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158 M’Arcordo… di Elio e della Magda Mezzabotta e della Buitoni, quella che ancora produceva la pastina glutinata.

gennaio 23, 2022

Ma da ‘ndo ‘ncomincio?

Elio non era del Borgo. Un giorno, penso verso la fine degli anni ’50, quando da tempo era iniziato un periodo di espansione delle Buitoni, arrivò a Sansepolcro un baldo giovane con la valigia in mano, era pieno di entusiasmo, pronto a lavorare. Veniva da Fermo ed anche se avrebbe poi vissuto al Borgo per il resto della sua vita, per più di sessant’anni, ancora si sentiva nel suo parlare un leggero accento marchigiano.

Quelli furono gli anni della rapida crescita della Buitoni. Come prometteva il gran cartellone pubblicitario a quelli che arrivavano a Sansepolcro: “da qui … in tutto il mondo”; ma per Elio fu differente, quello per lui fu un punto d’arrivo e ci restò. Mi domando, ma a chi venne in mente quello slogan? Favoloso. A differenza di oggi il glutine allora non era nocivo, anzi, faceva bene, aiutava i bambini a crescere belli, forti e soprattutto intelligenti.    

Elio faceva parte d’un gruppo di giovani tecnici che arrivarono per sostenere questo sforzo che portò al successo, infatti ne ricordo un altro, Riccardo Calamandrei, mi pare che venisse da Bologna. Loro avrebbero sostituito e continuato il lavoro di quelli che si avvicinavano alla pensione e fra questi mio padre, naturalmente lui non era contento, vedeva che il suo tramonto si avvicinava.

Volendo usare una drammatica espressione possiamo dire che anche Elio fu parte degli “eroi che fecero l’impresa”.

Erano loro quelli, che con l’aiuto di centinaia di operai/e facevano la pasta, e sapevano come farla buona. Poi c’erano gli altri che la pubblicizzavano, che la vendevano, che tenevano i conti e che la trasportavano e che assicuravano che la massaia napoletana, o valdostana o veneziana avesse sempre nella sua dispensa una bella scorta di spaghetti, 72 naturalmente.

Pochi giorni fa mi è arrivata la triste notizia della morte di Elio, eran passati solo sei mesi dalla scomparsa della sua amata moglie, la Magda. Dopo il primo emozionale impatto di sapere che un carissimo amico se n’era andato, di sentire il vuoto della sua scomparsa, ho ricordato, mi son balenati in mente, eventi e persone che hanno lavorato con lui, e il primo naturalmente è stato mio padre. Elio, persona sempre molto rispettosa, quando parlava di lui lo chiamava sempre il “Sor Braganti”.  

In più d’una occasione mi ha detto:

“Tutto quello che ho imparato, che è importante sapere, me l’ha insegnato il sor Braganti.”

Come sapete abito negli Stati Uniti, ma ci sono stati altri Borghesi che mi hanno preceduto, siamo un popolo di girelloni, uno di questi fu Mario Giannini, il figlio di Sostegno, vecchio meccanico della Buitoni. Il figlio Mario era un vero ingegnere, avrebbe precisato con enfasi il mi’  babbo ed io sapevo a chi si riferiva.

“Mario ha studiato e si è laureato al Politecnico di Torino.”

Forse il babbo sperava che io seguissi le orme di Mario e studiassi da ingegnere,  ma non me lo ha mai detto.

Mario dopo alcuni anni di lavoro nello stabilimento di Sansepolcro a metà degli anni ’50 parti per gli Stati Uniti, nello stabilimento Buitoni di Hackensack, New Jersey avevano bisogno di lui. Dopo la Buitoni e varie peregrinazioni andò a lavorare nello stabilimento di Prince Spaghetti a Lowell, Massachusetts, non lontano da dove abito. Occasionalmente ci siamo poi incontrati e quello che mi sorprese molto fu il fatto che Mario con me parlava in Borghese stretto, mentre poi cambiava se si rivolgeva ad un altro italiano. In casa con la moglie e la suocera parlavano solo in Borghese in una maniera che non credo ci fosse più nessuno a Sansepolcro. Fui sorpreso.

Un giorno Mario mi telefonò e mi invitò a pranzo.

“… e ci sarà una sorpresa!”

E sorpresa ci fu. Non lontano dal pastificio Mr. Pellegrino, il proprietario, aveva voluto un ristorante italiano, il Grotto, una specie di trattoria con un portico e decorazioni che dovevano far credere al cliente d’essere lungo la Costa Amalfitana. Credetemi, non ci può essere nulla di più remoto dalla vecchia e decrepita città industriale di Lowell alla Costa Amalfitana. In un angolo c’era una specie di gazebo riservato ai dirigenti dello stablimento e ai clienti speciali, dove sapevo che avrei trovato Mario. Da Lontano vedevo che c’era qualcuno con lui, ma non potevo capire chi fosse, vedevo solo le spalle.

Si, ci fu una sorpresa, una bella sorpresa!

Riccardo Calamandrei si alzò e mi abbracciò calorosamente. Naturalmente si parlò di Sansepolcro dei vecchi tempi, della Buitoni e dei colleghi. Mario e Riccardo fecero gli elogi di mio padre, e mi sentii soddisfatto che usarono le stesse parole di Elio:

“Tutto quello che ho imparato, che è importante sapere nel fare la pasta, me l’ha insegnato il Braganti.”

M’arcordo… che uno dei due, ma non ricordo chi, menzionò Elio e che ogni volta che tornava al Borgo gli riportava delle bottigline mignon.

“Anch’io! Ma certe volte cerco di portargli delle lattine della birra, della Coca Cola, ecc.” fu la mia risposta.

Dopo questa divagazione ritorniamo ad Elio

Spesso si discute chi è veramente Borghese, un Borghese DOC.

“Ma sei nato entro le mura?”

Come se questo bastasse, come fossimo l’aristocrazia dell’Ancient Regime che si attaccava disperatamente ai propri privilegi. Usando questo criterio io sarei al pinnacolo della classificazione, infatti son nato in casa, anzi palazzo, in Via Roma 1, (oggi Via Matteotti) ovvero il Palazzo delle Laudi, il Comune, si so’ nato nell’ufficio del segretario comunale.

Ma poi io son partito e son passati quasi sessant’anni.

Elio fece il percorso al contrario, e lui al Borgo ci venne, divenne un Borghese a pieno diritto, senza mai dimenticare che veniva da Fermo. Si fidanzò e si sposò con la Magda, una bella citta del Borgo e questo consolidò ancora di più il legame col paese.  Fra le sue tante collezioni aveva tutto quello che era stato pubblicato a proposito di Sansepolcro, libri, brochure e manifesti; si teneva aggiornato e ne era fiero.

Diciamo che Elio era diventato un Borghese adottato e conosciuto da tutti, mentre io era passato ad essere un Borghese da lontano e son sempre meno quelli che si ricordano di me, è una questione d’età.  

Elio presto divenne conosciuto come un attento collezionista; Elio aveva sbagliato, invece di lavorare e controllare i cassoni del glutine (quando questo era ancora di moda e faceva bene) e se la temperatura dei forni della pasta era corretta e così via, avrebbe dovuto lavorare in un museo. Non ci vuole molto a immaginarlo classificare monete romane, mettere in ordine bacheche piene di lanterne e lacrimato etruschi.

Non andai al matrimonio di Elio e Magda, quella domenica di settembre del 1961 c’era il Palio della Balestra. I giovani sposi abitarono poi nell’appartamento sopra quello dei miei genitori. Iniziò così una relazione ancora più stretta.

Questa vicinanza mi diede modo di vedere il crescere delle sue collezioni. La prima, e credo che fosse la sua favorita, era quelle delle piccole bottigline di liquore, credo che si chiamino mignon. Aggiungeva sempre nuovi scaffali per sistemare le nuove acquisizione, ed anche io, nel mio piccolo, divenni un complice, contribuivo nella ricerca di pezzi nuovi e rari. Ogni volta che tornavo a visitare mia madre avevo sempre qualcosa per lui. Poi collezionava tazzine da caffe, le lattine della birra della Coca Cola di vari paesi e così via. Aveva gran libroni dove scriveva tutto e classificava tutti gli pezzi, era preciso, carattere d’archivista.  

Certe volte, se passavo davanti alla porta della cantina aperta entravo e ripetevo sempre la stessa battuta, scontata:

“E’ l’ora dell’aperitivo! Che mi offri?”

Lui sorrideva,

“Ma come è possibile, avrai pure dei doppioni non di gran valore, beviamoli.”

“Si, l’aperitivo te lo offro, saliamo su, all’appartamento, conosci il mio bar.”

Conclusione, non ho mai bevuto una delle sue mignon.

Anche io, come tanti bambini privilegiati d’un tempo, sono cresciuto forte(?) bello(?) e intelligente(?) mangiando la Pastina Glutinata Buitoni dall’alto valore nutritivo, nel mio caso non ha funzionato del tutto bene, son rimasto bassotto. Poi il glutine rapidamente è passato di moda, è diventato nocivo, è stato messo all’indice. Certo ci sono quelli, una minoranza, che sono allergici al glutine e mi dispiace per loro. Una volta chiesi ad Elio come veniva estratto il glutine. Per anni estrarre il glutine era stata una delle sue specifiche responsabilità, e controllarne le qualità e mi diede una dettagliata descrizione dei vari passaggi fin quando il prodotto finale riempiva dei vasconi di cemento, che ricordo d’aver visto da piccolo.    

Son passati gli anni e quando la salute di mia madre cominciò a deteriorare, sono stati proprio Elio e la Magda ad offrire il loro generoso aiuto. Io che stavo lontano, anche se negli ultimi tempi della sua malattia cercavo di tornare al Borgo una volta al mese, era soprattutto Elio che era presente ogni giorno per aiutarla, come fosse un figlio.

Era il 1987 e fu lui che mi telefonò, ero a Roma per lavoro, e mi disse:

“Vieni subito, c’è stata una crisi.”

E quella sera morì.

Dopo la morte di mia madre, l’appartamento fu affittato ed Elio divenne l’amministratore, puntuale, preciso. Era lui quello che combatteva con l’inquilina refrattaria. E si arrabbiava tanto per i pagamenti ritardati. Lui che abitava al piano superiore vedeva e soprattutto sentiva tutto.

Poi nel 2011 vendetti l’appartamento e Elio mi aiutò a svuotarlo e non fu una cosa semplice, non entro nei dettagli. In una forma. direi meno grave, anche io soffrivo e soffro ancora della sindrome del collezionista, non posso buttar via nulla. Ed Elio in quei giorni aggiungeva alle sue collezioni quello che io non potevo portar via.

Ogni volta che torno al Borgo ho una lista di amici da visitare, devo sapere le ultime notizie, essere aggiornato e i pettegolezzi? La lista diventa sempre più corta.

La Magda ha preceduto Elio lo scorso giugno e ora anche Elio se n’è andato.

Mi mancheranno molto quelle visite, quelle chiacchiere fatte intorno alla tavola della loro salotto, magari bevendo una tazzina di caffe, naturalmente non una tazzina qualunque, per me qualche pezzo raro della sua collezione. Come nella foto, non è da tutti avere la tazzina col Duca di Montefeltro.

E ora anche Elio se n’è andato,

Ciao Elio!

Foto di Tanya Braganti, 2007

Fausto Braganti

23 gennaio 2022,

Marblehead, USA

Il libro “M’Arcordo…Storie Borghesi” può essere acquistato nelle librerie di Sansepolcro.

Questo è un breve filmato di Pascale dell’inizio della presentazione del libro avvenuto nella sala consiliare (quella che io chiamo “sala del biliardo”) del Comune di Sansepolcro, 25 aprile 2015.

141 M’Arcordo… quando il San Giuliano era ancora un angelo.

ottobre 23, 2015

San Giuliano di Piero della Francesca, riscoperto nel 1954

San Giuliano di Piero della Francesca, riscoperto nel 1954

Quando riscoprirono l’affresco perduto di Piero della Francesca io ero alle Medie, era 1954. L’effetto della notizia portò un entusiasmo generale e sembrava che tutti a Sansepolcro se ne sentissero orgogliosi. Quell’angelo, come venne chiamato all’inizio, doveva essere solo una prima scoperta, sotto quegli intonaci ci doveva esser ben altro, ma purtroppo le aspettative furono deluse.

Accontentiamoci del San Giuliano e non è poco. Ma con tutta la miriadi di santi che ci sono come fecero a stabilire che questo fosse proprio San Giuliano? Ma che c’è scritto da qualche parte? Se qualcuno lo sa ce lo dica.

Questo è davvero un M’Arcordo… intercontinentale. Fra Marblehead e Singapore ci sono 12 ore di differenza. Io sono 6 ore più giovane e Francesco Pasquetti è 6 ore più vecchio di quelli con son rimasti a Sansepolcro, esattamente a mezzavia.

Io dopo cena bevo il mio whisky, me l’ha ordinato il dottore, mentre lui si fa il caffelatte mattutino. Le parti si invertono dopo 12 ore, solo che la sua collezione di whiskey è più ricca della mia. Devo andare a trovarlo.

Una mattina, ma forse era una sera, durante una delle nostre chiacchierate, me so’ arcordato d’un episodio lontano, un po’ confuso nella mia memoria, e gli ho chiesto:

“Francesco ma chi era quello che vide il San Giuliano di Piero alla Filarmonica? Era il tu’ babbo o il tu’ zio?”

“Era il mi’ zio Ivo.”

“Ma com’è la storia?”

“Anni fa lo zio la scrisse, la cerco e me la faccio mandare dal Borgo e te la passo. The Pasquetti Connection! Grazie anche al mi’ cugino Giulio.”

“Benissimo, la voglio pubblicare.”

E così dopo un paio di giorni questa testimonianza di Ivo Pasquetti, dall’inconfondibile profilo pierfrancescano, mi è arrivata, rimbalzando dall’Europa in America, via Asia.

Questa fu pubblicata in un libro: “Una Piazza, una Città, il Sentimento del Tempo” del 1988, una raccolta di memorie di gente che era cresciuta e vissuto attorno alla fontana di Piazza Santa Chiara.

Ivo Pasquetti 1949

Ivo Pasquetti 1949

UN AVVENIMENTO MEMORABILE

Una cosa così non capita spesso, anche se il nostro quartiere in quasi otto secoli, ne ha visti di fatti da tenersi a mente.

Verso le due del pomeriggio del 14 dicembre 1954, tornavo da scuola e, affamato, mi dirigevo a casa per mangiare. Abitavo nell’edificio posto al n. 10 di Via S. Croce, in uno degli appartamenti allora riservati ai custodi della scuola elementare. Mio padre, appunto, lo era da molti anni.

Salita la prima rampa di scale, vidi aperta la porta della Sala della Società Filarmonica. Da alcuni giorni mi capitava di vederci entrare un muratore, Lino Mercati, Seme di soprannome: il partigiano che erroneamente era stato dato per fucilato nel ’44 a Villa Santinelli. La sala, che in origine era l’abside della Chiesa degli Agostiniani, veniva adattata a locale da ballo per l’imminente Carnevale ed il muratore eseguiva lavori di risanamento.

Chi sa perché, proprio quel giorno, sentii il desiderio pungente di entrare per rivedere gli affreschi trecenteschi che, qualche anno prima, Beppe Nomi, con l’aiuto di suo fratello Piero, e Giovanni Cecconi avevano individuato sotto l’intonaco e parzialmente rimessi in luce con l’aiuto di rudimentali strumenti. Anch’io ero stato della partita, saltuariamente.

Mi prese voglia, come dicevo, di tornare a rivederli: certi volti di Madonna, certi sguardi … Erano di una dolcezza infinita! Entrai e mi misi in contemplazione. Seme, che non aveva ancora ripreso a lavorare per il turno pomeridiano, mi osservava e non capivo perché. Lo salutai e allora, come incoraggiato dal saluto amichevole, ruppe il ghiaccio.

– N’è venuto fuori un altro di questi dipinti. Stamattina. – mi disse un po’ reticente.

– Dov’è? – chiesi incuriosito.

– Di là, in quello sgabuzzino.

Mi portò in uno stanzino senza finestra che serviva da ripostiglio per i musicanti. Un’asse incalcinata su due caprette di ferro, una corta scala a pioli. L’oscurità non consentiva di scorgere altro. Accese una lampada volante, collegata ad un lungo filo elettrico, l’alzò sopra l’asse e illuminò il dipinto.

Era inconfondibile!

– Ma questo è di Piero della Francesca! – gridai.

Ad ogni secondo che passava mi rendevo conto sempre più della eccezionalità del fatto. Che emozione! Non c’era da sbagliarsi. Il volto, gli occhi, il portamento statuario della figura. I colori erano ancora più vividi di quelli che possiamo ammirare oggi, a causa dell’umidità del muro. Era splendido! Ero felice, eccitato, agitato. Lino Mercati se ne accorse e mi sembrò che si volesse quasi giustificare.

– lo non ho fatto niente, è venuto fuori da sé.

– Chi hai avvertito?

– Nessuno. Ma che ne so io …

Gli spiegai che aveva fatto un grosso ritrovamento. Allora si rassicurò e fu più ricco di particolari.

– L’umidità aveva gonfiato l’intonaco. Io dovevo rompere la gobba e rifarlo. Ho dato una martellata e ho visto comparire un occhio. Se qui c’è un occhio un altro deve essere qua. Un’altra martellata. Non c’era. Allora deve essere di là. Un colpo, è apparso il secondo occhio. Allora il naso è qui. To … è saltato fuori il naso e la bocca.

– Sciagurato, potevi rovinare tutto! Ora non toccare più nulla e avverti qualcuno.

– Ma io non ho fatto niente, è venuto fuori da sé.

Ero giovane e avevo fame. Andai a pranzo, ma dopo due cucchiate di minestra di fagioli smisi di mangiare, salutai in casa e scappai. Sempre più ero preso dalla smania di dirlo a qualcuno, oltre che ai miei.

Tornai alla Filarmonica. Lino Mercati aveva ripreso a lavorare più in là e gli chiesi:

– Sei stato ad avvertire?

– Ma chi? – brontolò.

Uscii per provvedere. Andai da Beppe Nomi, che era l’ispettore onorario ai monumenti. Non era in casa. Cominciai a cercarlo. Incontrai un gruppo di amici: Renato Pecorelli, Massimo Moriani, Valentino Valentini, Raffaele Rizzo. Forse qualche altro. Chiesi di Beppe. L’avevano intravisto e mi portarono da lui. In piazza lo incontrammo. Lo chiamai, ma non mi dette ascolto: era con il signor Adriano Canosci, corrispondente de “LA NAZIONE” e con un ispettore del giornale fiorentino.

Ero cosciente di non avere nessun merito per la scoperta, ma provavo una comprensibile gioia a pensare che ero io il secondo uomo del XX secolo, dopo Seme, ad aver visto quello che sarebbe stato poi identificato per il S. Giuliano, e di essere stato il primo a rendersi conto che si trattava di un Piero della Francesca. Mi urgeva dentro il bisogno di raccontarlo a Beppe. Perciò mi ribellavo al fatto che ci snobbasse.

Lo richiamai, e senza complimenti, gli dissi:

– Dammi udienza, ti conviene. Ho scoperto un Pier della Francesca.

Tempo prima lui aveva fatto ricerche mirate e saggi in varie chiese. Inutilmente.

La nostra comitiva era di burloni, c’era da darci poco credito. Ma di me aveva un po’ di fiducia, perché avevamo lavorato insieme a queste cose. E poi la curiosità era tanta, che valeva la pena di rischiare la beffa.

– Dove? – azzardò.

– Non te lo dico. Abbi fede, vien dietro a me e vedrai. –

Anche gli amici erano increduli. Non erano al corrente di nulla. Ci avviamo in corteo. Beppe era scettico, ma tentato. Alla Filarmonica l’introdussi nel ripostiglio. L’asse e la capretta non c’erano più. Montò sulla corta scala, fino al penultimo piolo e appoggiò il ventre al muro, per stare in equilibrio. Tremava.

– È lui, è lui; e poi di quelli belli! ;

– Pare incazzato, ‘sto santo, d’essere stato scoperto – commentò uno degli amici, notando lo sguardo fiero della figura.

A quel punto nasceva il problema di avvertire le così dette autorità competenti. Ma l’ispettore de “LA NAZIONE”, che ritrovammo in piazza, voleva dare la clamorosa notizia al suo giornale e non sentiva ragioni; Beppe, da persona corretta, non poteva consentirlo per i rapporti che aveva con la Soprintendenza.

I miei amici, scanzonati goliardi, cominciavano a divertirsi, e sghignazzando, minacciavano:

– Beppino, o ci paghi da bere, o si dice a Felix – che era il corrispondente de “IL MATTINO DELL’ITALIA CENTRALE”, il quotidiano toscano concorrente.

– Questo no! – intervenne l’ispettore, che non aveva capito che non si trattava di un ricattuccio, ma che gli amici la buttavano in goliardia – A questi bravi giovinotti la bevuta gliela pago io.

E brindammo alla salute de “LA NAZIONE”, di Beppe Nomi, mia, e, perché no, di Piero della Francesca.

Andò a finire che la notizia fu pubblicata dal giornale, ma con poco rilievo. E le autorità competenti si presero un po’ di tempo prima di sentenziare che si trattava di un affresco pierfrancescano. Prima di fare la cosiddetta attribuzione.

 IVO PASQUETTI  (1988)

Non m’arcordo quando lo vidi per la prima volta, o quando fu portato al Museo, ma m’arcordo quando venne a trovarmi a Londra.

Nella primavera del 1969, allora lavoravo a Londra, fu allestita una mostra, “Frescoes from Florence”, di opere salvate e restaurate dopo l’alluvione di Firenze. La Hayward Gallery era stata inaugurata da poco lungo la riva sud del Tamigi. Quando appresi che c’era anche il San Giuliano di Piero fui sorpreso, ma cosa centra lui? Non era stato alluvionato, ma certo gli organizzatori che l’avevano ottenuto in prestito erano soddisfatti: avere un Piero della Francesca dava lustro alla mostra ed avrebbe attratto gran pubblico.

E così fu. Ci andai diverse volte e mi sentivo particolarmente orgoglioso, quella era roba mia! Volevo che tutto il mondo l’ammirasse.

Il San Giuliano era girellone ed arrivò a New Orleans per la 1984 Louisiana World Exposition, ma questa volta non andai a trovarlo. Da qualche parte ho il manifesto.

Non so se sia andato da qualche altra parte.

 

Da tutto questo si apprende che il 14 dicembre 1954 fu un giorno memorabile, Seme riscoprì un santo nascosto per secoli ed Ivo Pasquetti mangiò una minestra di fagioli. E non dimentichiamolo.

Cerco una foto di Seme, Lino Mercati the unsung hero, da inserire in questa storia. Mi pare che si dia poco credito al suo contributo, magari un altro avrebbe martellato il tutto.

E diamo anche credito a questo soffitto che ha protetto l’affresco per secoli.

soffitto dell'abside della Chiesa degli Agostiniani a Sansepolcro

soffitto dell’abside della Chiesa degli Agostiniani a Sansepolcro

La profilo ducale (pierfrascano) del giovane Ivo Pasquetti viene dal giornalino goliardico “Per chi Suona il Campanone” del Natale 1949.

 

 

Marblehead 23 ottobre 2015

Ho recentemente pubblicato il libro “M’Arcordo…Storie Borghesi” che può essere acquistato nelle librerie di Sansepolcro. copertinaQuesto è un breve filmato dell’inizio della presentazione del libro avvenuto nella sala consiliare (quella che io chiamo “sala del biliardo”) del Comune di Sansepolcro, 25 aprile 2015.

filmato della presentazione del libro M’Arcordo… 25 aprile 2015

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