare questa pubblicità è del 1970 (+o-). I caratteri tipografici della Mela Club son tipici del periodo psichedelico, ricordano quei manifesti di Carnaby Street tanto apprezzati da tutta una generazione che amava i Beatles e stava scoprendo i Rolling Stones.

La mano femminile dalle dita affusolate e le unghie perfette è elegante e piena di promesse. È proprio lei, l’Eva tentatrice che si offre direttamente a tutto un pubblico maschile (testosteronico) impaziente d’accaparrarsi quel dono.

Infine viene la sorpresa, inaspettata, direi contradittoria e son confuso.

Ma chi era diretto questo messaggio pubblicitario?

Alle mamme! Che i babbi non contano in questo tipo di decisioni? Diciamo che loro si perdono nel vago della categoria genitori.

Penso che quello che veramente volevano scrivere era “le vostre figlie saranno al sicuro”. Ecco di cosa erano preoccupate le mamme, che le loro bambine non cadono nelle mani di quei ragazzacci marpioni. Ma che alla Mela c’erano delle guardie anti pomicio?

Per finire: usare una ragazza nuda sulla mela tentatrice non credo potesse raggiungere questo obbiettivo.

Aspetto i vostri commenti ed informazioni. Magari si scopre anche chi fu l’artista.

 

Marblehead 22 ottobre 2015

copertina

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 Presentazione del libro M’Arcordo… 25 aprile 2015

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100b M’Arcordo…quando s’usavano le lire

ottobre 19, 2015

Diciamo che questo è un post-scriptum a quello dedicato ai tempi in cui s’usavano le lire.  

100 M’Arcordo…quando s’usavano le lire

Ieri sera sono andato a cena da degli amici a Newton, una città ad ovest di Boston. Ron da tempo mi aveva promesso che mi avrebbe fatto vedere la sua collezione di banconote. Infatti quando sono arrivato ho trovato sul tavolo un grosso volume, uno di quelli con le pagine di plastica con tante tasche dove inserire le banconote. Sapendo che ero italiano me lo ha fatto trovare aperto al punto giusto.

“Ma tu ti ricordi queste? Non credo, sei troppo giovane.”

Si era sbagliato, non son così giovane,

“Le AmLire! Si, me le ricordo benissimo!”

Non nascondendo un tono di gran sorpresa.

Le ho tolte dalle tasche protettive ed ho scattato questa foto, credo che quelli che se ne ricordano stiano diventando sempre di meno. 

the Am Lire

the Am Lire

Marblehead 19 ottobre 2015

 copertina

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presentazione del libro M’Arcordo…

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139 M’Arcordo… della Pieve Vecchia

ottobre 4, 2015

Il M’Arcordo… della Pieve Vecchia è lungo, questa volta voglio arcordalla solo con delle immagini, il resto lo devo scrivere.

I Braganti e gli Antonelli emigrarono all’inizio del secolo, quel’altro, e non venivano da lontano: San Leo d’Anghiari. Il nonno Luigi (noto come il Barbino) e la sua famiglia si impiantarono alla Fonte Secca, davanti al Tricca della motta. La zia Assunta, la sua sorella giovane vedova Antonelli con i su’ citti picini andò alla Pieve Vecchia, oltre il cimitero, oggi l’Oroscopo. A quel tempo era un podere a mezzadria della fattoria della Fortezza Collacchioni e noi Braganti ci si sentiva di casa.

Gli Antonelli e di Braganti rimasero e sono ancora legati non sola dalla parentela ma da un’amicizia profonda cementata dal bello ed il brutto delle vite parallele. Abbiamo sofferto e gioito assieme.

1942 I miei primi passi, si vede il semenzai del tabacco e si intravede la Pieve Vecchia

1942 I miei primi passi, si vede il semenzaio del tabacco e si intravede la Pieve Vecchia

 

1942 da sinistra Orlando Beni Luisa Taba (mia madre che mi tiene in collo) e Lea Nofri, bambino da identificare. Nel dietro il seccatoio, oggi la pizzeria

1942 da sinistra Orlando Beni Luisa Taba (mia madre che mi tiene in collo) e Lea Nofri, bambino da identificare. Nel dietro il seccatoio,

 

 Scattai queste foto nel settembre del 1978, nessuno abita nella casa, sembra abbandonata.

1978-09 Pieve Vecchia

1978-09 Pieve Vecchia

1978-09 facciata della Pieve Vecchia

1978-09 facciata della Pieve Vecchia

 

 

 

1978-09 Pieve vecchia facciata. I pipistrelle facevano il nido sotto l'intonaco

1978-09 Pieve vecchia facciata. I pipistrelli facevano il nido sotto l’intonaco

1978-09 l'aia della Pieve Vecchia, non so di chi siano le capre

1978-09 l’aia della Pieve Vecchia, non so di chi siano le capre

1978-09 I cavalli davanti al pozzo, ma di chi son?

1978-09 I cavalli davanti al pozzo, ma di chi sono?

 

1978-09 Pieve Vecchia, la porta sulla destra era quella della stalla

1978-09 Pieve Vecchia, la porta sulla destra era quella della stalla

1978-09 Pieve Vecchia pota d'ingresso

1978-09 Pieve Vecchia pota d’ingresso

1978-09 Pieve vecchia, il forno

1978-09 Pieve vecchia, il forno

1978-09 Pieve Vecchia, forno

1978-09 Pieve Vecchia, forno.

 

1978-09 Pieve Vecchia, il licite accanto al pozzo nero e la concimaia

1978-09 Pieve Vecchia, il licite accanto al pozzo nero e la concimaia

1978-09 Pieve vecchia, il seccatoio, oggi la Pizzeria Oroscopo di Mimmo l'egiziano

1978-09 Pieve Vecchia, il seccatoio, oggi Pizzeria Oroscopo di Mimmo l’egiziano, sulla destra la porta  del seccatoio per il tabacco.

 

E poi arrivò Marco e comprò la Pieve Vecchia e dall’abbandono e rovina creò l’Oroscopo.

Un giorno a New York (metà anni novanta) fui invitato alla presentazione della rivista “Il Gambero Rosso” edizione in inglese. Sfogliando le pagine vidi delle immagini conosciute, anche se erano solo foto di dettagli capii subito di cosa si trattava. Immaginate la mia sorpresa, quella erano della Pieve Vecchia, trasformata nell’Oroscopo.

Marco sapeva dei miei legami con la memoria della vecchia casa colonica, una vera struttura leopoldina cubica a cui non avevano aggiunto la torretta piccionaia. Avevano finito i soldi? Un giorno lo incontrai per la Via Maestra a Sansepolcro e lui mi disse:

“Durante i lavori di ristrutturazione ho travato qualcosa che ti farà piacere avere.”

Andai a trovarlo, aveva messo da parte dei chiodi e dei chiodoni trovati nelle vecchie travi duranti i lavori.

E fu così che una piccola parte della Pieve Vecchia arrivò in America, a Marblehead.

chiodi forgiati a mano del vecchio tetto della Pieve Vecchia

chiodi forgiati a mano del vecchio tetto della Pieve Vecchia

 Propongo, e non è la prima volta, di ribattezzare la via Palmiro Togliatti, non credete che Via delle Pieve Vecchia sarebbe più appropriato?

  

Marblehead 4 ottobre 2015

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138 M’Arcordo… della Torrefazione Alessandrini

settembre 25, 2015

“Mercoledì 30 la mia attività chiuderà. Chiuderà il cancello ma i miei ricordi rimarranno nel mio cuore e dentro al negozio. Ripenserò al mio babbo alla mia mamma, quando tostavano il caffè. Ripenserò a tutte le risate che facevamo con gli amici, agli scherzi fatti con tanta goliardia. a tutti gli amici che non ci sono più e a quelli che ancora ci sono. La vita e questa con tanto pianto dentro di me dico grazie a tutti.

Vi vogliamo bene e rimarrete sempre nei nostri cuori.” 

Ieri con queste parole, che non nascondono una profonda tristezza, Oriana Alessandrini ci ha annunciato la chiusura della sua Torrefazione Alessandrini, quella giù pel Fiorentino; quella che, il giorno della tostatura, inondava la strada fino alla Via Maestra, con l’aroma del caffè. Di certo è stata una decisione meditata.

Le manifestazioni d’affetto e di simpatia sono state numerosissime e tutte concordi nell’esprimere la loro tristezza nel vedere chiudere non un’attività commerciale ma piuttosto un’istituzione legata ai mitici Leda e Doriano che la iniziarono e ad Oriana e Graziano e tutta la famiglia che ce l’hanno conservata per tutti questi anni. Grazie!

 Alcuni anni fa pubblicai nel mio blog fotografico un ritratto di Doriano.

Doriano Alessandrini, settembre 1981

Doriano Alessandrini, settembre 1981

<<Doriano Alessandrini era uno degli ultimi che sapeva parlare ‘n Borghese e non faceva nessuno sforzo. Per questa ragione lo chiameremo col suo vero nome: Doriêno.

Era il figlio di Duilio Alessandrini il fornaio di via Mazzini e della Maria Secca. Dato che c’erano molte Marie in giro, per meglio identificarle c’erano gli aggettivi aggiunti che precisavano chi fossero, con per esempio c’era la Maria Cocciaia, la Macellaia e cosi via, anche con soprannomi che non voglio usare per non offendere la memoria di nessuna.

I Taba, la famiglia di mia madre, erano molto amici con gli Alessandrini ed ho passato tante sere a veglia a casa loro. Mi ricordo quando si sposó con la Leda.

Doriêno era più giovane della mamma e lei da ragazzina lo usava per poter uscir di casa.

“Doriano piangi! Di che vuoi andare al cinema con me.” E lui si metteva a fare una gran bizza e non si calmava fin quando lo accontetavano, ed andavano al cinema. La mamma era contenta: per caso avrebbe incontrato il suo Beppe che per caso era già al cinema ad aspettarla. Non ho memoria del cinema di Marchino nella chiesa di Santa Chiara, ancora non c’era l’Iris e quindi niente piccionaia per pomiciarsi.

Doriêno era bravo, manteneva il segreto e non diceva nulla di questi incontri casuali della mamma.

Ogni volta che son tornato al Borgo la mia prima fermata d’obbligo era alla bottega di Paolo Massi, e poi l’invitante aroma della tostatura del caffé che risaliva su per la strada era inresistibile. La prossima visita era alla Torrefazione, e degustavo un ottimo caffé.

Doriêno mi parlava come se io non fossi mai andato via, come se mi avesse visto il giorno prima, e questo mi faceva piacere. Si arrabbiava con i politici ed gli amministratori vari e questo era normale.

Ora quando artorno al Borgo e non trovo ne’ Paolo e ne’ Doriêno.

Il Borgo mi diventa sempre più distante, il Borgo non é fatto di case, di strade, di piazze o di chiese, il Borgo è fatto di persone. >>

A questo mio ricordo voglio aggiungere.

Quando Paolo Massi venne a trovarmi negli Stati Uniti per la prima volta (1984) mi portò ‘na pagnotta de pêne e una confezione di caffè e mi disse che quando Doriêno apprese che era per me rifiutò d’esser pagato:

“Digli a Fausto che glielo mando io, ché n’America ‘n san mica fere ‘l caffè.”

Ogni volta che arrivavo in torrefazione la Leda e Doriêno mi offrivano un espresso. Il mia vano tentativo di pagare non dava frutti,

“Ma ‘n fere ‘l saleme, miqui ‘n se pega, si’ de chesa.”

Oriana e Graziano hanno seguito la tradizione e per questo li ringrazio non solo per avermi offerto il caffè ma per avermi fatto sentire de chesa.

Auguri! 

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Doriêno e Paolo, novembre 2000 

Doriêno ed Aldo Dindelli analizzavano la situazione politica locale e mondiale ogni mattina incazzandosi con tutti ed offrendo soluzioni globali a tutti i problemi. Anche questa immagine è del novembre 2000 e forse i due compagnoni già programmano la messa in scena di “Elena di Troia”, epica rappresentazione che fece tanto ridere i Borghesi che ne sentii l’eco fino ‘n’America.

Per chi volesse rivedere le gloriose e ribalde avventure di Elena un po’ cialtrona ecco il sito.

Aldo (Elena), Doriano (Omero) e tutti e ripeto tutti sono semplicemente epici, mitici!

 Elena di Troia, rappresentazione del 5 dicembre 2001

Marblehead 25 settembre 2015

copertina

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 video presentazione del libro M’Arcordo…

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137 2015-09-15 M’Arcordo… de Baldino Mariucci de Castello.

settembre 15, 2015
grazie a Baldino abbiamo il permesso di mangiare

grazie a Baldino abbiamo il permesso di mangiare

<<Più Baldino.>>

Ecco cosa Tanya ed io abbiamo letto sul foglio di carta appeso sulla porta del ristorante e lui non era un convenzionato.

“Ecco, Baldino è una persona importante.” Questo lo sapevo già, quella scritta era solo una conferma che a Città di Castello s’aprivano le porte per Baldino Mariucci. Lui, assieme a Gabriella e Giovanna, ci aspettava e ci accolse con il suo indimenticabile sorriso e tanta cordialità, memorabile fu il pranzo a base di tartufi. Quella era la stagione giusta.

Ora Baldino se ne è andato, ci ha lasciato d’improvviso. Condivido come tanti, anzi tantissimi, la mia tristezza.

Tutto cominciò quando, leggendo “Pagine Altotiberine”, penso fosse la primavera del 2005, scoprii che uno di Città di Castello aveva scritto un libro a fumetti che prometteva d’essere interessante, almeno per me.

“… e gridarono Viva Maria”.

Ecco un argomento che mi ha da sempre incuriosito, e c’era stato un certo Baldino Mariucci che aveva avuto coraggio di scrivere su quegli eventi storici locali di cui si

la storia a fumetti

la storia a fumetti “e gridarono Viva Maria” di Baldino Mariucci

parla ben poco, oserei dire celati per ovvie ragioni. Direi non sono edificanti.

Io, nato a Sansepolcro e lontano da Castello, abito a Marblehead a nord di Boston (USA) non avrei trovato facilmente una copia del libro da queste parti. Pensai di chiedere ad un amico di comprarmelo, ma poi sapendo che dopo poche settimane sarei andato a Sansepolcro, decisi di aspettare. Non avevo molto tempo e corsi subito a Città di Castello e comprai il libro. Quello fu un viaggio breve e con un programma pieno d’appuntamenti, lasciai la lettura per il mio viaggio di ritorno, cosi i fumetti di Baldino mi fecero compagnia da Roma a Boston. Affascinante.

Scoprii il suo inimitabile talento nel narrare visualmente ed in un modo semplice la storia, rendendo con pochi tratti i personaggi vivi nelle loro passioni e coinvolgenti negli eventi vissuti. La storia è vita.

Dovevo conoscere l’autore. Mi fu facile trovare il suo indirizzo e gli scrissi una lettera. In un epoca in cui la posta elettronica cominciava già ad imperversare scrissi una lettera vera, con la penna e con tanto di busta e francobollo. Mi rispose a giro di posta. Poi anche noi passammo alla posta elettronica. Quasi coetanei scoprimmo d’avere vari amici in comune, e molti dei nostri ricordi collimavano. Ci furono anche varie telefonate e sempre con la promessa che al mio prossimo viaggio ci saremmo incontrati.

Incontrai Baldino e sua moglie Gabriella in persona alla mia cena di matrimonio alla Buca di Michelangelo a Caprese Michelangelo alla fine di luglio del 2006. Li avevo invitati.

luglio 1944 la Torre di Berta di Sansepolcro salta in aria, opera di Baldino Mariucci

luglio 1944 la Torre di Berta di Sansepolcro salta in aria, opera di Baldino Mariucci

Regalare qualcosa ad uno che si sposa a 60 anni, non è facile, dando per scontato che la coppia non ha bisogno di nulla per la casa, come nel caso dei novelli sposi.

Baldino mi portò qualcosa di speciale. Capii subito dalla forma del pacco ch’era un quadro, ma cosa? Prima d’aprirlo chiese scusa a mia moglie Pascale e mi pare proprio che lo fece in francese, dicendole che quello in fondo era un regalo solo per me. Poi proprio quando stavo per scoprire il contenuto aggiunse:

“Questo è un momento della storia tua cara città, ho cercato d’esprimere il tragico di quel momento, che voi Borghesi sentite ogni giorno, anche dopo tanti anni.”

Baldino aveva dipinto proprio quel momento, quando l’amata Torre di Berta fu fatta saltare in aria nell’estate del ’44.

Si, aveva ragione, quello era davvero un regalo di un gran significato personale. Aveva toccato la nota giusta. E posso anche dire che sono il fortunate proprietario d’un’opera di Baldino Mariucci. Ne son fiero.

Nel 2008 cominciai a scrivere una serie di brevi storie di memorie lontane, così nacque “M’Arcordo…” e Baldino ne fu un fedelissimo lettore e spesso fu generoso di commenti ed anche di suggerimenti riempiendo lacune. E spesso mi spronava a raccogliere il tutto, dovevo pubblicare un libro. Da parte mia anche ‘io lo pregavo, lo imploravo:

“Baldino, ti devi mettere al tavolino, c’è un altro libro da scrivere, da illustrare a fumetti con il tuo inimitabile stile. Devi raccontarci la storia di Garibaldi e la sua famosa marcia attraverso la nostra valle con i resti del suo esercito, dopo la caduta della Repubblica Romana nel 1849.”

Lui sorrideva:

“Scrivere, disegnare un libro, è un grande impegno, questa volta non credo che ce farei.”

Prima d’arrivare in Italia facevamo piani e quando possibile ci incontravamo per pranzo, gli piaceva venire a Sansepolcro ed il Fiorentino, il tavolo d’angolo accanto alla vetrinetta piena di ricordi, era il suo posto preferito. I nostri erano pranzi molto lunghi ed Alessio ed Alessia erano tolleranti con noi.  

Seguendo il suo consiglio ed anche quello d’altri finalmente lo scorso aprile sono uscito con il libro “M’Arcordo… Storie Borghesi” Avevo da tempo annunciato l’evento a Baldino

Ubaldo Mariucci e Fausto Braganti, mostra delle opera di Baldino a Citta' di Castello, novembre 2006

Ubaldo Mariucci e Fausto Braganti, mostra delle opera di Baldino a Citta’ di Castello, novembre 2006

ma subito e con gran tristezza mi disse che dato le sue limitazione non sarebbe potuto venire. Mi fu chiara la sua tristezza. Purtroppo dato i miei impegni ed il breve tempo a disposizione non potei andare a trovarlo e portargli una copia di persona. Incaricai un comune amico di farlo per me.

Un rammarico comune ci univa, il fatto che ci eravamo conosciuti tardi, da grandi. La grande distanza che ci separava non permetteva di coltivare ed approfondire un’amicizia che sapevamo avere radici profonde per simili interessi e valori, anche se in teoria eravamo “differenti”: lui de Castello e io del Borgo. L’amore ed il rispetto per la nostra storia e tradizioni ci accomunava.

Proprio per il suo grande amore per Castello, la sua gente e la sua storia voleva fare tutto il possibile che il passato fosse rispettato e soprattutto non dimenticato.

Invito tutti i Castelani a continuare la sua causa di fare tutto il possibile per salvare il monumento di Garibaldi.

Mi unisco alla famiglia e tutti voi nel cordoglio.

Baldino carissimo, questo e’ un M’Arcordo… che non avrei volute scrivere.

Post Scriptum: una nota sul “Viva Maria”.

Non è facile parlare di quegli eventi della fine del settecento, anche se son passati più di duecento anni, ed essere obbiettivo. Mi pare che sia inevitabile: doppiamo scegliere da che parte schierarsi, o ti metti coi Giacobini o con i Sanfedisti pur conoscendo che eccessi e crudeltà furono commessi da ambo le parti. A Città di Castello, nella Val Tiberina, ad Arezzo e nel Valdarno si scontrarono due mondi, due culture come in Calabria, in Vandea ed in Bretagna. Nel nome della Fede e della Ragione furono commessi terribili massacri, ma in fondo erano solo uomini che, da una parte o dall’altra, volevano il potere. C’erano quelli che volevano mantenere lo status quo e quelli che lo volevano mutare. Un fattore li accomunava, ambo le parti promettevano che il loro sarebbe stato un mondo migliore. Il popolino o le truppe che li seguivano avevano obbiettivi più contingenti: la promessa del saccheggio era più che sufficiente a spronarli.

Ho riletto il libro di Baldino, tutto d’un fiato. Come ho già scritto Baldino è riuscito a far rivivere personaggi grandi e piccoli e con sui disegni ci ha coinvolto nelle loro passioni, la storia diventa vita.

Suggerisco a tutti di farlo. Ora rileggerò gli altri, il libro sui Vitelli e quello della Storia Tifernate, mi posso vantare di averli e ne son fiero, forse sono le uniche copie negli Stati Uniti?

Ho sentito parlare del “Viva Maria” per la prima e brevemente, un breve accenno del professore di storia che era comunista e sindaco di Sansepolcro, quando ero in V liceo e poche volte dopo. Qualcuno mi disse che ci fu anche un eccidio di ebrei a Sansepolcro. Ma sarà vero?

Ho delle domande a cui vorrei trovare una risposta. Ma dove furono seppelliti i soldati francesi uccisi al Cassero? 150 cadaveri son tanti e non erano i soli.

Ed i miei avi (Braganti, Ligi e Laurenzi di Selci, San Giustino e Monte Santa Maria) da che parte si misero? Erano poveri contadini, probabilmente seguirono la Madonna.

 

Marblehead, 15 settembre 2015

copertina

Ho recentemente pubblicato il libro “M’Arcordo…Storie Borghesi” che può essere acquistato nelle librerie di Sansepolcro. Questo è un breve filmato dell’inizio della presentazione del libro avvenuto nella sala consiliare (quella che io chiamo “sala del biliardo”) del Comune di Sansepolcro, 25 aprile 2015.

Presentazione del libro M’Arcordo…

 Il mio blog fotografico https://1dailyphoto.wordpress.com/

E questo è il sito dedicato al http://il-dottore-fotografo-alla-grande-guerra.com/

 

136 Non M’Arcordo… del 24 maggio del 1915, ma m’arcordo quello del 1965.

maggio 21, 2015

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E son passati cent’anni! E pensare che m’arcordo del cinquantenario, ed allora di reduci vivi ce n’erano ancora tanti. Il 24 maggio, la dichiarazione di guerra, credo che abbia conosciuto quella fatidica data da sempre, immortalata anche dalla canzone omonima, che a detta di tanti era stata una delle forze che avevano portato alla vittoria.

Nel cinquantenario del ’65 La Domenica del Corriere, ancora c’erano quelli che la leggevano, ripubblicò una serie di tavole di Achille Beltrame. Credo che fu proprio lui che, con le sue classiche illustrazioni settimanali sempre un po’ agiografiche, a popolarizzare gli eventi in ogni angolo dell’Italia, visualmente narrando l’eroismo ed il sacrificio delle nostre truppe.

Celebrazioni? Commemorazioni? Di certe ce ne saranno tante per questo centenario e chiamatele come volete, io preferisco definirle “commemorazioni”. Per me non c’è nulla da celebrare, specialmente l’inizio d’una guerra, e quella fu definita Grande proprio per la sua portata, mai vista in precedenza. Ci voleva una Seconda perché quella cambiasse nome per diventare la Prima.

Una era stata la guerra dei nonni e l’altra quella dei babbi. Negli anni che seguirono, ai tempi della cosiddetta guerra fredda, sembrava inevitabile che ce ne sarebbe stata un’altra, la Terza. E quella sarebbe toccata a me, ero cresciuto con l’idea che quello sarebbe stato il mio dovere.

Diciamo che m’è andata bene, che c’è andata bene.

Son 70 anni che noi (europei occidentali) non facciamo una guerra fra di noi, questo non era mai e poi mai successo nella storia, sin dai tempi della Pax Romana. Direi

che questo è il vero miracolo di cui ben pochi parlano, forse perché, con gli americani in testa, non abbiamo smesso di esportarla.

Ma come arrivò la notizia della dichiarazione di guerra a Sansepolcro quel fatidico 24 maggio? Di certo non fu una sorpresa, tutti sapevano, anche i più ottimisti, che era inevitabile, era solo una questione di quando. Il mi’ babbo raccontava, allora aveva 11 anni, che suo padre (il mi’ nonno Barbino) ritornò a casa col giornale, di certo La Nazione, e che si mise a leggerlo ad alta voce in cucina. La nonna si mise a piangere. Il nonno le ripeteva di star tranquilla, che lui aveva 41 anni, ch’era vecchio e senza alcuna esperienza militare. La rassicurava che non lo avrebbero richiamato. Si sbagliò nelle sue previsioni.

Non so cosa si disse quella sera nella casa Taba, la famiglia di mia madre, in via San Puccio. Il nonno Giuseppe, 36 anni, fu subito richiamato e parti, fantaccino semplice

Giuseppe Taba, ancora con i denti

Giuseppe Taba, ancora con i denti

con tutti i denti, lasciando la moglie Santina con tre bambine, di 5 e di 3 anni e la mi’ mamma di solo un mese. Come tanti altri camminò lungo il viale della stazione e chissà quante furono lacrime versate. Per lui la prima tappa fu una caserma in Piemonte, ma non so dove e dopo poche settimane fu spedito al fronte, in trincea. Anche di questo non ci sono memorie, come raccontava mia madre, suo padre non ne voleva parlare. Dopo alcuni mesi si ammalò con una grave infezione alle gengive ed perse tutti i denti e fu rimandato a casa. Forse qualcuno lo considerò fortunato, per lui la guerra era finita. La nonna si ritrovò un marito vivo, sdentato e vecchio di spirito, che non sorrise mai più. Non gli fu mai riconosciuta alcuna invalidità e tantomeno pensione. Perdere i denti non è una ferita. In trincea era diventato socialista.

E come arrivò la notizia all’anonimo ufficiale austriaco, quello di cui posseggo dei frammenti del diario? Forse era già nell’esercito imperiale e doveva solo aspettare la destinazione, sarebbe arrivata: nel Carso per fermare l’avanzata degli italiani. Intanto lui sognava d’incontrare una donna bellissima come Madame Récamier.

E quando il medico fotografo di cui ho i negativi di vetro, anche lui senza nome, seppe che doveva partire? Certo si preoccupò di portare tutto il materiale fotografico. Quello era un evento storico.

il cugino Domenico, morto nel Carso

il cugino Domenico, morto nel Carso

Domenico, il cugino del mi’ babbo, fu fra quelli che non tornarono, credo che sia sepolto a Redipuglia. Sua madre. la zia Domenica venne da Arezzo ad Anghiari per farsi fotografare col figlio. La storia rasenta l’assurdo: lei era rimasta incinta da ragazza ed aveva lasciato il figlio presso una famiglia di contadini dalle parti d’Anghiari, s’era poi trasferita ad Arezzo dove s’era sposata ed avuto altri figli. Il marito non seppe mai di questo figlio illegittimo della moglie.

Il nonno Barbino, nonostante le sue buone intenzioni, non mantenne la promessa di rimanere a casa, infatti dopo Caporetto furono richiamate le classi del ’99 e del ’75 e ’74 ed anche lui partì, era fra i più vecchi. Quando sua sorella Domenica, che aveva già perso il figlio, seppe che lui era nella caserma ad Arezzo organizzò con altre madri e vedove una dimostrazione contro la guerra. Schiaffeggiò un ufficiale che era venuto per calmarle e disperderle. Per questo si face diversi mesi di prigione come disfattista. Il nonno non andò lontano: Fortezza da Basso a Firenze, stazione di Camucia e finì la guerra a Sansepolcro, la sera tornava a casa alla Fontesecca a dormire: era fra quelli che raccoglieva paglia e fieno per l’esercito.

Il babbo, adolescente ai primi anni della Scuola Tecnica, imparò a far la calza, i soldati avevano bisogno di tenere i piedi caldi. Quello fu il suo contributo.

Di reduci ne ho conosciuti tanti e gli ultimi sopravvissuti divennero Cavalieri di Vittorio Veneto. Tante sono le storie che mi hanno narrato: certi nomi riecheggiano ancora come luoghi mitici. Mi parlavano dell’Isonzo, di Gorizia, del Carso, del Vallone di Doberdò, del Podgora, dell’Altipiano e di tanti altri. Non ho mai incontrato un eroe, ma solo uomini che avevano fatto il loro dovere. Per esempio solo dopo la morte scopri che Bastiano era stato multi decorato, ancora costudisco le medaglie che la moglie mi diede. Ai tempi del cinquantenario c’era un uomo, un invalido che abitava non lontano da noi in via dei Filosofi. Spesso lo vedevo vagare per i campi, non parlava mai con nessuno, per poi correre e d’improvviso nascondersi in un fosso, per lui quella era una trincea, ancora sentiva le esplosioni degli obici, per lui la guerra non era mai finita.

Ci sarebbe altro da dire, ma poi in fondo non è necessario, finiamola qui. Per ognuno di noi gli anniversari, che essi siano celebrazioni o commemorazioni, anche se hanno un valore, un significato soggettivo alla fine ci uniscono, ci accomunano, almeno per un giorno ci fanno sentire più vicini: ecco il valore della memoria comune.

Chiniamo la testa con rispetto per tutti, vincitori e vinti, ed abbracciamoci.

 

placca del monument ai caduti, 1925

placca del monument ai caduti, 1925

PS: ancora una volta peroro la causa della placca sopravvissuta del vecchio monumento ai caduti. Vorrai tanto che, per onorare la memoria di tanti sacrifici, non rimanesse all’oscuro ma che fosse esposta al pubblico, magari nel cortile del Palazzo delle Laudi assieme alla placca del Bollettino della Vittoria, quella che non venne distrutta nell’esplosione della Torre di Berta.

Marblehead, 21 maggio 2015

copertina

Il mio libro “M’Arcordo… Storie Borghesi” è in vendita nelle librerie di Sansepolcro, eccetto una.

Presentazione del libro M’Arcordo…

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Facebook: Fausto Braganti

 

 

135b M’Arcordo… la locandina del libro.

aprile 17, 2015

Locandina 9 pubblicataIl sogno dello scrittore: tantissima gente, anzi folla oceanica, verrà alla presentazione del suo libro. L’incubo dello scrittore, alla fine non verrà nessuno, o quasi.

Quello dell’altra notte non era un vero incubo, diciamo che ho avuto un sogno ansioso, come uno di quelli in cui non si riesce a raggiungere il treno che sta partendo e che si trovano tanti gli intoppi possibili ed immaginabili. Bene io non riuscivo a trovare la sala della presentazione, che poi alla fine, quando l’ho finalmente scoperta alla fine d’un lungo corridoio, era una piccolo aula con quattro e cinque persone che mi aspettavano annoiate. Ma ora viene il bello: una di queste era Vittorio Emanuele III, ma come ho fatto a farlo resuscitare nella mia testa? Forse era davvero un incubo per uno come me di tradizione repubblicana.

Di certo lui non ci sarà il 25 aprile e questo mi consola.

 

 

Gli interessati ad ordinare il libro per posta si possono rivolgere a:  Lorenzo Casi,  Arca dei Libri, Sansepolcro

info@arcadeilibri.it

0575-75-04-88

135 M’Arcordo… la locandina del libro.

aprile 10, 2015

Locandina 8 pubblicata

1949, in terza eravamo solo 43. Un miglioramento rispetto alla seconda quando eravamo 48. Il nostro maestro Guerri non è nella foto e non so perché, poi l’ho visto nelle foto di altre scolaresche. 

Io portavo l’infame grembiulino nero e l’odiavo, avevo convinto la mamma a non mettermi il fiocco e quella era una piccola vittoria, almeno per me. Ero invidioso di quelli che non lo portavano.

A quei tempi non c’era la mensa e si portava la merenda nella cartellina. Io me la passavo bene, qualche volta la mamma mi comprava un maritozzo.

E prima che me lo chiediate ecco i nomi di quasi tutti. Facemmo una cena nel 1989 ed una nel 2009.

  3-005d 1949 terza gruppo

 

1   Paolo Mariucci                                 23 dimenticato

2   Giuseppe Pasqui                             24 Annibale Giorni

3  Francesco Strivieri                           25 Torquato Testerini

4   Franco Ricatori                                26 Marcello Luzzi

5   Giancarlo Chiasserini                     27 Gilberto Lancisi

6   Guido Poggini                                  28 dimenticato

7  Giuliano Tofanelli                             29 Gilberto Mori

8   Mario Giorni                                    30 Piero Spillantini

9   Umberto Corgnioli                          31 Moravio Maffucci

10 Sergio Fiordelli                               32 Massimo Burroni

11 Carlo Merendelli                             33 dimenticato

12 Piero Zanchi                                   34 Claudio Bonucci

13 Franco Piccinelli                            35 Paolo Giannini

14 Angelo Castellani                          36 Bruno Gennaioli

15 Jacopo Bagattini                           37 Ugo Franceschini

16 Gerardo Marzi                                38 Alberto Mancini

17 Eros Draghi                                    39 Silvano Luzzi

18 Domenico Spinosi                         40 Mario Borghini

19 Franco Brighigni                            41 Mario Marini

20 Fausto Braganti                             42 Franco Galeotti

21 Fabio Brizzi                                    43 dimenticato

22 Massimo Acquisti

 

 

Gli interessati ad ordinare il libro per posta si possono rivolgere a:  Lorenzo Casi,  Arca dei Libri, Sansepolcro

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