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120c M’Arcordo… quando anch’io cominciai ad andare alla Buitoni

maggio 20, 2014

Nessuno è perfetto, neanche il babbo.

Il mi’ babbo, un semplice impiegato della Buitoni come tanti altri, aveva un gran potere, almeno così pensavano in tanti, ed in fondo ci credeva anche lui e per questo peccava d’orgoglio o meglio di presunzione. Lui lavorava nell’ufficio tecnico che assieme al laboratorio chimico non era locato con gli altri uffici amministrativi e vendite, questo era vicino alla “fabbrica dove si faceva la pasta”. Lui in ufficio ci stava poco, era sempre in giro per lo stabilimento e sempre attento con i vari caporeparto affinché tutto procedesse bene. In fondo non era altro che un sergente maggiore che non ebbe mai il titolo d’ufficiale, ma per me era solo un generale, senza di lui la Buitoni avrebbe chiuso.

Diceva sempre ch’era meglio prevenire i problemi piuttosto che risolverli e nella mia carriera professionale ho sempre cercato di seguire questo principio. Andava al lavoro ogni mattina verso le 4 e 30, lui doveva essere già in trincea prima che il grosso della truppa, il contingente del turno delle 5 era il più numeroso, arrivasse. Era sua la responsabilità che alla fine della giornata le quantità di pasta programmata fosse non solo prodotta ma che fosse della qualità richiesta e su questo lui era davvero un esperto.

Anche dopo la guerra erano continuate i suoi giri quotidiani dei vari reparti dello stabilimento col Sor Marco. Non so quando questi ricevette il titolo di Commendatore ed anche se quasi tutti lo chiamavano con quell’appellativo, il babbo continuò ad usare il vecchio “Sor Marco”. Come sempre ogni mattina verso le otto questi compariva nel suo ufficio ed assieme iniziavano il giro dei vari reparti. Il suo viaggio era breve, la sua abitazione era ancora all’interno dello stabilimento. La mole imponente del padrone, sempre con un completo elegante grigio scuro a tre pezzi, giganteggiava su quella bassa e rotonda del babbo, che indossava un candido camice bianco e ben stirato e sempre con camicia e cravatta. Se un operaio/a aveva un problema personale andava da mio padre per consigli o aiuto, e se lui lo riteneva opportuno ne parlava col Sor Marco. Questi era generoso, anche se a prima vista sembrava altero e distaccato. In fondo forse pensava, lui che non aveva figli, che quella era la sua grande famiglia e se ne sentiva responsabile. Si sapeva che il Sor Marco ascoltava il Sor Braganti.

In quei primi tempi la ricostruzione si concentrò sui settori produttivi, come ho già detto il primo obbiettivo era quello di produrre pasta, il resto sarebbe venuto dopo e fu così che la vecchia portineria che miracolosamente non aveva subito grandi danni rimase invariata.

Buitoni, la vecchia portineria

Buitoni, la vecchia portineria

L’edificio sulla destra era l’abitazione del Sor Marco e della Sora Tina Buitoni, una romagnola sempre sorridente e piena di vita. Alla sua destra si intravede il cancello di ferro d’ingresso e la piccola porta nera nella foto era quella da dove passavano centinaia di operai, dopo aver marcato la tessera, tirando giù una leva, nell’orologio segnatempo. Credo che gli impiegati marcavano il cartellino entrando nell’edificio nella sinistra che non si vede, dietro l’abitazione del Sor Marco. I portieri avevano un piccolo tavolino lungo quel corridoio. L’operazione del marcare la tessera si ripeteva alla fine del turno quando tanti operai ed operaie di nuovo si allineavano per tirare quella leva, Quando sortivano c’era la possibilità che suonasse un campanello ed allora il portiere di turno doveva controllare che la persona indicata da quel suono non avesse rubato qualcosa. Non credo che fosse un’operazione molto accurata o severa. Non credo che ci fosse nessuno così stupido/a da correva il rischio di perdere un tale agognato lavoro per un chilo di spaghetti.

la Sora Tina Buitoni e Renato Braganti

la Sora Tina Buitoni e Renato Braganti

Proprio a quell’ingresso entrando subito dopo la porta sulla destra c’era una finestra che dava in uno stanzino, il centralino telefonico, da lì si comunicava in tutto il mondo.

A quei tempi al Borgo di telefoni ce n’erano pochi. C’era il telefono pubblico e non so da quando ma certo da molto prima della guerra. La cabina telefonica, era proprio lì davanti al Palazzo delle Laudi, dove poi ci sono andate le Guardie Comunali e adesso c’è l’Ufficio Turistico. Era vicinissimo a casa mia in Via della Firenzuola e ci passavo sempre davanti. Il telefonista, mi sembra si chiamasse Bista, era sempre là seduto davanti al centralino. Il posto non mi piaceva, aveva un odore di vecchio, di stantio ed anche il telefonista non mi piaceva, forse mi faceva un po’ paura: era gobbo. Ma come funzionava? A quei tempi non si poteva telefonare direttamente ad un altro telefono. Quando un cliente alzava la cornetta si accendeva una lucina nel pannello del centralino, dove c’era una persona che ti chiedeva con chi volevi parlare. Nella parte superiore della centralina c’erano tanti buchini, ognuno dei quali corrispondeva alla linea d’un altro cliente. Il centralinista inseriva lo spinotto di quello che aveva chiamato nel buchino del cliente desiderato ed ecco il miracolo: contatto fatto! I due potevano conversare ed il centralinista poteva ascoltare, infatti si diceva che fosse un gran spione. In teoria, anche perché non l’ho mai fatto, per telefonare al babbo alla Buitoni avrei dovuto prima parlare con il centralinista del posto pubblico, che mi avrebbe messo in contatto con la Silvia Boschi, centralinista della Buitoni, che poi avrebbe smistato la mia chiamata ed alla fine avrei raggiunto il babbo nel suo ufficio.

Alla Buitoni c’era un centralino e la Silvia era la regina delle comunicazione. Anche lei era sempre seduta davanti a quella specie di pianoforte senza tasti, ma tanti pulsanti, buchini e spinotti dai cavi colorati. Lei m’era simpatica ed era amica de la mi’ mamma, mi piaceva guardarla da quella finestra che dava nel corridoio, ma come si estricava con tutti quei fili senza infrenarsi?

E fu proprio in quegli anni del dopoguerra, direi quando ancora non avevo dieci anni, che anch’io cominciai ad andare regolarmente ad andare alla Buitoni. Molto spesso la domenica mattina, quando il Sor Marco se ne andava in campagna alla sua villa ad Albiano, ero io quello che facevo il giro col mi babbo. Quello era il giorno in cui il babbo non si metteva il camice bianco ed io ero contentissimo di seguirlo, potevo veder il suo ufficio, mi sentivo importante, ero il figlio d’uno ch’aveva anche il telefono nella sua scrivania, e non solo, c’era anche un vecchissimo telefono appeso al muro, uno di quelli col microfono, la cornetta era separata e la manovella: era un telefono

centralino telefonico

centralino telefonico

interno, credo che servisse per parlare con i vari reparti dello stabilimento.  Ma quello che mi piaceva di più in quell’ufficio era una calcolatrice meccanica, sapevo ch’era americana, potevo fare del complicatissime somme solo tirando una manovella. Il mio sogno era quello di portarmela a scuola. Ripensandoci credo che il maestro Guerri non sarebbe stato molto contento. Molti anni dopo, proprio qui a Marblehead, andai ad una fiera di beneficenza in una chiesa e trovai un Comptometer, come quello che mio padre aveva in ufficio. Ma che colpo di fortuna! Non potevo far altro che comprarlo e di certo non costò molto. Questa volta fu mia moglie a non essere contenta: “Ma dove la metti?”

Ed io me la son portata dietro per anni per i miei vari uffici, suscitando la curiosità di tanti, perfino del presidente (Alitalia) Nordio e non era facile vederlo sorridere.

Dopo l’ufficio il babbo mi portava in giro per lo stabilimento, mi piacevano quelle grandi macchine che rigurgitavano fiumi di spaghetti che magicamente si posavano tutti ben allineati su delle stanghe sottili per poi entrare lentamente in un lungo tunnel, il forno, dove ventilava aria calda. Dopo ventiquattro ore sarebbero sortiti dall’altra parte secchi e pronti per essere impaccati. Il tutto mi pareva magico. Lungo il forno c’erano delle porte che permettevano l’ingresso per controllare che il tutto procedesse bene. Tantissimi anni dopo mi fu narrata una storia che una volta trovarono una coppia, che colta da un’improvvisa ondata di passione, s’era nascosta in quei tunnel d’aria calda ed umido. Che calori!

Tutti quelli che incontravamo erano gentili e rispettosi e questo mi confermava il fatto che il babbo era una persona importante ed io me ne sentivo fiero.

Verso la fine degli anni quaranta era arrivato un nuovo responsabile dell’ufficio tecnico. Diciamo che aveva i requisiti giusti per coprire un tale incarico, infatti l’ingegner Longinotti, romano, aveva sposato una Buitoni. Personalmente ne ho un buon ricordo, quando mi ruppi un braccio corse subito all’ospedale col babbo ed pochi giorni dopo mi mandò un gran bustone pieno di francobolli, sapeva che facevo la collezione

005 campo sportivoCredo col babbo la relazione fu più complessa. Lui era giovane ed il babbo fu lento ad accettare cambiamenti, in ogni modo collaborarono per anni e spesso l’ingegnere si univa nel giro mattutino.

A suo tempo e questo era successo prima della guerra un grande spazio fuori Sansepolcro, quello che allora era aperta campagna, era stato livellato ed era stato costruito il Campo Sportivo Buitoni, dove, a parte tante manifestazione ginniche maschili e femminili, si svolgevano i grandi incontri di calcio.

All’ingegner Longinotti stava a cuore la squadra di calcio e credo che fu proprio lui che ingaggiò dei forti giocatori, mi pare venissero da Ostia, come i mitici Meoni, Pazzafini e Catalani, ma ce n’erano altri.

La Buitoni di quei tempi permeava tutta la vita del paese, non solo col lavoro ma anche col tempo libero. La domenica pomeriggio s’andava a vedere la partita al campo sportivo Buitoni facendo il tifo per la squadra bianco-nera Buitoni.

partita di calcio Sansepolcro-Montevarchi 20 novembre 1952

partita di calcio
Sansepolcro-Montevarchi 20 novembre 1952

Ed infatti il 30 novembre 1952 era una domenica (ho controllato) e la partita Sansepolcro-Montevarchi doveva essere importantissima, tutti sugli spalti a berciare a squarciagola. Il mi’ babbo è il primo in basso a destra col cappello naturalmente, alla sua destra la mi’ mamma e poi ci sono anch’io, quello con le colle gambe secche.

 

PS: a suo tempo quando inserii la foto della calcolatrice meccanica in un altro M’Arcordo… scoprii che alla Buitoni ce n’era almeno un’altra, il Prof. Alfredo Milani a quel tempo ad Hong Kong mi scrisse:

<<le calcolatrici americane si chiamavano “Comptometer” e ce l’aveva anche il mi’ babbo all’ufficio trasporti e mi ricordo che quando mi portava a lavorare con lui io che ero picino glie le incastravo sempre, negli ultimi tempi lui era rimasto uno degli ultimi a conoscere il “segreto” di farci le moltiplicazioni e le divisioni e per sfizio si esibiva a gare di comptometer contro calcolatrice Olivetti.>>

comptumeter

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Avrei voluto vedere una di quelle gare.

 

Marblehead, 20 maggio 2014

 

120b M’Arcordo… la Buitoni …” da qui in tutto il mondo”, ma il mi’ babbo armase al Borgo

maggio 14, 2014

C’era una storia di un marinaio del Borgo, il mi’ babbo mi diceva anche il nome, che un giorno si ritrovò tutto solo a camminare lungo un molo del porto di Shangai, poco prima della guerra. Era triste e sconsolato di ritrovarsi così lontano da casa, pieno di nostalgia. Guardando l’acqua scura notò che fra i vari detriti galleggianti c’era una tavola di legno d’una cassa con la scritta “Buitoni Sansepolcro” e lui si commosse e si mise a piangere. Ed il babbo aggiungeva che nella lettera che scrisse al Sor Marco disse che in quelle lacrime c’era stato anche un senso di gran fierezza, un pezzetto del suo caro paese era arrivato fino in Cina e tutto grazie alla Buitoni.

Questo era il senso che accomunava tanti, oserei dire tutto il paese. Nel tono della voce di chi poteva dire: “Lavoro alla Buitoni!” c’era sempre un tono di soddisfazione, fierezza ed anche orgoglio.

Sotto la guida del Sor Marco, l’entusiasmo, la dedizione ed il duro lavoro di tutte le maestranza, parte integrante d’una grande famiglia, rimisero in funzione in breve tempo lo stabilimento, la guerra sembrava lontana e la pasta, come prometteva il gran cartellone, sarebbe nuovamente andata “da qui … in tutto il mondo”. Era una missione.

Che fosse stata proprio quell’insegna che per prima inculcò in me il desiderio di viaggiare? Volevo vedere dove andava a finire quella pasta. Anche il babbo aspettava d’andare per il mondo.

Questa foto dovrebbe essere circa del 1950. La ciminiera più alta era quella ricostruita e funzionale, quella più bassa era sopravvissuta alla devastazione dell’estate del ’44 e benché non fosse più di nessun uso, il Sor Marco volle che rimanesse in piedi, una fabbrica con due ciminiere era di gran lunga più prestigiosa. Anni dopo fu proprio il mi’ babbo a notare che aveva cominciato a pendere e fu subito abbattuta. M’arcordo gli operai che, cominciando dall’alto, buttavano giù i mattoni. Immagino che il Sor Marco si rattristò.

Parliamo un po’ della Famiglia.

I quegli anni del dopoguerra le redini dell’azienda erano nelle mani dei cinque fratelli del ramo perugino ed erano distribuiti nei posti chiave fra Sansepolcro, Perugia, Roma, Parigi e New York. Il Sor Gherardo e non so come era successo era il solo “Borghese” sopravvissuto alla “tempesta’ del 1927.

Il Sor Marco Buitoni nel 1952, celebra i 25 anni della sua venuta a Sansepolcro.

Il Sor Marco Buitoni nel 1952, celebra i 25 anni della sua venuta a Sansepolcro.

In questa foto del 4 ottobre del 1952, il lavori del monumento a Giovanni Buitoni non sono ancora terminati, il Sor Marco ringrazia i suoi collaboratori nel 25simo anniversario della sua venuta a Sansepolcro. Quello era stato un periodo difficile, l’obbiettivo era salvare il salvabile e c’era riuscito. Nella foto il Sor Marco al centro tiene sottobraccio alla sua sinistra il Sor Gherardo, credo fossero biscugini, con gli occhiali da sole e lo sguardo verso il basso.

In casa fra il babbo ed il nonno si parlava dei Buitoni come se fossero dei distanti parenti che avevano fatto fortuna. Nel caso del Sor Gherardo mi pareva che questa parentela fosse ancora più ravvicinata, diciamo che lui era più casereccio. Il nonno non solo era il fattore delle sue proprietà ma anche un confidente, era il mezzo di comunicazione con la moglie da cui era separato da tanti anni e che sembrava vivere in esilio alla Grillaia.

La Grillaia, dove abitava la Sora Dina, moglie del Sor Gherardo.

La Grillaia, dove abitava la Sora Dina, moglie del Sor Gherardo.

Non ricordo in quale occasione ma m’arcordo d’esser stato presente ad una conversazione dove c’erano il babbo, il nonno, il Sor Marco ed il Sor Gherardo e chissà perché qualcuno fece notare che c’erano dieci anni di differenza fra di loro: il nonno del 1874, il Sor Gherardo del 1884, il Sor Marco del 1894 ed alla fine il babbo del 1904. Di certo non era una coincidenza di alcuna importanza storica ma ad un bambino come me sembrava un fattore eccezionale che accomunava le nostre famiglie. Il Sor Gherardo dava deva del “tu” al mi’ babbo e lo chiamava per nome, come fosse un nipote, e lui gli rispondeva dandogli del “voi” come faceva conversando anche con il suo babbo. Al sor Marco, forse anche per la statura ed il comportamento aristocratico, dava del “lei” e questi reciprocava e lo chiamava sempre Sor Braganti. Cercate di spiegare questo tipo di dinamica ad un americano, come minimo dapprima rimane incredulo e poi sconcertato.

Poco dopo la prima foto di gruppo iniziarono le grandi celebrazioni del 125 anniversario della fondazione dell’azienda e per l’occasione Giovanni, il fratello un po’ prodigo “americano” ritornò in Italia.

Il monumento al fondatore fu finito in tempo per una altra memorabile foto e questa volta tutte le maestranze furono invitate a posare con i proprietari. Ma perché non fecero mai un monumento a Giulia Boninsegni? Perché era una donna? Era stata lei la vera matriarca che aveva avuto l’idea e la volontà d’iniziare la fabbrica della pasta in via della Firenzuola nel 1827.

Foto ricordo con tutte le maestranze della Buitoni, aprile 1953

Foto ricordo con tutte le maestranze della Buitoni, aprile 1953

Ci fu una gran cerimonia ed anche il mi’ babbo ricevette la medaglia d’oro ed il diploma di iscrizione all’Albo d’Oro come tutti quelli che avevano lavorato almeno 25 anni nell’azienda.

Magari a quel tempo un’operaia alle confezioni faceva poco più di 20.000 lire al mese ma in compenso le fu donata una foto. Quelli erano ancora tempi in cui scattare una fotografia era una decisione ponderata e soprattutto programmata, bisognava chiamare il fotografo, eran pochi quelli che avevano una macchina fotografica. I Buitoni questo lo sapevano, oggi si direbbe public relation, ed ogni evento era una buona occasione per immortalare nel tempo un gruppo piccolo o grande di lavoratori. Questi molto spesso incorniciavano la foto ricevuta in dono ed erano tutti orgogliosi d’essere nel gruppo.

Le operaie dopo aver partorito potevano portare il neonato al lavoro e consegnarlo all’attante cure dell’Irma Vandi e di altre donne dell’Asilo Nido. All’ora giusta lasciavano il posto di lavoro per andare ad allattare i piccolini. Un medico veniva regolarmente a controllare lo stato di salute degli infanti e delle mamme. E questo era un servizio voluto dai proprietari e non era mai stato parte di alcuna rivendicazione sindacale. Questo atto di generosità aveva il vantaggio che le operaie non perdevano tempo andando a casa per allattare e contente di questo servizio eran certo più efficienti nel lavoro.

Ci fu un progetto di legge che ebbe un grande impatto nel dopoguerra; questo voleva spronare l’occupazione nel settore dell’edilizia ed allo stesso tempo costruire case per i lavoratori. Il grande promotore di questa iniziativa era stato proprio il nostro conterraneo Amintore Fanfani, allora ministro del lavoro. Lo stato avrebbe offerto i fondi necessari per i lavori ed il mutuo contratto sarebbe stato ripagato nell’arco di 35 anni ad un tasso di interessi molto basso, il tutto gestito dall’INA-casa. Furono in tanti quelli che non avevano mai neanche sognato di possedere una casa che finalmente ne ebbero una.

Nel 1949 o ‘50 fu costituita la Cooperativa delle Case Buitoni. Ancora una volta il Sor Marco intervenne e donò, o forse vendette ad un prezzo nominale, dei campi che l’azienda possedeva lungo Via dei Filosofi che costeggiava il muro perimetrale a nord della stabilimento. Fu un bel regalo, un gran costo in meno nella costruzione di quello che venne chiamato il Villaggio Buitoni. Credo che il gruppo di operai ed impiegati che decisero d’unirsi in cooperativa fosse una sessantina, ed il babbo fu uno di loro. Certo i primi fondi messi a disposizione non erano sufficienti per soddisfare tutti, quindi le abitazione sarebbero state costruite diciamo a puntate.

Ci fu una memorabile riunione per la costituzione della cooperativa e per il sorteggio per allocare gli appartamenti. La prima puntata prevedeva la costruzione di tre case con quattro appartamenti ciascuna. In casa c’era molta trepidazione, i miei volevano andar via da Via della Firenzuola, volevano avere un appartamento nuovo, con il termosifone e con un vero bagno con la toilette con lo sciacquone e anche il bidet, tutti simboli di tempi moderni. Ancora non si sognava la televisione. Una sera il mio babbo uscì per andare alla riunione per il sorteggio. Non andò lontano, infatti i dipendenti Buitoni si ritrovarono in quello che allora era il comune e proprio sotto lo sguardo attento del Cristo Risorgente furono estratti i nomi da quello stesso marchingegno di vetro che veniva usato per la Gran Tombola delle Fiere di Mezza Quaresima.

Il babbo ritornò sconsolato, sconfitto. Non solo non eravamo fra i primi dodici, ma di certo non saremmo stati neanche nel secondo gruppo.

I lavori delle prime tre case iniziarono subito, m’arcordo che andando dal maestro Guerri che allora abitava nella Villa di Catolino vedevo scavare le fondamenta che mi parevano trincee. Ero in quinta elementare, quindi 1951.

La nostra casa sarebbe arrivata nel 1957.

 

 

14 maggio 2014, Marblehead, MA USA

                                                                          

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109g M’Arcordo… la Buitoni ad Hackensack , NJ. Giovanni Buitoni e Luisa Spagnoli

ottobre 26, 2012

Di quel periodo, dei miei, della Buitoni prima della guerra ed anche prima che io nascessi, ne ebbi una inaspettata testimonianza nel 1990 ed in un luogo molto lontano da Sansepolcro, a River Edge in New Jersey.

A quel tempo lavoravo ancora all’Alitalia a Boston quando all’inizio dell’estate il grande capo, quello con l’ufficio spazioso con due finestre che danno sulla Fifth Avenue a New York,  d’improvviso mi convocò. Ed anche se era un amico e ci davamo del tu, quando ricevetti quella telefonata così ufficiale cominciai a preoccuparmi, ma che ho fatto? qualcosa di male? Poi quando l’incontrai cominciò con la fatidica frase, quella che sembra una chiamata alle armi:

“Fausto, la compagnia ha bisogno di te!”

E questa l’avevo sentita prima. Capii subito che era giunta l’ora di fare la valigia. Mi chiese, o meglio lo fece a nome di questa entità astratta di nome “compagnia”, se ero interessato ad andare a dirigire l’ufficio del New Jersey, dall’altra parte dell’Hudson River, per importanza il secondo negli Stati Uniti e considerando la composizione del mercato (agenti di viaggio ed operatori turistici) di certo il piú difficile da gestire. Nel rituale aziandale era una domanda che aveva una sola risposta: quella affermativa, il teoretico rifiuto voleva dire la fine di ogni possibile carriera. Ed io dissi di si, non aveva alternative. Dovere si, ma ero anche contento e soddisfatto.

Il mio nuovo ufficio non sarebbe stato a Newark Airport ma a Rochelle Park, un piccolo paese di cui fino a quel giorno  non ne conoscevo l’esistenza ma a solo mezz’ora di macchina da Manhattan.

E pensare che fino a non molto tempo prima ancora speravo d’andare in Africa. Per anni  le mie aspirazioni postcoloniali e fuori moda erano state quelle d’esser mandato a dirigere un ufficio Alitalia in un posto come Addis Ababa o Nairobi, anche Abidjan non sarebbe stato male, ma non Lagos, nessuno vuole andare a Lagos e neanche Joannesburg, li c’era ancora apartheid. Ma, si vede che quei famosi bisogni della compagnia non collimavano coi miei.

Steinberg, view 9th avenue

Quando finalmente arrivò il fatidico giorno delle “consegne”, con tutto un protocollo dal complesso rituale, partii dalla sede centrale in Fifth Avenue con il mio grande capo, il suo addetto amministrativo con assistente e l’immancabile gran borsata piena di carte. Anche se vicino a New York, quella era la seconda volta che traversavo il Washington Bridge e la prima l’avevo fatto solo perché avevo sbagliato strada. Come nella classica e mitica copertina del New Yorker, dove Manhattan é il centro del mondo, l’altra parte dell’Hudson River mi pareva fosse quella d’un paese lontano, misterioso ed anche ostile, roba da pionieri. Dopo aver traversato il gran ponte sospeso abbiamo imboccata la route 80, una striscia d’asfalto a otto corsie (4+4) per poi uscire dopo non molto ad Huckensack, e ci siamo sperduti in una zona industriale con capannoni, fabbriche e magazzini da ogni parte. Ero preso da tutti i miei pensieri, dalle preoccupazioni per le nuove resposabiltà nell’andare a dirigere un ufficio “difficile”, il cui manager precedente aveva dato le “dimissioni”. Poi all’improvviso, mentre con lo sguardo distratto continuavo ad osservare quel susseguersi di edifici ognuno piú brutto di quello precedente, nell’alto d’una struttura che dominava tutte quelle circostanti ho visto un marchio che conoscevo da sempre, che mi aveva seguito sin da quando avevo imparato a leggere. Lassú in cima a quel muro a grandissime lettere rosse in parte sbiadite dal tempo ho letto:                

Ecco! Anche Giovanni Buitoni aveva traversato il ponte, e l’aveva fatto piú di cinquant’anni  prima di me! E pensare che io Giovanni non l’ho mai incontrato, ma ne ho sentito parlare molto e proprio per questo v’arconto la storia, ma solo come l’han detta. E non ho nessuna prova per confermarne la veridicità.

Giovanni (1891-1979) era uno dei cinque fratalli perugini che dopo il 1927 presero il controllo dell’azienda e le diedero una dimenzione internazionale. Lui ai nostri tempi sarebbe stato definito un playboy ma allora era forse solo un aitante rubacuori rampante ed anche con i soldi, e questi contano e come!

Luisa Spagnoli e Francesco Buitoni, il babbo di Giovanni, avevano fondato la Perugina a Perugia all’inizio del secolo. Lei era signora elegante e raffinata, une grande dame de la Belle Epoque, e cosa rara per quei tempi era anche una vera donna d’affari che maturando aveva raggiunto la gloria d’una inresistibile bellezza, una maliarda.  

L’incontro dei due non fu fortuito, diciamo ch’eran di casa e anche se fra i due c’era una differenza di circa quindicianni il giovane allievo trovò una maestra ansiosa d’insegnare tutto quello che sapeva. E lui passò a pieni voti e divennero inseparabili e non solo negli affari.

Luisa Spagnoli e Giovanni Buitoni

Luisa Spagnoli e Giovanni Buitoni

Giovanni si coinvolse nello sviluppo della Perugina e si dice che fu proprio lui che non soddisfatto del nome dato ad un nuovo cioccolatino, con un’intera nocciola al centro, decise di cambiarlo. Aveva giustamente pensato: ma chi avrebbe mai comprato una confezione da regalare all’amorasa per poi dirle:

“Cara, ecco ti ho portato una scatola di Cazzotti.” ?

E lui li ribattezzò “Baci”. Ed ebbe ragione, fu l’inizio d’un gran successo che continua ancora a giorni nostri, frutto dei destini incrociati di quella coppia, di cui si pettegolizzò tanto e che quest’oggi nessuno ricorda. In seguito, e non so come fu, i Buitoni acquisirono gran parte del pacchetto azionario della Perugina.

Ma perché Giovanni Buitoni andò in America se le cose andavano cosi bene? E questa è un’altra storia che m’hanno raccontato.

Giovanni, come quasi tutti in famiglia, era fascista e come tale era diventato podestà di Perugia o forse aveva un altro titolo? Nel 1939 Mussolini in persona venne a Perugia per presiedere all’inagurazione d’un nuovo acquedotto. Il culmine della cerimonia fu quando il duce, con al suo fianco Giovanni, aprì un rubinettone ed un getto d’acqua sgorgò nella fontana. Applausi, esclamazioni di giubilo dei membri delle varie organizazioni fasciste, tripudio della folla e la banda che suonava a tutto fiato. E tutti furon felici e contenti, ma non per molto.

Il giorno dopo il grande evento Giovanni era in ufficio quando una segretaria inruppe in ufficio:

“Urgente, c’è Mussolini al telefono, in persona!”

La conversazione fu breve, anzi brevissima:

“Buitoni! Ho accettato le tue dimissioni!”

Sbattendo giú il telefono e senza che lui avesse il tempo di rispondere.

Le bugie hanno le gambe corte ed ecco cos’era successo: i lavori dell’acquedotto erano andati per le lunghe e quando arrivò il giorno dell’inaugurazione non erano terminati e l’acqua non c’era. Non si poteva fare una brutta figura davanti al duce. Fu fatto venire un autobotte dei pompieri e dopo averla ben nascosta fu collegato un tubo alla condotta della fontana e così avvenne un miracolo: al momento giusto apparva l’acqua zampillante. Ma anche Giovanni aveva qualche nemico, o forse era stata solo invidia, e in poche ore il sotterfugio della cerimonia pagliacciata arrivò al duce, che di certo si incazzò ed anche di brutto.

Giovanni pensò che non bastavano le dimissioni, era giunta l’ora di fare la valigia. I Buitoni avvevano già iniziato l’espansione all’estero ed avevano costruito uno stablimento a Parigi e lui pensò che forse sarebbe stata una buon’idea andare a New York. E come diceva una vecchia canzone degli emigranti “L’America è grande…” Là c’era un gran potenziale.

Di certo lui fu uno di quei rarissimi emigranti che viaggiò in prima classe e che ogni sera si mettva lo smoking per andare a cena.

New York, negozio Perugina nella 5th Avenue

Il negozio Perugina in Fifth Aveenue fu l’inizio. Penso che proprio prima della guerra fosse l’unico negozio di prodotti italiani. Ci fu poi la costruzione dello stablimento in New Jersey ed anche un nuovo tipo di ristorante nella 42nd Street. Una “Spaghetti House” un concetto nuovo, una specie di fast food dove si prendeva un piatto di pasta e via. A suo tempo me ne parlò il cugino Umberto.

Giovanni si era anche sposato con una bella e sofisticata signora, Donna Letizia. Rapidamente i due entrarono nel giro dell’alta società newyorkese, qualla che era di casa al Waldorf Astoria o al St. Regis, lei sempre con hautes coutures  di grandi firme e lui sempre in un ippeccabile frack. Ho scoperto molti anni dopo la sua morte che era stato anche membro del prestigioso Circolo del Tiro a Segno, il piú esclusivo dei club italiani, quello fondato a suo tempo sotto il patrocinio di Garibaldi. Proprio ad un pranzo al Tiro a Segno un anziano agente di viaggio mi disse che la sua fama di Casanova era continuata in America con successo. 

La vera passione di Giovanni era il canto, prese in affitto il

Giovanni e Letizia Buitoni

Giovanni e Letizia Buitoni

Carnegie Hall e per una sera si cimentò in un concerto cantando celebri pezzi dell’opera italiana. La famosa sala dei concerti era stracolma con I suoi ospiti e fra questi anche gli Zoppi e i Maneri di Sansepolcro. Quella che molti avevano considerato una stravaganza da milionario fu in realtà un gran successo pubblicitario, le vendite dei prodotti Buitoni e Perugina salirono alle stelle.

Ma poi venne la guerra e non so cosa successe, di certo finì il flusso dei prodotti Perugina, nienti piú Baci per conquistare la gole ed il cuore delle ragazze americane, ma almeno la pasta poteva esser prodotta ad Hackensack senza problemi.

Giovanni ritornò in Italia, a Sansepolcro, nel 1952 al tempo delle grandi celebrazioni per il 125 anniversario della fondazione della Buitoni, ma di questo ne parlerò piú avanti.

Per ora ritorniamo al luglio del 1990.

Pochi giorni dopo il mio arrivo a Rochelle Park in New Jersey,  mentre ero nel mio ufficio, mi annunciarono che c’era una telefonata per me:

“C’è un italiano, dice d’essere un amico personale, non ho capito il nome” mi disse la segretaria.

E questo fu il saluto dello sconosciuto:

“Oh, ma che fi da ‘ste parti, so’ Libero! T’ho artrovato!”

“Libero?” avevo subito capito ”Libero! Ma ‘n do’ sei?”

“So’ qui, qui in New Jersey con la Jane”

Era Libero Alberti con la moglie, la Jane (pronuncia iane alla Borghese) Maneri. E così ci incontrammo ed anche assieme alla Gabriella Piomboni facemmo una bella rimpatriata di quattro Borghesi, e per celebrare andammo ad un ristorante cinese a New York.

Anche Angiolo (Nino) Maneri, il babbo della Jane, tant’anni prima aveva fatto la valigia e dal Borgo era arrivato fino ad Hakensack in New Jersey. E non era stato il solo, con lui era partito anche un altro Borghese, Ezio Zoppi. I due erano due bravi meccanici della Buitoni a Sansepolcro ed ambedue parlavano l’inglese, cosa rara a quei tempi.  Ambedue erano stati presi prigionieri, penso dopo la battaglia di El Alamein e portati negli Stati Uniti, ma non assieme. Avevano passate le lunghe e tediose giornate nel campo studiando ed impararono l’inglese. Finita la guerra tornarono al Borgo, la Buitoni in fase di ricostruzione li aspettava.

Alla metà degli anni cinquanta fu il loro turno di ricevere la chiamata:

“L’azienda ha bisogno di voi!” e furono loro a fare la valigia ed andare ad insegnare a quelli di Hackensack come si fa la pasta. Poi furono seguiti dalle famiglie e fu cosi che la Jane e la Rina arrivarono in New Jersey (loro si che dovrebbero scrivere dei M’Arcordo…!)

In quelle prime settimane nel mio nuovo lavoro mi incontrai spesso con Libero e Jane e furono loro che un giorno mi invitarono ad andare a trovare la Sig.ra Mariettina, la vedova di quell’Ezio degli Zoppi di via San Puccio, arrivato negli USA molt’anni prima. Lei abitava a River Edge, a pochi chilometri di distanza dal mio ufficio, ed era una vera Borghese, ma che coincidenza, davvero il mondo è piccolo. Quel giorno ebbi anche la bella sorpresa di rivedere la figlia Rina, che non vedevo daglia anni sessanta. Una bella inaspettata ardunata de Borghesi in New Jersey.

La signora Mariettina, sempre dolce e gentilissima a suo modo mi adottò e spesso mi invitò a cena preparandomi belle cenette nostrani e racontandomi del Borgo di prima della guerra, del mi’ babbo e sopratutto della mi’ mamma, giovane e bella sposina, loro erano state amiche. Si ricordava di quel famoso matrimonio alle sei di mattina. Mi parlava di tutti e di tutto con tanto affetto e spesso mi commoveva. Nelle sue descrizioni mi pareva d’essere per la Via Maestra negli ‘40 che non conoscevo, e pensare ch’eran passati 50 anni e che eravamo in New Jersey.

Lei era una Lazzarelli ed aveva due sorelle piú grandi, ed aveva imparato a fare la sarta. E questa è la sua storia come me la ricordo, spero che Rina mi corragga e che la possa ampliare.

Nel 1940 allo scoppio della guerra Ezio Zoppi fu fra i primi ad esser richiamato e partì da Sansepolcro per la Libia. Era scapolo e senza fidanzata e come lui ce n’erano tanti altri. Qualcuno, e fu una buon’idea, pensò che sarebbe stato utile per tener alto il morale di questi baldi giovanotti di trovar loro una ragazza corrispondente con cui scambiar lettere. Questo avrebbe allievato la durezza della guerra, anche se per poco. La signora Bellini, moglie del segretario comunale, era molto attiva nelle organizazioni femminili del partito fascista e fu lei che organizzò delle riunioni con delle giovani ragazze nubili senza legami sentimentali convincendole a scrivere a soldati lontani, anche se non li conoscevano. Il loro sarebbe stato un contributo al successo della guerra. Quando venne il momento Mariettina scelse Ezio fra i vari soldati della lista che le venne presentata. Lei lo conosceva solo di vista. E cosi iniziò una fitta corrispondenza che presto prese un tono romantico. Una sera, all’ora di cena, ci fu una visita inaspettata a casa di lei. Ottavio Zoppi, il babbo di Ezio, con il vestito scuro della domenica, venne a chiedere formalmente al babbo di Mariettina la mano della figlia a nome di suo figlio. Sorpresa! Lei non sapeva niente, forse la lettera che la informava di questo non era ancora arrivata? Fu deciso un matrimonio per procura e lui avrebbe avuto una licenza matrimonaniale. Ma venne El Alamein e non ci fu ne’ matrimonio e ne’ licenza. Lui fu fatto prigioniero e dopo un incredibile e periglioso viaggio iniziato ad Alexandria (Egitto) finì in un campo di prigionia nel deserto dell’Arizona (?). E fu difficile anche per lei. Rimasta sola nel giugno del ’44 segui la sorella Gemma e la sua famiglia a Milano. La tragica morte del cognato Armando ai primi di maggio del ’45 fu per tutti i sopravvisuti l’inizio d’un periodo difficile e durissimo. Mi sembra di ricordare che Mariettina trovò un lavoro in una sartoria.

A guerra finita Ezio iniziò il suo lungo viaggio di ritorno ed arrivato a Sansepolcro la prima cosa che fece si mise a cercarla e scoperto che lei era a Milano partì subito. Anche questo fu un viaggio disastroso nell’Italia del primissimo dopo guerra, mi sembra che ci mise tre giorni. Una mattina, mentre lei lavorava in sartoria, Ezio, inaspettao, le comparve davanti e pensare che non sapeva neanche se fosse stato vivo o morto. Sentivo nella voce di Mariettina, quando mi raccontava questa storia, una grande emozione come se nuovamente vivesse quei momenti. Formalmente si strinsero la mano, e lui la invitò ad uscire e benchè non conosco le parole esatte di quello che le disse ricordo il contenuto del suo discorso:

“Mariettina, ci hanno già rubato cinque anni della nostra vita, non abbiamo tempo da perdere, e se i tuoi sentimenti non sono cambiati e se tu vuoi, ci dovremmo sposare subito.”

E così fecero ed io ancora mi commuovo ricordandoli.

PS: la storia della Buitoni e dei suoi protagonisti in America non e’ finita.

26 ottobre 2012, Marblehead, MA USA

Ho recentemente pubblicato il libro “M’Arcordo…Storie Borghesi” che può essere acquistato nelle librerie di Sansepolcro. Questo è un breve filmato dell’inizio della presentazione del libro avvenuto nella sala consiliare (quella che io chiamo “sala del biliardo”) del Comune di Sansepolcro, 25 aprile 2015.copertina

 presentazione del libro M’Arcordo… (in tutte le librerie di Sansepolcro, eccetto una)

                                                                          

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